mercoledì 21 settembre 2016

Vivarelli, Anna, Io e gli altri

Milano, Il battello a vapore, 2015, pp. 124, euro 12, ISBN 978-88-566-4468-5

Recensione di Daniela Mainardi – 20/06/2016
 
Da sempre i filosofi hanno provato a costruire, attraverso il loro pensiero, le migliori società possibili, questa premessa per anticipare il lavoro di Anna Vivarelli, la quale illustra un insieme di tematiche che hanno come filo conduttore il percorso dell’umanità verso la conquista dei diritti e della libertà. Nel capitolo intitolato “L’uomo è un animale politico”, la Vivarelli espone alcune teorie filosofiche, che si occupano di spiegare le motivazioni alla base della formazione degli Stati.

Utilizzando un celebre aforisma aristotelico, la studiosa spiega che gli Stati sono popolati da uomini che per natura sono esseri socievoli, poiché non sono autosufficienti, in quanto hanno bisogno di aiuto, per realizzare i loro scopi. Hobbes la pensava diversamente da Aristotele, in quanto egli visse in un’epoca di lotte religiose e guerre civili e per questo si faceva portatore di una visione negativa degli uomini, infatti sosteneva che essi per natura sono ostili. Hobbes pensava che l’uomo fosse naturalmente egoista e che cercasse di garantirsi il proprio vantaggio a spese altrui. La Vivarelli sostiene che per avere una visione a tutto tondo del mondo contemporaneo abbiamo necessità di fare appello sia alla visione pessimistica di Hobbes sulla natura dell’uomo, sia al punto di vista di Aristotele, il quale sostiene che esistono persone collaborative, socievoli disposte ad aiutare il prossimo. Il concetto di necessità dello Stato, inteso come organizzazione politico-giuridica che regola la vita collettiva di un popolo, all’interno di un territorio, garantisce la collaborazione tra gli individui, mette d’accordo Aristotele e Hobbes. Infatti, entrambi giungono alla stessa conclusione che anche se l’uomo è per natura egoista, egli è costretto ad adottare un’ottica collaborativa, dalla forza dello Sato. 
Alla base della formazione di uno Stato c’è un patto sociale, così come teorizzato da J.J. Rousseau (1712 -1778) figlio di un artigiano orologiaio. In gioventù Rousseau lavora come apprendista incisore, studia a Torino e per alcuni anni convive con una nobildonna francese, Madame de Warens, la cui influenza e cultura saranno determinanti, per la vita futura del filosofo. Segretario dell’ambasciatore francese a Venezia, dal 1741 si trasferisce a Parigi, dove entra in contatto con filosofi e intellettuali dell’Illuminismo (in particolar modo Denis Diderot), alla cui Encyclopédie collabora con articoli di musica e occupandosi dell’intera voce sull’economia politica. Rousseau scrive Il “Contratto sociale” nel 1762; in quest'opera sono evidenziati i caratteri generali del suo pensiero, che si propone di delineare i concetti della libertà e dell'uguaglianza tra gli uomini, propri dello Stato di Natura. L’opera si apre con queste parole “L'uomo è nato libero e tuttavia è dappertutto in catene”. Ne Il Contratto Sociale, Rousseau descrive uno Stato fondato su una volontà generale che stipula un patto sociale: un patto dei cittadini con loro stessi, per giungere alla fondazione di una società di liberi ed eguali, in cui sia possibile una convivenza pacifica tra gli individui. La sicurezza e la libertà sono gli elementi costitutivi della nuova realtà ipotizzata dal filosofo, il cui perseguimento e la cui conservazione diventano l'obiettivo prioritario dell'uomo e della nuova comunità e politica. Nella costruzione dell’edificio filosofico di Rousseau è centrale il concetto di patto sociale, un patto di associazione, in cui nessun individuo è titolare per natura di autorità su altre persone e in cui ognuno accetta la clausola di alienarsi completamente a tutta la comunità, non temendo la perdita dei propri diritti, perché tale condizione è comune a tutti. Questo atto di associazione trasforma ogni individualità in un corpo morale e collettivo, sotto la suprema direzione della volontà generale che ha come scopo il bene pubblico. 
