sabato 18 febbraio 2006

Ambrosi Elisabetta, (a cura di), Il bello del relativismo. Quel che resta della filosofia nel XXI secolo.

Venezia, Marsilio Editore, I libri di Reset, 2005, Prima edizione, pagine 189, [ISBN 88-317-8831-0]
Recensione di: Paolo Vernaglione - 18/02/2006

etica e filosofia

Il dibattito sul relativismo anima in questi giorni la scena filosofica e della teoria politica. Complice la crisi della globalizzazione neoliberista e la risposta neocon al disordine internazionale, con l’attacco all’Iraq, le prese di posizione sui valori e il senso dell’Occidente fomentano un confronto, per la verità limpido solo in rare occasioni, tra i fautori di un “occidentalismo muscolare”, come scrive Ingrid Salvatore e i difensori delle differenze tra tradizioni culturali, costumi e religioni diverse.
In questo confronto è dunque utile la lettura de Il bello del relativismo, volumetto collettaneo della preziosa collana dei libri di Reset, curato dalla redattrice della rivista omonima Elisabetta Ambrosi, autrice anche della esaustiva Introduzione.
Il testo si divide in cinque sezioni: nella prima “sono raggruppate le posizioni più critiche verso le filosofie deboliste; nella seconda (...) prendono la parola gli autori che difendono le intuizioni del pensiero post-moderno (RichardRorty, Alessandro Ferrara, Gianni Vattimo, Pier Aldo Rovatti, Salvatore Veca, Stefano Petrucciani, Enzo Di Nuoscio); la terza è dedicata al tema specifico del rapporto tra filosofia e politica (Rorty, Franca D’Agostini); nella quarta, appaiono due interventi di segno contrario di due tra le più note filosofe statunitensi, Martha C. Nussbaum e Judith Butler (...); nella quinta, infine, (…) un intervento di Roberta De Monticelli”. (pag.8 e sgg.)
Il sottotitolo del testo “quel che resta della filosofia nel XXI secolo”, sembra appropriato a descrivere gli esiti della querelle tra modernisti e post-moderni che in questi anni ha tagliato trasversalmente l’artificiosa opposizione analitici-continentali, relativisti-normativisti e che si è dipanata nei numeri del 2004 della rivista
Anzitutto occorre dire che quella contrapposizione, nata intorno al fortunato libro di Franca D’Agostini, non rendeva ragione delle intersezioni e dei modelli di pensiero ibridi, che in un campo e nell’altro si erano sviluppati, soprattutto sugli esiti della razionalizzazione, e che inauguravano una inedita riflessione sulla post-modernità, incentrata sul tema del biopotere (e del biodiritto, cui tra l’altro è dedicato il primo numero dell’interessante rivista Diogene).
La distinzione tra una filosofia insulare, post-analitica e logico linguistica, da Wittgenstein in giù e un’altra, essenzialista e realista, mancava insomma, come viene in più interventi dichiarato, il bersaglio; perché la vera posta in gioco del contrasto non era l’individuazione di due schemi di pensiero contrapposti, ma il giudizio sulla post-modernità, in cui un normativismo non “puro e duro” si incontrava, dopo Quine, con un metodo di individuazione di variabili logico-linguistiche.
Su questo piano, che ha rimescolato le carte tra analitici e continentali, Richard Rorty ha tentato un “sincretismo”, considerato improbabile dalla critica all’ermeneutica debole e Jürgen Habermas ha elaborato la nota teoria della democrazia discorsiva, correggendo l’asserzione di un nucleo normativo di presupposizioni etiche con l’intuizione del comportamento vòlto volto all’intesa e alla cooperazione. Alla faccia dello scontro di civiltà e della riproposizione dei “valori dell’occidente”.
Questo esito della riflessione sulla post-modernità è di continuo revocato messo in dubbio, specie in Italia, dall’offensiva “teocon” cui si sono affiancati i “laici devoti”, su materie importanti quali la fecondazione assistita, la legge sull’aborto e in genere la bioetica – con una voglia di crociata intensa al punto da estendersi all’intero ambito della laicità. Istruttivo al proposito è il numero 33 della rivista “Parolechiave” pubblicata da Carocci e dedicata alla laicità, in cui il riesame del concetto consente il giro di boa della riflessione sul relativismo, immergendola nella nozione, mai come oggi attuale, di complessità.
Perché se c’è un punto di convergenza tra i sostenitori e gli oppositori della post-modernità questo sembra l’ambito delle società complesse, in cui si giocano la partita dei valori e gli approcci normativi alla realtà. Dal testo del 1999 a cura di Beck, Giddens e Lash, Modernizzazione riflessiva alle elaborazioni di Habermas sulla secolarizzazione in “Micromega” (N°5, 2001), nessuno sembra dubitare che il dibattito teorico debba incardinarsi nella nozione di complessità. In essa convergono e si dislocano le questioni dell’eredità dell’Illuminismo, dei processi di razionalizzazione e delle alternative all’imposizione globale di un pensiero e di una pratica dell’esclusione sociale.
Il piano della complessità cioè consente di respingere il ricatto assolutizzante della superiorità della civiltà occidentale, pronunciato dal neoconservatorismo filosofico politico, che mette sullo stesso piano la critica a Marx e Darwin e a Freud, in nome di un creazionismo e un riduzionismo opportunistico.
D’altra parte è anche vero, come alcuni degli agili scritti del testo rilevano, che il post-moderno e la dimensione globale dei sistemi complessi sono mutati a partire dall’11 settembre. Ma Rorty, Veca, Petrucciani e Ferraris insistono nel ricordare come sia assurdo pensare che singoli eventi, pur di portata epocale, possano condizionare gli esiti del pensiero. Ciò non significa che la filosofia non ne tenga conto. Anzi. Se si confronta la letteratura sociologica sulla globalizzazione prima e dopo il 2000, ci si accorge ad esempio che la crisi della governance economica, della new-economy e il crollo delle Twins Towers hanno determinato una diversa curvatura del giudizio sull’era globale, evidenziando gli squilibri regionali e il fallimento dell’ideologia della “mano invisibile” del mercato.
Ma, come dice Rorty, ciò non ha significato affatto la crisi del pensiero post-moderno. Bisogna infatti guardarsi da “quella che il filosofo francese Vincent Descombes ha chiamato “the philosophy of current events””. (pag.65)
Benchè, come si sa, la posizione di Rorty sull’inutilità della filosofia per la politica sia stata ampiamente criticata – anche in questo testo, ad opera di Franca D’Agostini – bisogna notare come gli esiti della riflessione del filosofo americano non sono così “moderati” come la critica tende a mostrare. Infatti per Rorty si tratta di distinguere filosofia e politica affinchè affinché “i cittadini delle società democratiche smettano di credere che esista una qualunque autorità politica, fatta eccezione per il libero consenso dei cittadini, (…)
G
che esista qualcosa chiamato “Volere di Dio” o “Il tribunale della Ragione” che possa avere la meglio su quel consenso”.(pag.70)
Questa dimensione, che si potrebbe chiamare post-statale e che era stata già evidenziata da Habermas, si rende manifesta laddove la crisi della democrazia rappresentativa è più forte: con derive securitarie e meccanismi di esclusione sociale, istigati dal degrado e dalla discriminazione – come nelle banlieuesfrancesi; o con decisioni arbitrarie che animano conflitti locali su tematiche globali, come per la TAV in Val di Susa.
Ciò che insomma è in crisi e va ripensato è quel grappolo di valori teoricamente condivisi che dovrebbe essere applicabile in un orizzonte più ampio della contingenza di situazioni particolari, di cui parlano Veca e il liberalismo politico.
Pur sbarrando il passo ad ogni universalismo, compreso quello che di recente Giacomo Marramao ha chiamato “universalismo delle differenze”, l’asserzione delle diversità, del relativismo culturale e della contingenza sembra, dopo l’11 settembre, disporre di una chance in più non in meno, rispetto alla crisi del primo pensiero post-moderno, quello di Lyotard e del pensiero debole.
Questo avviene perché oggi l’ermeneutica, come scrive Gianni Vattimo, non è solo lo strumento per vagliare lo stato del mondo dopo la fine del bipolarismo, ma è l’intero territorio globale in cui fatti e interpretazioni si dissolvono gli uni nelle altre. Per cui non c’è tanto da opporre un “sano realismo” a correnti più o meno intense di decostruzione e differenzialismo, da Nietzsche a Foucault a Derrida a Judith Butler, ma di vedere quali intersezioni tra fatti e norme, per riprendere l’importante paradigma di Habermas, sono all’ordine del giorno, e in quale modo.
Se, come scrive Alessandro Ferrara, è impensabile, dopo Wittgenstein, tornare a stabilire regole indipendenti da “una prassi a sua volta inclusa in una forma di vita” (pag.76), il piano della post-modernità e del rapporto tra valori, loro fondazione e politica dovrebbe, secondo chi scrive, essere esaminato tenendo conto dell’intreccio inedito tra diritti e democrazia che il globalismo propone, per lo più in situazioni drammatiche. Con una correzione essenziale: che intrecciare e decostruire la co-originarietà di diritti e democrazia, è pratica che non avviene più nell’ambito dello stato-di-diritto, ma nella dimensione post-nazionale di uno stato-dei-diritti, rivendicati dai movimenti globali e nelle esperienze di municipalismo e democrazia radicale.
In questa dimensione Judith Butler afferma che si trova trovi l’intelletto pubblico, come intelletto generale, insieme ad una nozione variabile dei beni comuni non appropriabili, in cui dovrebbe consistere quel nucleo di valori condivisi da sperimentare nella sfera pubblica.
Da questo punto di vista il dibattito statunitense sulla post-modernità sconta l’irrigidirsi delle posizioni, come dimostra la polemica di Martha Nussbaum contro il pensiero foucaultiano di Butler. E' invece forse possibile ricostruire una sorta di genealogia del presente che disponga su un’unica linea Foucault, John Rawls, Amartya Sen e gli esiti radicali del pensiero femminista, a patto, come scrive Stefano Petrucciani, di liberarsi dagli aspetti di “ragionevolezza” che il pensiero liberale ha proposto quale base della negoziazione di istituzioni politiche (vedi Rawls di Liberalismo politico), pensando che fosse un’alternativa alla svalorizzazione post-moderna dei valori.
E’ invece la democrazia degli altri quella di cui dobbiamo andare alla ricerca ed essa parte certo dal relativismo, ma non vi stagna, perché è più preoccupata di adeguare di continuo norme a fatti, piuttosto che trarre teorie dai fatti stessi.
Come scrive Roberta De Monticelli, nel contributo che chiude il volume, mentre il relativismo toglie “ ogni arma di intelligenza (…)a quei confronti che sono potenzialmente scontri (…) il dogmatismo finisce presto in fondamentalismo (…) cui seguono i gagliardetti e il terrore.”. (pag.179) Evitare il cristallizzarsi degli orientamenti di valore è possibile scegliendo di “distinguere sempre tra il modo in cui le cose stanno, la verità, che c’è: ma Dio solo sa qual è; e la certezza, o (…) il riconoscimento sempre fallibile, sempre provvisorio, che della verità siamo in grado di dare. Se distinguiamo in questo modo, mai la certezza che un’oggettività esista, anche in materia di valore, potrà coincidere con la certezza che ho ragione io: e tuttavia questo, lungi dal farmi credere che ogni credenza si equivalga, mi spingerà (…) a fare quello che fa il sultano (nel dramma di Lessing Nathan il saggio, nda), a interrogarsi e a interrogare gli altri, a sottoporre le mie certezze alle loro critiche, a criticare le loro certezze, alla discussione insomma, onesta e sincera”. (pag.182)

Indice

Il bello del relativismo. 
Quel che resta della filosofia nel XXI secolo 
Introduzione. La filosofia dopo l’11 settembre 
di Elisabetta Ambrosi 

Prima parte. L’“accusa” 
Il pensiero debole e i suoi rischi 
di Maurizio Ferraris 
Quando il post-modernismo diventa un tic etnocentrico 
di Ingrid Salvatore 

Seconda parte. La “difesa”. 
Per il pensiero debole nessuna capitolazione 
intervista a Richard Rorty di Giancarlo Bosetti 
Ma dopo Wittgenstein non si torna indietro 
di Alessandro Ferrara 
Le ragioni etico-politiche dell’ermeneutica 
di Gianni Vattimo 
Ci vuole più pensiero, ma non metafisico 
di Pier Aldo Rovatti 
Riconoscere la contingenza ma difendere l’Illuminismo 
di Salvatore Veca 
Il post-modernismo è in buona salute (teoretica) 
di Stefano Petrucciani 
Elogio del relativismo 
di Enzo Di Nuoscio 

Terza parte. Politica e filosofia: il caso Rorty 
Per la politica la filosofia è diventata inutile 
di Richard Rorty 
Mr Rorty”, cattiva filosofia senza compiti pubblici 
di Franca D’Agostini 
Quarta parte. L’universalista contro la post-modernista 
Così si manda in fumo la ragione 
di Martha C. Nussbaum 
Invece la critica di Foucault è preziosa 
di Judith Butler 
Quinta parte. Come un epilogo 
Importante non nominare il nome di Dio invano 
di Roberta De Monticelli


L'autrice

Elisabetta Ambrosi è caporedattrice del bimestrale Reset.

Links

Recensione al volume di Franca D'Agostini 
http://xoomer.virgilio.it/flamusa/agostini.htm 
Scheda Bio-bibliografica di Martha Nussbaum 
http://www.law.uchicago.edu/faculty/nussbaum/ 
Scheda Bio-bibliografica di Judith Butler 
http://www.theory.org.uk/ctr-butl.htm 
Scheda Bio-bibliografica di Richard Rorty 
http://www.stanford.edu/~rrorty/

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