lunedì 24 agosto 2015

Corbellini, Gilberto, Storia e teorie della salute e della malattia

Roma, Carocci, 2014, pp. 255, euro 16, ISBN 978-88-430-7415-0 

Recensione di Enzo Ferrara – 02/05/2015

È possibile leggere la storia non soltanto come successione di eventi in un flusso di lotte per il potere, i cui mutamenti si succedono in periodi della durata di qualche generazione. Allargando la prospettiva su intervalli storici che travalicano gli interessi individuali, si osservano cambiamenti estesi attraverso i secoli e che possono riferirsi ai cicli economici e culturali, ai gruppi sociali o alle popolazioni. C’è poi una storia della natura, dell’evoluzione biologica che appare quasi immobile mentre scorre lenta e si realizza in periodi millenari.

Esiste, insomma, una sovrapposizione di prospettive della storia che per un’analisi adeguata devono essere considerate ciascuna nel proprio livello di complessità. È questo il caso delle vicende legate alla variazione delle condizioni di salute e malattia della specie umana, presentate e ampiamente analizzate da Gilberto Corbellini, docente di Storia della medicina e di Bioetica presso la facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università La Sapienza di Roma. 
Il testo – va specificato – offre anche un’importante prospettiva evoluzionista sulla salute e le malattie, prestando attenzione ai cambiamenti indotti dall’ambiente sul fenotipo biologico umano. Questa visione, che è possibile solo adottando una prospettiva storica capace di integrare i differenti livelli di organizzazione del biologico e del sociale umano, fa emergere definitivamente l’assenza di fenomeni guida nell’evoluzione e l’impossibilità di ottimizzazione assoluta – solo relativa – dei processi di adattamento biologico, dipendenti dalle condizioni ambientali e fortemente correlati con le disponibilità alimentari e le strutture sociali.
Storia e teorie della salute e della malattia ripercorre la cronologia del benessere e per converso del malessere, seguendo l’insorgere e gli sviluppi delle patologie che hanno afflitto l’umanità fin dalla sua comparsa. Il primo capitolo tratta il periodo dalla preistoria all’antichità; di questa fase della storia, Corbellini sottolinea l’insorgere di epidemie associate ai primi fenomeni di urbanizzazione – siamo fra il 3000 a.C. e il 600 a.C. – e il riconoscimento attestato dagli studi archeologici e antropologici di almeno una cinquantina di afflizioni diverse fra le quali febbri di origine tifoidea, malarica, setticemica e infettiva ad esempio da parto) oltre a cancrene e malattie dell’apparato respiratorio, casi di tubercolosi, intossicazioni alimentari e avitaminosi (scorbuto e rachitismo).
Nel secondo capitolo, dedicato al periodo che dal medioevo porta all’età moderna, si innesta una visione dei primi effetti della riunificazione microbica del mondo – prodromo di quanto oggi chiamiamo globalizzazione – dal punto di vista umano, sempre principalmente attraverso epidemie e pandemie (lebbra, vaiolo, peste) favorite anche dagli spostamenti degli eserciti, come per il tifo e l’infezione enterobatterica della scighellosi, ampiamente diffusesi in Europa durante la Guerra dei trent’anni (1618-1648). Oltre all’insorgere della tubercolosi e alla ricorrenza della malaria, il XVII secolo – spiega Corbellini – fu caratterizzato in Europa dalla diffusione della sifilide, verosimilmente giunta dal nuovo mondo e manifestatasi per la prima volta come epidemia già durante l’assedio francese di Napoli verso la fine del 1494; Colombo, di ritorno dal primo viaggio in America, era sbarcato alle Antille di Castiglia il 6 marzo 1493.
Trattando la fase storica medievale, Corbellini accenna anche alle basi teologico filosofiche e popolari della medicina, con l’associazione dell’idea di peccato all’insorgenza della malattia, inscritta secondo i sacri precetti nella biografia dell’uomo come insegnamento e stimolo a ripristinare il giusto rapporto fra gli ingannevoli piaceri della vita e la vera gerarchia di valori – ovvero come azione dissipatrice del creato intesa dal demonio e della stregoneria. Tale visione è accostata al pensiero medico arabo e islamico dello stesso periodo, che vedeva la malattia come espressione dell’antagonismo intrinseco al mondo naturale e la salute come condizione di armonia. Un’armonia perseguita nei primi secoli del secondo millennio da un pensiero medico in fieri che aveva epicentro nella scuola di Salerno, sorta dal recupero di testi della tradizione ippocratica, con confluenze del pensiero arabo ed ebraico, i cui precetti furono raccolti nel Regimen sanitatis salernitanum (XII-XII secolo d.C.) Solo successivamente la medicina medievale assunse le sembianze prima della iatromeccanica (protoscienza medica di stampo galileiano, sperimentale, empirica), poi della iatrochimica legata a pozioni e unguenti medicinali, fino alla nascita delle prime esperienze di medicina sistemica, nosologica e clinica a partire dal Settecento – spiega Corbellini.
Il quarto e quinto capitolo presentano l’età contemporanea e il passaggio della medicina all’ambito politico e sociologico, contrassegnati dal punto di vista nosologico dal controllo e dal progressivo declino delle malattie infettive e dal punto di vista sociale dalla progressiva integrazione tecnica, scientifica e sociale delle pratiche di cura della malattia, in un’ottica che unisce medicina, morale e struttura sociale – in altre parole si tratta del passaggio dall’etica medica su base individuale alla biopolitica e alla bioetica. Nel corso dell’Ottocento, infatti, la sanità pubblica e la dottrina sociale della medicina cominciarono a strutturarsi attraverso azioni di governo come l'adozione di pratiche igieniche e sanitarie su scala nazionale e l'organizzazione della attività medica e degli enti professionali in un quadro in trasformazione e di sorgente attenzione delle amministrazioni al benessere delle popolazioni. 
Si tratta qui con generosità di temi di grande importanza anche per le vicende contemporanee. Il quinto capitolo, Salute e malattia nella seconda metà del novecento tra politica, sociologia e filosofia, sposta il discorso definitivamente sulla modernità, osservando come sia cambiata non solo la morbilità ma anche la sua percezione mentre certe istituzioni sanitarie focalizzano l’attenzione sulla malattia solo per intrattenere, vendere e pubblicizzare. Per molti, troppi, medicina e benessere coincidono con i temi dell’apparenza, della tintarella, della tonicità muscolare e altri argomenti simili poco impegnativi, per lettori della domenica. La salute, al contrario, è qualcosa di ben più importante da analizzare anche sotto il profilo politico, filosofico, culturale e – appunto – storico. Non a caso le parti finali del libro – il sesto capitolo, Malattia, medicina e morale, e alcune appendici sintetiche sull’evoluzione epistemologica della medicina e sulla complessità delle strategie di categorizzazione della malattia e della salute – sono dedicate ad analisi cronologiche documentate che dai progressi dell’etica medica, passando per la crisi morale delle professioni sanitarie, arrivano fino alle contemporanee e ambigue elaborazioni di bioetica. Sono passaggi molto utili anche culturalmente, le istanze che accompagnano la medicina dovrebbero essere fra le più meritevoli di attenzione da parte delle agenzie politiche nazionali e internazionali. I temi del disagio e della malattia appaiono, non solo storicamente, fra i più capaci di forgiare assieme, in modo univoco, le società nel mondo globale. 
In Italia nei primi 150 anni di Unità, dal 1861 al 2011, il reddito pro capite è aumentato mediamente di 13 volte, con un divario rilevante fra le 16 volte del nord e le 10 del sud; la popolazione al di sotto della soglia di povertà si è ridotta dal 40 % al 4 %; l'attesa di vita è passata da 30 a 82 anni, grazie soprattutto alla riduzione della mortalità infantile. Questi risultati furono ottenuti anche per mezzo di opere di assistenza e sanità pubbliche, come le bonifiche avviate dal primo governo Crispi fra il 1887 e il 1890, la legge del 1902 sul lavoro minorile allora più diffuso in Italia che in Europa, e la riforma Casati sull'istruzione pubblica obbligatoria, garantita nel Regno di Sardegna dal 1859, quando solo il 27 % della popolazione era in grado di leggere. Cominciò anche grazie a queste azioni politiche la transizione epidemiologica (descritta da Corbellini a pagina 119): fra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento con il progressivo aumento della vita media si registrò in occidente una transizione delle patologie prevalenti dalle malattie infettive (come tifo, colera, tubercolosi) a quelle degenerative (principalmente cardiocircolatorie e tumorali, oggi anche neurologiche). Assieme a un diffuso miglioramento della situazione igienico–sanitaria, nel mondo ricco si ebbero anche ampliamenti dei campi d’intervento della medicina con contributi da tutte le scienze. La lotta contro le malattie endemiche fu possibile grazie agli sviluppi della batteriologia e all’uso dei sieri per indurre immunità contro le patologie infettive: le vaccinazioni di massa, introdotte dopo la II guerra mondiale, cambiarono il volto della sanità pubblica. La scoperta dell’azione antibatterica dei sulfamidici portò alla produzione industriale della penicillina, il più importante strumento chemioterapico mai realizzato. Si raggiunse infine la concezione finalmente biologica anche della salute mentale.
L’insieme di questo prezioso saggio lascia intendere che l’insorgere di malattie o l’instaurazione di buone condizioni di salute di una popolazione non è mai legato solo alla casualità, anzi più frequentemente di quanto non appaia rappresenta l’elemento di confluenza più evidente di un cambiamento multiforme. Ne sono formidabile esempio i molteplici eventi evolutivi associati alla transizione all’agricoltura, avvenuta diecimila anni fa in una fase di riscaldamento climatico globale, concomitante perciò con pressioni selettive correlate a una diversa temperatura e intensità dei raggi solari, con effetti sulla pigmentazione della pelle, sull’entità e qualità dei raccolti agricoli, sul ciclo biologico di parassiti e vettori che a loro volta influenzarono la trasmissione delle infezioni. La transizione all’agricoltura – sottolinea Corbellini (p. 27) – recò alla specie umana la novità delle carenze alimentari endemiche, legate al consumo di cereali lavorati, fibre insolubili, acidi grassi insaturi, oltre a un peggioramento complessivo della varietà alimentare, all’innalzamento del rapporto dietetico iodio/potassio (che comporta un aumento della pressione sanguigna con rischio di malattie cardio e cerebro-vascolari) e a un peggioramento degli effetti dovuti alla fatica fisica (per esempio anemie) correlata alla coltivazione.
Corbellini sa che attraverso le controversie della medicina moderna si trattano argomenti che meritano di essere discussi pubblicamente, anche se per la loro tecnicità sembrano rivolti più a una platea di specialisti. È interessante a questo proposito notare il passaggio dedicato alla contestazione e alla crisi della medicina moderna: “le nuove politiche sanitarie dei governi occidentali non si occupano più ormai della salute nel senso tradizionale – scrive Corbellini – (…) piuttosto incoraggiano una ridefinizione della salute a partire dagli stili di comportamento di una persona (…) la conseguenza, apparentemente paradossale ma invece del tutto spiegabile, è l’aumento dei cosiddetti worried well (sani preoccupati, pronti per diventare ipocondriaci) e di persone che un tempo sarebbero state considerate sane e oggi, incoraggiate dalla medicina “ufficiale”, si sottopongono ansiosamente a frequenti check-up e fanno indigestione di consigli più o meno sensati per evitare ogni sorta di malattia” (p. 197).
L’uscita di questo volume, godibile anche da non specialisti, è un’occasione per rilanciare il dibattito sulle questioni della salute pubblica, prefigurando il recupero di un argomento di dialettica sociale e culturale altrimenti assente. La medicina rappresenta una risorsa intellettuale fondamentale per ogni società, ma è ampiamente sottovalutata dalle autorità educative contemporanee. Le istanze che accompagnano la medicina dovrebbero essere fra le più meritevoli di attenzione da parte delle agenzie politiche nazionali e internazionali. Ogni cittadino dovrebbe essere ben informato per potersi esprimere sui temi del disagio e della malattia, che appaiono fra quelli meglio capaci di plasmare assieme, in modo univoco, le società nel mondo globale. Sono argomenti che, delineando i contorni storico-sociali della malattia e del disagio su scala mondiale, hanno già forgiato le prime decadi del terzo millennio e probabilmente ne influenzeranno la storia molto oltre.


Indice 

Introduzione   Evoluzione della salute e delle malattie umane
1. Dalla preistoria all’antichità
2. Dal medioevo all’età moderna
3. Anticipazioni, previsioni, immanenza
4. L’età contemporanea
5. Malattia, medicina e morale: dall’etica medica alla bioetica
Appendici
Evoluzione epistemologica della medicina: in sintesi
Complessità delle strategie di categorizzazione della malattia e della salute
Una cronologia essenziale dell’etica medica nel Novecento
Bibliografia

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