martedì 24 gennaio 2006

Rivera, Annamaria, La guerra dei simboli. Veli postcoloniali e retoriche sull’alterità.

Bari, Dedalo, 2005, pp. 144, € 14,00, ISBN 88-220-6286-8.

Recensione di Luigi Marfé - 24/01/2006

Sociologia (globalizzazione – multiculturalismo)

Quando il soldato fa fuoco e il nemico crolla al suolo, il lettore di Sentry di Fredric Brown tira il fiato, dacché il protagonista è salvo; poi l’ultima frase gira la prospettiva: a terra è rimasto l’invasore umano e il soldato in cui ci siamo immedesimati è l’alieno. In un’epoca di rivolgimenti migratori e fondamentalismi contrapposti, il rapporto tra noi e gli altri è sempre sull’orlo dell’incomprensione e della violenza e a venir meno è soprattutto la disponibilità all’ascolto. Dacché indaga il fondo marcio delle retoriche con cui i media e il potere condannano ciò che è diverso, La guerra dei simboli di Annamaria Rivera compie lo stesso movimento del racconto e getta sulle culture altre dalla nostra uno sguardo che invita a fare esperienza di sé nell’esperienza dell’altro.
Il libro ridiscute le tesi del relativismo culturale. Idiografica piuttosto che nomotetica, l’antropologia relativista di Franz Boas si sviluppa nell’America degli anni Trenta in reazione all’evoluzionismo positivista e al razzismo hitleriano. Il metodo storiografico di cui si serve rinuncia alla ricerca di leggi generali, sottolinea la carica originale delle culture altre e ne contesta la qualifica di fossili superati dalla civiltà europea. Il discorso è ripreso da sociologi come Èmile Durkheim e Marcel Mauss; in Italia, l’autrice loda l’etnocentrismo critico di Ernesto De Martino, secondo cui l’antropologo deve liberarsi dalla prigione della storia particolare in cui è immerso per riflettere su come ciascuna cultura tagli il mondo in categorie differenti e sue proprie.
La guerra dei simboli si divide in tre parti. Il primo capitolo indaga le ragioni antropologiche del divieto del velo islamico in Francia; il secondo decostruisce i pregiudizi contro il relativismo culturale; l’ultimo si sofferma sulle contraddizioni dell’etnocentrismo occidentale.
Il divieto di ostentare segni religiosi a scuola risale in Francia al 2004, ma la questione aveva assunto una risonanza ipertrofica fin dall’espulsione di due studentesse nel 1989 a Creuil. Il libro si sofferma sulle tensioni non sopite del paese: l’emarginazione della popolazione maghrebina ha infatti trasformato la qualifica di immigrato da status di passaggio in tara ereditaria. Il timore dei francesi trasforma arabo in una categoria neoetnica che è rivendicata con l’orgoglio del verlan dai giovani beurs, secondo una dialettica di stigmatizzazione – esclusione – comunitarismo. Benché posseggano cognizioni religiose approssimative, molti si appropriano per reazione di un’identità mai vissuta e nelle banlieues si crea una trans-nazione non territoriale fautrice di un nazionalismo a lunga distanza. Il rigetto di questo comunitarismo dipende da un senso della comunità altrettanto forte nella maggioranza; la proibizione dell’hijâb è giustificata dalla pretesa di salvare l’autodeterminazione delle donne. Il richiamo alla laicità dello stato è però contraddittorio, dacché riguarda le scuole ma non gli utenti, cui è garantita libertà di culto. L’Islam è una realtà più differenziata di quanto l’isteria politica voglia far credere; simbolo polisemico, il velo re-inventa la tradizione e rovescia lo stigma: se per i francesi rappresenta un’alterità che non si lascia assimilare, di là dalle pressioni oscurantiste, talora è scelta volontaria o persino vettore di emancipazione, che fa ottenere a chi lo indossa il permesso familiare di uscire o studiare. L’hijâb è perturbante perché non risponde a nessun canone definito di bellezza; le femministe che plaudono ai divieti sembrano non accorgersi che in questa vicenda la donna è muta in mezzo a due poteri maschili in lotta per assoggettarla. La libertà femminile non cresce infatti in proporzione diretta o inversa ai centimetri scoperti; sarebbe piuttosto auspicabile che, invece di dire, i corpi tornassero ad alludere e il nascondimento del visibile servisse a rivelare la soggettività di ciascuna.
