mercoledì 20 novembre 2013

Stein, Edith, Il problema dell’empatia

Roma, Studium, 2012, pp. 274, euro 21,50, ISBN 978-88-382-4197-0.

Recensione di Daniela Bandiera – 05/03/2013

Il tema dell’empatia è attualmente tornato alla ribalta soprattutto in relazione alla scoperta dei neuroni-specchio, ma quanto il termine stesso “empatia” sia utilizzato con piena coscienza della ricchezza di significati che in esso si sono venuti a condensare è però di sicuro da porre in dubbio, come ricordato anche dalla più recente letteratura sul tema. È quindi ormai chiaro che se vogliamo iniziare ad utilizzare il termine “empatia” in modo più consapevole dobbiamo risalire alla sua origine e alla sua storia. Risulta attuale quindi l’iniziativa della casa editrice Studium

 di pubblicare nuovamente il testo di Edith Stein Il problema dell’empatia, il quale meriterebbe di sicuro una maggiore considerazione all’interno della storia dedicata a questo tema.
Edith Stein, conosciuta anche come Suor Benedetta della Croce, dopo la conversione al cattolicesimo e l’ingresso nel Carmelo, mistica e santa cristiana vittima della barbarie nazista ad Auschwitz, fu per anni assistente di Edmund Husserl e fenomenologa lei stessa. Se è quindi fuor dubbio, come ricorda Angela Ales Bello nella Prefazione alla seconda edizione del volume, che già in quest’opera ritroviamo temi che saranno costanti in tutta la riflessione steiniana, come ad esempio quello della persona, è altrettanto vero che questi stessi temi vengono qui analizzati da una prospettiva strettamente fenomenologica, prendendo l’analisi del complesso problema dell’empatia come punto di partenza per delucidare l’intero significato della fenomenologia. Prima di giungere ad affrettate conclusioni sull’opera e sul suo andamento didascalico, non dobbiamo dimenticare che l’opera nacque come vera e propria tesi di laurea, attraverso la quale una Stein appena ventitreenne si laureò in filosofia sotto la direzione di Husserl presso l’Università di Friburgo; la giovane laureanda doveva quindi in primis dimostrare di conoscere la letteratura critica sull’argomento e di padroneggiare il metodo fenomenologico husserliano, dimostrazione che avvenne anche nel tentativo più articolato di costruire ciò a cui il maestro Husserl si dedicò in modo ben poco sistematico, una vera e propria fenomenologia dell’empatia, che chiarisse in ogni aspetto se e in che modo si possa pervenire alla conoscenza della coscienza estranea da un punto di vista fenomenologico.
Per comprendere l’effettivo contributo dell’opera della Stein è necessario sottolineare un punto che i curatori del volume hanno particolarmente evidenziato contro coloro che reputano Il problema dell’empatia una semplice riformulazione da parte della Stein dei manoscritti di Idee II, ai quali la Stein ebbe accesso come assistente di Husserl. È la filosofa stessa ad informarci che decise di non modificare il testo della sua tesi in base agli spunti provenienti dai manoscritti di Idee II, poiché, altrimenti, non avrebbe più potuto considerare il lavoro come completamente suo. Lo scopo dei curatori del volume è così quello di incoraggiare il lettore ad avvicinarsi a questo testo come alla riflessione originale di una vera e propria fenomenologa, cercando di cogliere non solo ciò che nella riflessione della Stein sull’empatia si deve alla chiara influenza di Husserl, ma anche gli innegabili elementi di novità che ella seppe apportare alla speculazione del maestro e che possono rappresentare ancora oggi validi spunti di ricerca.
La tesi della Stein era originariamente ripartita in quattro parti, ma già dalla sua prima pubblicazione, nel 1917, essa venne pubblicata senza la prima parte, e cioè la parte storica, comprendente un’ampia esposizione di tutta la letteratura empatica. Anche in questa edizione si è scelto di pubblicare solo le parti seconda, terza e quarta, nelle quali la Stein si confronta più direttamente con l’essenza del concetto di empatia.
La seconda parte si intitola proprio L’essenza degli atti di empatia e descrive l’essenza degli atti nei quali è possibile cogliere l’esperienza vissuta estranea, atti sui quali si basa l’empatia. La Stein chiarisce immediatamente che il termine empatia, Einfühlung in tedesco, è assunto facendo astrazione dal senso attribuitogli da tutte le tradizioni storiche, rilevando come nella fenomenologia husserliana con esso si intenda qualcosa di diverso rispetto al senso assegnato al termine ad esempio da Theodor Lipps, uno dei costanti interlocutori della Stein in questo volume, il quale aveva fatto dell’empatia uno dei propri principali temi di riflessione e al quale si era ampiamente ispirato lo stesso Husserl. Come tipico del metodo fenomenologico, la Stein propone quindi, anche per quanto riguarda l’empatia, una vera e propria “ripartenza”, che sappia prescindere da ciò che sull’empatia la tradizione aveva sostenuto e che sia invece volta a cogliere davvero l’essenza dell’atto empatico, traendo spunto da esempi concreti come il seguente: “un amico viene da me e mi dice di aver perduto un fratello ed io mi rendo conto del suo dolore. Che cos’è questo rendersi conto?” (pp. 71-72)
