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giovedì 22 marzo 2012

Marturano, Antonio (a cura di), Il Corpo Digitale: natura, informazione, merce

Torino, Giappichelli, 2010, pp. 166, euro 16, ISBN 9788834815182

Recensione di Antonio Tursi - 31/12/2011

Il volume curato da Antonio Marturano affronta un tema decisivo per comprendere, in generale, le dinamiche politiche del tempo presente e, in particolare, il ruolo delle tecnologie digitali nel dare forma alle nostre società.  Forse da sempre il corpo è la posta in gioco della politica o il giocatore politico per eccellenza, ma questa centralità del corpo nei nostri giorni è molto più evidente e immediata. Non è un caso che si utilizzi spesso la categoria foucaultiana di biopolitica per descrivere le dinamiche contemporanee. 

lunedì 10 ottobre 2011

Tursi, Antonio, Politica 2.0. Blog, Facebook, Wikileaks: ripensare la sfera pubblica

Milano-Udine, Mimesis, 2011, pp. 199, euro 16, ISBN 9788857504988

Recensione di Maria Giulia Bernardini - 22/07/2011

Quello di Antonio Tursi è, nello scenario filosofico-politico odierno, un importante contributo al ripensamento del rapporto tra la sfera pubblica e quella privata, una riflessione su chi sia oggi il reale autore della conoscenza e su come questa venga prodotta, uno strumento di indagine sul ruolo dei nuovi media nell’emersione dei corpi un tempo esclusi, nonché un’ulteriore occasione di incontro con la biopolitica. Non va dimenticato, inoltre, che tra la molteplicità dei temi – trattati in modo talvolta rapido ma non per questo superficialmente - Politica 2.0 mette a fuoco anche il complicato fenomeno della globalizzazione, alla cui base troviamo il conflitto radicale tra mercato e diritti, e che comporta una ridefinizione ed una riarticolazione del potere statale su nuove basi, fino a configurare, per taluni, il ritorno di istituzioni formalmente neo-medievali (pp. 157-178).

giovedì 12 ottobre 2006

de Kerckhove, Derrick – Tursi, Antonio (a cura di), Dopo la democrazia? Il potere e la sfera pubblica nell'epoca delle reti.

Milano, Apogeo, 2006, pp. 214, € 13,00  ISBN 88-503-2479-0

Recensione di Salvatore Stefanelli – 12/10/2006

Sociologia (comunicazione, globalizzazione)

