giovedì 8 giugno 2017

D’Alessandro, Ruggero, Giacomantonio, Francesco, Post-strutturalismo e politica. Foucault, Deleuze, Derrida

Perugia, Morlacchi Editore University Press, 2015, pp. 113, euro 14, ISBN: 9788860746986

Recensione di Gabriele Vissio - 01/07/2016

Il volume di D’Alessandro e Giacomantonio presenta una sintesi del pensiero dei tre grandi classici della stagione post-strutturalista francese – Michel Foucault, Gilles Deleuze, Jacques Derrida – alla luce dei rapporti che essi intrattengono con la questione politica. Diciamo la “questione politica” perché l’intento del volume non è tanto quello di esporre la filosofia politica di Foucault, Deleuze e Derrida – posto che si possa parlare, per ciascuno di questi autori, di una filosofia politica in senso classico – quanto quello di rintracciare all’interno del loro pensiero il “segno” della politica.


In effetti, l’ambizione ultima del saggio, è quella di tratteggiare alcune linee guida che servano alla comprensione del complesso e ambiguo rapporto che intercorre tra la corrente post-strutturalista, ben più ampia del terzetto di autori presi in considerazione, e la dimensione politica.
Che vi sia un rapporto tra il post-strutturalismo e la politica è cosa assodata, tanto dalla letteratura critica quanto dall’effettiva biografia dei protagonisti di quella stagione. Per limitarsi alle scelte di D’Alessandro e Giacomantonio basti pensare al coinvolgimento di Foucault nelle battaglie di quegli anni – dal periodo tunisino alla direzione del dipartimento di filosofia dell’Università “sperimentale” di Vincennes dopo gli eventi del ’68, dalla fondazione del «GIP – Groupe d'Information sur les Prisons» (a cui collaborerà anche lo stesso Deleuze), alla partecipazione al vivace dibattito intorno alla riforma della cosiddetta «loi de la pudeur». Si pensi anche a Deleuze e all’importanza filosofica e biografica che ebbero per lui vicende come quelle della resistenza – cui prese parte il fratello Georges, perdendovi la vita – o eventi come il Maggio ’68, quel “joli mai” senza il quale non sarebbe stata nemmeno pensabile un’opera come “L’Anti-Edipo”: infatti, non solo, come rilevano D’Alessandro e Giacomantonio, «i concetti che ne sono alla base respirano quell’air du temps» e «il Maggio è assolutamente leggibile in termini di rivoluzione del desiderio» (p. 52), ma neppure sarebbe potuta nascere la coppia Deleuze-Guattari, visto che è proprio a seguito di quell’«avvenimento allo stato puro» che inizia la collaborazione tra i due. D’altro canto, per quanto più distante dagli eventi del Maggio ’68, anche la vita di Jacques Derrida non è certo stata priva di coinvolgimenti in battaglie politiche: anch’egli coinvolto nella petizione contro la controversa «loi de la pudeur», è altresì implicato in prima linea nella lotta alla «loi Hady» sull’insegnamento della filosofia e non manca di sfruttare il proprio indiscusso prestigio internazionale per sostenere cause come quelle del gruppo Charta 77 in Cecoslovacchia o di Nelson Mandela in Sudafrica. La politica è insomma presente, nella biografia di questi autori, accanto all’impegno filosofico, spesso in forme e in modalità che confondono i piani e sfumano la distinzione tra i due momenti. Non si tratta tanto e solo di pensiero politico o di riflessione sulla politica, ma piuttosto di un innesco politico del pensare: nel post-strutturalismo si fa filosofia per ragioni eminentemente politiche, per quanto l’oggetto del filosofare possa essere teoreticamente astratto e involuto. La politica è infatti qualcosa di costitutivamente legato all’emergere di queste e di altre filosofie post-strutturaliste che, pur collocandosi in campi d’indagine apparentemente “astratti” (come l’estetica, il linguaggio, i segni, l’analisi della cultura), hanno inteso la propria presenza in questi territori come una scelta politica di campo. Nell’opera di Foucault, per esempio, la stessa scelta dei temi d’interesse rappresenta la dichiarazione consapevole di un certo impegno politico. Basti pensare a ciò che Foucault dice nelle interviste a Jean François e John De Wit del 22 maggio 1981 e, soprattutto, a André Berten il 7 maggio di quell’anno: «Si tratta dunque, attraverso questa analisi storica, di rendere le cose più fragili, o piuttosto di mostrare perché, e come, le cose abbiano potuto costituirsi in questo modo, ma mostrando al contempo che esse si sono costituite attraverso una storia precisa […]. Il nostro rapporto con la follia è un rapporto storicamente costituito. E dal momento che è storicamente costituito, può essere politicamente distrutto» (intervista ora contenuta in