giovedì 12 ottobre 2006

de Kerckhove, Derrick – Tursi, Antonio (a cura di), Dopo la democrazia? Il potere e la sfera pubblica nell'epoca delle reti.

Milano, Apogeo, 2006, pp. 214, € 13,00  ISBN 88-503-2479-0

Recensione di Salvatore Stefanelli – 12/10/2006

Sociologia (comunicazione, globalizzazione)

Il leggere nel titolo del volume, che ci accingiamo a presentare, il vocabolo “democrazia” fra “dopo” e un “punto di domanda” potrebbe indurre in noi animali politici una diversa reazione. Sulle labbra di molti si potrebbe leggere un soddisfatto “era ora” preludio ad un meritato e liberatorio Te Deum, mentre negli occhi di tanti altri si noterebbe un velo di lacrime per la perdita della benemerita vegliarda e dal cuore salirebbe un sentito De Profundis. A frenare, comunque, nei primi gli entusiasmi e a lenire nei secondi la pena procurata dalla terribile domanda Dopo la democrazia?, interviene il sottotitolo “Il potere e la sfera pubblica nell'epoca delle reti” che parrebbe prospettare nuovi orizzonti dai quali dovrebbe sorgere, quale novello “sol dell’avvenir”, l’assetto democratico mondiale figlio della repentina estensione dei media, in particolare quelli del World Wide Web. Qualche attempato lettore forse ricorderà un filone di letteratura fantascientifica e pre-cyberpunk che prospettò e scandagliò le future alternative socio-politiche alla democrazia. In risposta a questa galoppante immaginazione letteraria, prospettante inquietanti scenari, è sorta, dapprima timida ma in seguito decisa, una estesa saggistica, frutto di scafati politologi, che ci avverte di stare in guardia dall’avverarsi di nefaste conseguenze derivanti da quel vero e proprio triplo salto mortale senza rete che risulta essere l’attuale progresso tecnologico, troppo improvviso e mal assimilato da società (basta affacciarsi nel nostro cortile) che solo da pochi decenni riuscivano a muoversi in quell’arena nazionale di confronto sorta sull’alfabetizzazione di massa e sulla carta stampata.
Fra i più recenti approcci al tema del possibile e fattivo rapporto democrazia/nuovi media c’è da segnalare questo volume collettaneo, curato da de Kerckhove e Tursi, in cui sono raccolti nove saggi nati a seguito del convegno Ciberdemocrazia o postdemocrazia? organizzato dall’Università di Roma “La Sapienza” e dalla McLuhan Fellows International nell’aprile 2004. I contributi proposti, proprio per la loro eterogenea provenienza disciplinare, rappresentano – come correttamente fanno notare i curatori – un tentativo di fornire “delle risposte più estese e sistematiche sulla nuova configurazione della sfera pubblica in un’epoca in cui le tecnologie digitali di elaborazione, memorizzazione e trasmissione dell’informazione stanno riformando il mondo globalizzato.”(p. X)
Il libro si apre con la funzionale introduzione Un punto interrogativo di de Kerckhove e Tursi che fornisce al lettore una mappa impostata con un asse delle ordinate i cui termini sono accelerazione/decelerazione e un asse delle ascisse estendentesi fra i termini politica/governo.
Nella parte iniziale del primo percorso, si rinvengono coloro i quali profetizzano senza dubbio alcuno il prossimo avvento della ciberdemocrazia. Ecco, si parte dalla visione iper-ottimistica, per non dire ciberutopica, contenuta in Verso la ciberdemocrazia di Pierre Lévy che prospetta un futuro in cui ”Lo Stato ciberdemocratico […] coinvolgerà i suoi cittadini nelle deliberazioni sulla legge in agorà virtuali”. Se ciò non bastasse, si discuterà e deciderà sulle leggi “in network di parlamenti virtuali che saranno pienamente accessibili a tutti i cittadini.” Non ancora soddisfatti? Tenete duro perché si prevede una giustizia trasparente che sarà strutturata in “comunità virtuali di giudici, che si aiutano l’un l’altro per sviluppare un’intelligenza collettiva della giurisprudenza planetaria.”(p. 16) L’auspicio formulato da Lévy di una giustizia trasparente lascia un po’ perplessi visto che comunque la giurisprudenza come attività è sempre frutto di scienza commista a criteri politici e valutativi propri del decisore. Pertanto, proprio nell’ambito dell’amministrazione della giustizia sarebbe senz’altro auspicabile una ciber-giurisprudenza, sotto forma di un efficiente sistema informatico-giuridico intelligente che dovrebbe assicurare non tanto la simulazione dei procedimenti reali, quanto la correttezza univoca dei risultati o la trasparenza della non correttezza, della non univocità presente nel giudizio pronunciato.