Il leggere nel titolo del volume, che ci accingiamo a presentare, il vocabolo “democrazia” fra “dopo” e un “punto di domanda” potrebbe indurre in noi animali politici una diversa reazione. Sulle labbra di molti si potrebbe leggere un soddisfatto “era ora” preludio ad un meritato e liberatorio Te Deum, mentre negli occhi di tanti altri si noterebbe un velo di lacrime per la perdita della benemerita vegliarda e dal cuore salirebbe un sentito De Profundis. A frenare, comunque, nei primi gli entusiasmi e a lenire nei secondi la pena procurata dalla terribile domanda Dopo la democrazia?, interviene il sottotitolo “Il potere e la sfera pubblica nell'epoca delle reti” che parrebbe prospettare nuovi orizzonti dai quali dovrebbe sorgere, quale novello “sol dell’avvenir”, l’assetto democratico mondiale figlio della repentina estensione dei media, in particolare quelli del World Wide Web. Qualche attempato lettore forse ricorderà un filone di letteratura fantascientifica e pre-cyberpunk che prospettò e scandagliò le future alternative socio-politiche alla democrazia. In risposta a questa galoppante immaginazione letteraria, prospettante inquietanti scenari, è sorta, dapprima timida ma in seguito decisa, una estesa saggistica, frutto di scafati politologi, che ci avverte di stare in guardia dall’avverarsi di nefaste conseguenze derivanti da quel vero e proprio triplo salto mortale senza rete che risulta essere l’attuale progresso tecnologico, troppo improvviso e mal assimilato da società (basta affacciarsi nel nostro cortile) che solo da pochi decenni riuscivano a muoversi in quell’arena nazionale di confronto sorta sull’alfabetizzazione di massa e sulla carta stampata.
Fra i più recenti approcci al tema del possibile e fattivo rapporto democrazia/nuovi media c’è da segnalare questo volume collettaneo, curato da de Kerckhove e Tursi, in cui sono raccolti nove saggi nati a seguito del convegno Ciberdemocrazia o postdemocrazia? organizzato dall’Università di Roma “La Sapienza” e dalla McLuhan Fellows International nell’aprile 2004. I contributi proposti, proprio per la loro eterogenea provenienza disciplinare, rappresentano – come correttamente fanno notare i curatori – un tentativo di fornire “delle risposte più estese e sistematiche sulla nuova configurazione della sfera pubblica in un’epoca in cui le tecnologie digitali di elaborazione, memorizzazione e trasmissione dell’informazione stanno riformando il mondo globalizzato.”(p. X)
Il libro si apre con la funzionale introduzione Un punto interrogativo di de Kerckhove e Tursi che fornisce al lettore una mappa impostata con un asse delle ordinate i cui termini sono accelerazione/decelerazione e un asse delle ascisse estendentesi fra i termini politica/governo.
Nella parte iniziale del primo percorso, si rinvengono coloro i quali profetizzano senza dubbio alcuno il prossimo avvento della ciberdemocrazia. Ecco, si parte dalla visione iper-ottimistica, per non dire ciberutopica, contenuta in Verso la ciberdemocrazia di Pierre Lévy che prospetta un futuro in cui ”Lo Stato ciberdemocratico […] coinvolgerà i suoi cittadini nelle deliberazioni sulla legge in agorà virtuali”. Se ciò non bastasse, si discuterà e deciderà sulle leggi “in network di parlamenti virtuali che saranno pienamente accessibili a tutti i cittadini.” Non ancora soddisfatti? Tenete duro perché si prevede una giustizia trasparente che sarà strutturata in “comunità virtuali di giudici, che si aiutano l’un l’altro per sviluppare un’intelligenza collettiva della giurisprudenza planetaria.”(p. 16) L’auspicio formulato da Lévy di una giustizia trasparente lascia un po’ perplessi visto che comunque la giurisprudenza come attività è sempre frutto di scienza commista a criteri politici e valutativi propri del decisore. Pertanto, proprio nell’ambito dell’amministrazione della giustizia sarebbe senz’altro auspicabile una ciber-giurisprudenza, sotto forma di un efficiente sistema informatico-giuridico intelligente che dovrebbe assicurare non tanto la simulazione dei procedimenti reali, quanto la correttezza univoca dei risultati o la trasparenza della non correttezza, della non univocità presente nel giudizio pronunciato.
