mercoledì 23 dicembre 2009

Ivaldo, Marco, Libertà e moralità. A partire da Kant.

Saonara (PD), Il prato, pp. 226, € 15,00, ISBN 9788863360691

Recensione di Antonella Ferraris - 23/12/2009

Storia della filosofia (moderna), Etica

Il filo conduttore del libro di Marco Ivaldo è la questione della libertà, un tema fondamentale nel pensiero di Kant, non sempre approfondito e compreso appieno. La legge morale è il fondamento di conoscenza della libertà, la quale a sua volta costituisce in noi la modalità d'essere della legge morale.
Il libro di Ivaldo è diviso in due parti, a loro volta costituite di tre capitoli ciascuna, veri e propri saggi sviluppati in piena autonomia, ma con fili conduttori interdipendenti. Si tratta di testi composti in momenti diversi, pubblicati in varie sedi tra il 1990 e il 2008. La prima parte verte su Kant e sul problema della libertà in relazione a questo autore; la seconda parte trae spunto dalla filosofia di Kant per trattare temi di etica contemporanea.
Il primo saggio, Percorsi della Ragion Pratica: Kant, Reinhold, Fichte, confronta la filosofia morale di Kant con quella di Reinhold e Fichte. Per Kant la legge morale è un fatto della ragione, non può cioè essere colto mediante un’intuizione perché è meta – sensibile. Si parla infatti di ragion pura pratica perché agisce senza la mediazione dell’inclinazione.
Tra i contemporanei di Kant, sia Reinhold sia Fichte aggiungono una serie di precisazioni alla nozione di ragion pura pratica e di legge morale. Per Reinhold la fonte della morale sta nella natura attiva della ragione; distingue tra ragion pratica e volontà, una distinzione che secondo lui Kant non sa adeguatamente precisare. La ragione prescrive alla volontà la legge morale, universale e necessaria, che solo la libertà della volontà può accettare o rifiutare. Per Fichte la volontà è l’assoluto tendere della coscienza verso l’assoluto, un impulso accompagnato dalla riflessione, ma non da un concetto, come sostenuto da Kant, piuttosto da una visione/idea.
Il secondo saggio, La libertà e il problema del male in Kant, è analizzata la questione del male come elemento oscuro e in relazione alla libertà. Il tema viene affrontato da Kant in diverse opere e con esiti diversi, tuttavia un dato rimane costante ed è la distinzione tra libertà empirica e libertà morale. La prima è l'arbitrio (Willkür) può essere sia appetizione sensibile, sia il razionale (e tradizionale) libero arbitrio; la seconda è la volontà (Wille) razionale pura, che sua volta determina l'arbitrio. In conseguenza dall'arbitrio derivano le massime, cioè la libertà del poter fare, mentre dalla volontà deriva la legge morale, che è necessaria perché non si riferisce all'azione, ma alla legislazione universale. Kant rifiuta la cosiddetta libertà di indifferenza; l'arbitrio infatti non è indifferente alla legge morale - occorre ricordare, a questo proposito, che Kant distingue tra l'azione e l'ambito trascendentale. Delle opere di Kant, quella che affronta il tema del male radicale è La Religione entro i limiti della sola ragione: qui Kant cerca l'aspetto razionale all'interno dell'esperienza religiosa. La ragione umana, in ambito morale, può estendersi sino a certe idee trascendentali (grazia, miracoli, misteri, effetti della grazia), che non sono conoscenze, né condizionano l'assunzione di massime, ma determinano "la fede riflettente", il cui vaglio critico impedisce il fanatismo che ha contraddistinto i secoli passati. La religione poi rappresenta in modo naturalistico il trascendente per renderlo comprensibile. Qui l'origine del male è ricondotta tanto nella sfera della libertà (che è una forma qualificante dell'uomo), quanto nella natura stessa dell'uomo, che si integra nella libertà se depurata del suo naturalismo. In altre parole alla sfera della libertà va ricondotta la natura dell'uomo, intesa come possibilità soggettiva di un uso della libertà stessa sotto una legge morale, la quale precede l'azione. In questa ottica il male è una possibilità ontologica, cioè ha un'origine razionale nella libertà. Da qui il rigorismo morale di Kant assume una nuova connotazione: l'uomo è originariamente disposto verso il bene, ma è anche tendente al male.
Il terzo saggio, Volontà e arbitrio nella Metafisica dei Costumi, riprende la distinzione tra volontà e arbitrio già presentata precedentemente. Il tema è quello della morale concreta, fatto proprio da contemporanei come Reinhold o Creuzer, che criticavano la ragion pratica di Kant in nome dell'esito finale della moralità, à di applicarla all'azione concreta. La Metafisica dei Costumi è scritta da Kant con questa finalità in mente, la possibilità di collegare i principi morali all'antropologia. In questo modo, oltre al comando del dovere, Kant indaga fenomenologicamente anche l'appetizione, vera analisi dell'animo umano che si rapporta alla legge morale non solo con la ragione, ma con una varietà di atteggiamenti: il sentimento morale, l'amore per il prossimo, la coscienza morale e il rispetto di sé. Questa facoltà di appetire è sia inferiore, cioè volta al piacere (a qualsiasi tipo di piacere, pratico o contemplativo), sia superiore, cioè secondo concetti. In questo caso ritorna la distinzione tra arbitrio e volontà. Il primo è legato alla presenza di un oggetto, la seconda no.
L'espressione classica "libero arbitrio" significa per Kant un arbitrio determinato dalla Ragion pura pratica, mentre l'arbitrio semplice è determinato dall'inclinazione. Il libero arbitrio non è indifferente alla legge morale, perché è piuttosto quest'ultima che "rivela l'arbitrio come un arbitrio libero" (p.121); è la facoltà delle massime, ed è in relazione tanto con l'inclinazione al male, quanto con la disposizione al bene. Questa concezione, tra l'altro, avvicina Kant tanto a Reinhold quanto a Fichte; la Metafisica dei Costumi così come il tentativo più compiuto del filosofo di Königsberg costruire una moralità concreta per l'uomo.
La seconda parte del libro è dedicata ad un "tentativo" - così sostiene l'autore - di utilizzare la filosofia trascendentale di Kant per cercare di rispondere ad interrogativi nell'ambito della ricerca etica, che spaziano dal tema della libertà a quelli di intersoggettività e natura umana.