Per comprendere le basi della democrazia, la Vivarelli commenta il Lo spirito delle leggi di Montesquieu, filosofo e magistrato del tribunale di Bordeaux, della Francia del Settecento. Nell’opera il filosofo sostiene la separazione dei tre poteri, il potere legislativo, esecutivo e giudiziario devono essere affidati a tre soggetti diversi, in modo che nessuno eserciti un potere che non gli spetta. Come è noto, nelle democrazie attuali il potere legislativo è esercitato dal Parlamento, il potere esecutivo viene affidato al Governo, che è costituito da un nutrito numero di ministri (il Ministro dell’Istruzione, il Ministro degli Esteri, il Ministro della Salute), a capo del ministri c’è il Presidente del Consiglio o come si dice in alcuni stati un Premier. Il poter giudiziario è affidato ai magistrati, cioè ai giudici. Come fa notare la Vivarelli, nel mondo ci sono esempi di democrazie ben funzionanti, altre meno, poiché il potere è nella mani di pochi. Insomma, qualcuno ha letto Montesquieu e qualcuno ancora no, sostiene in modo ironico la Vivarelli. 
Per presentare il tema delle libertà, la Vivarelli cita il lavoro di Benjamin Constant  (Losanna, 25 ottobre 1767 – Parigi, 8 dicembre 1830) intellettuale francese di origine svizzera. Egli distingue due tipi di libertà: la libertà degli antichi e la libertà dei moderni. La libertà degli antichi è quella di cui godevano i greci quando prendevano decisioni nella piazza della polis. Si tratta della libertà che consiste nella partecipazione alla vita politica e alla decisione dello Stato di cui si è cittadini. Per gli antichi questa era l’unica libertà possibile e quando la perdevano dicevano di essere caduti nella tirannide. Secoli dopo la tirannide fu detta dispotismo, noi invece la chiamiamo dittatura o regime totalitario. In età moderna, sostiene Constant, accanto alla libertà politica i cittadini hanno sentito il bisogno di un’altra libertà, ossia quella civile che consiste nell’avere spazi di azione e di pensiero in cui lo Stato non entra. Si parla di libertà religiosa, cioè la libertà di credere nel Dio che si vuole e di professare e praticare il culto religioso che si preferisce o di non credere in nessun Dio; si parla di libertà di pensiero e di espressione, cioè la libertà di avere le opinioni politiche, religiose, sociali che si vuole. Un vera libertà comporta ovviamente sia la libertà politica, sia le libertà civili, in quanto non sono in contraddizione tra loro, ma solo insieme ci rendono liberi per davvero. 
Per comprendere come si è originato il totalitarismo del Novecento, la Vivarelli spiega in che cosa consiste la tecnica della creazione del consenso, ossia il fatto che le convinzioni degli uomini e delle donne vengono manipolate con un’opportuna propaganda, ossia con un lavaggio del cervello. Hannah Arendt (Hannover, 14 ottobre 1906 – New York, 4 dicembre 1975) è stata una filosofa e scrittrice tedesca, naturalizzata statunitense. La privazione dei diritti civili e la persecuzione subìte in Germania a partire dal 1933 a causa delle sue origini ebraiche, unitamente alla sua breve carcerazione, contribuirono a far maturare in lei la decisione di emigrare. Il regime nazista le ritirò la cittadinanza nel 1937 e rimase quindi apolide fino al 1951, anno in cui ottenne la cittadinanza statunitense. Hannah Arendt ci spiega innanzitutto le tecniche più sottili della manipolazione totalitaria. Esse non mirano solamente a convincere il cittadino ad aderire a programmi del governo attraverso la propaganda politica, ma più semplicemente a togliergli la capacità critica, ossia svuotare la testa degli individui in modo che essi non abbiano più interessi e convinzioni personali. 
Durante la Rivoluzione francese fu scritta la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, questo documento riconosceva come diritti naturali e imprescrittibili la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione. Pochi anni prima nella dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America, Thomas Jefferson (Shadwell, 13 aprile 1743 – Charlottesville, 4 luglio 1826) è stato un politico, scienziato e architetto statunitense. È stato il 3º presidente degli Stati Uniti d'America ed è inoltre considerato uno dei padri fondatori dell’idea di Nazione. Egli aveva inserito tra i diritti naturali dell’uomo la ricerca della felicità. Dunque ormai da oltre due secoli, in molte parti del mondo, libertà, proprietà, sicurezza, resistenza all’oppressione e felicità sono considerati diritti umani. Ma ci sono tanti altri diritti, come il diritto degli omossessuali, il diritto dei bambini a non essere sfruttati che devono essere conquistati e soprattutto applicati. 