Sempre fra i prefiguratori è da collocare il sociologo canadese de Kerckhove con il saggio Dalla democrazia alla ciberdemocrazia, tuttavia nell’autore si avverte una maggiore consapevolezza del carattere attualmente paradigmatico e dei tempi lunghi per l’implementazione della auspicata simbiosi democrazia/cibernetica. L’autore ritiene che l’e-government possa funzionare da mutante alla stregua di quanto è avvenuto nell’arco dell’evoluzione per selezione naturale. Il genere umano scrollandosi di dosso la classificazione aristotelica potrebbe “prescindere dall’attività politica” e al contempo rendersi conto di come “non sia interessato alle questioni ideologiche.”(p. 63) Tuttavia, i tempi richiesti per una tale mutazione che porterà al cibercittadino, pur non configurandosi a livello di ere geologiche, si prevedono molto lunghi per un duplice motivo. Da un lato, bisogna considerare la necessità di fondare di sana pianta un’etica cui si deve uniformare, ai fini della sua responsabilità, il cittadino della ciberdemocrazia che presenta una identità al contempo locale e globale. Dall’altro lato, è insita proprio nell’era dell’elettricità la tendenza a frammentare anziché ad amalgamare. Mi spiego: la stampa avendo favorito la nascita delle biblioteche sparse sul territorio ha reso possibile l’esplosione della cultura, della conoscenza e dei rapporti tangibili. L’Information Technology, invece, comprimendo spazio, tempo e conoscenza ha provocato una implosione dagli effetti devastanti perché:“Accomuna ambiti estremamente diversi da un punto di vista ideologico, economico e tecnologico, e tenta di integrarli troppo rapidamente. Non parlo di una specie di scontro di civiltà, ma di un brusco incontro di modi totalmente differenti di concepire il mondo e di intendere i valori, che, nelle loro forme estreme, giungono al fanatismo.”(p. 66) Ancor più scoraggiante è la constatazione del sociologo canadese che, con cognizione di causa, prende atto che laddove più massiccio è stato l’impatto della cibernetica e della multimedialità sulla pratica di governo tanto più considerevole si è manifestata “la tendenza all’apatia che ho notato nella gente”(p. 65).
Nella seconda parte dell’asse accelerazione/decelerazione si collocano coloro che considerano in modo pessimistico il ruolo che una sfrenata tecnologia può giocare nell’evoluzione dell’uomo. Contro tesi apologetiche sostenute dai fanatici della tecnologia che nascondono i risvolti negativi del paradigma digitale, si leva la voce di Michele Prospero con il suo incisivo La solitudine del cittadino virtuale. In questo titolo c’è un ossimoro nascente dal fatto che nonostante l’era della connettività, della relazione uno-a-tutti, si è perso il senso sia dell’individualità e sia della collettività perché “il contatto online non può surrogare la vicinanza fisica e il rapporto tangibile tra i corpi” e quindi “le interazioni anonime, che passano da schermo a schermo, hanno l'inconveniente di lasciare un desiderio incancellabile di confronto reale, di visibilità.”(p. 182) La connettività ha indotto molti a parlare di nuova partecipazione alle istituzioni democratiche come risultato dell’equazione internet uguale qualità superiore della democrazia. Prospero, correttamente, mette in guardia da coloro che semplicisticamente predicano le dottrine del rimpiazzo di obsolete forme di partecipazione politica con le nuove tecnologie. Accodati ai teorici, i pratici si sono buttati sul mercato predicando l’alfabetizzazione informatica che non basta perché è necessario risolvere il problema della formazione del cittadino, del senso di appartenenza.
La “cosiddetta democrazia della tastiera” è una illusione perché “Nei partiti postpolitici di oggi la velocità dei nuovi media è un incentivo alla separatezza, alle pratiche poco trasparenti, alla sterilizzazione di ogni velleità di partecipazione.”(p. 192 – corsivo mio) Senza un’adeguata formazione culturale del cibercittadino ho l’impressione che si continuerà nel vecchio modo di fare politica e la formazione del consenso si realizzerà, mutatis mutandis, ri-proponendo in modo becero l’invito ad apporre “una croce sopra una croce”.
Sulla stessa lunghezza d’onda, benché collocato nel punto di surplace del discorso snodantesi nel libro, troviamo il saggio di Franco Berardi Bifo Democrazia e mutazione in cui, come controaltare dell’esaltazione dell’influsso innovativo delle tecnologie reticolari sul paradigma democratico, l’autore pone un quesito allarmante:“La prima generazione videoelettronica è da considerarsi emotivamente mutante?”(p. 85) I primi sintomi di questa mutazione sono stati classificati come attention deficit disorders perché “la mente tende subito a spostarsi, a cercare un altro oggetto. Il trasferimento rapido procede per associazioni e sostituisce la discriminazione critica.”(p. 84) Con queste premesse l’autore conclude che un uso incontrollato e livellante delle tecnologie mediatiche stravolge le stesse “condizioni antropologiche in cui la democrazia aveva potuto nascere.”(p. 86)