Sempre fra i prefiguratori è da collocare il sociologo canadese de Kerckhove con il saggio Dalla democrazia alla ciberdemocrazia, tuttavia nell’autore si avverte una maggiore consapevolezza del carattere attualmente paradigmatico e dei tempi lunghi per l’implementazione della auspicata simbiosi democrazia/cibernetica. L’autore ritiene che l’e-government possa funzionare da mutante alla stregua di quanto è avvenuto nell’arco dell’evoluzione per selezione naturale. Il genere umano scrollandosi di dosso la classificazione aristotelica potrebbe “prescindere dall’attività politica” e al contempo rendersi conto di come “non sia interessato alle questioni ideologiche.”(p. 63) Tuttavia, i tempi richiesti per una tale mutazione che porterà al cibercittadino, pur non configurandosi a livello di ere geologiche, si prevedono molto lunghi per un duplice motivo. Da un lato, bisogna considerare la necessità di fondare di sana pianta un’etica cui si deve uniformare, ai fini della sua responsabilità, il cittadino della ciberdemocrazia che presenta una identità al contempo locale e globale. Dall’altro lato, è insita proprio nell’era dell’elettricità la tendenza a frammentare anziché ad amalgamare. Mi spiego: la stampa avendo favorito la nascita delle biblioteche sparse sul territorio ha reso possibile l’esplosione della cultura, della conoscenza e dei rapporti tangibili. L’Information Technology, invece, comprimendo spazio, tempo e conoscenza ha provocato una implosione dagli effetti devastanti perché:“Accomuna ambiti estremamente diversi da un punto di vista ideologico, economico e tecnologico, e tenta di integrarli troppo rapidamente. Non parlo di una specie di scontro di civiltà, ma di un brusco incontro di modi totalmente differenti di concepire il mondo e di intendere i valori, che, nelle loro forme estreme, giungono al fanatismo.”(p. 66) Ancor più scoraggiante è la constatazione del sociologo canadese che, con cognizione di causa, prende atto che laddove più massiccio è stato l’impatto della cibernetica e della multimedialità sulla pratica di governo tanto più considerevole si è manifestata “la tendenza all’apatia che ho notato nella gente”(p. 65).
Nella seconda parte dell’asse accelerazione/decelerazione si collocano coloro che considerano in modo pessimistico il ruolo che una sfrenata tecnologia può giocare nell’evoluzione dell’uomo. Contro tesi apologetiche sostenute dai fanatici della tecnologia che nascondono i risvolti negativi del paradigma digitale, si leva la voce di Michele Prospero con il suo incisivo La solitudine del cittadino virtuale. In questo titolo c’è un ossimoro nascente dal fatto che nonostante l’era della connettività, della relazione uno-a-tutti, si è perso il senso sia dell’individualità e sia della collettività perché “il contatto online non può surrogare la vicinanza fisica e il rapporto tangibile tra i corpi” e quindi “le interazioni anonime, che passano da schermo a schermo, hanno l'inconveniente di lasciare un desiderio incancellabile di confronto reale, di visibilità.”(p. 182) La connettività ha indotto molti a parlare di nuova partecipazione alle istituzioni democratiche come risultato dell’equazione internet uguale qualità superiore della democrazia. Prospero, correttamente, mette in guardia da coloro che semplicisticamente predicano le dottrine del rimpiazzo di obsolete forme di partecipazione politica con le nuove tecnologie. Accodati ai teorici, i pratici si sono buttati sul mercato predicando l’alfabetizzazione informatica che non basta perché è necessario risolvere il problema della formazione del cittadino, del senso di appartenenza.
La “cosiddetta democrazia della tastiera” è una illusione perché “Nei partiti postpolitici di oggi la velocità dei nuovi media è un incentivo alla separatezza, alle pratiche poco trasparenti, alla sterilizzazione di ogni velleità di partecipazione.”(p. 192 – corsivo mio) Senza un’adeguata formazione culturale del cibercittadino ho l’impressione che si continuerà nel vecchio modo di fare politica e la formazione del consenso si realizzerà, mutatis mutandis, ri-proponendo in modo becero l’invito ad apporre “una croce sopra una croce”.
Sulla stessa lunghezza d’onda, benché collocato nel punto di surplace del discorso snodantesi nel libro, troviamo il saggio di Franco Berardi Bifo Democrazia e mutazione in cui, come controaltare dell’esaltazione dell’influsso innovativo delle tecnologie reticolari sul paradigma democratico, l’autore pone un quesito allarmante:“La prima generazione videoelettronica è da considerarsi emotivamente mutante?”(p. 85) I primi sintomi di questa mutazione sono stati classificati come attention deficit disorders perché “la mente tende subito a spostarsi, a cercare un altro oggetto. Il trasferimento rapido procede per associazioni e sostituisce la discriminazione critica.”(p. 84) Con queste premesse l’autore conclude che un uso incontrollato e livellante delle tecnologie mediatiche stravolge le stesse “condizioni antropologiche in cui la democrazia aveva potuto nascere.”(p. 86)
