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venerdì 20 aprile 2012

Morin, Edgar, La Voie, Pour l’avenir de l’humanité

Paris, Fayard, 2011, pp. 311, ISBN 978-2-213-65560-4  

Recensione di Antonella Ferraris - 29/02/2012 

La riflessione presentata nell’ultimo libro di Edgar Morin, non ancora tradotto in italiano, prende le mosse dalla difficoltà di riflettere sul presente e sulla sua complessità soprattutto perché quest’ultima è sempre più nelle mani dei tecnoeconomisti piuttosto che dei  filosofi. La mondializzazione, iniziata nell’ottocento, si è trasformata in globalizzazione a partire dalla caduta del Muro di Berlino, dando libero sfogo alle pulsioni neo-liberiste del capitalismo selvaggio. 


lunedì 4 gennaio 2010

Morin, Edgar, Il gioco della verità e dell’errore. Rigenerare la parola politica,

trad. it. di S. Manghi e R. Sardi, Trento, Erickson, 2009, pp. 180, € 14,00, ISBN 9788861375529.

Recensione di Paolo Calabrò – 04/01/2010

Filosofia politica, Epistemologia

“Questo libro avrebbe potuto intitolarsi: Manuale per affrontare la complessità del secolo” (p. 38). Così Edgar Morin apre Il gioco della verità e dell’errore, dedicato alla politica. Coerentemente con il suo motto “Collegare i saperi!” e con l’approccio transdisciplinare a cavallo tra la filosofia, la sociologia, la biologia e la teoria dei sistemi che lo contraddistingue, l’intellettuale francese intende spronare a riconoscere e a comprendere la complessità del nostro tempo e l’esigenza di riprendere il controllo del timone della politica, quella “cosa generale che necessita di idee generali in un mondo in cui le conoscenze generali sono insufficienti proprio perché generali, e le conoscenze specializzate insufficienti proprio perché specializzate” (p. 43).
La politica è strettamente intrecciata alla verità: smascherare la menzogna e proclamare la verità (agendo di conseguenza) è per così dire la ‘missione’ della politica. Intreccio visibile dappertutto: da «Pravda», ovvero «La verità», il nome del quotidiano fondato da Lenin, divenuto poi l’organo di stampa ufficiale del Partito comunista sovietico; passando per il nazismo hitleriano fondato sulla verità della teoria della razza (per il quale lo sterminio degli ebrei e delle loro falsità e mistificazioni è il semplice dar effetto a una legge ‘storica’ e ‘naturale’ più che una scelta deliberata, legge cui perfino il führer è sottomesso – come Hannah Arendt rilevò già nel 1951 nel suo Le origini del totalitarismo); fino alle odierne democrazie occidentali, presso le quali gran parte del dibattito è nutrita dall’invettiva verso coloro che fingono e tramano nell’ombra, che non operano veramente nell’interesse dei cittadini, che parlano con demagogia (quella forma particolare di infingimento usata per imbonire il popolo con argomenti fallaci ma dalla facile presa emotiva). Insomma, il rapporto con la verità è il dinamismo interno di ogni forma di politica intesa come conquista e amministrazione del potere nei confronti delle masse popolari.
Ora, Morin fa osservare che la ricerca in politica della ‘verità più vera’ (fino alla proclamazione ‘definitiva’ della verità, illusione dei totalitarismi ‘millenari’) conduce all’irrazionalità e al disastro: all’irrazionalità, perché non è davvero possibile riconoscere la verità intrinseca di qualcosa nell’ambito della politica (si immagini ad esempio di dimostrare la verità di una determinata politica energetica o fiscale: è una questione priva di senso) e si finisce per dare il proprio assenso a un marchio, uno slogan, un motivetto che propagandano se stessi come veri ma che in realtà vengono scelti solo perché in grado di vendersi meglio di quelli rivali; al disastro, perché in nome della verità con la maiuscola sono stati commessi dall’umanità i crimini più efferati.
