martedì 13 marzo 2007

Girard, René, La voce inascoltata della realtà. Una teoria dei miti arcaici e moderni, a cura di G. Fornari.

Milano, Adelphi, 2006, pp. 271, € 26,00, ISBN 8845921123.
[Ed. or: La Voix méconnue du réel, Grasset, Paris 2002]

Recensione di Domenico Turco – 13/3/2007

Antropologia culturale

La voce inascoltata della realtà è l’ultimo libro tradotto in italiano di René Girard, studioso di letteratura e antropologo francese che si caratterizza per estrema originalità, interessi multidisciplinari e anticonformismo. Si tratta di un pensatore notevole, per certi versi geniale, benché il suo complesso anti-sistema non cessi di suscitare polemiche, a causa della radicale incomprensione di importanti fenomeni culturali dell’età contemporanea, come l’ermeneutica, la psicanalisi, il decostruzionismo nietzschiano, lo strutturalismo. Nelle sue opere, compresa quest’ultima, Girard spazia dalla letteratura all’antropologia culturale, dalla filosofia alla psicanalisi, senza tuttavia scadere nella superficialità, rischio perenne del saggista eclettico, del poligrafo tradizionale che, confrontandosi con una molteplicità di discipline, saperi e generi di scrittura, spesso non è materialmente in grado di approfondire tutto.
L’espressione la voce inascoltata della realtà indica quell’apertura interrogante al mondo-della-vita, della vita reale e delle sue misteriose e ineffabili regole, una voce che Girard afferma di cercare di trascrivere, nonostante sia coperta e quasi soffocata dal coro unanime di un pensiero omologato e omologante, che obbedisce alle logiche irrazionali e alle mode tiranniche del nostro tempo. Per l’intellettuale francese il fine del discorso antropologico va rintracciato in una ricerca inquietante delle origini capace di invertire la rotta segnata da Levi-Strauss, tendente ad addomesticare in qualche modo il pensiero selvaggio, radicandolo nel mito inteso come creazione poetica avulsa dal reale, invenzione pura priva di possibili agganci con fatti veramente accaduti. Invece Girard, nel primo capitolo del libro, Violenza e rappresentazione nel testo mitico, pone a fondamento della mitologia possibili eventi reali, nella fattispecie episodi di linciaggio o sacrificio rituale a danno di vittime poi divinizzate. Nel contesto del saggio si fa l’esempio dei racconti medioevali di linciaggi o progrom contro gli ebrei, massacri assurdi giustificati ricorrendo alla consueta accusa di diffondere la peste o di avvelenare le acque. Il concetto di capro espiatorio è centrale nell’antropologia di René Girard, ossessivamente legato a questa figura, al punto da essere definito da Roberto Calasso in La rovina di Kasch “l’ultimo dei porcospini”. Con il curioso termine zoologico, Calasso intende riferirsi a quei pensatori ispidi e spinosi che rimangono in qualche modo ostaggi di una sola idea. In realtà, questa definizione non coglie tutta la complessità della prospettiva antropologica proposta dal presunto porcospino-Girard, il cui teorema della vittima rappresenta soltanto il punto di partenza di un itinerario che svolge ulteriori e suggestivi percorsi intorno all’uomo e alla sua specificità di animale sociale.
La girardiana “teoria dei miti arcaici e moderni” mostra un profilo molto rigoroso e a suo modo scientifico, di una scientificità che risulta molto peculiare, perché tendente a riabilitare importanti aspetti della cultura cristiana, presentati comunque in maniera “imparziale”, con argomenti accettabili anche da un punto di vista profano. È questo il caso del capitolo quarto, Dioniso e il Crocifisso, in cui, dopo aver demolito dialetticamente l’impianto filosofico della Genealogia della morale di Nietzsche, viene smascherato il carattere violento della concezione dionisiaca celebrata dal filosofo tedesco, e criticata l’assimilazione tra Cristo e le varie incarnazioni pagane del dio-vittima, dallo stesso Dioniso ad Attis-Adone. Nella prospettiva cristiana, afferma Girard, la vittima sacra non è accettata in quanto vittima, come accadeva nelle antiche religioni, ma se ne denuncia l’uccisione come un delitto esecrabile. Tale apologia del punto di vista cristiano può suggerire un atteggiamento militante da parte dell’autore. Mentre paradossalmente il cattolico Girard dimostra di essere spesso più scientifico dello strutturalista laico Lévi-Strauss, in quanto porta avanti una sorprendente tesi neo-positivista o “sociologista”, secondo cui le diverse mitologie non sarebbero del tutto narrazioni fantastiche né sovrastrutture mitopoietiche di una metafisica allo stato originario, ma momenti fortemente ritualizzati di violenza collettiva eseguita ai danni di un capro espiatorio, in seguito trasformato in uno spirito o in una divinità. Questa interpretazione del mito è estremamente riduttiva, perché impedisce di cogliere quell’affinità tra l’ambito mitologico e quello religioso-metafisico a ragione riconosciuta da Levi-Strauss e sulla sua scorta dai vari esponenti dell’antropologia contemporanea. Il mitologico non deriva solo dalla trasfigurazione di fatti realmente accaduti, intervenendo fattori di altro genere, collegati appunti all’esigenza di creatività del pensiero umano oppure al tentativo di spiegazioni razionali, al quale in passato si rispondeva ricorrendo a racconti di tipo onirico-fiabesco.