Nella parte centrale della curva accelerazione/decelerazione quasi a svolgere una funzione equilibratrice tra gli opposti si colloca il saggio di Antonio Tursi già molto promettente nel titolo Proliferazione della discussione, necessità della decisione. L’autore, ponendo mano alla sua ben fornita cassetta di utensili filosofici, riesce con preciso ed esperto argomentare a porre in evidenza i punti deboli di ciberdemocrazia e postdemocrazia che rappresentano oggi le varianti di quello che è “almeno in linea di principio, il più giusto, anche se non sempre il più efficiente, dei sistemi politici da noi conosciuti”(p. vii). Quel prefisso ciber esaminato da Tursi con lente heideggeriana ci rinvia al vocabolo cybernetics che Wiener nel 1948 decise di utilizzare per indicare il “controllo e la comunicazione nell’animale e nella macchina”. Se è vera, come è vera, l’affermazione nomen omen, c’è ben poco da inneggiare alla infinita libertà di navigazione nel mare di internet. Infatti, Tursi ha colto nel segno ricordandoci che cibernetica deriva dal vocabolo greco che significa timoniere (kybernetes) e per questo ci invita a porre “attenzione agli aspetti del controllo, del comando, della conduzione (il “timoniere”) che hanno destato e continuano a destare preoccupazioni”(p. 128). Forse mai come con questa tecnologia si presenta viva la co-esistenza nella tecnica di pericolo e salvezza per l’uomo. Equiparare il valore giuridico dell’habeas corpus con quello dell’habeas data mi pare eccessivo; i recenti casi di attentati alla privacy sono una dimostrazione della difficile, per non dire impossibile, tutela dei dati immagazzinati e gestiti da chi – per business o politica – a seguito di un arrembaggio è riuscito a mettere le mani sul ‘timone’. Infatti, per la gente i risultati più vistosi della tutela della privacy si sono concretizzati in strisce gialle a qualche metro dagli sportelli degli uffici pubblici (ma per questo bastava un minimo di buona educazione) o addirittura nell’impossibilità, in certi contesti, per un genitore di avere informazioni su di un figlio e viceversa.
Sempre nel prefisso ciber è da ravvisare “la fine della rappresentazione-rappresentanza” quale cardine della democrazia e “l’evoluzione prossima ventura della forma di governo”, come auspicato da Lévy, forma fondata, da un lato, sulla sostituzione della burocrazia con una specie di tecnocrazia mediatica che garantisce una “trasparenza simmetrica” e, dall’altro lato, basata sullo sviluppo di quello che oggi il filosofo francese chiama “protogoverno planetario” formato da organizzazioni sovranazionali oggi operanti (WTO, FMI, Banca Mondiale). Tuttavia, pur con tutta la buona volontà, le istituzioni suddette – assennatamente fa notare Tursi – “non sono affatto creatrici di società e non sono inserite in meccanismi democratici di circolazione del potere – meccanismi che soli generano legittimità –, in definitiva non sono politiche.”(p. 133)
Per quanto concerne la teoria della postdemocrazia Tursi, per evidenziarne la poca affidabilità, chiama in causa Colin Crouch che, senza mezzi termini, usa il prefisso post per indicare non un percorso verso qualcosa di meglio bensì un mero oltrepassare e inabissarsi in qualcosa che ci fa ancor di più capire l’influsso oscuro del prefisso ciber e del meccanismo a feedback: ”La massa dei cittadini svolge un ruolo passivo, acquiescente, persino apatico, limitandosi a reagire ai segnali che riceve. A parte lo spettacolo della lotta elettorale, la politica viene decisa in privato dall’interazione tra i governi eletti e le elite che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici.”(p. 136)
A fronte dell’impatto di queste due proposte, Tursi con il suo saggio ci indica proprio nel ciberspazio l’esistenza di due caratteristiche – proliferazione delle interpretazioni e impossibilità di un sstrawsonovrano sciolto da esse e, perciò, garante di esse (p. 140) – che sono alla base di una promessa democratica, di un orizzonte che egli nomina iperdemocrazia. Anche in questo caso il prefisso dice molto, infatti iper sta per “in elevato grado” e vuole indicare “un consolidamento della sfera pubblica e della dimensione politica […] che può permettere a una forma di governo, da alcuni considerata ormai logora, di mostrare la propria capacità di essere all’altezza delle nuove sfide che il mondo diventato globo pone” (p. 142). Le nuove tecnologie possono essere linfa vitale per il vecchio tronco della democrazia rappresentativa in modo da consentire su di esso il germoglio di forme di vera democrazia, quella diretta.