Quale possibilità resta dunque, una volta scartata quella di riconoscere la verità in quanto tale di una teoria politica? Resta la possibilità di riconoscere l’errore di una teoria politica piuttosto che la sua verità. Morin si diffonde sulla concezione popperiana della teoria scientifica, servendosene per enunciare il suo concetto di biodegradabilità di una teoria: dal fatto che nessuna teoria scientifica possa dirsi vera – poiché 1) i dati su cui si basa sono mutevoli, incompleti e in continua evoluzione e 2) la teoria non viene dedotta ‘automaticamente’ dai dati, ma è frutto di un lavoro induttivo della mente che è invalicabilmente ‘personale’ (anche quando è collettivo) – non se ne conclude che tutte le teorie scientifiche siano false o inutili (il fatto stesso dell’enorme progresso scientifico dimostra proprio il contrario). Dove risiede dunque la forza di tali teorie? Donde proviene il prestigio dell’appellativo ‘scientifico’, garanzia di solidità e di affidabilità? “Una teoria è scientifica” conclude Morin sempre sulla linea di Popper “non perché è vera, ma perché consente che il suo errore si possa dimostrare” (p. 50). Il pensatore francese definisce una siffatta teoria ‘biodegradabile’, perché essa non rifiuta quel commercio con il mondo circostante (l’esperienza e la verifica) che può anche decretarne la morte.
In questa dialettica fra intrinseca falsificabilità e possibilità di smascheramento dimora quel “gioco della verità e dell’errore” in cui la proposta politica dovrebbe imparare a inserirsi, evitando di irrigidirsi su posizioni di principio. Ogni proposta politica dovrebbe essere enunciata in una forma falsificabile: dovrebbe cioè offrire la possibilità di dimostrare che quella determinata proposta politica è inadeguata perché incapace di far fronte al problema che si propone di risolvere. Questa è per Morin la base del pluralismo politico che egli auspica come fondamento di ogni di ogni democrazia. Da esso discendono diversi corollari: ad esempio, c’è bisogno della più ampia libertà di informazione affinché il dibattito e le possibilità di verifica siano più ampi possibile; in più, bisogna diffidare della razionalità monolitica sempre pronta a sfoderare la ‘necessità’ e il ‘male minore’ e simpatizzare invece con la devianza, la marginalità e ogni espressione della creatività. Ma Morin non si illude di aver scoperto la panacea o di poter ridurre tutto a un infantile ‘la fantasia al potere!’; egli è ben consapevole dei rischi insiti nell’esercizio della libertà che propaganda, così come della impopolarità della sua teoria del rapporto tra il mito, la verità e la relatività della conoscenza. Il suo non è un negare la complessità della politica, tutt’altro; è proprio il rilevare che – di fronte a tale complessità – la sfiducia e lo smarrimento sono inconcludenti e perniciosi. La complessità del reale va assunta ed elaborata: ecco il programma di Morin, contro ogni politica che in nome (o col pretesto) del realismo non fa altro che semplificare la realtà in maniera manichea, sfregiandola fino a renderla irriconoscibile (come ad esempio nelle caricature razziste cui abbiamo assistito nella storia passata, ma anche ai nostri giorni).
Il gioco della verità e dell’errore è costituito dalla seconda parte del volume di Morin intitolato Pour entrer dans le XXIe siècle (Paris, Éditions du Seuil, 2004; già pubblicato nel 1981 con il titolo Pour sortir du XXe siècle dall’editore parigino Nathan). Il volume è arricchito da due saggi scritti in occasione dell’80° compleanno di Morin: la lunga intervista redatta da Francois L’Yvonnet e l’omaggio di Alain Touraine. Il curatore (e il traduttore di gran parte) del volume è Sergio Manghi, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Parma e autore del libro Il soggetto ecologico di Edgar Morin. Verso una società-mondo (ed. Erickson, 2009), che lo stesso Morin ha definito “il miglior libro scritto sul mio pensiero”.

