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domenica 22 aprile 2007

Lanfredini, Roberta (a cura di), A priori materiale. Uno studio fenomenologico.

Milano, Guerini e Associati, 2006, pp. 184, € 20.00, ISBN 88-8335-791-4.

Recensione di: Silvano Zipoli Caiani - 22/04/2007

Fenomenologia, filosofia della conoscenza

La nozione di a priori materiale, ovvero l’idea che alla base di ogni datità possibile si collochi una legalità propria dei “contenuti d’esperienza”, rappresenta certamente uno dei temi più stimolanti, ma anche controversi, dello studio fenomenologico. Il libro curato da Roberta Lanfredini intende fornire un chiarimento a questo originale concetto proponendo sei diversi contributi provenienti da aree di ricerca diverse. Comun denominatore dei saggi che compongono l’opera è l’impostazione analitica, i temi sono trattati in ogni caso con metodo rigoroso, non privo di richiami all’indagine storico-filosofica.
Il libro offre un ampio scorcio del dibattito suscitato dalla concezione husserliana, ponendo particolare attenzione a tre orizzonti tematici, uno epistemologico, rivolto alla questione giustificativa, uno ontologico, inteso come indagine attorno alla struttura dell’a priori husserliano e infine uno definitorio, dedicato all’analisi di esempi specifici di a priori materiale.
Di seguito intendo presentare una rassegna dei contributi presenti nell’opera, cercando in ogni caso di evidenziarne e discuterne solo alcuni degli aspetti più interessanti.
Il primo saggio porta la firma di Paolo Parrini e si compone di una serie d’interrogativi relativi allo statuto epistemologico dell’a priori husserliano. Nonostante la posizione filosofica dello stesso Parrini risenta di una vicinanza all’empirismo fenomenologico, il suo intervento si distingue per una non celata prudenza, indotta dal riscontro di alcune ambiguità insite all’interno della proposta husserliana. Questioni che in qualche caso trovano una risposta proprio all’interno dei saggi successivi.
Una prima difficoltà è individua nell’esigenza di chiarire il rapporto tra la concezione trascendentale di Kant e la successiva ridefinizione husserliana. Pur mantenendo importanti differenze, puntualmente sottolineate da Parrini, le due concezioni lascerebbero intravedere analogie in grado di produrre interessanti conseguenze epistemiche. Prima tra tutte la possibilità d’inquadrare anche l’a priori materiale quale forma limitativa dell’esperienza possibile, permettendo una traduzione in chiave fenomenologica degli stessi problemi che affliggono la filosofia trascendentale kantiana. Una condizione questa rigettata dai difensori dell’a priori materiale che, come emerge dai contributi successivi, tendono a escludere un’impostazione del problema dell’a priori condiviso con la filosofia kantiana.
Nella sua analisi Parrini trova spazio per due ulteriori argomenti. Il primo elaborato da Moritz Schlick tenta di contenere l’a priori husserliano entro le due categorie “linguistico-concettuale” (analitico a priori) e della “credenza fattuale” (sintetico a posteriori), l’altro frutto di un’interessante applicazione della lezione epistemologica di Hans Reichenbach.
In quest’ultimo caso Parrini espande la questione relativa ai limiti di scelta dei sistemi di coordinazione, ampliandola a ogni analisi delle condizioni a priori che informano la conoscenza empirica. Applicando l’argomento di Reichenbach ai giudizi a priori materiali emerge la possibilità d’ipotizzare anche per essi una forma indiretta di valutazione legata alle condizioni contingenti dell’esperienza, escludendone l’apoditticità in linea di principio.
Come nota Parrini, se i giudizi a priori materiali assurgono a un qualche valore oggettivo e necessario, ovvero pretendono di essere validi per ogni possibile oggetto dell’esperienza, occorre domandarsi se esistono ragioni fondate per escludere che una loro libera applicazione risulti sempre immune da eventuali contrasti con il campo dell’esperienza, diversamente da quanto accaduto per il sintetico a priori kantiano.
Mantenendo sullo sfondo gli interrogativi avanzati da Parrini, nel saggio di Jocelyn Benoist l’accento si sposta sulla caratterizzazione ontologica dell’a priori materiale. Nella proposta è difesa una distinzione tra contesto trascendentale kantiano e fenomenologico, le ragioni della quale sono ricondotte alla natura dell’impostazione eidetica husserliana.
Mentre nel contesto kantiano il sintetico a priori definisce le modalità attraverso le quali il soggetto esercita le proprie capacità di essere colpito (affeziert) dalle sensazioni, l’a priori materiale introduce una diversa prospettiva soggettiva, facendosi carico delle dimensioni contenutistica e “mondana” dell’esperienza.
Date le influenze provenienti dalla scuola di Bolzano, nella fenomenologia gioca un ruolo determinante il ricorso a un’impostazione ontologica dell’a priori, traducendosi nella proposta di una vera e propria “ontologia formale”. Una classe di verità che, secondo Benoist, andrà a costituire il cuore dell’impostazione eidetica, lontana sia dalla tradizione kantiana, sia dalle formule dell’empirismo positivista.
Cercando una risposta indiretta a una delle domande di Parrini, si potrebbe dire che Benoist propone una terzeità dell’a priori materiale, evitandone l’appiattimento sul piano delle credenze soggettive o su quello delle condizioni linguistiche, sottolineando con ciò la peculiarità dell’impostazione eidetica.
Anche il contributo di Roberta Lanfredini mira a sottolineare con vigore le profonde divergenze che separano la concezione fenomenologica sia dal contesto kantiano, sia da quello dell’empirismo tradizionale. In tal senso si tratterebbe di dar conto della specificità del metodo descrittivo elaborato da Husserl, inserendo la fenomenologia nell’alveo di una filosofia “empirista” non contrassegnata da riduzionismi di sorta, bensì dal carattere “complesso” attribuito alla “datità”.