Il primo saggio, Libertà della volontà, autonomia, teonomia, 'affermazione, successivamente ripetuta, che l'essere non solo comprende ma vuole, affermazione che Lauth, filosofo di riferimento per l'autore, interpreta come unità di gnoseologia e metafisica. La determinazione etica è tuttavia quella iniziatrice, determina la libertà chiamata ad un compito morale. La virtù implica la sua realizzazione pratica nel mondo interpersonale e naturale; ma esiste sempre uno scarto tra l'agire secondo una normativa e i risultati fattuali. La domanda che si pone l'uomo, allora, è dove si colloca la sua speranza. La filosofia della religione aiuta a sottolineare l'autonomia dell'uomo. In Fichte, ad esempio, la religione è il punto di vista dell'io della coscienza, possibile solo per una scelta morale di libertà. Questa autonomia non contrasta con la teonomia, la legge di Dio: Dio è volontà pura del bene, assolutamente santa, è Bene realizzato pienamente, ed è ciò che pone la legge morale.
Il secondo saggio, L'intersoggettività come relazione etica,è il più fortemente radicato nella filosofia contemporanea. L'intersoggettività viene analizzata, da Husserl e da Heidegger, in due modi differenti: di tipo esistentivo nell'Heidegger di Essere e Tempo, fenomenologia ontologica in Husserl. In entrambi i casi l'intersoggettività è una struttura costitutiva dell'essere come essente. La posizione dell'autore, in contrapposizione a quella di Lévinas che viene in seguito discussa, è quella di una ontologia eticamente qualificata, che affonda le sue radici nell'etica di Kant, e in particolare in due qualità presenti nelle formulazioni dell'imperativo categorico, l'universalità e il considerare l'umanità sempre e solo come fine. In tal modo nell'etica di Kant è intrinsecamente presente una dimensione intersoggettiva; come in Fichte, nel momento in cui la posizione dell'io - puro è la posizione di una pluralità di io che si riconoscono reciprocamente in quanto esseri morali. In questo ambito Ivaldo analizza tre posizioni differenti: Apel, Buber e infine Lévinas.
L'approccio di Apel vuole superare la posizione trascendentale classica, secondo la quale la vera ragione è solo quella scientifica. In questo modo risulta impossibile fondare l'etica. Alla struttura trascendentale si aggiunge il pragmatismo alla Peirce: l'etica è un fatto della ragione se risulta dall'autoriflessione trascendentale. Nel sistema comunicativo di Apel i principi sono di ragion pratica e teoretica, e le regole di condivisione della comunicazione chiare; il riconoscimento reciproco avviene poiché gli individui sono persone in senso hegeliano.
Il tema di Buber è quello della reciprocità; l'io è sempre in relazione con altro: con gli uomini, con la natura, con le entità spirituali, tra cui Dio. La relazione con la natura è oscura, si rimane sempre ai margini, la relazione con gli uomini è manifesta (è il discorso), la relazione con le entità spirituali non è percepita, ma esiste la "chiamata". Oltre a queste esiste una relazione ulteriore, a priori, il cosiddetto tu innato, che rappresenta la preminenza ontologica della relazione umana Ich - Du su quella tra soggetto e cosa Ich - Es.
Lévinas infine espone il tema della responsabilità dei soggetti non come semplice attributo della soggettività, ma come elemento costitutivo di essa. Essere responsabile rinvia ad una dimensione diversa da quella spazio - temporale: il soggetto non è per - sé, ma per - un - altro, e questa relazione non è in equilibrio, il dare prevale sul ricevere; il che è l'attuazione eticamente concreta della giustizia. Questo rapporto uomo - con - uomo è un libero compito etico che ci si assume senza attende una risposta.
Nel saggio finale, Persona umana e Natura umana, viene sinteticamente delineato il tema del rapporto tra natura e persona secondo due possibilità differenti e opposte, una di tipo sostanziale (le determinazioni invariabili dell'essere umano), l'altra di tipo esistenziale (l'uomo si determina, per dirla con Sartre, in ciò che fa). Nel primo caso non si può descrivere l'aspetto estatico dell'esistenza, nel secondo manca un apporto ontologico. Secondo Ricoeur le due prospettive possono integrarsi se anziché partire dalla natura, si parte dall'ipse, cioè dalla persona, che sarebbe il primato della ragion pratica di cui parla Kant. In Kant, l'io penso, atto costituente la conoscenza, è anche io voglio. Questa posizione, secondo Lauth, è presente nel Cartesio del cogito, filosofo tedesco interpreta non come pensare, come ponderare, il punto iniziale rispetto al compito di cogliere la verità; nel dir di sì a quest'ultima, ossia nell'assenso della volontà, il cogito attua se stesso. stesso può dire sia in Kant sia in Fichte. Se la persona si determina come relazione, come un appello alla libertà e alla ragionevolezza, questo stesso appello presuppone un appellante dello stesso tipo dell'appellato. La libertà e la ragionevolezza, secondo Lauth, individuano la natura della persona. L'individuazione può essere spiegata dalla filosofia di Fichte o come persona individuata in un corpo, o come carattere, prodotto naturale determinato dalla propria autoconservazione, cui si aggiunge un in sé spirituale, la libertà. In questo modo, se si ritorna alla definizione di natura, o questa è distinta dalla coscienza, come insieme dei fenomeni, e allora la persona non è un essere naturale, ma una relazione fondante di tipo pratico; o è il modo necessario con cui l'ipse sua propria una determinazione essenziale.
In questo breve resoconto ho cercato di enucleare l'idea fondamentale da sei saggi molto densi, rivolti ad un lettore che già conosce in modo approfondito il pensiero di Kant e il primo idealismo tedesco, nonché una vasta area del pensiero fenomenologico contemporaneo. Non si tratta di un'opera introduttiva, ma dell'analisi di un tema apparentemente noto, ma in effetti non sempre approfondito in tutte le sue possibilità. Quella che ritengo una problematicità del testo è la sua frammentarietà, più evidente nella seconda parte, dove il filo conduttore costituito dalla filosofia pratica di Kant risulta più debole. I tre saggi iniziali, per chi, come me, proviene da un'interpretazione kantiana correlata al pensiero di Bobbio, costituiscono davvero un punto di vista interessante e originale.