Indice

La parola politica e l’uomo immaginario di Sergio Manghi 
Prefazione 
Introduzione 
Capitolo primo. Il gioco dell’errore e della verità 
Capitolo secondo. La missione dell’intellettuale 
Capitolo terzo. Che credere? Che fare? 
Una conclusione. Notte e nebbia. Intervista di Francois L’Yvonnet 
Appendice. Il complesso, l’uomo, l’opera. Omaggio a Edgar Morin per il suo 80° compleanno di Alain Touraine


L'autore

Edgar Morin (Parigi 1921), filosofo e sociologo francese, è uno dei più grandi pensatori del Novecento. È Direttore emerito di ricerca al CNRS (Francia), Presidente dell'Associazione per il pensiero complesso (Parigi), Titolare della Cattedra itinerante Edgar Morin (UNESCO), Membro del Consiglio di Stato per la pace e lo sviluppo (Unione Europea) e dell'Università per la pace (Nazioni Unite). Le sue opere sono tradotte in America latina, Iran, Cina e Giappone. Tra i suoi scritti in italiano più recenti: Aa. Vv., Della politica. Un vocabolario per ricominciare (Armando, 2008); L’anno I dell’era ecologica (Armando, 2007 – già recensito per «ReF», n° 27, marzo 2008); (con C. Pasqualini), Io, Edgar Morin. Una storia di vita (Franco Angeli, 2007); Lo spirito del tempo (Meltemi, 2005). I 6 volumi che compongono l’opera Il Metodo sono editi da Raffaello Cortina (il volume n° 3 è già stato recensito per «ReF», n° 30, giugno 2008).

Link

Progetto Babel – dedicato alla raccolta e alla presentazione dell’insieme delle opere di Edgar Morin (in italiano, francese e inglese, a cura dell’Università degli Studi di Bergamo): http://193.204.255.27/~morin/morin/.

martedì 6 maggio 2008

Morin, Edgar, Il Metodo 3. La conoscenza della conoscenza, trad. it. di Alessandro Serra.

Milano, Raffaello Cortina, 2007, pp. 273, € 25,00, ISBN 9788860301079.
[Ed. or.: La Méthode 3. La Connaissance de la Connaissance, Editions du Seuil, Paris 1986]

Recensione di Federica Magnani - 06 /05/2008

Scienze cognitive, Filosofia della scienza (epistemologia)

I sei volumi de Il Metodo, scritti fra il 1977 e il 2004, raccontano il suggestivo e articolato itinerario di Edgar Morin attraverso le molte forme del pensiero complesso. Alimentata da approfondite incursioni nei contesti teorici della politica, dell’epistemologia, delle scienze fisico- biologiche, della cibernetica, la vocazione antropologica di Morin si rigenera attorno al confine della società-mondo.
Nel terzo volume de Il Metodo Morin affronta alla luce di un’ottica multidisciplinare il problema ultimo, e il primo, delle scienze cognitive e delle scienze umane in generale, mosso dagli interrogativi emersi alla conclusione dei due volumi precedenti: Che cos’è la conoscenza? Chi la genera? Chi la indaga e la concepisce? A quale porzione del cervello attengono le attività della mente e della coscienza? In quali termini si può parlare di realtà?
Il paradigma della complessità investe tutti i campi del sapere, avverte Morin, anche i più tradizionalmente immuni dal dubbio e dall’incertezza, ed esige nuove chiavi di lettura di fronte all’inadeguatezza delle scienze logiche ed empiriche indisponibili al dialogo poiché arroccate su posizioni immobili . Il pensiero complesso non disprezza la semplicità ma la semplificazione e opera una radicale critica al riduzionismo che mutila la realtà pretendendo di renderla unidimensionale.
La verifica empirica e le logiche deduttive hanno mostrato la loro insufficienza a fondare una base certa per le conoscenze. A partire dai progressi della micro- fisica, lo stesso oggetto dell’osservazione e dell’esperimento ha rivelato la sua indisponibilità a riprodursi identico a sé.
Scrive Morin: “contemporaneamente, è entrato in crisi lo stesso reale. La sostanza che gli è propria si è disgregata nelle equazioni della fisica quantistica. La particella ha cessato di essere l’unità elementare dell’universo per divenire una nozione limite tra il concepibile (l’onda, il corpuscolo, il quark) e l’inconcepibile, mentre lo stesso concepibile viene a esser sottoposto a un’inevitabile contraddizione fra i termini oramai complementari di onda e di corpuscolo, di unità elementare e di inseparabilità” (p.12).
È il tempo di dilatare la legittimità delle pertinenze cognitive ai fallimenti e agli errori prefigurando una epistemologia complessa e priva di centro (come l’universo di Hubble), che ruoti dinamicamente attorno al problema della verità.
L’incompiutezza antropologica di Bolk e l’incompiutezza cosmica di Hubble si traducono per Morin nella coscienza dell’incompiutezza di ogni vita e di ogni opera: “Ci sembra così auspicabile che ogni opera sia travagliata dalla coscienza dell’incompiutezza. Che ogni opera non mascheri la breccia aperta ma la approfondisca” (p. 29).
Per indagare la biologia e l’animalità della conoscenza, e reintegrare nei rispettivi apparati il dinamismo ricorsivo del computo e del cogito occorre analizzare sia le operazioni del pensiero che la biologia del cervello, nell’orizzonte complesso delle loro reciproche, insuperabili, contraddizioni e interdipendenze; come spiega Morin “può così instaurarsi la dialogica fra l’apparato conoscente, portatore del già conosciuto (gli schemi innati, le acquisizioni memorizzate) e l’ambiente conoscibile, brulicante di incognite. La conoscenza cerebrale ha evidentemente bisogno degli stimoli dell’ambiente circostante per divenire operante e per svilupparsi” (p. 63).