La Stein comincia con il notare che l’empatia ha una sicura somiglianza con quegli atti in cui la mia stessa esperienza vissuta è data in modo non originario - ricordo, attesa, libera fantasia - definiti da Husserl stesso già in Idee I come “presentificazioni”, infatti l’empatia viene definita come “un atto originario in quanto vissuto presente, mentre è non-originario per il suo contenuto” (p. 77), dove tale contenuto può poi attuarsi in differenti modalità, proprio come avviene nelle forme del ricordo, dell’attesa e della fantasia. La presentificazione del vissuto d’empatia si realizza attraverso i momenti dell’emersione del vissuto, della sua esplicitazione riempiente e, infine, dell’oggettivazione comprensiva del vissuto esplicitato, mostrando però un elemento assolutamente nuovo rispetto ad ogni altro tipo di presentificazione, il quale la rende un atto esperienziale del tutto sui generis: il soggetto del vissuto empatizzato non è lo stesso che compie l’atto dell’empatizzare, ma un altro soggetto del tutto separato dal primo; l’autrice porta l’esempio della gioia: “mentre io vivo quella gioia che è provata da un altro, non avverto alcuna gioia originaria: essa non scaturisce in maniera viva dal mio Io, né ha il carattere di essere stata viva in precedenza come la gioia ricordata, tanto meno essa è meramente fantasticata, priva cioè di una reale vita, ma è precisamente l’altro Soggetto quello che prova in maniera viva l’originarietà, sebbene io non viva tale originarietà; la sua gioia che scaturisce da lui è originaria, sebbene io non la viva come originaria” (p. 79). Per mezzo dell’empatia, quindi, è come se alle mie esperienze vissute originarie si affiancasse un tipo peculiare di esperienza che, pur non facendo parte dell’originarietà del mio flusso, pur non essendo stata da me direttamente vissuta, si annuncia in qualche modo in me con un carattere reale e non solo come mera fantasia.
L’autrice continua poi confrontandosi soprattutto con altre possibili descrizioni dell’empatia, come quelle di T. Lipps e quella di M. Scheler, entrambi ampiamente criticati dalla Stein. Grande attenzione è riservata soprattutto alla critica a Lipps, poiché sarebbe per la Stein del tutto insostenibile la tesi in base alla quale nell’empatia vera e propria io proprio ed estraneo diverrebbero un unico io; infatti il famoso esempio lippsiano per il quale io sarei tutt’uno con l’acrobata mentre osservo le sue evoluzioni, è per la Stein chiaramente privo di senso; se infatti la descrizione di Lipps fosse esatta sarebbe eliminata qualsiasi possibilità di distinzione tra esperienza vissuta estranea e propria, affidando la differenziazione tra io proprio ed estraneo solo all’associazione di diversi individui psicofisici, rendendo del tutto incomprensibile “cosa faccia sì che il mio corpo proprio sia mio, e quello estraneo, estraneo […]” (p. 87).
Nella terza parte, intitolata La costituzione dell’individuo psico-fisico, la Stein si propone invece di trattare in modo più specifico dell’empatia come problema di costituzione, mettendo in luce il modo in cui si costituiscono le oggettualità tipiche delle tradizionali teorie dell’empatia, come individuo psicofisico o personalità.
In primis la filosofa si concentra sulla definizione fenomenologica di individuo, il quale si presenta come membro della natura in quanto essere psicofisico, corpo vivo spazio-temporalmente localizzato e inscindibilmente legato con un’anima; l’unità psico-fisica è chiaramente mostrata dal fatto che certi processi appartengono simultaneamente sia al corpo proprio che all’anima, dall’esistenza di una vera e propria causalità psicofisica. L’attenzione della Stein è riservata soprattutto ad un argomento che diverrà centrale per tutta la successiva riflessione fenomenologica, la descrizione del corpo vivo (Leib), il quale, rispetto ad ogni altro corpo, “si caratterizza come portatore di campi sensoriali, come corpo proprio che si trova al punto zero di orientamento del mondo spaziale, che può muoversi liberamente da solo ed è costruito con organi mobili, inoltre, esso è la sede nella quale si verificano le espressioni dei vissuti dell’Io che gli appartiene, ed è strumento della sua volontà” (p. 147). 
Prendendo come base questa descrizione dell’individuo proprio, la Stein affronta successivamente la costituzione dell’individuo estraneo, il cui corpo proprio non può esserci dato in modo originario come il nostro stesso corpo, ma solo in modo con-originario. Una datità di tipo con-originario è data anche nella percezione cosale, ma la Stein rileva come nella percezione del corpo proprio estraneo si sia in presenza di una con-originarietà del tutto peculiare, poiché per quanto riguarda i campi sensoriali estranei viene per principio esclusa qualsiasi forma di riempimento originario e l’unico riempimento possibile è quello dato dalla presentificazione empatizzante; l’autrice chiarifica questo concetto con l’esempio della mano: “ora la mia mano sente le sensazioni della mano estranea – ma non in modo originario e proprio, bensì le sente «insieme», esattamente al modo dell’empatia, la cui essenza è stata da noi distinta dall’esperienza vissuta propria, nonché da ogni altra specie di presentificazione” (p. 149). A questa empatia sensoriale, tradizionalmente poco considerata, la Stein attribuisce invece un ampio valore