(Montata dalla baldanzosità celtica e machista della Lega e di Oriana Fallaci, in Italia la polemica è invece sempre svaporata in bolla di sapone; la retorica dei media ha puntato sull’arretratezza e l’estraneità dell’Islam alla tradizione del paese: anche la Chiesa ha insistito nella demonizzazione, per rinsaldare presunte radici cristiane indebolite dalla secolarizzazione).
Dopo l’11 settembre, il furore dell’Occidente di imporre la propria visione del mondo ha tolto il relativismo culturale dal lessico specialistico dell’antropologia per esecrarlo come quinta colonna del terrorismo. La retorica politica ha scelto l’arma dell’imperativo apodittico; giusta o sbagliata, l’imposizione della nostra civiltà a scapito delle altre è irrinunciabile, a meno di cascare in mano al nemico. Ma la forza della civiltà europea è sempre dipesa dalla capacità di crearsi da sé il vaccino alle proprie pretese di universalità; c’è una linea della perplessità, che da Erodoto e Protagora giunge prima a Montaigne e Rousseau e poi a Lévi-Strauss e Derrida, che insiste nel far passare la scoperta del sé attraverso il riconoscimento dell’altro. Per decifrare un comportamento collettivo o un fatto culturale tocca calarlo nel sistema concettuale che gli è proprio, dacché anche sentimenti reputati primari sono di solito modellati culturalmente. Attraversate da asimmetrie e differenze, numerose culture tagliano i concetti secondo dicotomie differenti dal paradigma scientifico europeo; non bisogna fare astrazione delle proprie categorie, ma relativizzarle e metterle a dialogo, dacché l’antropologia è una negoziazione bi-direzionale. Conoscere non vuol dire giustificare; il relativismo culturale non va confuso con il relativismo etico, dacché non riflette su tesi morali, ma studia comportamenti sociali. Per svelare varianti e universalizzanti antropologiche, occorre de-categorizzare e ri-categorizzare: l’universalità va articolata con la pluralità, dacché non è un concetto dato per sempre, ma un divenire policentrico e trans-culturale. 
Dacché in periodi di nazionalismo con il concetto di civiltà ciascuno ha finito sempre per indicare la propria, l’antropologia predilige oggi la categoria meno impegnativa e totalizzante di cultura. Riprendendo le tesi di Horkeimer e Adorno, il libro sostiene che fin dall’illuminismo l’Europa sia affetta da un cattivo universalismo etnocentrico e proto-razzista. L’ascesa della borghesia e l’arrestarsi moderato della rivoluzione spogliano il concetto di civiltà della sua aura di processo incompiuto e ne fanno una realtà pronta per l’esportazione. Gli anticorpi relativisti si perdono; mentre per gli illuministi il selvaggio era salvo dai pregiudizi della società e buono per natura, il xix secolo lo considera invece biologicamente inferiore. La messa in discussione della tratta degli schiavi rende necessaria una giustificazione della superiorità della razza bianca e le teorie degenerazioniste rovesciano il darwinismo; la difesa del colonialismo conduce alle aberrazioni novecentesche del razzismo crepuscolare e antisemita di Spengler e del nazismo. Non basta il richiamo a principi universali a salvare dalla barbarie, dacché in nome di questi sono stai compiuti innumerevoli orrori; occorre piuttosto che gli stati si dotino di strumenti per impedire il ritorno dei propri demoni peggiori. La civiltà è un concetto fragile e provvisorio, indifeso e sempre reversibile, da riconoscere giorno per giorno, cui dare spazio e far durare. 
La guerra dei simboli condanna la cattiva antropologia che fa dell’altro l’ipostasi metafisica colpevole del disordine del cosmo e dello sfascio della società, secondo un atteggiamento simmetrico a quello jihadista. La polemica è soprattutto con la retorica neo-conservatrice di Samuel P. Huntington, che tematizza lo scontro di civiltà tra the West and the Rest. In questo senso, la smania di vietare il velo è giudicata non lontana dalle follie di Abu Ghraib; l’Occidente deve guardarsi dal mettere la potenza di cui è capace al servizio della propria ossessione di esorcizzare ciò che non conosce.

Le tesi del libro sono nette; benché sempre misurata, la difesa del relativismo rischia però di astrarre le culture dai rapporti di forze in cui sono calati e sviluppare un gusto esotico che risolve le differenze in una collezione di farfalle. Dietro la difficoltà di far seguire al riconoscimento delle antinomie soluzioni efficaci, resta un invito al dialogo che privilegia la comprensione sulla norma e la descrizione sulla spiegazione. Lo sguardo dell’antropologo decostruisce i riti del provincialismo etnocentrico; le frontiere tra il sé e l’altro non sono rigide, ma piuttosto sottili, porose e ricettive: tocca insomma lasciarsi contaminare, immedesimarsi nell’altro per capire se stessi. Di ritorno dall’Iran, Italo Calvino ricordava come al fondo della moschea di Ispahan il luogo più sacro sia la porta che si apre sul nulla del mirhab: i giochi di vuoto dell’architettura araba esprimono la fiducia che la conoscenza non sia appropriazione, ma ascolto e seduzione, nell’attesa che il giro sul bilico dell’alterità sposti il confine del non detto un poco più avanti.

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Introduzione
Capitolo primo. L’interdetto del velo. Antropologia di una contesa dei simboli
Capitolo secondo. Gli spettri del comunitarismo e del relativismo culturale
Capitolo terzo. Noi, la civiltà. Fasti e nefasti di una nozione controversa
Glossario critico essenziale
Bibliografia

L’autrice

Annamaria Rivera, antropologa, è professore di etnologia nell’Università di Bari. È autrice, co-autrice e curatrice di numerosi saggi e volumi fra i quali: Estranei e nemici. Discriminazione e violenza razzista in Italia (Roma 2003), L’inquietudine dell’islam (Bari 2002), L’imbroglio etnico, in quattordici parole-chiave (Bari 2001), Homo sapiens e mucca pazza. Antropologia del rapporto con il mondo animale (Bari 2000). Fra i suoi molteplici campi di studio e di ricerca, vi è l’indagine critica di categorie e concetti-chiave delle scienze sociali e l’analisi delle metamorfosi dell’etnocentrismo e del razzismo nelle società contemporanee.

6 commenti:

MAURO PASTORE ha detto...

Gli oggetti di studio preferiti da A. Rivera sono realtà di forte incertezza e poca stabilità. L'indice de "La guerra dei simboli" mostra un prospetto di studio di scienza della antropologia non di scienza antropologica. L'autrice evidentemente descrive scientificamente dati dai risultati e illustra risultati dai dati muovendo dall'incontro con la umanità che vive di opposizioni ed in esse. Senza etnologicamente descriverne contatti naturali, se ne ritrova descrizione dell'inconsapevolezza etnica, ovvero la condizione di tali vissuti (per il cui studio etnologico non antropologico si consideri la pubblicazione, analoga, "L'imbroglio etnico"), condizione che consiste però in autoconfinamento antropologico entro il cerchio delle relazioni culturali e non per la linea che porta a decifrare il sacro, assieme ai violenti ed alle vittime ma senza questi esser tutti quanti, perché non sempre le proibizioni e le guerre sono un mutamento di volere o nonvolere potendo pure esser sorte e non altro. Multiculturalismo contro pluriculturalità, incontro con l'alterità o suo rifiuto, ma dall'incontro non nasce riconoscimento e dal rifiuto non deriva libertà; ed essendo l'oggetto stesso di questa antropologia la violenza che agisce per vie antropologiche, sue considerazioni etiche sono senza rischio del moralismo o studio non vi sarebbe. La prepotenza dell'incontro già essendo nelle premesse culturali oppositive che improntano lo studio, questo nel descrivere intolleranze indebite ed ostinazioni indesiderabili pone stessa ricerca scientifica in situazione di indecidibilità ed irrefutabilità, non quale la difesa conoscitiva di scienziati perseguitati né viceversa, ma quale reciproca irriflessività soggetto-oggetto non antiscientifica, che l'autrice estrapola a mo' di esempio di alterità di esistenza e di etica senza prontuario perché in ultima analisi essendo la pace dei simboli a porre in contrasto e non pacifico i corpi, anche se questo insegnamento conduce oltre e cioè a speculare rovesciata realtà dove le guerre non sono davvero violente neppure per i corpi che restano illesi e le menti vigili. Infatti innegabilmente Rivera studia e specialmente le ebetitudini delle positività polemiche simboliche, che riducono i concetti a vuotità ed amplificano le idee fino ed oltre teriomorfismo alienante... Non scienza durante difesa neppure in mezzo ad aggressione non altrui, però antropologia scientifica della crisi, che attiene naturalmente ad etica filosofica di necessità. Ma se, come ha fatto il recensore, si doppia filosoficamente stessa filosofica necessità, allora è perduta l'occasione di semplice saggezza della filosofia che si deve far critica e per non finire diventar autocritica e non per beffa di scientismi.

