giovedì 27 agosto 2015

Di Cesare, Donatella, Heidegger e gli ebrei. I "Quaderni neri"

Torino, Bollati Boringhieri, 2014, pp. 352, Euro 17, ISBN 978-88-339-2558-5

Recensione di Tiziana Gabrielli - 28/03/2015

Giunto già alla terza ristampa a pochi mesi dalla sua pubblicazione, il volume di Donatella Di Cesare sui Quaderni neri di Heidegger ha alimentato un ampio ed acceso dibattito di respiro internazionale (specie in Italia, Germania, Francia e Stati Uniti). Il “caso” Heidegger ha suscitato, infatti, grande scalpore mediatico, anche in seguito ad alcuni articoli della stessa autrice (“Heidegger: ‘Gli ebrei si sono auto-annientati’”, Corriere della Sera, 8/02/2015;  “Shoah, ecco l’anno nero di Heidegger”, Corriere della Sera, 9/02/2015), e alla decisione dell’Università di Friburgo di sostituire la cattedra di filosofia,


che è stata di Husserl e di Heidegger (ma anche di Windelband e di Rickert, e ora tenuta da Günter Figal) con un insegnamento secondario di logica e filosofia del linguaggio, contro cui sono intervenuti Markus Gabel sulla Süddeutsche Zeitung (3/3/2015) e Maurizio Ferraris su Repubblica (12/3/2015).
In un incontro del febbraio scorso presso la libreria romana Knob, Di Cesare, vicepresidente della Martin Heidegger-Gesellschaft, conversando con Antonio Gnoli (giornalista ed autore con Franco Volpi di L’ultimo sciamano. Conversazioni su Heidegger, Bompiani, 2006) ha ricostruito la genesi del suo saggio: “Questo libro non ho scelto di scriverlo io, piuttosto è capitato. Nel 2013 mi ha contattata il presidente della società Martin Heidegger Günter Figal, che ora si è dimesso perché contrario alle posizioni radicali del filosofo, avvertendomi del ritrovamento di questi primi Quaderni Neri. In Germania verranno poi pubblicati a breve i quaderni che vanno dal 1942 al 1948 che faranno sicuramente luce sulla posizione del filosofo riguardo la Shoah e che verranno tradotti l’anno prossimo da Bompiani. Potevo attenermi a pubblicare solo il terzo capitolo dedicato ai quaderni invece ho deciso di scriverne uno sull’antisemitismo e uno sulla Shoah perché credo che l’argomento sia più ampio e vada presa in considerazione anche una certa tradizione filosofica tedesca. Infatti mi sembra emblematico quanto sia spinoso il tema, evidenziato anche dall’assenza di una trattazione sulla storia dell’antisemitismo nella filosofia” (cfr. R. Silvera, “Roma, Heidegger e i quaderni della discordia”, in: moked.it/blog/2015/02/06/roma-heidegger-e-i-quaderni-della-discordia/). 
La questione dell’antisemitismo metafisico di Heidegger, nodo teoretico cruciale del volume, solleva interrogativi inquietanti che tuttora dividono gli studiosi più avvertiti. Come emerge dai Quaderni neri, la “questione ebraica” (Judenfrage) non è per Heidegger una questione “razziale”, bensì “metafisica” e si inscrive nella storia dell’Essere (p. 12). Qual è allora il rapporto tra l’Essere e gli ebrei? E quale il ruolo della Shoah nella storia della metafisica occidentale? L’intento del libro della Di Cesare è infatti quello di ripensare queste domande e, al contempo, far luce su altre, che invece sono state ignorate, rimosse o aggirate, in tutta la loro pregnanza filosofica, politica e teologica.
“A metà degli anni Settanta”, ricorda la Di Cesare, “sono stati depositati nel Deutsches Literaturarchiv di Marbach am Neckar 34 quaderni, rilegati con una tela cerata nera. In quell’occasione Heidegger ha espresso il desiderio che i quaderni fossero pubblicati al termine delle sue opere complete. Fino a quel momento – come riferisce il figlio Hermann – avrebbero dovuto restare segreti, “chiusi a doppia mandata”. Nessuno avrebbe dovuto né leggerli né, anzi, averne cognizione. La volontà di Heidegger è stata solo in parte disattesa. Il prolungarsi dell’edizione delle altre opere ha spinto l’amministratore del suo lascito ad anticipare l’uscita degli Schwarze Hefte” (p. 13). 
I 34 quaderni coprono un arco temporale che va dal 1930 al 1970 e sono classificati in numeri romani: quattordici quaderni s’intitolano Überlegungen (Riflessioni), nove Anmerkungen (Note), due Vier Hefte (Quattro quaderni), due Vigiliae, uno Notturno, due Winke (Cenni), quattro Vorläufiges (Provvisorio). Sono stati trovati altri due quaderni, Megiston e Grundworte (Parole fondamentali), anche se non è certa la loro appartenenza all’opera complessiva. Manca, invece, il primo quaderno Überlegungen I, del 1930. Non è escluso che siano andate perdute altre parti, visto che le Überlegungen XV, del 1941, non sono corredate da un indice analitico, che è invece presente alla fine di ogni quaderno. Nei prossimi anni verranno pubblicati tutti gli Schwarze Hefte, che comprendono i volumi dal 94 al 102 delle opere complete di Heidegger. Nella primavera del 2014 sono stati già pubblicati le Überlegungen (II-XV), i tre volumi 94-96, a cui seguirà il volume 97 per chiudere la parte che giunge fino al 1945 (cfr. pp. 13-14). I Quaderni neri costituiscono un unicum non soltanto nell’opera di Heidegger ma anche nella letteratura filosofica del Novecento. Essi “assomigliano al diario di bordo di un naufrago che attraversa la notte del mondo. A guidarlo è la luce lontana dell’inizio. Il paesaggio, oscuro e tragico, è rischiarato da profondi sguardi filosofici e potenti visioni escatologiche” (p. 15). 
L’antisemitismo ha attraversato per secoli la tradizione tedesca, identificando in Lutero colui che per primo invocò la distruzione degli ebrei. “Dopo l’interesse esploso negli anni venti intorno ai suoi Judenschriften, i suoi scritti contro gli ebrei, - scrive Di Cesare - , il regime nazista non esitò a farne un uso propagandistico. Da Lutero a Hitler la nazione germanica si presentava compatta e unanime nel compimento del proprio destino che, mirando alla costituzione dello stato totale, prevedeva la soluzione drastica e definitiva della questione ebraica” (p. 29). 
Uno dei capitoli più oscuri che il volume della Di Cesare mette in luce va ricercato nell’ostilità che molti filosofi hanno nutrito verso gli ebrei, con esiti spesso devastanti. “Non può non sorprendere, ad esempio, che l’accusa della “menzogna”, attraverso forme e modalità diverse, dopo Lutero, venga ripresa da Kant, che chiama gli ebrei una “nazione di ingannatori”, da Schopenhauer, che in una celebre sentenza contenuta nei Parerga e Paralipomena scrive che “gli ebrei sono i grandi maestri nel mentire”, e venga infine rilanciata da Nietzsche, che imputa al popolo ebraico la colpa di aver introdotto “la menzogna nell’‛ordinamento etico del mondo’” (p. 35).
Tornando ad Heidegger, l’orizzonte ultimo dei Quaderni neri è, come già detto all’inizio, la questione dell’Essere (Seinsfrage). L’età della metafisica è segnata non soltanto dall’oblio dell’Essere, ma anche dal suo abbandono (Seinsverlassenheit), nel duplice senso di abbandono dell’Essere e abbandono da parte dell’Essere. Nei Quaderni neri assistiamo a un’esasperazione della differenza ontologica, tanto che per Heidegger l’ebreo, scisso dall’Essere, non solo è identificato con l’ente, ma si avvicina pericolosamente al nulla. La sorte dell’ebraismo, quindi, è strettamente legata alla metafisica, esito ultimo della modernità. L’ebreo, in quanto escluso dall’Essere, è dunque il nemico metafisico, ma anche il primo responsabile di una “intellettualizzazione” della vita che ha prodotto effetti nefasti. “La grande rinascita della cultura ebraica nel periodo di Weimar, fino alla crisi del 1929-1930, la critica sociale, la riflessione politica, il ruolo degli intellettuali di sinistra, e in genere l’influsso degli ebrei nella stampa, nell’editoria, nel teatro, nel cinema, per non parlare della letteratura, dell’arte e della