Accettata la nozione di dato come elemento internamente analizzabile, il passo compiuto da Roberta Lanfredini consiste nel sottolinearne la strutturazione gerarchica. Di particolare rilievo qui la definizione di rapporti di fondazione, ovvero di una legalità che coinvolge generi e specie riconducibili a gerarchie eidetiche diverse, un’analisi all’interno della quale trova ragione la peculiarità dell’a priori materiale.
Secondo Roberta Lanfredini l’idea husserliana di a priori sintetico riscontra validità nell’esame dei soli aspetti contenutistici che costituiscono l’esperienza. Astraendo dal ricorso a strumenti categoriali presenti nel contesto kantiano, la fenomenologia assume la foggia di un empirismo radicale, fedele al proprio intento di mantenersi aderente alle effettive datità empiriche.
Con l’introduzione del concetto di “contro-senso materiale”, distinto dal “non-senso sintattico” e dal “contro-senso formale”, si comprende inoltre come la fenomenologia husserliana non si lasci ricondurre alla dimensione epistemologica proposta da Schlick (si veda anche il contributo di Parrini), assumendo una varietà logica più ricca e differenziata di quella fatta propria dall’empirismo logico.
Il saggio di Roberto Miraglia guarda alla genesi della frattura che ha condotto Wittgenstein e Schlick ad accantonare l’idea di un a priori materiale e a rifiutare nel complesso l’impianto gnoseologico della fenomenologia husserliana. I due appaiono qui accomunati dall’identica tendenza ad appiattire le differenze tra aspetto formale e aspetto materiale, tanto da oscurare l’insieme di proprietà assegnate da Husserl al dominio dei contenuti, giungendo a confondere esemplari di a priori formale con esemplari di a priori materiale (così nel caso di enunciati come “ogni nota ha un’altezza”).
Quelle che Roberto Miraglia definisce “le radici di un equivoco” (p. 108), e che rimandando a una erronea interpretazione del progetto husserliano, sono ascrivibili secondo l’autore alla mancata considerazione della complessità interna al dato fenomenologico, nonché alla maggiore ampiezza della nozione di forma logica che ne consegue. Al fine di comprendere la stretta relazione tra l’impianto della fenomenologia e la teoria dell’a priori materiale occorre infatti considerare l’analisi del “mondo della percezione” quale parte integrante del lavoro husserliano. Per evitare fraintendimenti rispetto a ciò che Husserl considera giudizi sintetici a priori, secondo Roberto Miraglia, risulta determinante conoscerne l’impostazione mereologica, imparando a distinguere tra rapporti d’inclusione entro una stessa gerarchia e rapporti di fondazione tra generi e specie di gerarchie diverse.
Come già nel saggio di Roberta Lanfredini, anche qui emerge la necessità di considerare la fenomenologia quale analisi tutta interna alla datità empirica, in grado di discriminare il rapporto che lega “il rosso alla propria estensione” dal rapporto che collega “la stessa specie di rosso al genere colore”. Due forme di necessità di cui solo la prima rappresenta un esempio di a priori materiale.
Nella direzione di evidenziare la specificità dell’analisi fenomenologica si muove anche il contributo di Emanuele Coppola. Il suo lavoro si distingue per il tentativo d’introdurre all’interno della struttura dell’a priori materiale una connotazione “dinamica”, ottenuta per mezzo di un’analisi fenomenologica della temporalità. Un’operazione apprezzabile, sia per l’originalità del progetto, sia per il rigore e la chiarezza espositiva con cui il tema complesso viene presentato.
Il primo passo di Coppola è quello d’introdurre la nozione di a priori materiale “statico”, volto a chiarire i rapporti contemplabili dall’impostazione gerarchica delle essenze fenomenologiche. A tal fine vengono introdotti alcuni semplici strumenti logici atti a permettere un’idonea formalizzazione delle nozioni di dipendenza e di fondazione. Ottenuta un’impostazione formale delle relazioni che definiscono l’a priori materiale, Coppola procede introducendo il tema della temporalità in quanto concetto costitutivo dell’oggettività fisica, quindi come elemento della corrispettiva regione eidetica.
Proprio l’esame delle relazioni intrattenute dalle strutture eidetiche temporali richiede l’impiego di relazioni di dipendenza dinamiche, spostando l’attenzione dall’essere al “divenire” degli oggetti. Coppola procede così a impostare la formalizzazione di un rapporto di fondazione “trilaterale”, attraverso il quale descrivere la variabilità delle relazioni tra contenuti sensibili, temporalità e spazialità. Divengono determinanti in questo contesto le strutture intenzionali relative ai processi di impressione, ritenzione e protensione, dei quali Coppola introduce in termini definitori le condizioni nomologiche, sottolinendone ancora una volta l’aspetto dinamico.
L’ultimo contributo è affidato a Paolo di Lucia e rappresenta il tentativo di applicare l’analisi dei giudizi a priori materiali a una determinata regione ontologica, quella sociale. Emerge qui la possibilità di far riferimento ai differenti rapporti di fondazione che possono sussistere tra “atti” sociali, come la promessa, e “prodotti” giuridici, come l’obbligazione.
Una questione centrale guida il breve saggio di Paolo di Lucia e riguarda l’esistenza di verità a priori che vincolano all’atto entità differenti dal prodotto. La domanda è scissa dall’autore in due ulteriori questioni. Una prima riguarda l’esistenza di verità a priori che vincolino un certo atto al proprio contenuto. La risposta a questa domanda passa attraverso l’introduzione di una particolare forma d’impossibilità fenomenologica, quella “deontica”. La seconda domanda riguarda l’esistenza di vincoli tra atto intenzionale e materia di cui è composto l’oggetto al quale l’atto è rivolto. Un esempio di tale legame è rintracciato dall’autore in un passo tratto dall’opera del giovane Marx.

Indice

Introduzione (di Roberta Lanfredini)
Capitolo primo, A priori Materiale e forme trascendentali della conoscenza. Alcuni interrogativi epistemologici (di Paolo Parrini)
Capitolo secondo, A priori ontologico o a priori della conoscenza? (di Jocelyn Benoist)
Capitolo terzo, La nozione fenomenologica di dato (di Roberta Lanfredini)
Capitolo quarto, Dove iniziano gli a priori materiali? Schlick, Wittgenstein e le radici di un equivoco (di Roberto Miraglia)
Capitolo quinto, A priori materiali statici e dinamici (di Emanuele Coppola)
Capitolo sesto, Ab objecto actus recipit speciem (di Paolo di Lucia)


La curatrice

Roberta Lanfredini insegna Gnoseologia presso l’Università di Firenze. Assieme a Paolo Parrini e Alberto Peruzzi è curatrice della collana “ Epistemologica” pubblicata dalle edizioni “Guerrini e associati”. Attualmente si occupa principalmente di fenomenologia, di teorie dell’intenzionalità e di filosofia della mente. Fra le sue pubblicazioni: Husserl. La teoria dell'intenzionalità, 1995; Intenzionalità, 1997; Forma e contenuto. Aspetti di teoria della conoscenza, della mente e della morale, 2002; Mente e corpo la soggettività fra scienza e filosofia, 2003; Fenomenologia applicata. Esempi di analisi descrittiva, 2004. Di prossima uscita: Il mito dell'inosservabile: l'intuizione in filosofia della mente (Milano, Guerini).

