mercoledì 11 novembre 2015

Agamben, Giorgio, Gusto

Macerata, Quodlibet, 2015, pp. 63, euro 10, ISBN 978-88-7462-722-6

Recensione di Diego D’Angelo – 29/05/2015

L'editore Quodlibet ripubblica ad oltre trentacinque anni di distanza uno dei primi saggi di Giorgio Agamben, la voce “Gusto” originariamente uscita per “L'enciclopedia Einaudi” nel 1979. Si tratta di uno scritto breve – nell'edizione originale una trentina di pagine – e d'occasione, che per la nuova pubblicazione non ha subito modifiche ma viene riproposto nella sua veste originale. Ciò non toglie che il testo risulti interessante per almeno due ordini di motivi: da un lato, infatti, esso mostra in nuce quei temi che verranno ripresi e

sviluppati nella produzione più recente; dall'altro il testo si fa leggere con profitto anche al di là di una ricostruzione storica immanente del pensiero di Agamben come un saggio profondo sul concetto di gusto, dal quale si prendono poi in realtà le mosse per tentare un'operazione decostruttiva più ampia del pensiero occidentale.
Soffermiamoci dapprima su questo secondo aspetto. “Gusto” non fornisce un quadro un po' manieristico della storia di un concetto, come è spesso il caso nelle voci enciclopediche, ma – com'era appunto l'intento dell'“Enciclopedia Einaudi”, che forse guardava più alle “voci d'autore” dell'Enciclopedia Britannica – ricostruisce la storia di un concetto a partire da una prospettiva ermeneutica precisa. Agamben si accosta dunque ai testi della tradizione soprattutto per mettere in evidenza il carattere “bastardo” del termine in questione: rimosso dall'ambito della conoscenza, del sapere scientifico in senso stretto, il concetto di gusto si rifà ad un ambito a questi contrapposto, quello del bello e dell'estetica. Se è soprattutto nel Settecento che, con le considerazioni sul “non so che” come momento fondamentale del godimento estetico, la contrapposizione tra conoscenza e gusto si fa più marcata, non è difficile accettare la proposta dell'autore di ricondurne la tensione filosofica fino a Platone. Qui infatti la bellezza non è del tutto avulsa da qualsiasi pretesa conoscitiva, ma – in quanto ciò che c'è di più apparente, Ekphanestaton – essa è anche l'origine della mania amorosa “e del processo conoscitivo che essa pone in essere” (pp.   14-15). La caratteristica fondamentale del rapporto estetico col bello non è dunque la pura contrapposizione con il sapere, ma piuttosto il fatto che di questo sapere non è possibile fornire ragioni (logon didonai). L'ambito del “fornire ragioni” è però l'ambito della scienza, del sapere “che sa” (sofia), così che l'ambito del bello può solo tendere ad esso (filo-sofia). La tensione allora tra sapere e bellezza è propriamente tra un “sapere che non sa, ma gode” e un “piacere che conosce” (p.   22).
Da ciò deriva lo statuto ambiguo del gusto nella riflessione estetica moderna e premoderna, da Campanella a Montesquieu, dove “il gusto appare come un senso soprannumerario, che non può trovare posto nella partizione metafisica fra sensibile e intellegibile, ma il cui eccesso definisce lo statuto particolare della conoscenza umana” (p.   27). Su questa eccedenza, su questo “scarto tra l'oggetto e la nostra conoscenza” (p.   29) si concentra il proseguo del saggio che approda con Diderot alla portata propriamente semiotica del concetto di gusto: l'oggetto del giudizio di gusto ha un “carattere significante, indipendentemente da qualunque significato concreto” (p.   31). In quanto sapere di un puro significante, diventa impossibile renderne ragione, ma lo si può rendere giudizio e dunque conoscenza (p.   32-33). Con una lettura forse un po' forzata delle prime pagine della “Critica del giudizio”, Agamben ritrova “la concezione del bello come significante eccedente e del gusto come sapere/piacere di questo significante”. La lettura kantiana è però insufficiente perché il portato semiotico del bello è da Kant decisamente dotato di un significato preciso (di una semantica precisa), in quanto esso è simbolo del bene morale. Coglie invece nel segno la considerazione sulla pura negatività del gusto in quanto sempre definito attraverso una negazione, un “senza” (“ohne”) su cui aveva messo il dito anche Jacques Derrida l'anno precedente (“La vérité en peinture”, del 1978), da cui le considerazioni di Agamben sembrano influenzate direttamente, sebbene in mancanza di riferimenti diretti.
L'ultima parte del saggio, pur non separata da un confronto diretto con la storia del pensiero, appare quella più impostata verso un discorso teoretico, ed è proprio qui che si rispecchia più direttamente il ruolo che questo saggio gioca nello sviluppo del pensiero di Agamben. Tornando dunque a quella prima possibile chiave di lettura cui facevamo riferimento all'inizio, cioè restando all'interno dell'evoluzione del pensiero di Agamben, abbiamo qui al centro dell'analisi sul concetto di gusto un soggetto del sapere che è però un sapere che non sa: il gusto sa un sapere “mancante o eccessivo […] la cui mancanza o il cui eccesso definiscono però in modo essenziale lo statuto della scienza […] e lo statuto del piacere” (p.   41). La scienza infatti in quanto sapere che sa (sofia) e può dare ragioni si contrappone al sapere che può solo essere desiderato (filo-sofia): proprio questo desiderio di sapere è divinazione, per Platone (p.   42). Ciò diventa particolarmente chiaro, secondo Agamben, nella distinzione tra astronomia e astrologia: mentre la prima è una scienza che descrive (e così “salva”) i fenomeni, la divinazione è un sapere che non sa e prende il fenomeno come segno per scavalcarlo e muoversi in direzione di un'eccedenza di senso.
È quindi soprattutto con Lévi-Strauss che la questione assume tutto il suo spessore teoretico: il concetto di gusto diviene la porta verso le domanda “chi sa?”. L'operazione di Agamben è da leggersi come un tentativo, per l'appunto propriamente strutturalistico, di estendere le considerazioni di Lévi-Strauss a tutto lo statuto del sapere nella cultura occidentale, dal mondo antico a oggi (p. 47). Così diventa possibile rintracciare lo statuto della divinazione (cioè, nell'esempio, dell'astrologia), anche in una serie di discipline propriamente moderne, tra cui soprattutto la stessa estetica settecentesca (p.   49), la filologia ottocentesca col suo circolo ermeneutico di tipo divinatorio (p. 50), detto con un'espressione che vuol anche provocare; una considerazione simile vale anche per la psicoanalisi (p. 52) con un sapere inconscio (cioè non saputo) che si esprime in simboli. Da ultimo è però l'economia politica ad avere per oggetto un piacere che non si gode (p. 51), cioè il puro valore di scambio (p. 52). Così come Simmel aveva definito il denaro un significante senza contenuto, nell'economia la merce rinvia al di là di sé in un'eccedenza mai colmata, dando così adito ad un intreccio indissolubile tra homo aestheticus e homo oeconomicus. Si tratta qui però solo di un legame abbozzato, che troverà maggiori sviluppi nelle teorie sul biopotere e il sapere di “homo sacer”, di cui questo piccolo saggio costituisce comunque un interessante preludio.


Indice

I. Scienza e piacere
II. Verità e bellezza
III. Un sapere che gode e un piacere che conosce
IV. La conoscenza eccedente
V. Al di là del soggetto del piacere
Riferimenti bibliografici

Nessun commento: