martedì 24 gennaio 2006

Rivera, Annamaria, La guerra dei simboli. Veli postcoloniali e retoriche sull’alterità.

Bari, Dedalo, 2005, pp. 144, € 14,00, ISBN 88-220-6286-8.

Recensione di Luigi Marfé - 24/01/2006

Sociologia (globalizzazione – multiculturalismo)

Quando il soldato fa fuoco e il nemico crolla al suolo, il lettore di Sentry di Fredric Brown tira il fiato, dacché il protagonista è salvo; poi l’ultima frase gira la prospettiva: a terra è rimasto l’invasore umano e il soldato in cui ci siamo immedesimati è l’alieno. In un’epoca di rivolgimenti migratori e fondamentalismi contrapposti, il rapporto tra noi e gli altri è sempre sull’orlo dell’incomprensione e della violenza e a venir meno è soprattutto la disponibilità all’ascolto. Dacché indaga il fondo marcio delle retoriche con cui i media e il potere condannano ciò che è diverso, La guerra dei simboli di Annamaria Rivera compie lo stesso movimento del racconto e getta sulle culture altre dalla nostra uno sguardo che invita a fare esperienza di sé nell’esperienza dell’altro.
Il libro ridiscute le tesi del relativismo culturale. Idiografica piuttosto che nomotetica, l’antropologia relativista di Franz Boas si sviluppa nell’America degli anni Trenta in reazione all’evoluzionismo positivista e al razzismo hitleriano. Il metodo storiografico di cui si serve rinuncia alla ricerca di leggi generali, sottolinea la carica originale delle culture altre e ne contesta la qualifica di fossili superati dalla civiltà europea. Il discorso è ripreso da sociologi come Èmile Durkheim e Marcel Mauss; in Italia, l’autrice loda l’etnocentrismo critico di Ernesto De Martino, secondo cui l’antropologo deve liberarsi dalla prigione della storia particolare in cui è immerso per riflettere su come ciascuna cultura tagli il mondo in categorie differenti e sue proprie.
La guerra dei simboli si divide in tre parti. Il primo capitolo indaga le ragioni antropologiche del divieto del velo islamico in Francia; il secondo decostruisce i pregiudizi contro il relativismo culturale; l’ultimo si sofferma sulle contraddizioni dell’etnocentrismo occidentale.
Il divieto di ostentare segni religiosi a scuola risale in Francia al 2004, ma la questione aveva assunto una risonanza ipertrofica fin dall’espulsione di due studentesse nel 1989 a Creuil. Il libro si sofferma sulle tensioni non sopite del paese: l’emarginazione della popolazione maghrebina ha infatti trasformato la qualifica di immigrato da status di passaggio in tara ereditaria. Il timore dei francesi trasforma arabo in una categoria neoetnica che è rivendicata con l’orgoglio del verlan dai giovani beurs, secondo una dialettica di stigmatizzazione – esclusione – comunitarismo. Benché posseggano cognizioni religiose approssimative, molti si appropriano per reazione di un’identità mai vissuta e nelle banlieues si crea una trans-nazione non territoriale fautrice di un nazionalismo a lunga distanza. Il rigetto di questo comunitarismo dipende da un senso della comunità altrettanto forte nella maggioranza; la proibizione dell’hijâb è giustificata dalla pretesa di salvare l’autodeterminazione delle donne. Il richiamo alla laicità dello stato è però contraddittorio, dacché riguarda le scuole ma non gli utenti, cui è garantita libertà di culto. L’Islam è una realtà più differenziata di quanto l’isteria politica voglia far credere; simbolo polisemico, il velo re-inventa la tradizione e rovescia lo stigma: se per i francesi rappresenta un’alterità che non si lascia assimilare, di là dalle pressioni oscurantiste, talora è scelta volontaria o persino vettore di emancipazione, che fa ottenere a chi lo indossa il permesso familiare di uscire o studiare. L’hijâb è perturbante perché non risponde a nessun canone definito di bellezza; le femministe che plaudono ai divieti sembrano non accorgersi che in questa vicenda la donna è muta in mezzo a due poteri maschili in lotta per assoggettarla. La libertà femminile non cresce infatti in proporzione diretta o inversa ai centimetri scoperti; sarebbe piuttosto auspicabile che, invece di dire, i corpi tornassero ad alludere e il nascondimento del visibile servisse a rivelare la soggettività di ciascuna.
(Montata dalla baldanzosità celtica e machista della Lega e di Oriana Fallaci, in Italia la polemica è invece sempre svaporata in bolla di sapone; la retorica dei media ha puntato sull’arretratezza e l’estraneità dell’Islam alla tradizione del paese: anche la Chiesa ha insistito nella demonizzazione, per rinsaldare presunte radici cristiane indebolite dalla secolarizzazione).
Dopo l’11 settembre, il furore dell’Occidente di imporre la propria visione del mondo ha tolto il relativismo culturale dal lessico specialistico dell’antropologia per esecrarlo come quinta colonna del terrorismo. La retorica politica ha scelto l’arma dell’imperativo apodittico; giusta o sbagliata, l’imposizione della nostra civiltà a scapito delle altre è irrinunciabile, a meno di cascare in mano al nemico. Ma la forza della civiltà europea è sempre dipesa dalla capacità di crearsi da sé il vaccino alle proprie pretese di universalità; c’è una linea della perplessità, che da Erodoto e Protagora giunge prima a Montaigne e Rousseau e poi a Lévi-Strauss e Derrida, che insiste nel far passare la scoperta del sé attraverso il riconoscimento dell’altro. Per decifrare un comportamento collettivo o un fatto culturale tocca calarlo nel sistema concettuale che gli è proprio, dacché anche sentimenti reputati primari sono di solito modellati culturalmente. Attraversate da asimmetrie e differenze, numerose culture tagliano i concetti secondo dicotomie differenti dal paradigma scientifico europeo; non bisogna fare astrazione delle proprie categorie, ma relativizzarle e metterle a dialogo, dacché l’antropologia è una negoziazione bi-direzionale. Conoscere non vuol dire giustificare; il relativismo culturale non va confuso con il relativismo etico, dacché non riflette su tesi morali, ma studia comportamenti sociali. Per svelare varianti e universalizzanti antropologiche, occorre de-categorizzare e ri-categorizzare: l’universalità va articolata con la pluralità, dacché non è un concetto dato per sempre, ma un divenire policentrico e trans-culturale. 
Dacché in periodi di nazionalismo con il concetto di civiltà ciascuno ha finito sempre per indicare la propria, l’antropologia predilige oggi la categoria meno impegnativa e totalizzante di cultura. Riprendendo le tesi di Horkeimer e Adorno, il libro sostiene che fin dall’illuminismo l’Europa sia affetta da un cattivo universalismo etnocentrico e proto-razzista. L’ascesa della borghesia e l’arrestarsi moderato della rivoluzione spogliano il concetto di civiltà della sua aura di processo incompiuto e ne fanno una realtà pronta per l’esportazione. Gli anticorpi relativisti si perdono; mentre per gli illuministi il selvaggio era salvo dai pregiudizi della società e buono per natura, il xix secolo lo considera invece biologicamente inferiore. La messa in discussione della tratta degli schiavi rende necessaria una giustificazione della superiorità della razza bianca e le teorie degenerazioniste rovesciano il darwinismo; la difesa del colonialismo conduce alle aberrazioni novecentesche del razzismo crepuscolare e antisemita di Spengler e del nazismo. Non basta il richiamo a principi universali a salvare dalla barbarie, dacché in nome di questi sono stai compiuti innumerevoli orrori; occorre piuttosto che gli stati si dotino di strumenti per impedire il ritorno dei propri demoni peggiori. La civiltà è un concetto fragile e provvisorio, indifeso e sempre reversibile, da riconoscere giorno per giorno, cui dare spazio e far durare. 
La guerra dei simboli condanna la cattiva antropologia che fa dell’altro l’ipostasi metafisica colpevole del disordine del cosmo e dello sfascio della società, secondo un atteggiamento simmetrico a quello jihadista. La polemica è soprattutto con la retorica neo-conservatrice di Samuel P. Huntington, che tematizza lo scontro di civiltà tra the West and the Rest. In questo senso, la smania di vietare il velo è giudicata non lontana dalle follie di Abu Ghraib; l’Occidente deve guardarsi dal mettere la potenza di cui è capace al servizio della propria ossessione di esorcizzare ciò che non conosce.

Le tesi del libro sono nette; benché sempre misurata, la difesa del relativismo rischia però di astrarre le culture dai rapporti di forze in cui sono calati e sviluppare un gusto esotico che risolve le differenze in una collezione di farfalle. Dietro la difficoltà di far seguire al riconoscimento delle antinomie soluzioni efficaci, resta un invito al dialogo che privilegia la comprensione sulla norma e la descrizione sulla spiegazione. Lo sguardo dell’antropologo decostruisce i riti del provincialismo etnocentrico; le frontiere tra il sé e l’altro non sono rigide, ma piuttosto sottili, porose e ricettive: tocca insomma lasciarsi contaminare, immedesimarsi nell’altro per capire se stessi. Di ritorno dall’Iran, Italo Calvino ricordava come al fondo della moschea di Ispahan il luogo più sacro sia la porta che si apre sul nulla del mirhab: i giochi di vuoto dell’architettura araba esprimono la fiducia che la conoscenza non sia appropriazione, ma ascolto e seduzione, nell’attesa che il giro sul bilico dell’alterità sposti il confine del non detto un poco più avanti.

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Introduzione
Capitolo primo. L’interdetto del velo. Antropologia di una contesa dei simboli
Capitolo secondo. Gli spettri del comunitarismo e del relativismo culturale
Capitolo terzo. Noi, la civiltà. Fasti e nefasti di una nozione controversa
Glossario critico essenziale
Bibliografia

L’autrice

Annamaria Rivera, antropologa, è professore di etnologia nell’Università di Bari. È autrice, co-autrice e curatrice di numerosi saggi e volumi fra i quali: Estranei e nemici. Discriminazione e violenza razzista in Italia (Roma 2003), L’inquietudine dell’islam (Bari 2002), L’imbroglio etnico, in quattordici parole-chiave (Bari 2001), Homo sapiens e mucca pazza. Antropologia del rapporto con il mondo animale (Bari 2000). Fra i suoi molteplici campi di studio e di ricerca, vi è l’indagine critica di categorie e concetti-chiave delle scienze sociali e l’analisi delle metamorfosi dell’etnocentrismo e del razzismo nelle società contemporanee.

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