M. Foucault, “Mal fare, dir vero. Funzione della confessione nella giustizia. Corso di Lovanio (1981)”, Einaudi, Torino 2013, pp. 235). La scelta degli oggetti di indagine (la follia, le scienze umane, la prigione, la sessualità) interseca le diverse lotte politiche in cui Foucault si impegna, in una coerenza che – ammette lo stesso Foucualt – non è teorica ma strategica: «La repressione della sessualità è interessante solo nella misura in cui, da una parte, fa soffrire un certo numero di persone, ancora oggi; e dall’altra perché ha assunto forme sempre diverse, pur essendo sempre esistita» (M. Foucault, Intervista di André Berten, in “Mal fare, dir vero”, op. cit., p. 239). È nell’ottica di una strategia esplicitamente politica che vengono determinati gli oggetti di interesse del progetto foucaultiano: è perché, in definitiva, ci sono ancora persone che soffrono per il manicomio, per la prigione e per la sessualità, persone che sono escluse dal discorso di verità su ciò che è «umano», che questi temi vengono rivestiti di un qualche interesse. Non è la speculazione a determinare l’oggetto di interesse storico e filosofico, ma lo spessore politico della contemporaneità. Lo stesso si potrebbe dire sull’origine del progetto filosofico di Deleuze-Guattari: «Per Deleuze, il passaggio alla politica», scrive D’Alessandro, «è segnato dalle settimane del Quartier Latin, con la loro forza di rottura» (p. 52), al punto da contribuire a determinare persino la nozione deleuziana di filosofo e di lavoro filosofico. «Se il filosofo è colui che lavora con i concetti, questi hanno sempre un contenuto politico, in quanto mai astratti dalla società», continua D’Alessandro, perché «i concetti sono mutevoli e nomadi, pronti a costituire armi per combattere il Potere (con la P maiuscola impressa a fuoco da Foucault), ovunque esso si annidi» (p. 52). Forse si potrebbe andare oltre la lettura dello stesso D’Alessandro, ricordando come il pensiero, nell’accezione deleuziana, sia sempre una lotta – un pólemos – un combattimento-contro qualcosa e qualcuno, in primo luogo contro se stessi. Ma questo pensare come combattere contro l’ovvio è anche un esplorare nuove possibilità, identità radicalmente alternative, generare concetti nuovi e inediti: «Pensare suscita l’indifferenza generale. E tuttavia non è sbagliato dire che è un esercizio pericoloso […]. Non si pensa senza diventare altro, qualcosa che non pensa, una bestia, un vegetale, una molecola, una particella, che ritornano sul pensiero e lo rilanciano» (cfr. G. Deleuze, F. Guattari, “Che cos’è la filosofia?”, Einaudi, Torino 1996, p. 32). Un’idea che in realtà parte da lontano, che si riconnette a un certo modo di intendere lo stile de Les Lumières come espressione della funzione emancipatrice del pensiero, dove l’emancipazione è in primo luogo una lotta condotta contro le convinzioni irriflesse, contro il pregiudizievole autocompiacimento nel «già noto» e nel tradizionale. Lo stesso intento, in fondo, che anima l’impresa teorico-politica della decostruzione derridiana come impresa illuministica. Un illuminismo che il filosofo non ha mai cessato di difendere e rivendicare, soprattutto davanti a quei critici, come Habermas, che vedevano nel suo progetto decostruttivo, un oscurantismo segnato da una visione estetizzante e vuota della verità. Al contrario, Derrida ha sempre opposto un netto rifiuto ai tentativi di identificare la sua prospettiva con una propaggine del postmodernismo o di visioni “deboliste”, difendendo sempre la genuina vocazione illuminista della decostruzione. Come ricorda Giacomantonio, per Derrida «sono i filosofi e i teorici della comunicazione, del dialogo, del consenso, dell’univocità o della trasparenza, a dispensarsi dalla volontà di ascoltare e comprendere l’altro e a fare opera di oscurantismo, mentre la decostruzione è da lui [Derrida] intesa come una nuova forma di Illuminismo» (p. 81). Ed è un Illuminismo conscio del proprio ruolo politico, quello che anima gli intenti della decostruzione: nel suo assumere come ogni forma di comunicazione, anche la meno sospetta, tracci da se stessa un segno non detto, un ineliminabile rimosso, che ne costituisce la condizione stessa di possibilità, la decostruzione si presenta come pratica emancipatrice che, in un certo senso riprende e radicalizza, la portata politica di quel «sapere aude» che animò il miglior Illuminismo europeo. È a questa pratica di emancipazione che è necessario guardare per realizzare quella «democrazia a venire», fatta di «un’alterità senza differenza gerarchica», di cui parla Derrida nei suoi scritti più esplicitamente politici (cfr. J. Derrida, “Politiche dell’amicizia”, Raffaello Cortina, Milano 1995; J. Derrida, “Oggi l’Europa”, Garzanti, Milano 1991). 