Gli autori

Paolo Parrini insegna Filosofia teoretica all’università di Firenze. Tra le sue pubblicazioni recenti Conoscenza e realtà. Saggio di filosofia positiva, 1995; Sapere e interpretare. Per una filosofia e un’oggettività senza fondamenti, 2002; L’empirismo logico. Aspetti e prospettive teoriche, 2002; Filosofia e scienza nell’Italia del Novecento. Figure, correnti, battaglie, 2004.

Jocelyn Benoist insegna Filosofia teoretica e contemporanea all’Université Paris-I Pantheon-Sorbonne. Fra le sue pubblicazioni Entre acte et sens. Recherches sur la théorie phénoménologique de la signification, 2002; Les limites de l’intentionalité, 2005.

Roberto Miraglia Insegna Filosofia presso la facoltà di sociologia dell’Università di Milano-Bicocca. Si occupa di teoria della conoscenza fenomenologica e del rapporto tra ontologia, scienza e società. Fra le sue pubblicazioni recenti Forma e materia nel primo Husserl, in Forma e contenuto, a cura di 

Roberta Lanfredini, 2002; Ontologia sociale e comunità politica, 2004.
Emanuele Coppola è dottorando presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Firenze, si occupa principalmente di fenomenologia e filosofia del linguaggio. Fra le sue pubblicazioni L’eterno flusso eracliteo. Il tempo fenomenologico nella fenomenologia di Edmund Husserl, 2004.

Paolo di Lucia insegna Filosofia del diritto presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Milano e nella Facoltà di Teologia dell’Università di Lugano. Tra le sue pubblicazioni L’universale della promessa, 1997; Normatività, diritto, linguaggio, azione, 2003; Ontologia sociale, 2005.

Links

http://www.epistemologia.unifi.it Sito che raccoglie materiali, informazioni ed eventi in ambito epistemologico (il comitato scientifico vede la presenza di Roberta Lanfredini, Paolo Parrini e Alberto Peruzzi; il sito è curato da Roberto Miraglia).

http://www.hiw.kuleuven.be/hiw/eng/husserl/index.php Sito del “International Centre of Phenomenological Research” di Lovanio.

mercoledì 24 agosto 2005

Ferrini, Cinzia (a cura di), Itinerari del criticismo. Due secoli di eredità kantiana.

Napoli, Bibliopolis, 2005, pp. 144, € 20,00, ISBN 88-7088-480-5.

Recensione di Francesco Tampoia - 24/08/2005

Storia della Filosofia (moderna)

Nella Premessa al volumetto, la curatrice Cinzia Ferrini informa che le quattro relazioni sono state presentate al seminario L’eredità kantiana - Nuovi percorsi della Kant - Forschung a Palazzo Serra di Cassano il 12 Febbraio 2004, in occasione del bicentenario della morte di Kant. Il seminario era stato preceduto da un’altra iniziativa dello stesso Istituto, che aveva visto impegnati, per un triennio, studiosi di Kant in uno scandaglio, ennesima rilettura ed esegesi, del lascito kantiano nell’arco degli ultimi due secoli.

Nella prima relazione, Parrini, tra i più noti studiosi di Kant, esordisce scrivendo che la filosofia di Kant, al di là del suo contenuto dottrinale, oggi è un invito a far sì che avvenga un riavvicinamento tra filosofia e scienza e, citando Windelband, ricorda che “comprendere Kant, significa andare oltre Kant”. Data per acclarata la crisi del sintetico a priori, oggi l’ultimo interrogativo da porsi è se esso “sia da considerare il crollo di un aspetto essenziale dell’edificio critico-trascendentale oppure un inconveniente marginale, emendabile senza troppe disastrose conseguenze” (p. 20). Nel sistema kantiano la scuola di Marburgo aveva privilegiata la tematica della conoscenza scientifica e per questo era stata aspramente criticata da Heidegger, interessato invece a scoprire le basi metafisiche del pensiero del filosofo di Königsberg. Ma, di fatto, l’evoluzione e l’approdo della scuola di Marburgo erano in direzione della filosofia delle forme simboliche di Cassirer. Nella sua misurata sintesi, Parrini si sposta da Cohen, fondatore del neokantismo, fino all’americano Friedman, con il quale la dottrina dell’a priori, dopo la netta e recisa critica dei neopositivisti, subisce una sorta di indebolimento, viene “liberalizzata” (p. 25). Qualcosa di simile aveva tentato il Cassirer, difendendo Kant dalle critiche ai giudizi sintetici, alla logica trascendentale, alle forme spazio-temporali. Ricco e fecondo di stimolazioni, secondo Parrini è stato, in seguito, il confronto, a mio giudizio da approfondire, tra kantismo e popperismo, specie nell’applicazione del principio di falsificabilità dei giudizi. Ancora sulla linea della liberalizzazione dell’intero impianto dei giudizi sintetici, Parrini cita, tra i contemporanei, de Fernandes, che ha proposto di interpretare le analogie kantiane della ragion pura non più come costitutive della conoscenza, bensì come regolative, in modo tale che causalità e determinismo siano intesi soltanto come principi regolativi, e che i giudizi sintetici, presi nel loro insieme, assumano chiaramente un valore debole. Qui Parrini, giustamente, non può esimersi dall’annotare che “non sarebbe peregrino ipotizzare, infatti, che la messa in soffitta di una lettura ‘forte’ del trascendentale e del sintetico a priori conduca a una depauperazione del criticismo così marcata da renderlo impotente di fronte allo scetticismo di tipo humeano” (p. 35). Posizione, mi sia consentito l’autoriferimento, da me sostenuta nel volume Il filosofo dimezzato(Roma 2000, cfr. cap. IV), in cui si dimostra che l’indebolimento del sintetico è posto dallo stesso Kant, diciamo dall’esterno, dopo la presentazione della logica, nella dialettica trascendentale con argomentazioni davvero sentite, quasi faustiane. Nella dialettica trascendentale, Kant, indossati gli abiti dello scettico, adotta quasi scolasticamente la dynamis scettica di Agrippa e Sesto, contrapponendo fenomeno a noumeno, tesi ad antitesi, non per escludere l’una o l’altra, ma per ammettere che ogni proposizione, anche antitetica, se formalmente corretta e ben costruita, non può essere privilegiata a danno dell’altra. La stessa matematica e la fisica, scienze mature, sono le prime a fornirci clamorosi esempi di antinomie, debolezza e scandalo della ragione. Ma il pensiero, pur sapendo che la soluzione di questi problemi non può aversi dall’esperienza, non si arresta, si avvita su se stesso. L'ambizione della scienza, che la fa slittare nella metafisica, la non scientifica tensione verso la spiegazione definitiva ha, pertanto, un valore regolativo quanto mai opportuno e insostituibile, diventa la condizione e la possibilità di critica e crescita della conoscenza, rappresenta lo sforzo di indirizzare il sapere verso la totalità. Tesi interpretativa, del resto, presente sin dagli anni successivi alla pubblicazione della Ragion Pura, nel dibattito sull’opera kantiana tra i vari Hamann, Herder, Reinhold, Schulze, Maimon. Ciò che sembra sfuggito alla critica più recente.

Ripartendo da Strawson fino a Friedman e ai nostri giorni, Parrini conclude: “Proprio a cavallo del nuovo millennio, Friedman è giunto a sostenere che solo mediante il riferimento a strutture epistemologiche di amplissima generalità, analoghe a quelle di cui aveva parlato Cassirer trasformando la nozione kantiana di apriori in quella più flessibile (ma – ahimé - anche più indeterminata!) degli ‘ultimi invarianti logici’ dell’esperienza, sarebbe possibile mantenere l’idea di una confrontabilità tra teorie scientifiche rivali o addirittura tra “rivoluzioni” concettuali nel senso reso famoso da Thomas Kuhn” (p. 44).

Non c’è dubbio che il sintetico a priori sia datato, storicamente datato, e oggi non si giustifica in alcun modo un ritorno a Kant; ma parimenti non c’è dubbio che il pensiero di Kant continua a circolare, alla maniera di un fiume carsico, dopo un bisecolare deflusso, nella filosofia del nostro tempo.