Nella parte centrale della curva accelerazione/decelerazione quasi a svolgere una funzione equilibratrice tra gli opposti si colloca il saggio di Antonio Tursi già molto promettente nel titolo Proliferazione della discussione, necessità della decisione. L’autore, ponendo mano alla sua ben fornita cassetta di utensili filosofici, riesce con preciso ed esperto argomentare a porre in evidenza i punti deboli di ciberdemocrazia e postdemocrazia che rappresentano oggi le varianti di quello che è “almeno in linea di principio, il più giusto, anche se non sempre il più efficiente, dei sistemi politici da noi conosciuti”(p. vii). Quel prefisso ciber esaminato da Tursi con lente heideggeriana ci rinvia al vocabolo cybernetics che Wiener nel 1948 decise di utilizzare per indicare il “controllo e la comunicazione nell’animale e nella macchina”. Se è vera, come è vera, l’affermazione nomen omen, c’è ben poco da inneggiare alla infinita libertà di navigazione nel mare di internet. Infatti, Tursi ha colto nel segno ricordandoci che cibernetica deriva dal vocabolo greco che significa timoniere (kybernetes) e per questo ci invita a porre “attenzione agli aspetti del controllo, del comando, della conduzione (il “timoniere”) che hanno destato e continuano a destare preoccupazioni”(p. 128). Forse mai come con questa tecnologia si presenta viva la co-esistenza nella tecnica di pericolo e salvezza per l’uomo. Equiparare il valore giuridico dell’habeas corpus con quello dell’habeas data mi pare eccessivo; i recenti casi di attentati alla privacy sono una dimostrazione della difficile, per non dire impossibile, tutela dei dati immagazzinati e gestiti da chi – per business o politica – a seguito di un arrembaggio è riuscito a mettere le mani sul ‘timone’. Infatti, per la gente i risultati più vistosi della tutela della privacy si sono concretizzati in strisce gialle a qualche metro dagli sportelli degli uffici pubblici (ma per questo bastava un minimo di buona educazione) o addirittura nell’impossibilità, in certi contesti, per un genitore di avere informazioni su di un figlio e viceversa.
Sempre nel prefisso ciber è da ravvisare “la fine della rappresentazione-rappresentanza” quale cardine della democrazia e “l’evoluzione prossima ventura della forma di governo”, come auspicato da Lévy, forma fondata, da un lato, sulla sostituzione della burocrazia con una specie di tecnocrazia mediatica che garantisce una “trasparenza simmetrica” e, dall’altro lato, basata sullo sviluppo di quello che oggi il filosofo francese chiama “protogoverno planetario” formato da organizzazioni sovranazionali oggi operanti (WTO, FMI, Banca Mondiale). Tuttavia, pur con tutta la buona volontà, le istituzioni suddette – assennatamente fa notare Tursi – “non sono affatto creatrici di società e non sono inserite in meccanismi democratici di circolazione del potere – meccanismi che soli generano legittimità –, in definitiva non sono politiche.”(p. 133)
Per quanto concerne la teoria della postdemocrazia Tursi, per evidenziarne la poca affidabilità, chiama in causa Colin Crouch che, senza mezzi termini, usa il prefisso post per indicare non un percorso verso qualcosa di meglio bensì un mero oltrepassare e inabissarsi in qualcosa che ci fa ancor di più capire l’influsso oscuro del prefisso ciber e del meccanismo a feedback: ”La massa dei cittadini svolge un ruolo passivo, acquiescente, persino apatico, limitandosi a reagire ai segnali che riceve. A parte lo spettacolo della lotta elettorale, la politica viene decisa in privato dall’interazione tra i governi eletti e le elite che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici.”(p. 136)
A fronte dell’impatto di queste due proposte, Tursi con il suo saggio ci indica proprio nel ciberspazio l’esistenza di due caratteristiche – proliferazione delle interpretazioni e impossibilità di un sstrawsonovrano sciolto da esse e, perciò, garante di esse (p. 140) – che sono alla base di una promessa democratica, di un orizzonte che egli nomina iperdemocrazia. Anche in questo caso il prefisso dice molto, infatti iper sta per “in elevato grado” e vuole indicare “un consolidamento della sfera pubblica e della dimensione politica […] che può permettere a una forma di governo, da alcuni considerata ormai logora, di mostrare la propria capacità di essere all’altezza delle nuove sfide che il mondo diventato globo pone” (p. 142). Le nuove tecnologie possono essere linfa vitale per il vecchio tronco della democrazia rappresentativa in modo da consentire su di esso il germoglio di forme di vera democrazia, quella diretta.