Il volume si presenta, in definitiva, come una presentazione dei principali snodi del rapporto di Foucault, Deleuze e Derrida con la dimensione dell’agire politico e del legame che in questi autori salda in un’unica analisi il livello delle istituzioni politiche e quello della costruzione dell’identità sociale e della soggettività. Il libro, da questo punto di vista, mantiene fede ai propri propositi e non si configura né come una storia globale del movimento post-strutturalista, né come un saggio di esegesi storico-critica degli autori in oggetto ma piuttosto «un come punto di partenza per ordinare concetti e riflessioni» (p. 9). Da questo punto di vista la lettura dell’opera – anche in virtù della scrittura chiara e allo stile piano degli autori –  può essere utile al lettore che accosti per la prima volta queste tematiche o che non abbia un’eccessiva dimestichezza con gli autori trattati, come punto di partenza per ulteriori letture e ricerche. D’Alessandro e Giacomantonio, d’altronde, riconoscono onestamente lo stadio iniziale della ricerca di cui qui tracciano un primo quadro – più che altro una ricognizione di campo – connotata più dall’intento di aprire nuove piste di indagine e cantieri di lavoro che dalla volontà di circoscrivere e determinare con precisione una proposta interpretativa definitiva.
Sarebbe tuttavia interessante cercare di intravedere sin d’ora quali potrebbero essere le «linee di fuga» di una ricerca su post-strutturalismo e politica. Per quanto le strade da battere siano molte e non manchino le implicazioni con le vicende del presente, l’indicazione da seguire potrebbe essere quella data recentemente da François Cusset (URL: http://philosophykitchen.com/2015/05/actualite-de-la-french-theory/): «sulle rovine di questo sogno della French Theory, questo sogno di una performatività politica ed esistenziale della teoria, essa [la French Theory] ci può ancora servire a qualcosa? Può ancora chiarire lotte, armare resistenze, dotare di strumenti operativi i dominati che noi tutti siamo?». In altre parole: gli strumenti elaborati dalla filosofia post-strutturalista o, se si vuole, dai protagonisti della così detta «French Theory», può ancora servire alle nostre lotte presenti? Questa domanda credo ne sottenda però un’altra, forse più radicale: quali sono queste lotte in cui dovremmo impegnare il nostro pensiero? Quali sono i saperi, le pratiche, i concetti e le scritture che occorre oggi impiegare per rendere visibili e quindi trasformabili i nessi politici più rilevanti del tempo presente? È la stessa domanda che, secondo Foucault, è nata nel momento in cui Kant si è domandato «Was ist Aufklärung?» e che, secondo l’archeologo dei saperi, è traducibile in «Che cos’è la nostra attualità? Che cosa accade attorno a noi? Che cos’è il nostro presente?». È una domanda sul senso stesso del filosofare: «Io penso che la filosofia, tra le diverse funzioni che può e che deve avere, abbia anche quella di interrogarsi su ciò che noi siamo nel nostro presente e nella nostra attualità» (M. Foucualt, Intervista di André Berten, in “Mal fare dir vero”, op. cit., p. 228). Per rispondere a questa domanda sarebbe necessario adottare una prospettiva più ampia di quella offerta dal volumetto di D’Alessandro e Giacomantonio, individuando i contorni di una definizione storiograficamente fondata e teoreticamente convincente di cosa si debba intendere con termini quali «post-strutturalismo» o «French Theory». Bisognerebbe inoltre descrivere la trasformazione della lotta politica avvenuta tra la generazione di quel tempo e quella contemporanea, riannodare le continuità di un processo e riconoscere come tali le fratture e le discontinuità intercorse. Sarebbe insomma necessario comprendere se le proposte dei diversi autori che una letteratura filosofica odierna riconosce come appartenenti a uno specifico “stile” siano realmente accomunabili da alcuni tratti comuni e da alcune tesi di fondo capaci di costruire una griglia ermeneutica coerentemente articolata, in grado di fornire uno strumento di analisi convincente del presente. È uno sforzo che si è effettivamente iniziato a fare da tempo – basti pensare che risalgono già al 1991/1992 i due volumi di François Dosse sulla “Histoire du structuralisme” – ma che non appare per nulla concluso, e che comporta l’impegno dell’attuale generazione di studiosi a fare i conti con un passato recente complesso e problematico da gestire nel suo essere in parte legato a un mondo che, di fatto, non esiste più.


Bibliografia

– G. Deleuze, F. Guattari, “Che cos’è la filosofia?”, Einaudi, Torino 1996
– J. Derrida, “Politiche dell’amicizia”, Raffaello Cortina, Milano 1995
– J. Derrida, “Oggi l’Europa”, Garzanti, Milano 1991
– F. Dosse, Histoire du Structuralisme Tome I : le champ du signe, 1945-1966, Paris, La découverte, 1991
– F. Dosse, Histoire du Structuralisme Tome II : le chant du cygne, 1967 à nos jours, Paris, La découverte, 1992
– M. Foucault, “Mal fare, dir vero. Funzione della confessione nella giustizia. Corso di Lovanio (1981)”, Einaudi, Torino 2013


Indice

Nota degli autori
Introduzione

Capitolo I – F. Giacomantonio, R. D’Alessandro

Potere, biopolitica, critica del neoliberlismo: Michel Foucault
1.1. “Discorsi”, soggetti e istituzioni
1.2. Una genealogia dei luoghi di potere
1.3. Il potere reticolare
1.4. Sapere e potere
1.5. Nascita della biopolitica
1.6. Libertà e cura

Capitolo II – R. D’Alessandro

Fare politica creando concetti: Gilles Deleuze
2.1. Il gusto per la ricerca
2.2. Attualità del Maggio ‘68
2.3. Il rapporto con Foucault
2.4. Sinistra e resistenza minoritaria
2.5. La politica dei concetti
2.6. Una valutazione d’insieme

Capitolo III – F. Giacomantonio

Decostruzionismo, politica e democrazia: Jacques Derrida
3.1. Pensare lo spazio del politico
3.2. Il senso del Decostruzionismo
3.3. Democrazia e forme di amicizia
3.4. Sovranità e diritto
3.5. Cosmopolitismo
3.6. Decostruzionismo e filosofia politica

Bibliografia essenziale
Indice dei nomi

11 commenti:

MAURO PASTORE ha detto...

