sabato 8 novembre 2008

Michael J. Sandel, Contro la perfezione. L'etica nell'età dell'ingegneria genetica.

Ed. Vita & Pensiero, Milano, 2008. Pp. 122, euro 12,00, ISBN 978-88-343-1544-6.
Edizione originale: The Case against Perfection: Ethics in the Age of Genetic Engineering., Belknap Press, 2007, ISBN 978-0674019270.

Recensione di Alex Grossini - 8/11/2008

Eugenetica, genetica, embrioni, miglioramento, cura, terapia, clonazione, dono.

Michael Sandel affronta, con un testo breve, una delle questioni morali più dibattute: le nuove capacità che l'ingegneria genetica promette all'umanità. La ricerca si concentra sulle enormi possibilità di cura che possono essere ottenute tramite la manipolazione dei geni, proprio nel campo delle malattie che oggi sono incurabili e devastanti. L'altra faccia della medaglia è l'abuso di queste capacità per potenziare invece che curare. La dicotomia terapia/potenziamento attraversa le riflessioni di Sandel, presentate in modo semplice anche per il lettore non specialista.
Sandel, proponendo esempi, prova a chiedersi cosa ci sarebbe di sbagliato nell'uso non terapeutico delle tecniche genetiche. Si consideri questo caso: genitori sordi che chiedono che anche il loro figlio sia progettato per non avere l'udito. Un caso che ci getta brutalmente nel cuore del discorso: è sbagliato che genitori sordi vogliano un figlio sordo? Se si, perché?

Una simile richiesta mette chiaramente a disagio; compito della filosofia morale è spiegare le ragioni di questo disagio: la sordità è intesa dai genitori in questione non come un handicap ma come un tratto distintivo, identitario. Hanno ragione o no? Per coloro che hanno l'udito, la sordità è la perdita di una capacità, quindi saremmo portati a credere che i genitori siano cattivi genitori qualora volessero privare il figlio di uno dei sensi. Ma Sandel ci mette di fronte al caso opposto: se i genitori invece chiedessero un figlio alto, bello e sano, magari biondo e con gli occhi azzurri, intendendo questi tratti come caratteristiche identitarie, sarebbero ugualmente cattivi? Ci sembra che un figlio con quelle qualità sarebbe avvantaggiato, non menomato. Ma il professore di Harvard sostiene che il disagio, nei confronti di una manipolazione, ci sarebbe ugualmente. La causa del disagio allora è proprio la manipolazione, il progetto, la pianificazione: in termini più filosofici, il figlio perderà l'autonomia in quanto le condizioni di partenza della sua vita, e quindi probabilmente tutta la sua vita, saranno condizionati da scelte altrui. Ci sono due obiezioni: la prima, anche senza progetto il caso ci dota di un patrimonio genetico che condiziona la nostra vita. La seconda, chi cerca miglioramenti solo per se stesso lo fa in piena autonomia. 

"L'inquietudine morale nasce quando le persone ricorrono a simili terapie non per curare una malattia, ma per andare al di là della semplice salute, raggiungendo un'efficienza fisica o mentale che oltrepassa il mero buon funzionamento" (p. 24). Sulla base delle attuali conoscenze scientifiche, sono già disponibili quattro tipi di miglioramento: muscoli, statura, memoria e determinazione del sesso dei figli. Alcuni critici sostengono la tesi secondo la quale il pericolo insito nella manipolazione genetica è che essa crei non solo classi sociali rigidamente distinte, ma addirittura due tipi di umanità: chi ha accesso alla tecnica - e quindi sarà bello, sano, forte e via dicendo, e chi no. Invece Sandel sostiene che "la questione decisiva non è come garantire la parità di accesso al miglioramento genetico, ma se sia giusto aspirare a quest'ultimo" (p. 30). 

L'Autore pone una domanda: cosa c'è di sbagliato (o almeno, cosa percepiamo di sbagliato) nel miglioramento delle capacità fisiche umane? Egli prova a formulare una risposta analizzando le concrete modifiche apportate oggi dal doping tra gli atleti, e suggerisce che doparsi è sbagliato perché va contro lo spirito del gioco, che è spirito di dono, gratuità, caso. Un talento naturale è per l'appunto qualcosa di inspiegabile, un dono. Ricorrere alla chimica per ottenere capacità superiori è un peccato di arroganza, un sovvertimento del normale corso delle cose.
La categoria del dono permette a Sandel di spiegare le cause del disagio che si prova di fronte a ogni modifica eu-genetica: si percepisce questo sovvertimento non naturale. Nello sport questo aspetto emerge in maniera più lampante: la categoria che contiene lo sport non è lo sforzo, ma l'eccellenza; ammiriamo e amiamo chi eccelle, siamo profondamente delusi da chi prende scorciatoie (p. 41). Per quanto ci possa piacere un atleta che si impegna al massimo, non lo consideriamo comunque migliore di un campione, un talento naturale, un Michael Jordan - se per un momento ci dimentichiamo che lo stesso Jordan non ha fatto affidamento solo sul suo dono naturale ma ha lavorato duramente.

"Il vero problema, con gli atleti geneticamente modificati, è che corrompono la competizione atletica in quanto attività umana che onora la coltivazione e l'espressione del talento naturale. Da questo punto di vista il miglioramento può essere considerato l'espressione ultima dell'etica dello sforzo e della tenacia, una guerra ad alta tecnologia con i nostri stessi limiti. L'etica della tenacia e le risorse biotecnologiche che attualmente ha arruolato sono entrambe schierate contro le rivendicazioni del possedere doni naturali" (p. 42).