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

A causa delle gravi penurie culturali, in Occidente perduranti ed in mezzo a prepotenti rifiuti subculturali con pari costanza annullati, dunque accludo al mio commento pocanzi inviato qui alcuni miei scritti di pubblicistica scientifica non solo cultura della scienza:

SCHEMA ELEMENTARE DI STORIA DELLE ORIGINI DELLA ETNOLOGIA QUALE SCIENZA.
La introduzione di una prospettiva scientifica-etnologica fu attuata dal filosofo italiano Giambattista Vico con l'Opera "Principi di una scienza nuova d'intorno alla comune natura delle nazioni" che fu sopratitolata "Scienza Nuova". Tale opera costituiva inizio di diverso e innovativo filosofare inoltrando a differente considerazione di nozione e funzione della scienza, meditata dal filosofo entro riferimenti temporali-spaziali oltre che coordinate spazio-temporali. Iniziava con questa trasformazione culturale il movimento filosofico e culturale europeo detto storicismo, ma non per diretta ascendenza, cioè derivatone indirettamente in Germania per tramite della dialettica storica hegeliana e posthegeliana. Sfruttato non dai protagonisti per tentati èsiti politici prima passivamente poi attivamente etnofobici con atti di imperialismo e di comunismo nonostante riformulazioni di Hegel ed hegeliani e rinnegamento di Marx e abbandono di Engels in gran parte motivati da esigenze etniche ed antietnofobiche, lo storicismo tedesco nondimeno senza ordine culturale evidente procedette in evidenza politica di scopi culturali ordinativi, attraverso i disordini di estrema sinistra totalitaria e comunista, poi estromessa, e in mezzo alle violenze del totalitarismo della estrema destra, alfine sconfitto, a più riprese in Comuni nazionali ed in Partiti internazionali, durante dittatura nazista e dittatura del proletariato, attraverso conflitti e guerre e divisioni; in tale vicenda la etnofobia era aggressiva o escludente, ciononostante prima del degenerare delle condizioni sociali e culturali e nazionali in Germania il restante dialogo culturale ed impegno politico aveva potuto riprodurre (non imitare) la medesima idea operativa prospettata da G. Vico e realizzarla in prassi di scienza quindi scientifica. Tale riproduzione era imperniata attorno alle teorie culturali non scientifiche già nate in Impero Asburgico per sostenere la burocrazia, in Prussia adoperate per sistemare l'esercito, in Svizzera per la diplomazia, in Germania per organizzare elezioni politiche. Qui la difficoltà a mantenere la concordia dava svolta etnica quindi etnologica a codeste teorie culturali che passavano da frammentarietà a completezza e che si basarono sugli studi di orientalistica e degli orientalismi, prima che interni rifiuti contro l'Occidente ed esterne invadenze filoorientali potessero impedirne. Lo statuto non scientifico e non antiscientifico di tali teorie era legislativo, per scopo di evitare o diffidare una organizzazione tecno-scientifica forzata o forzosa della vita di cittadini e di cittadinanze. Le teorie culturali prima combinatorie ovvero implicite, poi manifeste ovvero esplicite, svolti compiti politici e restando incertezze politiche, ebbero quindi funzione di creare nuovi poteri culturali e politici, tra cui quello della giustizia e difese etniche; tuttavia non erano solo questi gli scopi. Dunque le teorie culturali non scientifiche in Germania pervennero a scritture etnografiche filosoficamente ispirate e guidate dai nuovi principi storico-filosofici per la riorganizzazione delle scienze, per determinante impulso della filosofia vichiana (in ciò anche per influsso della cultura francese, che faceva da unica mediatrice possibile ed interessata pure). Da questi eventi non solo di singoli nacque la scienza etnologica né solo da singolarità sarebbe potuta perché la sua pratica è umanamente e naturalmente partecipativa.