Focault ridomandava filosoficamente-politicamente ciò che Kant si era domandato filosoficamente. Kant non aveva trovato intellettuali statiche da trasformare in dinamiche conoscitive e le sue Critiche erano bastevoli per evitarne alla sola cultura non politica ma appunto erano molteplici, non solo per astrazioni e per razionalità ma pure per deliberazioni e stime, nel senso che erano volte anche a rifondazioni politiche per tramite di precisazione per necessità libere su Assolutezza oltre che relatività. Quindi è giusto precisare che Kant era autore di propedeutica filosofica alla politica. La importanza di segno storico o passaggio della storia, della filosofia o del filosofare, delle critiche kantiane senza dubbio in Europa Ovest fu enorme, importanza indiretta soltanto nel Settentrione; in Francia l'apporto diretto non riguardò la cultura nazionale, da cui derivò la premessa culturale del cosiddetto Strutturalismo in stesso luogo, dove però giungeva altro apporto da estero; sicché v'era uno strutturalismo francese, un altro internazionale; da cui i vari post strutturalismi, post-strutturalismi, poststrutturalismi (uso termini scritturali distinti perché sono direttamente intuitivi). Dato che dopo Illuminismo e Restaurazione l'Europa si trovò in condizioni sociali divise od alienate fu necessaria maggiore collaborazione Est-Ovest e ad Est la storia della filosofia non trovava né trova in Kant e kantismo punto di svolta fondamentale. A questo riguardo si nota precisa maggiore rispondenza alle esigenze internazionali nell'operato filosofico di Deleuze, antinichilista se si considera per riferimento non il vero nichilismo russo ma un altro a questo parallelo ed esportato dal "sovietismo" verso Ovest. Focault con la sua critica anche politica era pensatore radicale ed alternativo ma appunto il vaglio critico non era fatto per sostituire né per distruggere. Derrida pur avendo ipotizzato estremo esito, lo aveva rifiutato perché insignificante controsenso e ugualmente Deleuze non aveva agito per esso. La teoria della Decostruzione era una svolta conservatrice impressa agli ambienti di estrema sinistra politica ma in certo modo indirettamente imposta anche a quelli di estrema destra politica, mentre i moderati di destra preferivano adottare il Costruzionismo e quelli di sinistra legare ad essa Neocostruzionismo. Derrida forniva uno strumento di conservazione culturale vitale per vasta parte di Francia e gran parte di Europa Ovest e per parte di Occidente. Deleuze offriva un mezzo di comprensione sociale necessario per un intero Occidente e per l'Oriente in rapporto diretto a tale Occidente. Focault dava opportunità di sopravvivenza civile valido su scala globale.
In concretezza si trattava di provvedere per eventi giganteschi e per tramite di gravi poteri politici, dislocati più nel Blocco Occidentale che nel Blocco Orientale durante la Guerra Fredda.
...

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

MAURO PASTORE: ...

Il pensiero della Decostruzione subì un tentativo di saccheggio da parte delle fazioni marxiste e fu avversato dallo stalinismo; i filosofi liberali lo tacciarono di essere stato in parte eterodotto dal marxismo quanto ad impegno eccessivo e presenza indiscreta, ma parte di esso accolse questa rimostranza e si trasformò uniformandosi ai modi del pragmatismo-neopragmatismo nord-americano. Erano le strutture sociali, gli elementi strutturali della civiltà non della cultura, le strutturazioni culturali, ad essere oggetti rilevanti per tale filosofia politica che aveva obiettivo rispettivamente di liberalizzare, disinibire, emancipare. In questo si trovò certa affinità con la garanzia comunista per le facoltà liberali che di fatto era l'Ordine di Regime cubano ed al contempo sostegno dalla Resistenza del leninismo sovietico nonché simpatia dal bolscevismo e stima dal menscevismo russi, ma solo quasi inimicizia dal Partito Comunista Francese e amicizia soltanto dagli ambienti per il neocomunismo non rivuzionario in Italia e quivi stima dai gramsciani. D'altronde, soprattutto col pragmatismo, anche destre politiche e filosofiche e soprattutto centristi in Europa se ne avvalsero. Gli obiettivi prefissati furono raggiunti entro dialettiche democratiche europee approdando con risultati di varie entità ad una forma di umana difesa e resistenza intellettuale che diedero valido aiuto per superare i tempi della Guerra Fredda senza soccombere del tutto o senza soccombere.
...

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

MAURO PASTORE:...