musica, infiammò la polemica antisemita. Tutto quel che era inedito, audace, moderno, veniva identificato con gli ebrei; per converso appariva ebraico ciò che minacciava la tradizione. L’insofferenza per il diffondersi dello “spirito ebraico” permeò la borghesia conservatrice, l’opinione pubblica delle province, il mondo accademico e tutti coloro che, sentendosi “tedeschi”, finirono per convergere con le posizioni degli antisemiti più radicali” (p. 113). Nei Quaderni neri si attribuisce l’intelligenza priva di spirito, ridotto a “fantasma” (p. 121), all’intellighenzia ebraica. La contrapposizione fra “società” (Gesellschaft) e “comunità” (Gemeinschaft) costituisce il segno della disgregazione e dell’alienazione della metropoli. La condanna di Heidegger viene poi estesa, oltre che al marxismo, anche alla psicanalisi freudiana, ambiti propriamente ebraici.
Nei Quaderni neri emergono tre principali figure chiave dell’ebraismo: la “macchinazione” (Machenschaft), la “desertificazione” (Verwüstung) e la “derazzificazione” (Entrassung). Il “potere della macchinazione” (Macht der Machenschaft) come predominio dell’ente si contrappone alla “sovranità dell’essere” (Herrschaft des Seyns). La macchinazione è l’esito ultimo della metafisica come storia della violenza. Intorno a questo concetto si è articolato l’attacco di Heidegger al maestro Husserl, ancora legato alla metafisica (cfr. pp. 146-155). La “desertificazione” costituisce l’effetto perverso della macchinazione. Il termine compare soprattutto nelle Riflessioni XII-XV, dove la guerra planetaria si configura attraverso lo scontro fra “distruzione” (Zerstörung) e “desertificazione” (Verwüstung). Se la prima è “l’annuncio di un inizio nascosto”, la seconda è il “colpo di coda della fine già decisa” (p. 126). La desertificazione della terra è la desertificazione dell’Essere, è quello sradicamento che, mentre rischia di diventare planetario, è in grado di “erodere e minare ciò da cui può sorgere la luce dell’altro inizio” (p. 127). Tra le accuse più gravi che Heidegger muove agli ebrei c’è quella della “derazzificazione dei popoli”, che procede di pari passo con la “autoalienazione dei popoli”, la “perdita della storia”, l’allontanamento da quegli ambiti in cui è possibile la decisione per l’Essere (p. 135). La derazzificazione non ha consentito ai popoli che hanno una “forza storica originaria” di pervenire a unità. Heidegger si riferisce non solo ai tedeschi, ma anche ai russi, introducendo la distinzione tra Russentum e bolscevismo. “Quest’ultimo, espressione politica dell’ebraismo, non è che la “anticipazione del potere illimitato della macchinazione” (ibidem). Simbolo di questa metafisica del sangue “puro”, culto del nazionalsocialismo, fu la croce uncinata, la svastica di salvezza, rovesciato intorno al suo asse di rotazione per indicare la rigenerazione incessante di una razza votata all’immortalità” (p. 146). Nel 1941 Heidegger infatti scrive: “A noi non resta che sacrificare il miglior sangue dei migliori del nostro popolo” (ibidem). 
Che cos’è allora il nemico per Heidegger? Nei Quaderni neri il nemico diventa il tema di una domanda che riprende e corregge quella formulata nel seminario su Hegel: “Dove sta il nemico e come viene creato? Dov’è diretto l’attacco? Con quali armi?” (p. 182). Heidegger qui rovescia Schmitt: è il pólemos il presupposto del nemico, non viceversa. Da quando la guerra è divenuta mondo non c’è più spazio per la pace, ma neppure per il nemico e le distinzioni di Schmitt. “Il pólemos è il custode che regna e regnando custodisce l’Essere” (p. 185). Nell’ultima parte dei Quaderni neri – nelle Riflessioni XIII e XIV – Heidegger parla di “ebraismo internazionale” (internationales Judentum) e soprattutto di “ebraismo mondiale” (Weltjudentum), assecondando così il “mito del complotto mondiale ebraico” (p. 187), o del “complotto giudeo-bolscevico” (p. 191).  
Per contraddistinguere l’ebraismo, Heidegger usa il termine Weltlosigkeit (“assenza di mondo”) (p. 205), che non è riducibile alla Bodenlosigkeit (“assenza di suolo”), preludio di quel dominio sul mondo che è alla base dell’accusa della macchinazione. Ma allora quale valore filosofico Heidegger conferisce al termine “weltlos”? In Essere e tempo il mondo è una struttura dell’esserci (Dasein). L’assenza di mondo vuol dire che la pietra non giunge a esistere, in quanto non vive. “L’ebreo è come la pietra – weltlos. Più che amondano, è im-mondo, impuro perché senza mondo, senza la mondità dell’esistenza. Riaffiora la pietra, metonimia, come in Hegel, della figura filosofica dell’ebreo. Pietrificato e inammissibile resto, nella storia dell’Essere, l’Ebreo minaccia, a sua volta, di pietrificare l’Essere” (p. 207). Quando Heidegger scrive, all’inizio degli anni Quaranta, la Reinigung des Seins (“purificazione dell’Essere”) è già diventata Vernichtung (“annientamento”) (cfr. p. 217). Come ha anticipato la Di Cesare in un suo articolo, nell’anteprima del nuovo volume dei Quaderni neri, curato da Peter Trawny, comprendente gli anni 1942-48, che sta per essere pubblicato in Germania dall’editore Klostermann (Gesamtausgabe 97, Anmerkungen I-V), affiora la tesi di Heidegger secondo cui la Shoah è “l’autoannientamento (Selbstvernichtung) degli ebrei” (“Heidegger: ‛Gli ebrei si sono autoannientati’”, cit., in: (www.corriere.it/cultura/15_ febbraio_03/heidegger-gli-ebrei-si-sono-autoannientati-99819ca8-abe5-11e4-bd86-014e921a3174.shtml).
Quale immagine dell’Ebreo emerge, dunque, nei Quaderni neri? “Occorre anzitutto parlare – scrive Di Cesare – di una metafisica dell’Ebreo. La riflessione di Heidegger è prettamente filosofica; non risente di concezioni antropologiche, né, tanto meno, di dottrine biologiche. In tal senso si inserisce pienamente nella tradizione del pensiero tedesco, da Kant a Hegel e a Nietzsche, di cui in effetti riprende, seppur tacitamente, temi e argomenti. Malgrado la sua critica alla metafisica, da questa eredita il modo di porre la questione. Le sue considerazioni perentorie, le sue sentenze liquidatrici, sono nel complesso risposte all’unica domanda: tì ésti, che cos’è?” (p. 207). Nella fredda notte dell’Essere, Heidegger s’imbatte nell’Ebreo. Non uno dei suoi allievi, maestri, amiche, amanti, bensì la figura dell’Ebreo, l’Ebreo in sé (lo Jude). Già l’Ebreo di Kant, confinato nell’eteronomia, era stato respinto dalla metafisica. Hegel, identificandolo con la “coscienza infelice”, figura emblematica della scissione, lo aveva espulso dalla dialettica della storia universale. Per Nietzsche l’Ebreo aveva fatto della falsificazione la cifra dell’esistenza. “Anche per Heidegger l’Ebreo è un inciampo, una pietra sul suo cammino, lungo la storia dell’Essere. Per toglierlo, per sgombrare il terreno, il modo più semplice è definirlo” (p. 214). 
La Germania post-nazista tentava di ricostruire la propria identità sulle macerie e, nel silenzio assordante delle vittime e dei persecutori, non sembrava esserci posto per Auschwitz, un crimine innominabile. E in questo silenzio scende anche il silenzio, ingiustificato e imperdonabile, di Heidegger (basti pensare alla celebre intervista rilasciata allo “Spiegel” il 23 settembre 1966, e pubblicata, come era stato stabilito, subito dopo la sua morte, nel 1976, p. 226). A nulla sono valsi i tentativi dei suoi ex allievi, come Marcuse, per convincerlo a parlare. A nulla sono valse le condanne di Jaspers, Lyotard, Lacou-Labarthe, e di George Steiner, il quale ritenne che il suo ostinato mutismo dopo il 1945 fosse una colpa peggiore della sua adesione al nazismo nel 1933. “I Quaderni neri gettano luce su questo silenzio, senza, però, poterne diradare del tutto la coltre. Certo, il suo antisemitismo metafisico deve aver contribuito in modo decisivo. Entro tale contesto la sua scelta appare più comprensibile. Ed è lecito allora chiedersi di nuovo: che silenzio è quello di Heidegger? Questa domanda ne solleva, a sua volta, altre due, quella cioè sul concetto di “silenzio” nel suo pensiero, e quella sul silenzio del pensiero negli anni immediatamente successivi alla Shoah. Il che richiede che si parli sia del divieto imposto da Adorno ai poeti sia, soprattutto, dell’incontro tra Celan e Heidegger” (p. 227). 