Herder, Johann Gottfried Herder (Morąg, 25 agosto 1744 – Weimar, 18 dicembre 1803) è stato un filosofo, teologo e letterato tedesco. Egli scrisse che la tendenza dell’umanità è quella di ricomprendere un intero universo in se stessa. Questo universo è sovrastato dalla scritta “nessuno sia separato dagli altri; tutti siano in funzione degli altri: così ciascuno sarà importante per gli altri e tutti sarete felici”. Quella di Herder è una visione che supera le Nazioni, le divisioni, i confini e guarda all’umanità nel suo insieme. Un contemporaneo Humboldt Wilhelm von Humboldt (nome completo Friedrich Wilhelm Christian Carl Ferdinand Freiherr von Humboldt; Potsdam, 22 giugno 1767 – Tegel, 8 aprile 1835) è stato un linguista, diplomatico e filosofo tedesco. Scrisse che il vero scopo dell’uomo è lo sviluppo più alto e proporzionato delle sue energie, fino a costituire un tutto compiuto: per questo sviluppo la libertà è la condizione prima e indispensabile. Ma oltre la libertà lo sviluppo delle energie umane richiede anche qualche cos’altro, ossia richiede varietà di situazioni. Anche l’uomo libero e indipendente, se posto in una situazione ambientale uniforme ha uno sviluppo meno completo.
Nella parte intitolata “Guerra e pace”, la Vivarelli spiega il significato che assumono le guerre nella dimensione storica di un popolo. Alcuni filosofi, come gli Stoici, vissuti in Grecia due millenni fa, concepivano l’umanità come una grande famiglia, che obbedisce a una sola legge di natura. La studiosa sostiene che questa idea è stata sviluppata nel Settecento illuminista; infatti, come è noto, i filosofi dell’Enciclopedia, sostengono che la ragione, che caratterizza tutti gli uomini, li rende tutti fratelli. Per Kant visto che per diversi motivi gli Stati sono sul punto di farsi la guerra gli uni contro gli altri, bisognerebbe trovare il modo o per farli associare tra loro in uno stato mondiale, oppure per farli riunire in una federazione di popoli. Il secondo punto di vista proposto da Kant è stato adottato con la costituzione dell’ONU, dove i conflitti tra i membri aderenti vengono discussi in modo da trovare una soluzione pacifica, infatti ne fanno parte 193 paesi. 
Il termine cosmopolita significa cittadino del mondo. Ci sono tanti modi per esprimere il cosmopolitismo, uno è quello espresso da Diogene il Cinico, il quale abbandonò la città e andò ad abitare dentro una botte, in quanto deluso dalle convenzioni sociali. Un'altra modalità di esprimere il cosmopolitismo è stata quella degli illuministi del Settecento che si trasferivano in altre nazioni, a dimostrare che si può vivere bene anche fuori dalla propria patria. La Vivarelli associa al concetto di cosmopolitismo, l’utopia, perché sviluppare sentimenti di felicità e pacifismo rimandano a un progetto bellissimo, ma irrealizzabile nella realtà, per un insieme di motivi.
Ernst Bloch (Ludwigshafen, 8 luglio 1885 – Tubinga, 4 agosto 1977) scrittore e filosofo tedesco marxista, disse che pensare significa oltrepassare la realtà con i suoi limiti e i suoi difetti, per immaginare una realtà migliore. Questo atteggiamento mentale, questo atto di volontà che per certi versi è più facile quando si è giovani ci offre l’opportunità di oltrepassare l’orizzonte e immaginare di conquistare un mondo migliore.


Indice

1. L’uomo è un animale politico
2. Liberi insieme agli altri
3. Le regole della democrazia
4. Viva la libertà
5. Libertà negata
6. La banalità del male
7. Questioni di diritto
8. Uno è molti
9. Guerra e pace 
10. Cittadini del mondo
11. Oltre l’orizzonte

Piccolo dizionario delle parole difficili

Testi citati

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