La biologia della conoscenza riabilita così il numero come codice di accesso al linguaggio: l’uno e il molteplice-multiforme sostengono una dialettica radicale e permanente, che è insieme riflessione del soggetto sul soggetto e sull’oggetto della ricerca, sugli strumenti, sul linguaggio, sulle necessarie operazioni di revisione, sintesi e traduzione dei dati. Una rete di relazioni fra le discipline del pensiero, un gioco incrociato di angolazioni, riflessioni, conclusioni e nuove aperture, sullo sfondo dell’umanità e con lo sguardo rivolto al mondo.

Alla mente appartiene la sfera logica, che attiene al pensiero e al linguaggio e che attraverso la coscienza alimenta la psiche e fa della conoscenza una questione esistenziale. Il cervello è la macchina iper-complessa che pur funzionando da “centro di comando dell’essere, non dispone, per parte sua, di alcun centro di comando, e che questo centro quindi è a un tempo acentrico e policentrico” (p. 106) .

L’anello percettivo che produce una rappresentazione a partire dalla rappresentazione che egli stesso è, funziona secondo princìpi (ricorsivo, dialogico, oloscopico), è reciproco anche se non simmetrico, è quindi, per dirla con Morin, un “movimento spiraliforme che ci permette di comprendere la possibilità di apprendere. Apprendere non è soltanto riconoscere ciò che, in modo virtuale, era già noto. Non è soltanto trasformare l’incognito in conoscenza. È piuttosto il congiungersi del riconoscimento e della scoperta. Apprendere comporta l’unione del conosciuto e dello sconosciuto” (p. 64).

Se la conoscenza coincide con le istanze della vita, non può essere cristallizzata in una cultura precettistica che tende a sistematizzarla e ad organizzarla .Non può essere imposta dell’esterno, ma va aiutata a scaturire dall’interno come il frutto prezioso di una generazione.

Occorre, tuttavia, rifondare di volta in volta la dialettica fra problematizzazione e soluzione, poiché, scrive Morin: “le nostre attitudini a risolvere problemi possono finire con l’essere sterilizzate dai loro stessi successi: così, una strategia riuscita si trasforma in una ricetta programmata di conoscenza e la mente perde l’attitudine ad affrontare il nuovo e a inventarlo” (p. 123).

Le relazioni di incertezza sono diverse presentandosi, di volta in volta, in funzione di meccanismi distinti: possono riguardare la relazione cognitiva; derivare dall’ambiente; essere legate alla natura cerebrale della conoscenza, all’iper-complessità della macchina cerebrale umana, all’egocentrismo e al sociocentrismo inerente a ogni conoscenza.

Parallelamente all’investigazione della relazione fra mente, cervello e coscienza, Morin rivisita l’eterno conflitto fra pensiero razionale e pensiero simbolico-mitologico-magico riconoscendone la comune origine . Mythos e Logos si configurano insieme come declinazioni inafferrabili del pensiero che partecipano del soggetto oltrepassando i confini delle due polarità della conoscenza. Come scrive Morin: “la mitologia è umana […] a lungo si è creduto che il mito fosse un’illusione primitiva, nata da un uso ingenuo del linguaggio. E invece occorre capire che il mito appartiene non tanto a un pensiero arcaico superato quanto a un Archi-Pensiero sempre vivo. Esso deriva da quella che potremmo definire un’Archi-Mente, che non vuol dire una mente arretrata bensì una Retro-Mente la quale, conformemente al senso forte del termine Arché, corrisponde alle forze e alle forme originali, iniziali e fondamentali dell’attività cerebro-spirituale, là dove i due pensieri non sono ancora separati” (p. 187).

Nel quadro d’incertezza che caratterizza la storia, le scienze e il concetto stesso di realtà, Morin delinea la natura umana e fallibile della conoscenza: sottrarsi ai vincoli della realtà o banalmente accettarli adattandosi all’immediato può impedirci di accedere al possibile che non è ancora sotto i nostri occhi.

Oltre a ricordarci, come diceva Nietzsche, che il “Metodo” arriva solo alla fine, Morin attualizza il messaggio di Euripide: “Gli dèi ci creano tante sorprese: l’atteso non si compie, e all’inatteso un dio apre la via”.

Impariamo, quindi, che la possibilità è figlia dell’incertezza.

Indice

Introduzione generale
LIBRO PRIMO. ANTROPOLOGIA DELLA CONOSCENZA
Prefazione al Libro primo
1. Biologia della conoscenza
2. L’animalità della conoscenza
3. La mente e il cervello
4. La macchina iper-complessa
5. Computare e cogitare
6. L’esistenzialità della conoscenza
7. Doppi giochi della conoscenza
8. Il doppio pensiero (Mythos e Logos)
9. Intelligenza - Pensiero - Coscienza
Conclusioni del Libro primo
Possibilità e limiti della conoscenza umana
Bibliografia


L'autore

Edgar Morin è nato a Parigi nel 1921. Sociologo, filosofo, scienziato e maestro di pensiero del nostro secolo, ha interrogato attraverso la ricerca le grandi contraddizioni e gli inevitabili rischi dell’”era planetaria”. Rivendicando la centralità dell’uomo all’interno della crescente frammentazione degli approcci disciplinari, ha restituito alla filosofia la responsabilità di riallacciare il dialogo con le scienze e di fondare nuove basi per l’interdipendenza dei saperi . Padre del pensiero complesso e saggista di straordinaria e feconda lucidità , Morin è attualmente Direttore emerito di ricerca al CNRS di Parigi e Presidente dell’Agenzia europea per la Cultura dell’UNESCO. Fra le sue opere ricordiamo Il Metodo:La natura della natura (1977), La vita della vita (1980), La conoscenza della conoscenza (1986), Le idee (1991), L’identità umana (2001), L’etica (2004); La testa ben fatta (1999); Relier les connaissances (1999); I sette saperi necessari all’educazione del futuro (2000).

martedì 22 gennaio 2008

Morin, Edgar, L’anno I dell’era ecologica.

Roma, Armando, 2007, pp. 126, € 10,00, ISBN 9788860812896.

Recensione di Enzo Ferrara - 22/01/2008

Ecologia, Epistemologia

Negli ultimi cinquanta anni la tecnologia ha portato (ai fortunati, almeno, che possono goderne) enormi benefici, ma anche problemi ambientali e sociali di dimensioni mondiali, che le politiche tradizionali non sono più in grado di gestire. In passato i tentativi di controllo per delega e la sottostima sistematica dei rischi tecnologici si sono risolti, in non pochi casi, in conseguenze funeste per l’ambiente e la salute della collettività. Indagare il rischio legato all’uso delle tecnologie della società moderna è ormai una sfida continua, che non si può rifiutare e che, senza un dialogo aperto a tutte le parti coinvolte, degenera in conflitti sociali. I temi ambientali (inquinamento, variazioni climatiche, sfruttamento delle risorse energetiche) sono sempre più problemi aperti. Occorre però aggiungere che con l’evoluzione delle tecnologie il divario fra sapere predittivo e potere dell’azione tecnologica si è approfondito in modo generale, rendendo urgente un aggiornamento dei paradigmi della scienza, a vantaggio di una maggiore consapevolezza metodologica e di un avvicinamento a riflessioni di etica e scienze umane. Il discorso può allargarsi ben oltre i temi ambientali (per esempio a guerre, economia, migrazioni), ma questi restano nella maggior parte il nocciolo della questione.
Edgar Morin, 86 anni vissuti tra guerra, impegno politico e pensiero ecologico, contro l’ideologia di uno sviluppo votato al “sempre più”, affronta il tema con la pubblicazione di “L’anno I dell’era ecologica” (Armando Editore, 2007), una raccolta di saggi che percorrono 35 anni d’attività, dal 1972 ad oggi, dedicati al ripensamento della condizione umana dentro le contraddizioni del paradigma cartesiano. Un "paradigma di semplificazione", - afferma Morin - che concepisce il mondo in unità separate, con il soggetto disgiunto dall’oggetto, lo spazio dal tempo, il pensiero dalle emozioni, e tuttavia ripreso dai tanti fautori del progresso industriale che ha modellato la nostra civiltà e, insieme, il declino ecologico contemporaneo, fino alla sconfitta della natura e a un suicidio, da diverse parti preconizzato, del genere umano.
Anche se oggi si pone con forza nel mondo della conoscenza  un nuovo modo di vedere, un nuovo paradigma che si vorrebbe definire “globale”, “olistico”, per superare il principio di separazione sancito dal paradigma cartesiano, è quest’ultimo il modello ancora in auge, utilitarista e fortemente anti-ecologico. La visione globale del mondo porterebbe a concepire la realtà come una rete di sistemi che si relazionano continuamente. Assistiamo, invece, in virtù del vecchio paradigma, all’allontanamento dell’osservatore dall’osservazione, della politica dalla polis e dai cittadini, della scienza dai problemi reali delle persone, della medicina dal malato e dalla salute. è anche in virtù di questo genere di processo che la politica, e quanto le è associabile, assume oggi “globalmente” i connotati del nemico.
Bisogna reagire, afferma Morin, ma non si tratta solo di arginare le catastrofi, di escogitare tecnologie meno inquinanti o sopperire all’esaurimento del petrolio ricorrendo all’energia solare. è necessaria una metamorfosi del nostro modo di pensare: svelare l’artificiosa frontiera che isola l’uomo dal mondo è una delle chiavi per uscire dalla crisi, cercando capacità rigeneratrici laddove esse si nascondono, come nelle voci inascoltate di intellettuali, artisti, poeti.
Il primo saggio, “L’anno I dell’era ecologica”, pubblicato nel 1972 su “Le nouvel observateur”, dà il nome alla raccolta e delinea il senso di quelli che allora erano termini misconosciuti (ecologia, ecosistema, biocenosi). Nel testo, inoltre, già si fa spazio l’idea di infrangere l’incomunicabilità tra le diverse scienze naturali e umanistiche e le arti. L’ecologia è l’insieme di studi e conoscenze sulla situazione del pianeta e sulle cause del suo degrado; l’ecologismo, riguarda le ideologie molteplici alla base dei movimenti ambientalisti, prevalentemente nel solco del pensiero utopistico di derivazione marxista-anticapitalista, sovente anche antindustrialista. Ma sarebbe riduttivo identificare l’ecologismo solo attraverso queste definizioni, esso è continuamente alla ricerca di schemi nuovi, nell’ambito di un paradigma unificante capace di realizzare un rapporto “nuovo” tra l’uomo e la natura. Secondo Morin, il compito dell’intellettuale è liberare l’intelligenza umana dall’iper-specializzazione delle tecno-scienze che accumulano nozioni particolaristiche perdendo la visione globale, in questo senso egli coglie l’aspetto unificante, per altri versi perfino totalizzante, dell’ecologismo.
I saggi successivi, “Il pensiero ecologizzato” (Le Monde Diplomatique, 1989) e “Il pianeta in pericolo” (Nouvel Observateur, 1990), ribadiscono gli stessi temi e ammonimenti: l’idea di Gaia, la Terra come un essere vivente, l’aspetto meta-nazionale e planetario del problema ecologico, ma alla luce degli aggiornamenti di una ben più dolorosa consapevolezza, l’inquinamento chimico, la riduzione dell’ozono nella stratosfera, Bhopal, Chernobyl, … è interessante notare quanto la visione olistica dell’ecologia abbia in comune con le visioni del mondo pan-animiste delle popolazioni primitive e come sia stata da queste ispirata nelle sue prime origini, più o meno fortemente.
