lunedì 14 novembre 2005

Maria, Maistrini, Il figurale in J.-F.Lyotard.

Milano, Mimesis, 2005, pp. 120, € 12,00.

Recensione di Giovanni Fassin – 14/11/2005

Estetica, Filosofia teoretica (fenomenologia), Storia della filosofia (contemporanea)

Il titolo di questo libro potrebbe trarre in inganno il lettore. Si potrebbe pensare infatti che si tratti di un libro specialistico, dedicato a un tema specifico del pensiero di Lyotard. Eppure così non è; il libro è piuttosto un tentativo di osservare in scorcio, per così dire, il pensiero di Lyotard, alla luce del concetto di figurale, che viene fatto reagire con l’intera produzione lyotardiana, fino ai suoi estremi esiti, ormai lontani da quel concetto apparso nelle pagine di Discorso, figura.

Questa è dunque l’idea germinale, l’assunto che determina la traiettoria e il senso del testo. Il figurale vi viene presentato, infatti, come la cifra della intera riflessione di Lyotard, ben oltre le limitate occorrenze del termine. Se questa operazione di interpretazione – che sembra rovesciare l’asse tradizionale dell’ermeneutica filosofica, impegnata a mostrare filologicamente la stratificazione complessa di senso di un termine alla luce dell’opera – può andare a buon fine è perché, come Maistrini cerca di mostrare, il tema del figurale, senza apparire più esplicitamente, lavora dall’interno, come orizzonte problematico, il pensiero e la scrittura di Lyotard.

Dire che il figurale è al centro della struttura problematica del pensiero lyotardiano null’altro significa se non accentuare, a buon diritto, la centralità della dimensione estetica nella sua opera. Centralità che deriva – in Lyotard, come in tutta la filosofia francese del dopoguerra – dal tentativo di sottrarsi alla ingombrante eredità della fenomenologia. La fenomenologia ha infatti riportato in primo piano nella considerazione filosofica i temi dell’estetica e della percezione sensibile (di derivazione kantiana), imprigionandoli però, per così dire, entro i limiti del metodo stesso della riduzione, che, nel tentativo di una fondazione rigorosa, scientifica, sui meccanismi della percezione, al limite del fisiologico, si sottrae a un pensiero dell’evento della percezione. La fenomenologia, attraverso il processo della riduzione, giunge a tenere come fondamento – fondamento che viene così mitizzato – la percezione pura o ingenua, la cui dimensione di senso già costituito resta dunque precluso alla considerazione filosofica. E se l’eidos è il limite ultimo della riduzione, ciò significa che il fenomeno diventa per così dire il quid della considerazione, mediante uno schiacciamento del reale sul percepito, secondo l’ideale descrittivo che sorregge l’ipotesi metodologica della riduzione.

La prospettiva che libera da questo circolo vizioso della fenomenologia è, in Lyotard, la prospettiva genetica o genealogica. Ciò spiega, come indica Maistrini, il senso della scelta lyotardiana di usare Kant con Nietzsche e Freud. La duplice tutela di Nietzsche e Freud consente in effetti di ripensare Kant sottraendosi al paradigma fenomenologico del “ritorno alle cose stesse”, ritrovando invece l’importante punto di convergenza tra analisi della sensibilità e filosofia dell’arte, valorizzando cioè il “doppio senso” dell’estetica. L’arte funge infatti da elemento paradigmatico, in cui è visibile la stessa genesi evenemenziale della percezione sensibile, nella misura in cui l’opera d’arte, alla luce del concetto di figurale, “mette in scena” la rappresentazione o la figurazione del senso. Il concetto di figurale introduce dunque una fissurazione nella figura, la differenza, per dirla in breve, tra forma e forza, che indica il luogo della genesi dell’evento nell’affetto, la volontà di potenza nietzscheana o il fantasma freudiano.

Il pensiero di Lyotard è dunque, nel suo nucleo problematico essenziale, una riflessione estetica che tenta, oltre la fenomenologia, di recuperare una prospettiva genetica e genealogica dell’evento del senso. Il figurale si trova allora “trascritto”, per così dire, in altri temi, come il dissidio, l’entusiasmo, il sublime, che si dispongono tutti entro lo spazio di questioni poste dal problema di comprendere in che modo il senso prende figura evenemenziale. Nel tema del figurale sembrano in effetti potersi discernere i due poli entro cui Lyotard ha cercato di sviluppare il suo pensiero dell’evento: da un lato, il problema della sintesi, ricavato da Kant, dall’altro quello della forza o del gioco di forze, tema tratto da Nietzsche e Freud. Se si vuole, di null’altro si tratta se non del problema del soggetto nel gioco di forze: pensare come essi si intrecciano e hanno capacità genetica l’uno rispetto l’altro, pensare come la puntuazione sintetica delle forze nella figura del soggetto sia l’elemento che introduce l’avvenimento nel gioco di forze.