Indice

Un punto interrogativo di Derrick de Kerckhove e Antonio Tursi
Parte prima: accelerazione
Verso la ciberdemocrazia di Pierre Levy
L’innovazione tra post-democrazia e post-umanità di Alberto Abruzzese
Dalla democrazia alla ciberdemocrazia di Derrick de Kerckhove
Parte seconda: surplace
Democrazia e mutazione di Franco Berardi Bifo
Maschere e luoghi della politica in Rete di Luca Toschi
Proliferazione della discussione, necessità della decisione di Antonio Tursi
Parte terza: decelerazione
Dieci tesi sulla democrazia continua di Stefano Rodotà
A che punto è la e-democracy? Nel ciberspazio alla ricerca della democrazia di Sara Bentivegna
La solitudine del cittadino virtuale di Michele Prospero


L'autore

Derrick de Kerckhove (Wanzé-Lez-Huy, 1944) è direttore del McLuhan Program in Culture and Technology dell’Università di Toronto. Insegna anche presso l’Università “Federico II” di Napoli. Tra le sue opere tradotte in oltre dieci lingue ricordiamo: Brainframes, The skin of culture, Connected intelligence.

Antonio Tursi (Cosenza, 1978) è dottore di ricerca in Teoria dell’Informazione e della Comunicazione presso l’Università di Macerata, dopo essersi laureato in Scienze della Comunicazione presso l’Università di Roma “La Sapienza”. È senior fellow presso il McLuhan Program in Culture and Technology dell’Università di Toronto. Ha pubblicato vari saggi sui nuovi media in riviste e volumi collettanei, in particolare è da segnalare il testo fondamentale Internet e il Barocco. L’opera d’arte nell’epoca della sua digitalizzazione.

martedì 14 marzo 2006

Tursi, Antonio (a cura di), Mediazioni. Spazi, linguaggi e soggettività delle reti.

Milano, Costa & Nolan, 2005, 254 pp., € 17,20, ISBN =88-7437-020-2

Recensione di Sergio A. Dagradi - 14/03/2006

Sociologia (tecnica)