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MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

MAURO PASTORE :... A causa delle gravi penurie culturali, in Occidente perduranti ed in mezzo a prepotenti rifiuti subculturali con pari costanza annullati, dunque accludo al mio commento pocanzi inviato qui alcuni miei scritti di pubblicistica scientifica non solo cultura della scienza:

SCHEMA COMPARATIVO NON STORICO.

La psicologia differisce dalla biologia perché questa ultima mancando di intersoggettività si basa su un metodo diverso. La antropologia differisce dalla psicologia perché questa ultima manca di delocalizzazione basandosi infatti su altro metodo. La etnologia differisce dalla antropologia perché questa ultima mancando di particolarizzazione ha per base non stesso metodo. Il metodo etnologico è il più ampio però quanto comune alle altre scienze menzionate è interno alla osservazione partecipata e metodicamente non determinante per i risultati scientifici, che dipendono solamente da tale partecipazione metodologica.

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MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

MAURO PASTORE :... A causa delle gravi penurie culturali, in Occidente perduranti ed in mezzo a prepotenti rifiuti subculturali con pari costanza annullati, dunque accludo al mio commento pocanzi inviato qui alcuni miei scritti di pubblicistica scientifica non solo cultura della scienza:

SCHEMA STORICO INERENTE E INERENZA ETNOGRAFICA
Gli studi filosofici di teoria antropologica, alternativi alla antropologia pragmatica (I. Kant) da cui derivò la scienza antropologica, evidenziarono la congruità della propria prospettiva di studio assieme a mancanza di possibilità scientifiche. La successiva derivazione scientifica (pragmatica) della antropologia definì con precisione numerologica il proprio oggetto di studio nella distinzione rigorosa tra àmbito generale, univocamente determinato, tra àmbito generico, biunivocamente determinato secondo frazionalità (le umanità dei popoli) e interezza (la individualità caratteristica dei relativi gruppi umani). Nell'àmbito generico fu considerato quale oggetto non proprio e di confine la collettività composta dalla individualità umana socialmente rilevabile e psichicamente identificabile, verificando interdisciplinarmente e vicendevolmente con sociologia e psicologia che il confine atteneva ad ulteriore oggettività. Questa ultima quale oggettualità è l'interesse della ricerca etnografica, catalogazione scientifica linguisticamente del tutto affine alle relazioni scientifiche antropologiche basate su numerazioni-comparazioni metriche ma non appartenente alla ricerca della scienza antropologica.

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MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

MAURO PASTORE :... A causa delle gravi penurie culturali, in Occidente perduranti ed in mezzo a prepotenti rifiuti subculturali con pari costanza annullati, dunque accludo al mio commento pocanzi inviato qui alcuni miei scritti di pubblicistica scientifica non solo cultura della scienza:

SCHEMA STORICO DELLA SCIENZA ETNOLOGICA.
Nelle discipline di studi umanistici e letterari si formò settore particolare dedicato alle culture orientali. Successivamente ai maggiori e non belligeranti né bellicosi contatti non solo culturali anche politici tra le comunità europee ed indiane d'America, la politica e cultura europea in stessa Europa si trovò in rapporti culturali e politici diversi e inaspettati sia con propri uguali oltreoceano che con diversi ma non differenti. Allo scopo di garantire i commerci, le finanze, le diplomazie occidentali entro non solo oltre gli àmbiti tecnologici e tecnici delle industrie, aziende e ditte occidentali ed orientali, in Occidente stesso e altrove, fu manifestata esigenza di nuovi studi rigorosi quindi di nuovo settore di indagine scientifica. Le scritture di tipo etnografico già esistendo in riferimento ad altre esigenze, personali e culturali, se ne aggiunse la etnografia, con intento poi di rifarne non solo di rigorosa ma anche di scientifica. Quanto di non pacifico restato tra i diversi coinvolti era relegato alle relazioni antropologiche, di altri scopi e senza èsiti richiesti.
Si ha notizia dunque di etnografia non scientifica ma in linguaggio filosoficamente compatibile con la scienza nella Opera dell'orientalista Friedrich Carl Andreas, "iranologo" ed autore di teoria culturale decisiva per l'inizio del linguaggio scientifico etnologico, e di vari altri studiosi meno noti od ignoti; noto è il lavoro non scientifico ma già omologo nei modi ai futuri lavori scientifici di James George Frazer quindi, ed è questo il punto di inizio della scienza della etnologia, in medesimo ambiente di pubblicazione in merito a metodo della scienza etnologico  (1911 Fritz Greenberg, "Methode der Ethnologie"), poi a prime certe risultanze stabili (in precedenza antropologo ma poi etnologo Wilhelm Schmidt: Völker und Kulturen", 1922; "Das Eigentum auf den ältesten Stufen der Menschheit", 3 voll., 1937-42) ovvero alla descrizione scientifica: dei 'diversi strati culturali' cioè caratterizzati da spontaneità inconsapevoli e relazioni naturali complesse e della consistenza di rapporti collettivi esclusivi non esclusivizzanti ed interni non esterni a tali complessità di relazioni; dei differenti retaggi comuni maschili femminili, presenti nelle diverse ereditarietà non comuni ad entrambi i generi sessuali, internamente alle relazioni mentali ed ai rapporti fisici, non solo sessuali.