Ed è proprio questo rilievo del pensiero dell’evento che conduce a osservare come, in prospettiva, il tema centrale del pensiero lyotardiano sia un problema politico, quello dell’accordo intersoggettivo o, se si vuole dire altrimenti, della comunità – ciò che consente di comprenderne l’evoluzione successiva. Tale tema dell’accordo intersoggettivo, centrale in tutte le pagine dedicate a Kant, ma fondante anche della concezione del dissidio, è la traduzione in altri termini del problema del riconoscimento dell’evento nella sintesi o figurazione su cui gioca la costituzione del soggetto. Lo stesso tema della condizione postmoderna, che pure pare per certi versi esorbitante da questa linea di pensiero, una sorta di parentesi sociologica, vale invece, in questa prospettiva, a riprova, poiché qui Lyotard sembra intravedere la possibilità di una declinazione del problema nietzscheano del nichilismo come processo di dissoluzione del senso, di “sfigurazione” della figura – una messa in tensione storico-epocale del senso attribuito tradizionalmente alla figura o rappresentazione. Appare cioè, nel postmoderno, proprio la possibilità della differenza tra figura e “figurale”, ossia tra forma e forza, tra concrezione del senso e dimensione evenemenziale del senso; vi si leggerà dunque, e in tal senso accenna giustamente Maistrini, più che una descrizione sociologica, una riflessione attorno alle conseguenze dell’evento del nichilismo realizzato.

L’intuizione dunque che sta alla base del libro, e la traiettoria che essa dà alle argomentazioni, è decisamente valida e condivisibile, poiché il figurale è realmente uno dei termini chiave della riflessione lyotardiana, un luogo concettuale paradigmatico in cui osservare la sua struttura problematica. L’impressione che resta, tuttavia, è che l’esigenza di sintesi a tratti sacrifichi un po’ troppo la ricostruzione del pensiero lyotardiano, che forse avrebbe meritato una maggiore distensione del testo. A volte i concetti lyotardiani sono presentati solo per brevi cenni e illuminazioni, quasi per provocazioni, che, se da un lato rendono meno formale la scrittura e meno difficoltosa la lettura, dall’altro però restano a volte poco relate tra loro, a rischio di perdere il senso “architettonico” dell’insieme. Di questo soffre soprattutto la prima parte del libro, che pure dovrebbe fungere da introduzione per i lettori meno esperti, e che invece, nella sua estrema sinteticità, finisce per essere quasi più ostica delle pagine centrali del saggio. La seconda parte procede per converso con maggior rigore e scorrevolezza, grazie alla maggior ampiezza argomentativa, e assolve bene la sua funzione di “sorvolo” dell’opera di Lyotard secondo il ritmo del concetto di figurale. Qualche dubbio lascia soltanto la conclusione, che sembra accennare a un esito religioso, più che teologico, del pensiero di Lyotard nell’ultimo scritto dedicato alle Confessioni di Agostino, ma propone il tema senza discuterlo a fondo, lasciandolo quasi in sospeso: “La confessione [..] confessa il suo essere opera dell’Altro, confessa il limite dell’anima, e nel contempo l’umiltà dell’anima che si lascia prendere, che gioisce nell’esser affetta dall’Altro. E questo perdersi dell’Autore e della sua opera è ben evidente nella scrittura che si fonde a tal punto con la lettera di Agostino da non potersi più riconoscere distintamente, nel testo, le parti di Lyotard e le parti dell’antico padre. Si potrebbe dire che complessivamente questa è l’opera di Dio, della grazia che finalmente consente, alla fine della vita, la libertà dell’abbandonarsi – pregando – anche all’intellettuale d’altro e diverso precedente costume stilistico e narrativo, anche se nel contenuto, come affermiamo, non sostanzialmente differente” (p. 107).

Da segnalare l’eccessiva quantità di refusi tipografici, che rende a tratti la lettura davvero faticosa.

Indice

Prefazione di Moreno Montanari 
Introduzione
PERCORSI STORICI
1. L’eredità di Marx e Freud nel clima ‘fin de temps’
2. Il decostruzionismo enciclopedico di Discorso, figura
3. Le raccolte degli anni ’70
4. La rottura di Economia libidinale
PERCORSI TEORICI
1. Il figurale come verità
2. Il figurale nella figura
3. Il figurale nel discorso
4. Il figurale in Lyotard
CONCLUSIONI
BIBLIOGRAFIA

L'autrice

Maria Maistrini (1964), docente liceale di storia e filosofia, oltre al presente volume ha pubblicato “Dopo la filosofia, dopo la virtù. Rorty e MacIntyre”, in “Il Giornale della Filosofia”, aprile 2005; si occupa anche di consulenza filosofica, ha fondato e dirige l’associazione culturale “Sophia”.

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