Il libro, come ricorda il curatore del volume nella sua introduzione, nasce come raccolta dei differenti punti di vista che, attorno al tema mcluhaniano cultura e tecnologia, si sono confrontati presso l’Istituto Nazionale di Architettura in un ciclo di dieci seminari. Scopo «ascoltare, interrogare, dialogare sulle dimensioni sociali, politiche e culturali dei nuovi media» (p. 5). Obiettivo senza dubbio ambizioso data la vastità degli orizzonti indagati e, come detto, l’eterogeneità dei partecipanti e delle posizioni da loro espresse. L’interesse allora del libro, diremo subito, risiede più nel tentativo di offrire trame di percorrenza di quella che il curatore, richiamandosi a Heidegger, chiama la contrada dei nuovi media, che non nell’abbozzare punti fermi (del resto difficilmente prospettabili parlando di temi che, ontologicamente oserei dire, sfuggono a ogni statica pratica definitoria e assertoria).
Su questi presupposti neppure una recensione a un testo così impostato può avere la pretesa di ricondurre a discorso comune la dispersione delle posizioni, pena il ridursi a mera elencazione dei contenuti. Mi soffermo pertanto a indicare quei saggi che, a parere ovviamente di chi scrive, sono sembrati i più stimolanti, soprattutto in relazione al dibattito attuale attorno all’impatto avuto dalle nuove tecnologie dell’informazione sulla società e la cultura.
Di rilievo mi è quindi parso anzitutto il saggio di Pierre Lévy, volto ad illustrare il progetto al quale sta attualmente lavorando, Digitong, ossia il tentativo di costruire attraverso «una lingua digitale, un linguaggio visuale di indicizzazione semantica dell’informazione» (p. 31), uno spazio semantico attraverso il quale porre in relazione le varie comunità operanti in rete. Pur consapevole della difficoltà di realizzare un simile progetto – anche in dipendenza della particolare dimensione ontologica della rete – questo presenta anche una forte attrattiva per le implicazioni che potrebbe avere ben al di là dell’applicazione informatica. Come non vedere, infatti, nella realizzazione di un sistema universale di coordinate per lo spazio semantico un possibile ausilio al confronto di culture, in luogo dello scontro di civiltà? Di contro, il pericolo dell’uniformazione del messaggio e della unidimensionalizzazione della codifica del pensiero potrebbero apparire quali rischi da ponderare adeguatamente.
Sulla dimensione comunitaria di esistenza, a cui le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione aprirebbero, si sofferma anche il contributo di Maria Luisa Palombo, a partire dall’acquisizione dei risultati delle ricerche di Derrick de Kerckhove sul rapporto tra tecnologia e processi di soggettivazione. La nostra parola, nel nuovo orizzonte comunicativo proprio delle nuove tecnologie, è infatti una parola che, smaterializzandosi dal supporto cartaceo precedente, si dispone ad essere già da sempre parte di un flusso informativo, di una condivisione potenziale, portando con sé anche delle implicazioni per la costruzione dell’identità personale: «Se “esistere” significa essere fuori (ek-sistere), quell’esistere al di fuori di un ambiente dato e stabilizzato dall’istinto, che è forse ciò che è già più proprio dell’uomo (o ciò a partire da cui è possibile l’uomo), la parola sullo schermo è allora una nuova parola che, dopo quella parlata e quella scritta, apre per l’uomo una forma ulteriore di ek-sistenza: quella al di fuori dell’individualità connaturata alla scrittura, e propria di una nuova dimensione connettiva» (p. 57). Anche perché lo schermo esemplifica quella rete tecnologica – costituita non solo di computer, ma anche di cellulari, navigatori satellitari, i-pod etc. – della quale la nostra realtà è intessuta e la nostra esistenza intramata. La trascendentalità della virtualità si traduce nella trascendentalità di ogni identità statica, stabile, atomisticamente pensata in un piano non comunitario: è in questa prospettiva che si invera il senso più autentico della vita umana come ex-sistenza, ossia eccedenza, possibilità, trascendentalità, appunto (con un celato richiamo forse all’Heidegger di Sein und Zeit). La costruzione ontologica della realtà appare inoltre come relazionale, rendendone in tal senso possibile la pensabilità a partire dagli assunti teorici della fisica quantistica, che proprio su questo aspetto aveva posto l’attenzione già nei primi decenni del secolo scorso: non è data pensabilità del mondo che possa ignorare il carattere costitutivo che in essa presenta il rapporto soggetto-oggetto e il suo determinato dispiegarsi; come non è data relazione che non sia già anche conoscitiva, configuratrice del mondo, di una forma del reale.
Ma questa costruzione ontologica della realtà, come lascia intendere il curatore del volume nel suo contributo incentrato su un interpretazione estetica dei nuovi media alla luce della lezione di Gadamer, è anche costruzione che si staglia sempre in un orizzonte storico. Proprio la lettura che Gadamer ha dato dell’opera d’arte lascia intravedere come ogni opera sia legata al farsi storico del senso del mondo (idea ripresa anche da Alberto Abruzzese nel suo contributo), riconoscendo implicitamente un legame altresì tra arte e tecnologia. L’opera d’arte, detto altrimenti, non prescinde mai da una relazione vitale con il proprio contesto, con la propria datità storica, portando sempre in evenienza nel proprio essere l’incidenza del progresso tecnologico. L’arte è anche tecnologia, sperimenta la tecnologia del proprio tempo, le sue possibilità, portando queste, in un certo senso, appunto all’evidenza. Il discorso, da questo punto di vista, si rende affine, in modo assolutamente interessante, a quanto sostenuto da Manuel Castells nella sua trilogia sull’Information Age circa il modo con il quale la tecnica entra nel tessuto sociale: le tecnologia riconfronta sempre con dinamiche e relazioni consolidate, all’interno delle quali viene ad essere sperimentata e a produrre le sue ricadute in termini di trasformazioni sociali. Se abbiamo inteso correttamente il saggio di Tursi, e in particolare il richiamo gadameriano all’autorappresentazione che l’opera d’arte condividerebbe con ogni momento ludico, l’arte si presta a manifestare, a testimoniare storicamente questa sperimentazione: diviene l’evento di come la tecnologia è in atto in un dato contesto storico, mostra il circolo dell’interpretazione che un preciso contesto sociale fornisce delle potenzialità tecnologiche. Evento al quale ogni “spettatore” è al contempo chiamato a parteciparvi, a fornire ulteriore interpretazione, e quindi sperimentazione. E al contempo a istituire comunicazione e, come notavamo in precedenza a proposito del saggio di Maria Luisa Palombo, nuovi legami sociali: «L’opera d’arte è sempre un’opera comune, l’opera di una potenziale comunità, di quella oikoumene che è il tutto del mondo abitato» (p. 77).
Il tema della soggettività, come si evince, è quindi tema centrale e per certi versi anche sottile filo conduttore del libro, ben al di là dei contributi della seconda parte espressamente dedicata a tematizzarla, tra i quali merita anzitutto attenzione quello di Leo Reitano. L’impostazione del contributo risente dell’acquisizione della lettura del già citato Castells sull’avvenuto mutamento di paradigma tecno-sociale. A caratterizzare l’attuale paradigma sarebbero pertanto: «[…] la pervasività degli effetti delle nuove tecnologie in tutti gli aspetti della vita umana, lo sviluppo della network logic in ogni sistema organizzativo; la crescente tendenza alla convergenza e alla reciproca integrazione delle tecnologie d’avanguardia (dalla biotecnologia alla nanotecnologia); l’aumento della flessibilità e della fluidità organizzativa di istituzioni e strutture produttive» (pp. 135-136). Questo mutamento si sarebbe riversato anche nel sapere e nella pratica politica. Secondo Reitano, infatti, nel secolo scorso ogni forma anche di contestazione sociale e politica si era pensata secondo il modello di matrice industriale della macchina: questo implicò la produzione di un soggetto politico scisso tra l’etica del desiderio e dei bisogni soggettivi e le istanze politiche della macchina partito, dell’apparato come entità sovraordinata e indiscutibile. In questa scissione tra regno dei fini e regno dei mezzi, e «al di là dell’equivoco filosofico si palesa, nell’itinerario dei pensatori che hanno costruito e immaginato la macchina rivoluzionaria, la mancanza di sensibilità necessaria a capire che l’apertura di un nuovo orizzonte sociale era strettamente legata alla capacità di immaginare forme di produzione e gestione del potere e del consenso radicalmente diverse da quelle offerte dal mondo industriale» (p. 133). Conclusione forte e crediamo, tuttavia, anche azzardata e ingenerosa nei confronti di quei pensatori come Rosa Luxenburg o Karl Korsch estremamente negativi e critici verso un modello di organizzazione politica che dovrebbe forse essere maggiormente circoscritta come leninista (e accenniamo solo di sfuggita a tutto il dibattito sul superamento del leninismo che interessò anche l’Italia negli anni settanta, in molti casi proprio attraverso la riscoperta anche del pensiero di Korsch); o nei confronti di quell’Herbert Marcuse che già nei suoi primi scritti, nei quali si proponeva di conciliare marxismo e fenomenologia, esprimeva heideggerianamente proprio l’esigenza che la rivoluzione, fin dalla sua teorizzazione, si accompagnasse ad una sovversione totale dei modelli cogenti d’esistenza. Proprio quel Marcuse che sarà anche – e non casualmente - tra gli ispiratori di quei movimenti libertari e anarchici, sviluppatasi sulla west coast statunitense, che daranno vita a quella nuova cultura del lavoro alla quale Reitano si richiama per individuare il nuovo e attuale paradigma politico. Il riferimento è all’etica hacker, divulgata da Pekka Himanen come alternativa all’etica protestante del lavoro che ha informato l’età industriale. Questa nuova etica, riproponendo gli elementi di creatività, vitalità e socialità come centrali nell’organizzazione del lavoro, starebbe contribuendo molto più dei movimenti anticapitalisti del secolo precedente a forme inedite e libertarie di partecipazione dell’uomo appunto all’attività lavorativa, consentendo lo sviluppo di quell’intelligenza collettiva/connettiva – implicitamente portatrice di democrazia - che trova sia un supporto, sia una manifestazione dell’epistemologia che vi è implicita, nei network informazionali.
Ad avanzare dubbi, tuttavia, sulle implicazioni immediatamente democratiche dell’organizzazione a network determinata dalla pervasività delle nuove tecnologie concorre il saggio di Mario Pireddu. Richiamando infatti l’analisi di Eugene Thacker, Pireddu sottolinea, in particolare nella parte conclusiva del suo saggio, il misunderstanding che si è creato tra i concetti di collettività e connettività: quest’ultima, infatti, non è in sé garante della formazione di una collettività maggiormente democratica, ma, semmai, solamente un prerequisito. Il problema nella realizzazione della prima resta aperto e di natura strettamente politica.