Allora perché non abbiamo problemi con tutte le tecnologie migliorative? Sandel distingue tra tecnologie che creano la prestazione (doping, miglioramento genetico, e simili) e tecnologie che permettono di resistere a certi livelli (possiamo pensare a certi tipi di calzature che non si distruggono in corsa, per semplificare). Solo le prime sollevano il problema morale. La tecnica rimuove ostacoli, ma ce ne sono alcuni che non vanno rimossi perché sono ciò che costituisce la sfida dello sport, ed eliminandoli si elimina lo sport stesso.

Nello sport l'etica del dono corre dunque seri rischi, ma "sopravvive nella pratica dell'essere genitori" (p. 55), anche se sotto assedio. La progettazione di un figlio trasforma lo stesso da dono a cosa, e i genitori in moderni semidei arroganti. Invece i genitori dovrebbero solo aiutare i figli a sviluppare i doni naturali, non creare superuomini.

"E allora, come dobbiamo considerare lo status morale del miglioramento genetico? Il tentativo di migliorare i figli tramite l'ingegneria genetica assomiglia di più allo studio e all'allenamento sportivo (che presumibilmente sono buone cose) o all'eugenetica (che presumibilmente è una cosa negativa)?" (p. 60).

La risposta a questa domanda è fondamentalmente politica: purtroppo la società impone certi standard e sostiene un'etica della tenacia, e ciò crea moltissimi problemi, tra i quali lo scarto dei non adatti. L'ingegneria genetica è diversa da sport e studio, perché sport e studio servono (ancora e chissà per quanto) a sottrarsi a pressioni indebite, mentre la manipolazione migliorativa soddisfa proprio quelle pressioni sociali. Il contagio sembra ormai essersi diffuso, e la ricerca del successo ha contaminato anche tali ambiti, quindi moralmente non ci sono grosse differenze: bisogna smetterla di fare i supergenitori, bisogna mettere da parte gli impulsi prometeici, bisogna accettare i doni.

Sandel affronta infine il tema dell'eugenetica, vecchia e nuova o liberale, e sembra non trovare differenze sostanziali, anche se alcuni filosofi hanno sostenuto la possibilità di un'eugenetica liberale (Dworkin, Nozick e Rawls). L'eugenetica liberale non impone alcuna pratica specifica, tuttavia da un punto di vista pratico rischia di condurre alle medesime conseguenze: nel momento in cui le tecniche sono disponibili, un genitore ha un obbligo morale di fornire al figlio tutti i mezzi per una vita migliore, e un corpo migliore è senza dubbio un mezzo di insuperabile qualità (p. 84). Il punto è che i genitori che progettano il figlio perderanno molto: ad esempio, la gioia dei successi del figlio/a non sarà una sorpresa, non sarà per nulla emozionante.
Il contrasto è dunque tra padronanza e dono: l'etica del dono permette una vita più bella poiché più emozionante. Inoltre, una simile prospettiva morale è caratterizzata da tre elementi "chiave del nostro paesaggio morale: l'umiltà, la responsabilità e la solidarietà" (p. 89).

Sembra quindi che si debba fare di tutto per bloccare gli studi di genetica. Obiettori pro-life potrebbero interpretare in questo senso il breve saggio di Sandel, ma l'autore stesso nell'Epilogo chiarisce alcuni punti per evitare questo tipo di strumentalizzazione: soprattutto, l'uso di tecnologie genetiche per la cura di gravi malattie merita studi approfonditi, dal momento che la cura non è progettazione ma semplice ripristino di una situazione "normale", di buon funzionamento. L'etica del dono naturale non implica la condanna della ricerca sulle cellule staminali embrionali. La soluzione, secondo Sandel, è l'impiego di embrioni soprannumerari, vale a dire quelli che, generati per l'impianto in fecondazione assistita, non vengono impiegati e verrebbero comunque distrutti. Tutto il capitolo finale è dedicato a smascherare le ipocrisie e le fallacie delle posizioni contrarie all'uso di embrioni per le ricerche per curare malattie, mettendo in evidenza i gravi problemi logici contenuti nei discorsi integralisti (l'etica del tutto o nulla, come la chiama Sandel nell'ultima pagina del saggio).

Indice

PREFAZIONE Quando la cultura della perfezione va contro l'umano di Gianni Ambrosio
Ringraziamenti
I. L'etica del miglioramento
Chiarire l'origine del disagio
L'ingegneria genetica
II. Atleti bionici
L'ideale atletico: sforzo contro dono
Il miglioramento della performance: alta e bassa tecnologia
L'essenza del gioco
Figli progettati, genitori progettanti
Plasmare e contemplare
La pressione per la performance
Eugenetica vecchia e nuova
La vecchia eugenetica
Eugenetica per il libero mercato
Eugenetica liberale
V. Padronanza e dono
Umiltà, responsabilità e solidarietà
Il progetto della padronanza
EPILOGO
Etica dell'embrione: il dibattito sulle cellule staminali


L'autore

Michael J. Sandel, uno dei più eminenti filosofi politici e morali statunitensi, insegna Teoria del governo all’Università di Harvard, dove tiene anche corsi su temi quali lo statuto etico delle biotecnologie, la globalizzazione, il rapporto tra mercati e morale. Autore di numerosi saggi e volumi (tra cui, tradotto in italiano, Il liberalismo e i limiti della giustizia, 1994) e di articoli divulgativi pubblicati su testate giornalistiche quali «The Atlantic Monthly» e «The New York Times», dal 2002 al 2005 è stato membro del Consiglio presidenziale sulla bioetica, organismo istituito dal presidente degli Stati Uniti al fine di analizzare le implicazioni etiche delle nuove tecnologie biomediche.

Links

- Un articolo del 2004 di Sandel su The Altlantic.com, The case against perfection

- La homepage del suo corso ad Harvard

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