e ne rintraccia la condizione in alcune possibilità offerte dal corpo proprio stesso, come quella di apprendere il corpo proprio sia come corpo proprio che come semplice corpo, quella di assumere differenti posizioni nello spazio e nella possibilità di mutare nella fantasia la reale caratteristica del corpo, fermo restando il tipo. Solo afferrando il corpo altrui come corpo proprio sensoriale localizzato nello spazio, empatizzando con esso e trasponendomi in esso, io posso infatti ampliare la mia immagine del mondo, cogliendo l’altro come punto di vista alternativo sul mondo. Empatizzando il corpo vivo dell’altro, io empatizzo con esso l’io appartenente a quel corpo e le sue percezioni esterne, aggiungendo al mio punto di vista nuovi punti di vista con-originari, in un decentramento della mia orientazione che delucida il profondo significato dell’empatia sia per la costituzione del mondo reale esterno, sia per la costituzione di me stesso, poiché è solo attraverso questo decentramento dato nell’empatia che io posso davvero giungere a percepire il mio corpo proprio come un corpo al pari degli altri corpi, mentre nell’esperienza originaria esso può essermi dato solo e unicamente come corpo proprio.
Empatizzare un essere psicofisico significa empatizzarlo immediatamente come un essere portatore di un punto di vista sul mondo, soggetto di sensazioni e atti: attraverso la corporeità e la sua espressività sono immediatamente condotto ai nessi significativi dello psichico, così che attraverso l’empatia giungo a cogliere i vissuti altrui; tali vissuti non sono mai colti in modo, per così dire, “isolato”, ma sono sempre appresi in un’unità, attraverso la quale è possibile cogliere le linee costitutive dell’individuo che ho di fronte, il suo carattere complessivo, il quale può poi fornirmi la base di partenza per la valutazione di ulteriori atti empatici e per la “correzione” degli stessi.
La Stein sottolinea inoltre come, anche a livello psichico, la costituzione dell’individuo estraneo sia condizione essenziale per la piena costituzione dell’individuo psichico proprio, poiché afferrando empaticamente gli atti in cui per lui si costituisce il mio individuo, acquisisco contemporaneamente anche l’immagine che l’altro ha di me, tanto che “come lo stesso Oggetto naturale è dato in tanti modi di apparire quanti sono i Soggetti che lo percepiscono, posso avere altrettante «concezioni» del mio individuo psichico per quanti sono i Soggetti che lo concepiscono” (p. 191).
Nella quarta parte L’empatia come comprensione delle persone spirituali si passa dalla considerazione dell’individuo psicofisico come membro della natura a quella della coscienza come correlato del mondo oggettivo in quanto spirito; in realtà, precisa la Stein, nel momento stesso in cui si concepisce il corpo proprio estraneo come centro d’orientamento del mondo spaziale, si assume anche l’Io, che a tale corpo immancabilmente appartiene, come un soggetto spirituale, che ha percezioni del mondo esterno attraverso atti spirituali; così “con ciascun atto di empatia inteso in senso letterale, ossia con ciascun afferramento di un atto senziente siamo già penetrati nel regno dello spirito. Dunque, come negli atti percettivi si costituisce la natura fisica, così nel sentire si costituisce un nuovo regno di Oggetti: il mondo dei valori” (p. 196). È quindi solo a questo livello pienamente spirituale, nel quale l’individuo psicofisico si presenta come realizzazione empirica della persona spirituale, che può davvero avvenire la comprensione dell’altro come persona, il coglimento empatico di un altro soggetto spirituale e la relativa comprensione del suo operare. La Stein nota come l’empatia spirituale sia guidata dalla motivazione, intesa come vera e propria legalità della vita dello spirito, attraverso la quale i nessi che legano i vissuti dei diversi soggetti spirituali possono apparire come una totalità significativa e, quindi, comprensibile; così, attraverso gli atti spirituali vissuti empaticamente, si può davvero costituire la persona estranea, in quanto “io vivo ciascuna azione di un altro come azione che procede da un volere e questo a sua volta da un sentire; con ciò mi è dato simultaneamente uno strato della sua persona e un ambito di valori, che per lui sono esperibili in linea di principio – ambito che a sua volta motiva in maniera significante tanto l’attesa di atti volitivi futuri possibili quanto di azioni future possibili” (p. 218).
L’autrice ricorda inoltre che l’empatia personale-spirituale può anche essere un potente strumento di auto-conoscenza e auto-valutazione, fondamentale quindi per la conoscenza non solo dell’altro, ma anche di noi stessi, poiché, in quanto empatia di strutture personali diversamente formate, essa può renderci chiaro quello che siamo e quello che invece non siamo nel confronto con l’altro.
In conclusione la riflessione della Stein sull’empatia merita una profonda rilettura, non solo per andare alla ricerca dei temi che saranno poi caratteristici della riflessione teologica di Suor Teresa Benedetta della Croce, ma, soprattutto, da un punto di vista squisitamente fenomenologico, nell’ottica degli spunti che essa potrebbe offrire all’attuale dibattito sull’empatia e l’intersoggettività.