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MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

MAURO PASTORE :... A causa delle gravi penurie culturali, in Occidente perduranti ed in mezzo a prepotenti rifiuti subculturali con pari costanza annullati, dunque accludo al mio commento pocanzi inviato qui alcuni miei scritti di pubblicistica scientifica non solo cultura della scienza:

SCHEMA STORICO DELLA ISTITUZIONE SCIENTIFICA CULTURALE DELLA ETNOLOGIA.
In anno 1932 nella XXI Riunione della Società Italiana per il Progresso delle Scienze, fu riconosciuto positivo risultato in autoriconoscimento ed avvio di interdisciplinarità effettivamente e compiutamente tale da parte della comunità scientifica degli antropologi; altresì si riconosceva specificità della etnologia ed alterità della scienza della etnologia e si dichiarava passato il disconoscimento attuato da taluni parte della suddetta comunità a discapito delle scienze etnologiche. Anni addietro Giuseppe Sergi aveva filosoficamente individuato presenza non contraddittoria, perspicua non conspicua, di àmbiti, nonché tematiche, psicologici non di psicologia nelle materie, non oggetti di studio particolare nè di definizione generale, di scienza fisica, presenza di origine etnologica non scientifica ed antropologica, scientifica e non scientifica; con scopo di favorire rigorosità scientifica in psicologia, antropologia, col fine di evitare invadenze intellettuali ed incompetenti da parte di ambienti culturali scientifici della fisica, per fine di favorire la formazione di una scienza della etnologia, di cui intravedeva possibilità reale. Già in anno 1869 esisteva una Società Italiana per l'Antropologia e l'Etnologia, fondata da Paolo Mantegazza e con interessi anche di scienza o scientifici. Tuttavia solo in anno 1977, internazionalmente ed in particolare da ed in Italia, veniva ufficialmente riconosciuta anche da ufficialità della comunità scientifica degli antropologi distinzione anche in merito a reciproche attività interdisciplinari ("Ethnology and/or Cultural Anthropolog in Italy", contributi di autori vari tra cui fondamentale quello di Vinigi Lorenzo Grottanelli, di cui in 1976 fu pubblicata Opera essenziale, che aveva per oggetto di studio etnologico e scientifico anche ambienti della antropologia. L'opera etnologica si intitola: "Gerarchie etniche e conflitto culturale" ed ebbe ruolo e valore criminologico insostituibile per la indicazione degli ambienti violentemente ostili alla esistenza della etnologia quale scienza. Per la definizione ed il riconoscimento accademici della scienza della etnologia non solo in Italia e non solo in Europa fu fondamentale l'impresa culturale e politica del MEIG, viaggio ufficiale di cittadinanza ed osservazione partecipata etnologica e scientifica nel Meridione del mondo, con risultato di interdire le strategie comunicative ostili alla esistenza delle scienze e di redarre in contemporanea una scrittura scientifica di appartenenza etnica-scientifica per scopo di impedire le invadenze anticomunicative ostili alla scienza per mezzo di dati scientifici utili anche per tale stesso scopo. Questa iniziativa era dotata di previo non privato programma di svolgimento.

MAURO PASTORE