In Italia codesto aiuto fu per ambienti limitati e solo in pochi casi con effetto diretto. Un poststrutturalismo italiano vi fu ma eminentemente culturale e parte di esso non raggiunse i risultati perché degenerò in criticismi occultanti, a causa di esterofilia ed antipolitica. Per tali occultazioni, sfruttate da marxisti e stalinisti ai danni della cultura linguistica e politica italiana, parte del patrimonio letterario ed anche di letteratura filosofica in Italia non era più a libera disposizione di tutti o per disporne bisognava affrontare condizioni violente o miserevoli. Fuori da tali condizioni, si può trovare nella filosofia italiana ovviamente anche uno strutturalismo, ugualmente che nella francese ma senza le stesse limitazioni forti in cultura e politica; e ciò dipese anche dal costituirsi di quel che si potrebbe definire 'strutturismo' cioè una analogia di tipo strutturalista, condotta parallelamente distruttivamente ad azioni subculturali e politiche ed anche ad imprese culturali antipolitiche che miravano ad istituire fissità insostenibili per libere conoscenze e notevolezze inaccoglibili per vere politiche. Analogia distruttivamente determinante fu il lavoro filosofico di N. Abbagnano "La Struttura della esistenza" che era uno studio 'dell'esistentivo sull'esistenziale', il quale aveva introdotto in Italia la comprensione dei termini filosofici di esistenzialismi e filosofie della esistenza e contro il disonesto ed incompetente veto imposto dalla gerarchia del fascismo allora attiva in stessa Italia. Tale Studio fu dopo il fascismo riproposto in chiave di interpretazione culturale della filosofia della esistenza, quale sorta di geometria linguistica favorevole; quindi da altrui volontà si tentò di farne un esempio di strutturalismo e per un periodo non era possibile trovare universali premesse di lettura e dunque lo scritto fu oggetto di magie verbali e disonestà varie che a volte riuscivano a sfruttare anche tutt'altri dissentimenti o distinzioni (io per esempio una volta ebbi modo di notare un "agente" che fatto lo spione e sentito di geometrie intellettuali voleva fingere di avere a che fare con miopi cui voleva riservare contusioni e con ciechi cui voleva dare ferimenti e mostrava di non sentirsi solo!). Di fatto in certi periodi il testo di detto Studio non serviva per una sicura lettura anche perché c'era chi della cultura rifiutava interezza di potenzialità ed il linguaggio che si era costretti ad usare era per forza di cose limitato e non tutti i testi erano interpretabili filosoficamente! (Fu per tali ingiusti ed invadenti rifiuti che recentemente in Italia appartenenti ad ambienti antipolitici e da ambienti antiitaliani mediante azione non tanto autenticamente politica ma di rappresentanza politica italiana stavano per abolire il Senato e senza voler concedere reale alternativa democratica!)

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

Per ciò che riguarda la 'Teoria Francese' e la filosofia di Derrida, potrebbe risultare utile notare le incomprensioni cui era sottoposto questo filosofo.
Avendo egli spiegato di venire da ambiente arabo che non poteva, e neppure volendo, esser parte reale del mondo e dei mondi ebraici e giudaici e dunque che ne usava culture religiose per diplomazia intellettuale in qualità di elementi culturali non propri ma conoscibili e conosciuti, taluni andavano pensando e dicendo che lui fosse un "ebreo non ortodosso"; e raccontando lui che in quell'ambiente arabo alcuni di quelli scambiati per tali e costretti a destino diverso non riuscivano più a trovare altra alternativa religiosa ad ebraismo e giudaismo, taluni pensavano ad ostinazioni fanatiche ebree ortodosse e volendo fraintendere pure la parte per il tutto; e raccontando egli di non esser stato tra questi ma di esserne spesso confuso, taluni gli volevano intendere tutto al rovescio e scriverne tramite proprie illusioni; e mentre tali le pensavano proprio essi stessi volevano fingere a se medesimi fossero intuizioni soltanto simili ad elucubrazioni!

Incomprensioni analoghe accadevano in Italia quando si ripetevano, in forma di estranea domanda od in tono apertamente non significante e da parte di non ebrei, altrui affermazioni sbagliate (ma appunto, ribadisco: in forma di domanda od in tono non significante); e tali volontarie incomprensioni non erano spesso senza collegamento con quelle che ho descritto che riguardavano Derrida, il quale denunciò pubblicamente gli accaduti ed incontrando reazioni di stupidaggine avvilente o minacciosità da vasti e generici ambienti.

Ritengo assai utili queste ultime precisazioni e l'altre analoghe precedenti per intendere tutto il contenuto del resto dei miei precedenti commenti a questa medesima recensione.