Indice

Un punto interrogativo di Derrick de Kerckhove e Antonio Tursi
Parte prima: accelerazione
Verso la ciberdemocrazia di Pierre Levy
L’innovazione tra post-democrazia e post-umanità di Alberto Abruzzese
Dalla democrazia alla ciberdemocrazia di Derrick de Kerckhove
Parte seconda: surplace
Democrazia e mutazione di Franco Berardi Bifo
Maschere e luoghi della politica in Rete di Luca Toschi
Proliferazione della discussione, necessità della decisione di Antonio Tursi
Parte terza: decelerazione
Dieci tesi sulla democrazia continua di Stefano Rodotà
A che punto è la e-democracy? Nel ciberspazio alla ricerca della democrazia di Sara Bentivegna
La solitudine del cittadino virtuale di Michele Prospero


L'autore

Derrick de Kerckhove (Wanzé-Lez-Huy, 1944) è direttore del McLuhan Program in Culture and Technology dell’Università di Toronto. Insegna anche presso l’Università “Federico II” di Napoli. Tra le sue opere tradotte in oltre dieci lingue ricordiamo: Brainframes, The skin of culture, Connected intelligence.

Antonio Tursi (Cosenza, 1978) è dottore di ricerca in Teoria dell’Informazione e della Comunicazione presso l’Università di Macerata, dopo essersi laureato in Scienze della Comunicazione presso l’Università di Roma “La Sapienza”. È senior fellow presso il McLuhan Program in Culture and Technology dell’Università di Toronto. Ha pubblicato vari saggi sui nuovi media in riviste e volumi collettanei, in particolare è da segnalare il testo fondamentale Internet e il Barocco. L’opera d’arte nell’epoca della sua digitalizzazione.

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