Indice

Abitare la contrada. Per iniziare di Antonio Tursi
PARTE PRIMA: SPAZI E LINGUAGGI

Reale o virtuale? di Luigi Prestinenza Puglisi           

Uno spazio, un linguaggio di Pierre Lévy                                                

Tecnopsicologia, blog e nuova spiritualità quantica di Derrick de Kerckhove     

Sulla strana realtà del virtuale di Maria Luisa Palombo                                    

Arte e tecnica/estetica ed etica di Pietro Montani                                      

Hans Georg Gadamer e l’estetica dei nuovi media di Antonio Tursi          
Una rete di traduzioni di Franciscu Sedda                                       
Approcci semiotico-tecnologici ai testi multimediali di János Petöfi   

SECONDA PARTE: SOGGETTIVITÀ                 

Nuovi media: oltre la politica e l’arte di Alberto Abruzzese                        

Oltre il Novecento: l’avvento della ciberpolitica di Leo Reitano                      

Web-etnografi e identità avatar di Massimo Canevacci                                 

La linea, l’ipertesto, il network digitale. L’esperienza dello spazio nei media di Emmanuel Mazzocchi                                                                       

V = n(n-1)? Fenomenologia del corpo virtuale di Mario Pireddu          

Il senso comune dell’essere cyborg di Marcello Serra                                      
La contraddizione umanistica di Simone Mulargia                                              
I network nella teoria dei sistemi di Alberto Marinelli                                    
Verso un nuovo umanesimo di Umberto Cerroni                                      
Ciberparanoia di Enrico Pozzi                                                                          


L’autore

Antonio Tursi (Cosenza, 1978) è dottorando di ricerca in Teoria dell’informazione e della comunicazione presso l’Università di Macerata e senior fellow del McLuhan Program in Culture and Technology presso l’Università di Toronto. Sui nuovi media, oltre a vari saggi in riviste e volumi collettanei, ha pubblicato: Internet e il Barocco, L’opera d’arte nell’epoca della sua digitalizzazione e, insieme a Derrick de Kerckhove, Alla ricerca della sfera pubblica nell’epoca della connessioni digitali.

Links

Il gruppo Cultura e Tecnologia, curatore dei seminari - www.culturaetecnologia.it