venerdì 2 settembre 2011

Minazzi, Fabio, Ludovico Geymonat epistemologo. Con documenti inediti e rari (un inedito del 1936, il carteggio con Moritz Schlick, lettere con Antonio Banfi e Mario Dal Pra)

Milano-Udine, Mimesis, 2010, pp. 300, euro 22, ISBN 978-88-5750-277-9

Recensione di Maurizio Brignoli – 19/06/2011

Il volume di Minazzi raccoglie una serie di studi originati dalle celebrazioni del 2008 per il centesimo anniversario della nascita di Geymonat.
Minazzi periodizza la ricerca epistemologica di Geymonat in cinque fasi: positivista nella prima parte degli anni ‘30; neopositivista dalla seconda metà degli anni ‘30 agli anni ‘40, neoilluminista negli anni ‘50, storicista negli anni ‘60 e materialistico-dialettica negli anni ‘70 e ‘80.
Non si tratta di radicali separazioni tra un periodo e l’altro considerato che vi sono temi che si intrecciano trasversalmente alle differenti fasi e che soprattutto è possibile individuare un punto di riflessione critica costante incentrato sulla comprensione del valore della conoscenza scientifica e tecnologica secondo un progetto che vede la filosofia della scienza quale cuore di un programma culturale volto a modernizzare l’intera società italiana.