Nel seguito due testi, “Energia, ecologia, sociologia” (2003), un contributo al dibattito nazionale francese sull’energia, e “Oltre lo sviluppo e la globalizzazione” (2002), tratto da un discorso tenuto a Palazzo Nuovo, Firenze, ridiscutono la situazione mettendo in discussione il paradigma dello sviluppo tecno-industriale e facendo riferimento per la gestione delle risorse al contesto europeo e ai grandi vertici mondiali sull’ambiente (Rio, Johannesburg, Kyoto, … ). L’uomo è un sistema aperto – si sostiene - che vive una condizione paradossale di cui sembra non voler rendersi conto: è autonomo, distinto dalla natura, ma la sua autonomia si nutre della dipendenza dall’ecosistema che lo contiene. L’uomo e il suo mondo si alimentano di energia, che consente lo sviluppo tecnologico, ma anche di conoscenze e di principi organizzativi mutuati dall’ambiente esterno, grazie ai quali egli affina la sua cultura e afferma la sua posizione privilegiata. Eppure, la dipendenza dell’uomo dall’ecosistema è stato a lungo proprio il grande tema rimosso dell’Occidente, che nonostante tutto continua ad immaginarsi lanciato alla conquista della natura come un Cortes, un Pizarro o un Gengis Khan dello sviluppo.
A favorire la disinvoltura di questo agire vanno aggiunte considerazioni sulla visione moderna di matrice positivista che ancora preconizza un’era all’apice delle magnifiche sorti e progressive, nella quale è il livello del progresso scientifico e tecnologico che rende evidenti i dati della realtà e, di conseguenza, automatiche e lapalissiane le scelte etiche. Per queste ragioni, scienza e tecnologia vanno fortemente sollecitate, oggi più che mai, a individuare i propri limiti e a dar conto dell’incertezza da cui sono attraversate. Questo è necessario anche perché nel passato recente, e purtroppo anche oggi, si vede che la risposta più frequente ai cortocircuiti e alla messa in luce delle contraddizioni della modernità è quella del fascismo - inteso non come categoria storica, ma come disposizione dello spirito - e del suo riflusso autoritario. Una più profonda e capillare diffusione di sguardi aperti e disincantati e l’adozione di una pedagogia olistica sono forse gli unici reali antidoti al positivismo spontaneo che, ancora in ottima salute, svende le sue immediate ma superficiali chiavi interpretative della realtà.
Due saggi, infine, “L’imperativo ecologico”, un dialogo fra Morin e il giornalista Nicolas Hulot, e “I tre principi di speranza nella disperazione”, entrambi del 2007, spostano il discorso sul futuro, anche alla luce di tutti i fallimenti pratici e speculativi del pensiero ecologico degli ultimi trent’anni. La nuova situazione richiede la messa a punto di strumenti concettuali nuovi, idonei ad affrontare, fra ambiente, tecnica ed etica, i problemi congiunturali emergenti ma mantenuti in un limbo di semi oscurità della conoscenza (si pensi al problema enorme dei rifiuti, agli OGM, alle nano-tecnologie), per fare invece luce sulle condizioni di rischio, incertezza o ignoranza che si prospettano con le applicazioni moderne della scienza, per una più prudente ed equilibrata progettazione del futuro. In gioco c’è molto più del destino di discutibili applicazioni tecnologiche: siamo chiamati a un dibattito che mette in discussione le convenzionali idee di scienza, di progresso e dalle scelte che saranno fatte dipenderà la società del prossimo futuro.
Tre ragioni almeno, suggerisce Morin, offrono motivo di speranza: il principio dell’improbabilità innanzitutto, dell’inaspettato (della serendipità forse) che nel passato ha permesso di rivoltare il corso della storia, come per l’inverno russo con Hitler e Napoleone, perché probabile e improbabile assumono contorni fluidi nel pieno della crisi; oppure il ricorso a potenzialità umane ancora non espresse, o meglio inibite dalla cosiddetta civilizzazione, che per manifestarsi hanno bisogno di un innesco, un’eruzione, come nel 1789 in Francia; la possibilità di metamorfosi, infine, una trasformazione in un sistema più ricco, più complesso verso una società-mondo che non si può definire né ragionevolmente concepire prima della sua comparsa. Morin cita il poeta Friedrich Hölderlin: “La dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva”.
Gli studi sui rischi della tecnologia nell’età industriale stanno portando l’etica e le democrazie ad occuparsi delle questioni scientifiche mettendone in discussione il concetto di oggettività che pure, secondo molti, dovrebbe essere l’unico criterio di riferimento. Insegnare in un’ottica di etica ecologica oggi non vuol dire selezionare il campo visivo di chi si educa, ma eliminare gli impedimenti alla vista, non significa suggerire la scelta più giusta, ma creare le condizioni per quella più consapevole. Per questo occorre urgentemente che le visioni proposte siano molteplici ed è prioritaria l’integrazione dei problemi di ambiente, scienza e democrazia in uno scenario comune, per individuare soluzioni non di tipo solo reattivo, con interventi specialistici e terapeutici che puntano al controllo della situazione, ma davvero capaci di intercettare e svelare apertamente le cause più profonde della crisi. Quando esorta ad un risveglio, Morin pensa anche a questo genere di contaminazione come primo passo, doloroso ma necessario, per la rigenerazione della coscienza ecologica nella collettività contemporanea.

Indice

Prefazione all’edizione italiana (di Bianca Spadolini)
Introduzione
L’anno I dell’era ecologica (supplemento a “Le Nouvel Observateur”, 1972)
Il pensiero ecologizzato (“Le Monde Diplomatique”, 1989)
Il pianeta in pericolo (“Le Nouvel Observateur”, 1990)
Energia, ecologia, sociologia. Dalla politica dell’energia alla politica della civiltà (dibattito nazionale “ènergie 2003”)
Oltre lo sviluppo e la globalizzazione (Firenze, Palazzo Vecchio, 18 novembre 2002)
L’imperativo ecologico. Dialogo tra Edgar Morin e Nicolas Hulot (a cura di Nicolas Truong, 2007)
I tre principi di speranza nella disperazione (gennaio 2007)


L'autore

Edgar Morin, filosofo e antropologo-sociologo, è nato a Parigi nel 1921, da genitori ebrei sefarditi. Nel 1941 interruppe gli studi per partecipare alla Resistenza, aderendo successivamente al Partito comunista francese, dal quale fu in seguito espulso. Dal 1950 al 1979 è stato ricercatore al C.N.R.S., dove si dedicò, tra l'altro, a indagini su fenomeni sociali come il divismo e i giovani e la cultura di massa, passando successivamente alla direzione del Centro di Studi Transdisciplinari in Sociologia e Antropologia Politica, associato con l'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi. Nel 1967, fondò con Roland Barthes e Georges Friedmann la rivista "Communications", di cui è ancora co-direttore. Nel 1969 ebbe modo di conoscere la teoria dei sistemi che influenzò profondamente le sue successive ricerche nel campo dell'epistemologia. Ha dedicato gran parte della sua opera alla “riforma del pensiero”, manifestando la necessità di una nuova conoscenza che superi la separatezza dei saperi caratteristica della nostra epoca. Attualmente è presidente dell'Associazione per il Pensiero Complesso a Parigi e presidente dell'Agenzia Europea per la Cultura. Tra le sue numerosissime pubblicazioni, “Amore, poesia e saggezza” (1999), “I sette saperi necessari all'educazione del futuro” (2001), “Educare per l’era planetaria (con E. R. Ciurana, R. D. Motta, 2005), “Cultura e barbarie europee. Oltre la barbarie dello scontro di civiltà” (2006).