Rientrato dall’esilio in America, Adorno, infatti, fu tra i primi a squarciare il silenzio sentenziando: “Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie” (p. 228). In quel lapidario verdetto c’era la lettura di Todesfuge (Fuga di morte) di Celan, in cui si canta la fine tragica dell’ebraismo. La parola di Celan non nasce, come per Heidegger, da un “corrispondere” (Entsprechen) all’appello del linguaggio, bensì è una “contro-parola” (Gegen – Wort), contro chi nega o chi tace. “Sulla sua copia del Meridiano – rileva Di Cesare –, là dove Celan prende distanza da Entsprechen, Heidegger ha scritto a margine Ent-sagen con un trattino. In questa parola è racchiuso forse il silenzio di Heidegger. (…). Heidegger non rinuncia a dire, ma lascia la parola al poeta. Celan attendeva da Heidegger un kommendes Wort, una parola a venire; Heidegger sapeva che quella parola spettava invece a Celan” (p. 232). 
In realtà Heidegger non ha realmente taciuto. Lo si capisce soprattutto se si rileggono, a partire dai Quaderni neri, i due famosi saggi La lettera sull’“umanismo” del 1947 e La questione della tecnica del 1953. Quando Marcuse, di ritorno dagli Stati Uniti, incontrò Heidegger, il 28 agosto 1947 gli scrisse per invitarlo ad intervenire pubblicamente: “Ma un filosofo non può sbagliarsi su un regime che ha annientato milioni di ebrei – solo perché ebrei” (p. 233). Heidegger rispose con una lettera del 20 gennaio 1948, affermando che non era possibile alcuna “ritrattazione”, dal momento che dal nazionalsocialismo si aspettava “un rinnovamento spirituale di tutta la vita” (ibidem), e aggiunge che “(…) al posto di “ebrei” si può scrivere “tedeschi dell’est”, e varrebbe allora ugualmente per uno degli alleati, con la differenza che tutto ciò che accade dopo il 1945 è noto agli occhi del mondo, mentre il sanguinoso terrore dei nazisti è stato di fatto tenuto nascosto al popolo tedesco” (p. 234). 
Nell’immediato dopoguerra lo sterminio degli ebrei europei era visto come un evento tra i tanti nella barbarie generale. È stata Hannah Arendt la prima a parlare, già nel 1946, di “fabbriche della morte”, a proposito dei lager, finalizzati alla “trasformazione della natura umana” (p. 235). In questo senso, lo sterminio le appare l’epilogo dell’organizzazione tecnologica e burocratica tipica del totalitarismo. In proposito scrive la Di Cesare: “Nella Storia dell’Essere non c’è posto per le grida soffocate delle vittime. Non c’è posto per l’orrore né per il trauma. Come se la Storia dell’Essere procedesse spietatamente imperturbabile, votata a una inclinazione metafisica che appare in continuità con Nietzsche, con Hegel, perfino con Platone. Di qui il disinteresse ontologico di Heidegger verso la Shoah. Una volta messo allo scoperto il dispositivo tecnico, lo sterminio diventa filosoficamente irrilevante. Se Heidegger avesse scorto la singolarità di Auschwitz, se lo avesse riconosciuto come evento traumatico, avrebbe lasciato che quel trauma spezzasse le coordinate ontologiche, mandasse in frantumi la Storia dell’Essere. Ma nel suo orizzonte notturno, segnato dalla luce lontana che dovrebbe illuminare la terra del mattino, nessuna intrusione ontica può interrompere quella destinazione, neppure l’eclisse dell’umano” (p. 238). Se la morte, in Essere e tempo, è concepita come la possibilità più propria dell’esserci, l’orizzonte della nostra esistenza finita, nei lager, invece, come scrive J. Améry, “il morire era onnipresente, la morte si sottraeva” (p. 243). La morte, ridotta a decesso, è stata preclusa. L’odore nauseabondo che usciva dai camini dei forni crematori è il segno dell’oltraggio supremo alla dignità stessa della morte e dei mortali. 
Da Lévinas a Derrida, pensare dopo Auschwitz significa uscire da questo totalitarismo ego-centrico verso una liberazione che, come quella dell’esodo, si realizza nell’apertura con l’altro. Secondo la formula di Lévinas, il movimento dall’essere all’altro non vuol dire tanto un essere altrimenti quanto piuttosto un “altrimenti che essere” (p. 256). Juideité è la parola che Derrida oppone a Judentum, e che indica l’“esperienza esemplare” dell’ebreo “attraversato dal tormento dell’identità” (p. 256) –  vista come un merito per illuminare il limite di ogni pensiero identitario. 
“A partire dai Quaderni neri l’oblio dell’ebraico e l’esclusione della Torà appaiono piuttosto un debito occulto. Un oblio rende più perspicuo l’altro: all’Ebreo viene imputato l’oblio dell’Essere, perché già prima è stato esautorato dalla narrazione di Dio” (p. 268). L’ebraismo desacralizza il mondo, distrugge numi e dèi mitici. Come ha scritto Lyotard, invece, “il dio Hölderlin-Heidegger è pagano-cristiano, è il dio del pane, del vino, della terra e del sangue” (p. 271). Perciò è un Dio che muore. Ha senso, allora, la sentenza nietzscheana “Dio è morto” dopo Aushwitz? “Se un dio è morto in quell’apocalisse, è stato un dio pagano, primo o ultimo che sia, il dio dell’Occidente greco-cristiano. In questo senso Auschwitz non è solo la soglia che hanno dovuto varcare quelli consegnati al non-essere, ma è anche il luogo in cui dovevano essere annientati coloro che, con la sola loro esistenza, testimoniavano non un dio altro, bensì l’Altro. Senza quell’annientamento l’Occidente, altrimenti, non sarebbe stato compiuto” (p. 272).
Nella notte del mondo, nel tempo della povertà, Heidegger ha delineato un’escatologia dell’Essere tra il “non più” (nicht mehr) degli dèi fuggiti e il “non ancora” (noch nicht) del dio a venire. Nei Quaderni neri, che precedono la sconfitta della Germania, Hölderlin è anzitutto il poeta della rivoluzione, sognata, fin dai tempi di Tubinga, e mai compiuta. Se la rivoluzione bolscevica è l’espressione ultima di quella metafisica che, complice anche l’ebraismo, scambia la fine per il nuovo, l’altra rivoluzione, quella di Hölderlin, porta nel “nuovo dell’altro inizio” (p. 276). Qui non c’è “redenzione” (Er-lösung), come riscatto dalla colpa originaria e salvezza nell’al di là. La rivoluzione diventa sapienza della catastrofe, affidata ai “venturi” (gli Zukünftigen), pochi e rari, che attendono nella radura i cenni del passaggio dell’ultimo dio. “Hölderlin è il loro poeta che giunge da lontano ed è perciò il poeta più venturo” (p. 278). I pochi, i venturi, possono guidare il popolo e sono insieme retroguardia e avanguardia, “guardiani dell’Essere e della sua storia” (ibidem). Manca il messianico “pur sempre” (dennoch), perché più decisivo dell’origine è l’esodo. “Nell’avvenire del ricordo, sull’éschaton della storia, è la fine a redimere l’inizio. L’apocalittica si curva in una rivoluzione che può proiettarsi nel futuro solo perché ripara il passato, il tempo dei vinti. Infatti “il Messia viene non solo come redentore, ma anche come vincitore dell’Anticristo”. L’angelo della storia si affaccia anche nel paesaggio di Heidegger. È un angelo che con occhi mesti e penetranti guarda alla catena di rovine accumulatesi ai suoi piedi. Ma la tempesta non spira dal paradiso, non lo solleva in alto. Il vento tagliente soffia gelido contro le sue ali e l’angelo resta immerso nelle brume della Foresta Nera” (p. 279).