In ogni caso, e per altre motivazioni, Girard non è affatto un positivista. Anche se sostiene che il fatto di assumere un determinato credo non può e non deve in alcun modo influire sull’elaborazione di determinate teorie, nel leggere La voce inascoltata della realtà è impossibile non rilevare il background scopertamente (e profondamente) metafisico che trapela dalle brillanti intuizioni di questo poliedrico pensatore-scrittore, schieratosi con coraggio ma a tratti in maniera piuttosto riduttiva e unilaterale contro quel differenzialismo neo-nietzscheano che domina la scena attuale. Come espresso significativamente nel nono e ultimo capitolo, Innovazione e ripetizione, della società postmoderna Girard stigmatizza anche la frenesia del nuovo a tutti i costi, la volontà distruttiva di fare piazza pulita con la tradizione, la quale volontà metterebbe in pericolo i fondamenti del pensiero e della conoscenza, a scapito della ripetizione e del desiderio mimetico che costituirebbe la molla del comportamento umana. La psicologia girardiana si basa sul ribaltamento del carattere sostanzialmente negativo attribuito da Freud agli elementi imitativi, per esempio nel caso della coazione a ripetere, dal padre della psicanalisi collegata con l’istinto di morte, o Thànatos, più che con l’Eros, o istinto sessuale, istinto che nel contesto freudiano comprende pure gli aspetti pulsionali-vitali della psiche umana. La teoria mimetica di Girard è un paradigma operativo che egli applica ai vari ambiti del sapere, e che gli serve per fornire un esauriente schema ermeneutico capace di rendere ragione dei fenomeni del mito, della religione e della letteratura. Alla base di tutta questa teoria vi è la convinzione che l’uomo imiti più di quanto normalmente si pensi, e che la sua condotta sia ispirata non al proposito di differenziarsi rispetto al gruppo etnico o sociale di appartenenza, ma proprio di conformarsi a esso.
Se si vuole trovare un filo conduttore de La voce inascoltata della realtà, è per l’appunto la teoria mimetica, che riscontriamo sia nei primi due capitoli, dedicati esplicitamente all’antropologia strutturale di Lévi-Strauss, che nei successivi, riguardanti alcuni grandi protagonisti del Novecento filosofico e letterario, come Nietzsche e Dostojevskij, i personaggi evangelici, difesi dall’accusa ad esempio di antisemitismo. Alla base di questa teoria a metà strada tra antropologia e psicologia c’è il concetto della natura mimetica del desiderio. L’uomo è fondamentalmente un imitatore, che assorbe i comportamenti, le categorie mentali e gli umori di chi gli sta accanto. Ovviamente l’imitazione di cui parla Girard non è una semplice scopiazzatura, una supina reiterazione degli atti e delle idee dei nostri modelli, amici, familiari o punti di riferimento ideale, bensì rappresenta un fenomeno eminentemente creativo. Ciò emerge nel già citato capitolo che conclude il libro, Innovazione e ripetizione: qui la creatività pertiene più esattamente alla ripetizione che non all’innovazione, giudicata negativamente a causa del suo carattere innaturale, di artificio. Queste osservazioni sono svolte per la prima volta nel primo grande capolavoro girardiano, Menzogna romantica e verità romanzesca (1961), in cui, invece di porre in evidenza l’originalità dei principali romanzieri, ne enfatizza al contrario gli elementi comuni, correlati alle dinamiche imitative del desiderio mimetico che costituisce la prima regola, per quanto implicita, del codice di comportamento umano, quella voce inascoltata che richiede di essere riconosciuta e decifrata, per poter così proiettare una diversa e più limpida immagine della realtà.

Indice

Introduzione
Violenza e rappresentazione nel testo mitico
Differenziazione e reciprocità in Lévi-Strauss e nella critica contemporanea
Il superuomo nel sottosuolo
Dioniso contro il Crocifisso
La questione dell’antisemitismo nei Vangeli
Il desiderio mimetico nel sottosuolo
La peste nella letteratura e nel mito
Un pericoloso equilibrio
Innovazione e ripetizione
Postfazione. La flebile voce della vittima di Giuseppe Fornari
Indice dei nomi


L'autore

Renè Girard è nato ad Avignone nel 1923. Dopo aver studiato all'Ecole des Chartres, dove ottiene il titolo di archivista-paleografo nel 1947, in seguito si trasferisce negli Stati Uniti conseguendo nel 1950 il dottorato in Storia presso l’Indiana University. Ha insegnato lingue romanze, francese e letteratura comparata in diverse università americane. Tra le sue opere principali, ricordiamo Menzogna romantica e verità romanzesca (1961), La violenza e il sacro (1972), Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo (1983).

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