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

La vicenda delle Decostruzioni, programmatiche o non, kantiane e postkantiane, antimarxiste, ex-marxiste, ebbe in Italia un parallelo culturale non filosofico ma con conseguenze filosoficamente importanti, culturalmente indipendenti o dipendenti, di ascendenza illuministica francese o da abbandoni o distacchi internazionali e francesi dallo Strutturalismo filosofico.
Ma vi era uno strutturalismo non filosofico nel positivismo e più nel neo-positivismo cioè nelle riproposizioni di nuovi positivismi: scientismi e culture scientifiche a questi succubi o in subculturalità antiscientifiche.
In principio si trattava di costruzioni deliberate intellettualoidi od antiintellettuali, poi con avvento scientifico e successo della linguistica se ne aggiungerò di imitative e ciò causò sorta di mezzo corto circùito del movimento positivista, però nel frattempo accresciutosi ed estremizzatosi.
La filosofia analitica fu captata o attratta, in parte maggiore, dagli interessamenti positivisti che agivano per mezzo di inventività aliena dando occasioni di consulenze filosofiche prima a tecnici poi a scienziati ed intromettendo in ambienti religiosi e areligiosi intelligenza irreligiosa e difforme non solo conforme; la filosofia continentale si trovò relegata entro o non oltre questi ultimi; allora fanatici, fondamentalisti, integralisti della religione o religiosi iniziavano ad usarne messaggi ed affermazioni per scopo oscurantista e con antipositivismo pseudo od anti-filosofico, mentre gli analitici si ritrovavano a dividere del tutto proprio destino filosofico dai continentali, ciò diventando grave distanza culturale tra America ed Europa e difficoltà politiche maggiori. Questo era anche ciò che Habermas definì "l'Occidente diviso", agendo costui filosoficamente per una difesa di restante unitarietà e consapevolezza e con una strategia di potenziamento delle restanti energie e disposizioni e con riferimento a comprensioni culturali e filosofiche maggiori o vaste e con sommo distacco dalle contese estreme, fino a constatare la nascita di un post-secolarismo, quando si diceva trionfante l'epoca od età postmetafisica e per ingerenza di messaggi si tentava con successo di farla trionfale di fatto anche. In ciò la inclusione dell'altro era determinante e decisivamente dalla alterità, anche se solo prospettandosi, e soltanto in questo presente (anche di questo stesso mio messaggio) realizzantesi.
Nel frattempo in Italia prima della fine del contrasto tra analitici e continentali la filosofia traeva una ispirazione dai movimenti artistici della transavanguardia, che originati dalla fine delle illusioni metafisiche ed antimetafisiche a questo ultimo termine si definivano criticamente poi filosoficamente.
...

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

Nel mio testo inviato qui sopra la dizione 'aggiungerò' sta per "aggiunsero".
MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

(Reinvio penultimo messaggio con correzione inclusa:)

La vicenda delle Decostruzioni, programmatiche o non, kantiane e postkantiane, antimarxiste, ex-marxiste, ebbe in Italia un parallelo culturale non filosofico ma con conseguenze filosoficamente importanti, culturalmente indipendenti o dipendenti, di ascendenza illuministica francese o da abbandoni o distacchi internazionali e francesi dallo Strutturalismo filosofico.
Ma vi era uno strutturalismo non filosofico nel positivismo e più nel neo-positivismo cioè nelle riproposizioni di nuovi positivismi: scientismi e culture scientifiche a questi succubi o in subculturalità antiscientifiche.
In principio si trattava di costruzioni deliberate intellettualoidi od antiintellettuali, poi con avvento scientifico e successo della linguistica se ne aggiunsero di imitative e ciò causò sorta di mezzo corto circùito del movimento positivista, però nel frattempo accresciutosi ed estremizzatosi.
La filosofia analitica fu captata o attratta, in parte maggiore, dagli interessamenti positivisti che agivano per mezzo di inventività aliena dando occasioni di consulenze filosofiche prima a tecnici poi a scienziati ed intromettendo in ambienti religiosi e areligiosi intelligenza irreligiosa e difforme non solo conforme; la filosofia continentale si trovò relegata entro o non oltre questi ultimi; allora fanatici, fondamentalisti, integralisti della religione o religiosi iniziavano ad usarne messaggi ed affermazioni per scopo oscurantista e con antipositivismo pseudo od anti-filosofico, mentre gli analitici si ritrovavano a dividere del tutto proprio destino filosofico dai continentali, ciò diventando grave distanza culturale tra America ed Europa e difficoltà politiche maggiori. Questo era anche ciò che Habermas definì "l'Occidente diviso", agendo costui filosoficamente per una difesa di restante unitarietà e consapevolezza e con una strategia di potenziamento delle restanti energie e disposizioni e con riferimento a comprensioni culturali e filosofiche maggiori o vaste e con sommo distacco dalle contese estreme, fino a constatare la nascita di un post-secolarismo, quando si diceva trionfante l'epoca od età postmetafisica e per ingerenza di messaggi si tentava con successo di farla trionfale di fatto anche. In ciò la inclusione dell'altro era determinante e decisivamente dalla alterità, anche se solo prospettandosi, e soltanto in questo presente (anche di questo stesso mio messaggio) realizzantesi.
Nel frattempo in Italia prima della fine del contrasto tra analitici e continentali la filosofia traeva una ispirazione dai movimenti artistici della transavanguardia, che originati dalla fine delle illusioni metafisiche ed antimetafisiche a questo ultimo termine si definivano criticamente poi filosoficamente.
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MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

MAURO PASTORE: ...