Indice

Premessa
Parte Prima: Intorno a Kant
Percorsi della Ragion Pratica: Kant, Reinhold, Fichte
Libertà e il problema del male in Kant
Volontà e arbitrio nella Metafisica dei Costumi
Parte Seconda: Prospettive di Etica
Libertà della volontà, autonomia, teonomi
L'intersoggettività come relazione etica
Persona umana e Natura umana

L'autore

Marco Ivaldo è professore ordinario di Filosofia morale presso l'Università degli studi "Federico II" di Napoli, Dipartimento di Filosofia “A. Aliotta”. Membro del consiglio di direzione della rivista “Annuario di filosofia. Seconda navigazione” Guerini, Milano). È attualmente membro della presidenza della “Internationale J. G. Fichte-Gesellschaft”. I suoi studi vertono sulla filosofia tedesca moderna (Leibniz, Humboldt, Jacobi, Kant, Fichte), con particolare attenzione alle questioni e alle prospettive sistematiche della filosofia trascendentale e dell’etica e della filosofia della religione. Tra le sue pubblicazioni negli ultimi anni: “Fichte e Leibniz. La comprensione trascendentale della monadologia” (Guerini e Associati, Milano 2000); “Introduzione a Jacobi” (Laterza, Roma-Bari 2003); “Storia della filosofia morale” (Editori Riuniti, Roma 2006).

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