Accattivante, da porre nel novero degli interventi su Kant e la matematica, è il saggio di Mauro Nasti de Vincentis, sottotitolato Natura, estensione e limiti della matematica e la scienza fatta dai matematici prima e dopo Kant. Non rientra nei compiti di Kant accrescere il sapere matematico e difatti egli nulla aggiunge al sapere matematico del tempo, che accetta nelle definizioni e nello status della ‘scienza normale’; è suo obiettivo, invece, capirne la natura. La matematica, nelle sue principali branche di geometria, aritmetica e algebra, per Kant non è soltanto una scienza pura, è anche una scienza che ha a che fare con l’esperienza, che si esprime mediante giudizi sintetici a priori. Uno dei problemi più complessi della matematica è quello dei rapporti tra intuizione e costruzione dei concetti, che Kant pensa di risolvere con la nozione di schema trascendentale. La costruzione del concetto si attua mediante lo schema, e lo schema di un concetto non è altro che la rappresentazione del procedimento generale per mezzo del quale l’immaginazione produttiva rende possibile l’applicazione delle categorie ai fenomeni. Lo schema, quindi, è una regola a priori dell’immaginazione. A giudizio di Nasti de Vincentis, Kant ha compreso i due fondamentali aspetti della matematica docens e utens, della matematica, cioè, come dovrebbe essere e della matematica com’è di fatto. Si tratta dei due poli della relazione matematica-esperienza sensibile, del convincimento che la matematica è scienza semiempirica, confermato anche laddove Kant sostiene che la geometria e l’aritmetica sono scienze con un unico apparato di assiomi e postulati. La dottrina kantiana della costruzione e conoscenza di oggetti matematici include, pertanto, accanto alla ragione geometrica, la ragione algebrica, perché l’aritmetica e l’algebra, adottando il procedimento costruttivo, rientrano entrambe nella teoria delle grandezze.

A propositodi bipolarità tra concetto e intuizione, tra matematica pura e intuizione empirica Nasti de Vincentis porta l’intrigante esempio del decaedro, concettualmente plausibile, ma che, secondo la geometria euclidea, non possiede le condizioni necessarie di costruibilità. Come noto, gli ultimi tre libri degli Elementi di Euclide trattano dei poliedri regolari. Al termine del libro XIII, teorema 18, è scritto che “oltre alle cinque figure suddette (tetraedro, cubo, ottaedro, dodecaedro, icosaedro) non è possibile costruire nessuna figura che sia limitata da poligoni equilateri ed equiangoli tra loro uguali”. Per curiosità storica, l’errore di Euclide, e anche di Kant, è stato svelato soltanto nel 1947.

Accettando come vero il teorema XIII.18, Kant è convinto che il decaedro non sia costruibile, e capiamo facilmente che il suo errore consiste nel non essere in possesso della definizione precisa di poliedro regolare convesso, così come sappiamo che a volte le costruzioni euclidee, allo stesso modo del caso dei poliedri regolari, introducono tacitamente alcuni vincoli che non trovano riscontro nelle corrispondenti definizioni.

Segue infine nella relazione un interessante approfondimento sui rapporti tra la concezione kantiana della matematica e la matematica intuizionista del Novecento.

Il contributo di Dietrich v.Engelhardt ha un taglio ancora più specificamente storico, trattando di filosofia kantiana e scienze naturali, compresa la medicina. Approfondisce lo stato delle scienze intorno al 1800 in Germania, orientato in prevalenza su interpretazioni olistiche, cosmologiche, antropologiche e metafisiche, con ampio spazio a Schelling e Hegel. Di seguito presenta il punto sulla scienza del Romanticismo e ricorda oltre a Schelling, anche Goethe, Humboldt e Schopenhauer. Il fondamento della concezione metafisica della natura di questi filosofi è l’unità, affinità e immanenza di natura e spirito, di fisica e metafisica, organico e inorganico, di mondo esterno e coscienza umana, natura e cultura. Kant è attestato su un piano ben diverso, ed è criticato proprio per questo.

Più interessante per Dietrich v. Engelhardt è il rapporto tra filosofia kantiana e medicina, anche perché Kant si occupò direttamente di medicina e della complessa relazione tra corpo e anima: “La relazione fra medicina e filosofia corre dunque, secondo Kant, il rischio di configurarsi come l’attrazione fatale ma illegittima di una liaison dangereuse. La medicina, infatti, per Kant, è più vicina alla filosofia che alla teologia e alla giurisprudenza, perché la medicina è, come la filosofia, una ‘cultura morale (moralischeKultur)’, vale a dire un tentativo di ‘trattare in modo morale la fisicità dell’uomo (das Physische im Menschen moralisch zu behandeln)’” (p. 40).

In chiusura, riferendosi al dialogo tra filosofia e scienze che Kant ha cercato di tenere sempre vivo, Engelhardt ricorda che ancor oggi tale dialogo è essenziale per la medicina, tanto che nell’Encyclopedia of Bioethics è più volte citato il principio kantiano dell’autonomia tra quelli della tetrade bioetica: rispettare i diritti degli altri, procurare il bene, astenersi dal nuocere.

Stefano Poggi, infine, concentra la sua attenzione sulla Kritik der Urteilskraft, sostenendone la funzione di sintesi complessiva dell’intera filosofia critica, la funzione di cogliere l’intimo legame tra la conoscenza scientifica e la dimensione del pratico e dell’estetico in virtù della fondamentale unità della natura umana.

La fortuna della Terza Critica è stata alterna. Se è vero che per decenni con il neokantismo prevale la convinzione che il newtonianesimo sia il nucleo costitutivo della filosofia kantiana, con il passar del tempo nello stesso neokantismo è scoperta o riscoperta l’importanza dell’intreccio indissolubile di bello e buono a garanzia del processo conoscitivo. La Terza Critica, pertanto, va a coprire uno spazio, intravisto nelle opere precedenti, lo spazio della libertà e individualità che va indagato e approfondito. Il dualismo tra le prime due critiche appariva forte e non poteva non essere appianato; Kant, come egli stesso ha scritto, non poteva restare indifferente, bloccato su un intransigente modello newtoniano. Nel Novecento si è fatta strada l’idea di rifondare l’edificio della filosofia critica su una base più naturale, tale da soddisfare e valorizzare l’esigenza di conformità a un ordine e coerenza a un principio di unità e armonia che si impone al nostro sentimento nella forma dell’arte e dell’etica. Siamo nel momento storico in cui ha fortuna la distinzione tra scienze della natura e scienze dello spirito, leggi Dilthey, che però va superata con il richiamo a una terza facoltà.

La conclusione di Poggi sulla Terza Critica è: “Sia essa da considerare un’opera di filosofia della biologia oppure di estetica per un verso radicata nella Aufklarung e per un altro è proiettata verso la Romantik, in ogni caso vi è un dato di fatto di fondo di cui è assolutamente necessario prendere atto: se la Kritik der Urteilskraft è davvero il tentativo di Kant di assicurare una chiave di volta al proprio sistema, in essa viene nello stesso momento a mettersi in piena luce che ogni paradigma, ogni punto di riferimento, ogni fondamento che si voglia ricercare dalle parti delle scienze costituite non è per Kant più credibile, più utilizzabile. La filosofia critica come filosofia trascendentale è decisamente filosofia dei limiti della ragione umana nella misura in cui mette in luce che ogni fondamento per essere autenticamente tale nel senso di fondamento utilizzabile non può non essere autonomo” (p.140). Ma tale autonomia chiama un appiglio, un appoggio, la testimonianza della ragione morale, del Bene, e la testimonianza del sentimento, vale a dire della stessa esperienza estetica.

Alcune osservazioni conclusive. Mentre nel primo saggio si apprezza le capacità di sintesi unita a valutazioni personali e nel secondo la presentazione di aspetti in parte sfuggiti all’analisi critica sulla matematica in Kant, negli ultimi due pesa l’impegno assunto di dover sintetizzare due secoli di storia della fortuna di Kant al punto che spesso si ha l’impressione di essere di fronte a una elencazione.

Indice

Premessa di Cinzia Ferrini
Paolo Parrini, A due secoli da Kant: conoscenza, esperienza, metafisica della natura
Mauro Nasti De Vincentis, Sintesi a priori e conoscenza matematica
Dietrich Von Engelhardt, Kant e il rapporto fra scienze empiriche e filosofia della natura nel 180
Stefano Poggi, La Kritik der Urteilskraft nell’Ottocento e nel Novecento. Alcune tappe di una ricezione