Minazzi individua in Geymonat quella che definisce una ‘feconda tensione’ fra l’anima epistemologica e quella di storico della scienza. Se negli anni ‘40 e ‘50 sembra che le due ‘anime’ convivano come due elementi che procedono, pur contaminandosi, su strade parallele ma del tutto autonome, è nei primi anni ’70, con la Storia del pensiero filosofico e scientifico, che questo intreccio problematico approda a una sintesi teorica originale e feconda, per quanto non priva di problemi aperti e, sottolinea Minazzi, di alcune indebite concessioni metafisiche. Dietro al dissidio fra le due anime si può individuare un problema fondamentale: come storicizzare la conoscenza scientifica senza relativizzarla e senza distruggere la sua portata oggettiva (tema dell’epistemologia storica che Minazzi approfondisce nel terzo saggio del volume): “Questo duplice e assai complesso movimento, di andata e ritorno, dall’epistemologia alla storia e dalla storia all’epistemologia, costituisce, invero, il preciso ed inquieto orizzonte problematico entro il quale emerge, infine, la consapevolezza... ad un tempo, metodologico-critica, epistemologica, teoretica e filosofica – concernente il ruolo, irrinunciabile, di un’analisi critica a tutto campo” (p. 44). Una costante della riflessione di Geymonat è che la razionalità umana non si esaurisce in una delle molteplici tecniche della ragione in quanto non esiste una razionalità assoluta al di fuori della storia.
Alla fine Geymonat, attraverso una rielaborazione critica del realismo marxista, approda a una concezione dialettica della conoscenza. Geymonat rifiuta di ridurre la scienza alla sola dimensione metodologica: l’impresa scientifica studia una realtà materiale che è irriducibile ai processi con i quali si cerca di comprenderla. Per affrontare criticamente tutto quell’insieme di questioni che nascono dal fatto che l’uomo lavora a contatto con una realtà naturale materiale, all’interno del contesto storicamente determinato di una specifica società, la filosofia della scienza deve trasformarsi in un’autentica concezione del mondo. Approdiamo così a un programma di ricerca che ha il suo centro nel concetto di ‘patrimonio scientifico-tecnico’, una proposta originale che salda in un’unica prospettiva la componente illuminista con il materialismo e la dialettica.
Minazzi, traendo spunto da una riflessione di Evandro Agazzi che aveva definito Geymonat l’ultimo e il più grande dei positivisti italiani, ricostruisce i rapporti di Geymonat col positivismo a partire dalla coraggiosa difesa, in un ambito culturale dominato dal neoidealismo, del pensiero di Comte nella sua prima opera Il problema della conoscenza nel positivismo (1931): qui Geymonat condivide l’orizzonte filosofico di Comte e la sua indicazione epistemologica di considerare come fondamentale la storia effettiva della scienza. Il Geymonat neoilluminista sottolinea come il carattere principale del pensiero metafisico-romantico, di cui il positivismo è espressione, consista nella pretesa di dar vita a una filosofia dell’identità in cui le strutture della razionalità coincidono con quelle della realtà stessa, quando invece per un neoilluminista la razionalità umana è uno strumento euristico che ricostruisce differenti orizzonti di intelligibilità del mondo e non una via per accedere al noumeno. Nonostante tali critiche emergono alcuni elementi positivisti anche in questa fase; Geymonat infatti fa sua la critica di Comte dell’assoluto e la battaglia per la riconquista del carattere relativo della conoscenza umana. Negli anni successivi Geymonat sviluppa una critica più articolata ritenendo fondamentale porre in relazione il positivismo con l’illuminismo, del resto il problema fondamentale comtiano dell’unificazione della scienza in tutte le sue derivazioni teoriche, culturali e civili è di radice illuminista. In un articolo del 1965 Geymonat condivide il pericolo, già denunciato da Comte, che il mondo contemporaneo perda interesse per le idee generali e che le scoperte della scienza e della tecnica rimangano prive di una diretta incidenza culturale: pertanto l’analisi del filosofo deve spostarsi sul terreno delle scienze per far nascere dalle stesse ricerche specialistiche l’esigenza di un sapere unitario, cioè di un sapere profondamente filosofico.
Minazzi sottolinea come Geymonat nella sua fase materialistico-dialettica abbia finito per recuperare alcune tesi del positivismo, caratteristiche di una filosofia dell’identità, che nella fase neoilluminista aveva criticato duramente. Geymonat sottolinea il carattere intrinsecamente relativo ma sempre oggettivo della conoscenza fornita dalle varie scienze, ma nella ricerca di questa razionalità globale dialettica le strutture della razionalità diventano in grado di individuare anche le strutture della realtà: dalla realtà dialettica del patrimonio conoscitivo dell’umanità Geymonat giunge a concludere che la realtà stessa abbia una struttura dialettica. Conclusione, secondo Minazzi, che è conseguenza del fatto che Geymonat ha fatto proprio un modello eccessivamente ristretto di razionalità che trascura il trascendentalismo kantiano.
In conclusione gli elementi di derivazione positivista presenti nel pensiero di Geymonat, unendosi alle componenti illuministe, danno vita a una specifica proposta teorica che non può comunque essere ricondotta al positivismo in quanto tale. Secondo Minazzi la filosofia di Geymonat è più correttamente definibile come una forma di “tenace razionalismo critico” (p. 127) e gli elementi ‘positivisti’ sono plasmati dalla curvatura complessiva del razionalismo critico; di un Geymonat positivista si può parlare se mai solo all’interno della più ampia prospettiva del Geymonat razionalista.
Minazzi procede poi a un confronto fra il pensiero di Geymonat e quello di Evandro Agazzi. Entrambi hanno dovuto subire una doppia esclusione: Geymonat, filosofo della scienza antidealista e militante comunista si troverà in una posizione minoritaria sia sul fronte filosofico che su quello politico; minoritaria all’interno poi dello stesso partito comunista a causa della sua messa in discussione dell’asse dialettico De Sanctis-Croce-Gramsci delineato da Togliatti. Agazzi si è ritrovato vittima di un’analoga doppia esclusione: come filosofo della scienza emarginato dagli epistemologi neopositivisti che mal tolleravano la sua difesa della metafisica, mentre nell’ambiente neoidealista, spiritualista e neotomista ostacolato proprio in quanto autentico filosofo della scienza, disciplina vista come antimetafisica. Nonostante le differenze le filosofie di Geymonat e di Agazzi mostrano importanti punti di convergenza riconoscendo la storicità intrinseca del sapere scientifico oggettivo e condividendo una posizione realista che viene però motivata in modi differenti: Geymonat si rifà al materialismo marxista, Agazzi al realismo della tradizione classica. Diverso pertanto l’esito metafisico dei due: se in Geymonat abbiamo una filosofia dell’identità fra strutture del logos e strutture della realtà materiale, in Agazzi si rivendica la possibilità di una ricerca metafisica volta all’indagine della realtà dal punto di vista dell’intero senza limitazioni; in Agazzi è presente un’adesione critica alla riflessione di Bontadini per il quale la conoscenza è sempre congruente rappresentazione dell’essere rendendo così conseguentemente possibile una scienza dell’essere, Geymonat, pur accettando l’identità di logos e realtà, non ritiene invece possibile superare sinteticamente l’esperienza possibile per cogliere la realtà soprasensibile.
Chiude il volume un’appendice che raccoglie diversi documenti inediti e rari fra i quali spicca lo Schema di una morale empiristica del 1936 in cui Geymonat, pur avendo aderito al programma neopositivista, rigetta le posizioni di questo nell’ambito morale. Per Geymonat intuizioni morali e conoscenze sono contrapposte, le seconde richiedono continua revisione critica e rettifica, mentre le prime, basandosi sulla coscienza morale del singolo, sono qualcosa di assoluto. All’interno di quest’ottica di derivazione kantiana, che molto avvicinava Geymonat a Martinetti, il pensatore piemontese tuttavia ritiene che la critica empiristica possa svolgere un utile ruolo per dimostrare l’infondatezza di pretese ‘leggi etiche superiori’ alla coscienza del singolo come lo stato, la nazione, la chiesa, il partito, la razionalità della storia, ecc. Di fronte quindi all’intuizione morale il fondamentale problema dell’uomo non è quello dell’analisi critica, ma quello dell’azione. Nonostante Martinetti avesse approvato la pubblicazione del testo nella Rivista di Filosofia Geymonat nel 1937 preferirà ritirare il suo saggio proprio perché voleva dimostrare a se stesso, con l’azione, di essere all’altezza delle sue riflessioni etiche, nonostante avesse già assaggiato il carcere fascista e pagato la sua coerenza con l’allontanamento dall’università di Torino. Queste opzioni morali lo porteranno ad aderire poi al partito comunista e a promuovere la lotta partigiana. Una coerenza che, sottolinea Minazzi, accompagnerà tutta la vita di Geymonat anche se nel momento in cui approderà al materialismo dialettico non condividerà più una netta separazione adialettica fra conoscenze scientifiche e dimensione morale.
È poi presente il carteggio fra Geymonat e Schlick fra il 1935 e il 1936 in cui appare, nel difficile contesto politico del tempo, come il filosofo tedesco costituisse un punto di riferimento e di stimolo per il giovane Geymonat; fra l’altro il carteggio mette in luce anche le posizioni critiche di Schlick sia rispetto al fisicalismo che al falsificazionismo. Chiude il volume la corrispondenza con Mario Dal Pra, fra il 1952 e il 1985, da cui emerge, oltre all’amicizia fra i due filosofi, il disegno strategico di Geymonat volto a realizzare un profondo cambiamento della cultura italiana.

Indice:


  1. Ludovico Geymonat filosofo della scienza
  2. Ludovico Geymonat positivista?
  3. Il problema dell’epistemologia storica nella riflessione di Ludovico Geymonat
  4. Ludovico Geymonat ed Evandro Agazzi. Il problema epistemologico del realismo


Appendice: documenti inediti e rari




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