Indice

Prefazione alla seconda edizione di Angela Ales Bello

Presentazione di Paolo Valori S. J.

Prospetto cronologico della vita di Edith Stein

INTRODUZIONE
1. Notizie biografiche
2. Contenuto dell’opera
3. Il tema dell’empatia nella trattazione di Husserl e in quella della Stein

IL PROBLEMA DELL’EMPATIA
Premessa dei traduttori
Prefazione dell’Autrice

Parte seconda
L’ESSENZA DEGLI ATTI DI EMPATIA
1. Il metodo della ricerca
2. Descrizione dell’empatia comparata con altri atti
3. Confronto con altre descrizioni dell’empatia – in particolare quella di Lipps – e proseguimento dell’analisi
4. Controversia sull’aspetto di rappresentazione e di attualità
5. Confronto con le teorie genetiche circa l’afferramento della coscienza estranea
6. Confronto con la teoria di Scheler sull’afferramento della coscienza estranea
7. Teoria di Münsterberg sull’esperienza della coscienza estranea

Parte terza
LA COSTITUZIONE DELL?INDIVIDUO PSICOFISICO
1. L’Io puro
2. Il flusso di coscienza
3. L’anima
4. Io e corpo proprio
5. Passaggio all’individuo estraneo

Parte quarta
L’EMPATIA COME COMPRENSIONE DELLE PERSONE SPIRITUALI
1. Concetto dello spirito e delle scienze dello spirito
2. Il soggetto spirituale
3. La costituzione della persona nei vissuti emotivi
4. La datità della persona estranea
5. L’anima e la persona
6. L’esistenza dello spirito
7. Confronto con Dilthey
8. Significato dell’empatia per la costituzione della propria persona
9. La questione della fondazione dello spirito sul corpo

Curriculum vitae

Bibliografia

Notizie bio-bibliografiche degli autori citati

Glossario

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