Da parte non coinvolta nel constrasto filosofico si continuava, per opera di E. Severino, il lavoro di distruzione intellettuale per tramiti analogici: delle fissità che ponevano ostacoli non solo al filosofare ma anche a chi con o per esso. Propriamente "La Struttura originaria" di stesso Severino era un altro esempio di "strutturismo", ovvero in tal caso specifico strutturismo-strutturalismo-non-strutturale. Entro questa premessa completa restano comprensibili i successivi post-strutturalismi e decostruzionismi, interni oppure esterni. Si trattava di una descrizione di affermazioni, quali soggetti ed oggetti e verbalità, tautologicamente; poi di studiarne limiti oggettivi, quindi soggettivi, secondo un riferimento epistemologico fondamentalmente non fenomenologico né gnoseologico. Da questa vicenda ne sorgevano altre realmente non solo idealmente decostruenti, di matrice religiosa-filosofica o di derivazione scientifica-filosofica, di cui risultati filosofici però per entrambi i casi rientravano negli àmbiti tautologici di partenza, il resto esulandone per diventare criticità di sistemi teologici vecchi o crisi di concetti tecnici desueti.

Dunque considerando questa rassegna di vicende storiche e di cronaca che io ho fatto si può o si potrebbe trovare pensabilità alla Decostruzione quale passato: accolto, rifiutato; realizzato, rinnegato; attuato; evitato; così dandone pensabilità a futuro determinato o possibile.

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

Nel messaggio inviato in data e ora del 24 febbraio 2019 15:53 'rivuzionario' sta per: rivoluzionario. Reinvierò testo con correzione inclusa.
MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

Il pensiero della Decostruzione subì un tentativo di saccheggio da parte delle fazioni marxiste e fu avversato dallo stalinismo; i filosofi liberali lo tacciarono di essere stato in parte eterodotto dal marxismo quanto ad impegno eccessivo e presenza indiscreta, ma parte di esso accolse questa rimostranza e si trasformò uniformandosi ai modi del pragmatismo-neopragmatismo nord-americano. Erano le strutture sociali, gli elementi strutturali della civiltà non della cultura, le strutturazioni culturali, ad essere oggetti rilevanti per tale filosofia politica che aveva obiettivo rispettivamente di liberalizzare, disinibire, emancipare. In questo si trovò certa affinità con la garanzia comunista per le facoltà liberali che di fatto era l'Ordine di Regime cubano ed al contempo sostegno dalla Resistenza del leninismo sovietico nonché simpatia dal bolscevismo e stima dal menscevismo russi, ma solo quasi inimicizia dal Partito Comunista Francese e amicizia soltanto dagli ambienti per il neocomunismo non rivoluzionario in Italia e quivi stima dai gramsciani. D'altronde, soprattutto col pragmatismo, anche destre politiche e filosofiche e soprattutto centristi in Europa se ne avvalsero. Gli obiettivi prefissati furono raggiunti entro dialettiche democratiche europee approdando con risultati di varie entità ad una forma di umana difesa e resistenza intellettuale che diedero valido aiuto per superare i tempi della Guerra Fredda senza soccombere del tutto o senza soccombere.

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

Esprimo costernazione per i contrattempi riguardo ai miei testi.
( Purtroppo quando scrivo si tenta da presso e non solo di impedirmi attenzione e spesso con successo causato da coincidenze negative di cui disgraziatamente ignari purtroppo stessi oppressori (che sono soliti usare grida o parole suggestionatorie secondo metodi di magie e stregonerie africane pur non essendo che io sappia africani), lo stesso strumento che uso lo dovetti comprare in fretta senza scelte adeguate, inoltre i sistemi di sicurezza di questo sito non sono del tutto confacenti: delle foto fatte vagliare si indicano a volte cose con parole errate ed ho notato che le immagini sono per visioni non universali e rivelano in responsabili di programmazione oppure programmatori etnofobia ai danni delle umanità greche e del cosmopolitismo greco e perciò anche ostinata avversione antidemocratica.)

MAURO PASTORE