Indice

Premessa

Heidegger e gli ebrei

1. Tra politica e filosofia

2. La filosofia e l’odio per gli ebrei

3. La questione dell’Essere e la questione ebraica

4. Dopo Auschwitz

Note

Bibliografia

Indice dei nomi

1 commento:

Federico Bonito ha detto...

Certamente il libro della De Cesare sui quaderni neri di Heidegger ha sollevato dalla sua apparizione una serie di dibattiti incentrati sulla questione legata al supposto antisemitismo di Martin Heidegger.
Il filosofo tedesco dichiarò pubblicamente la sua adesione al nazismo in un discorso che tenne per la sua nomina a rettore dell' Università di Friburgo nel 1933. Si è molto discusso anche sul quel discorso in quanto si è cercato di capire se fosse o meno legato a fattori di "comodità"( si crede infatti che il filosofo tedesco abbia sposato gli ideali nazisti per evitare persecuzioni da parte del regime ). E' altrettanto risaputo che dopo breve tempo il filosofo tedesco si dimise e il breve periodo contrassegnato dai suoi interessi politici finì nel silenzio: ciò fu interpretato da molti studiosi come un rifiuto dell'ideologia nazista precedentemente abbracciata.
Heidegger non è certamente un filosofo facile da comprendere, ha una produzione filosofica sconfinata e i suoi scritti superano il migliaio.
Comunque, sento di dover sottolineare che è impossibile catalogare Martin Heidegger sotto questa o quella etichetta. Infatti, il pensiero heideggeriano è contraddistinto da un un pensiero questionante che per sua natura rifiuta ogni tipo di etichettatura, in quanto vive e si nutre di interrogativi radicali e che prova con una sterminata energia di arrivare in quella zona misteriosa che è la ricerca del senso di tutto quello che è. Proprio per questo suo ricercare nel fondamento, attraverso quei "sentieri interrotti" che indicano la via del pensiero senza peraltro arrivare mai alla meta, si può certamente affermare che tutto il pensiero di Heidegger è un ricercare liberamente, senza lacci intellettualistici o dogmatici, attraverso i sentieri "nascosti" dalla metafisica.
Credo che tutto il pensiero di Heidegger sia contraddistinto dalla spasmodica ricerca della risposta alla domanda sull'essere e sull' ontoteologia laddove la metafisica ha confuso l'ente con l'essere. Forse, proprio questo suo tentativo di esaminare la cultura giudaico-cristiana ( giudaico e anche cristiana ), lo ha portato a vedere come in queste religioni esista un' assolutizzazione del divino che ne sottolinea l'alterità: l'essere si fa ente. Il problema quindi è metafisico. Tutto il pensiero di Heidegger è rivolto verso la metafisica e il superamento della stessa e del suo oggettivismo.
Inoltre, Vattimo sottolinea che Heidegger può essere considerato come un "pensatore della società democratica" in quanto l'idea che l'essere non sia oggettività data ma una progettualità umana, che nasce dal dialogo degli uomini, è sicuramente più "rassicurante" rispetto all'idea che afferma l'esistenza di leggi naturali da rispettare che limitano la libertà dei popoli.