giovedì 24 maggio 2007

De Certeau, Michel, La presa della parola e altri scritti politici.

Roma, Meltemi, 2007, pp. 239, euro 19,50, ISBN 88-8353-466-2

Recensione di: Marco Bassetti – 24/05/2007

Filosofia politica, Scienze sociali, Comunicazione, Intercultura

«Le piogge di agosto paiono aver trasformato i fuochi di maggio in resti lasciati alla nettezza urbana. Mentre Parigi era fuori, le strade e poi i muri sono stati ripuliti. Questa operazione di pulizia coinvolge anche la memoria» (p. 27). Con queste appuntite parole comincia il primo saggio che compone la raccolta La presa della parola d altri scritti politici. Cosa è avvenuto, a Parigi, nel maggio del 1968? E poi: cosa sta a significare questa urgenza che, a partire già dall’agosto successivo, ha coinvolto le istituzioni in primis, ma in definitiva gran parte della società civile, in un’opera di pulizia, dei muri come delle memorie? Due questioni diverse che si contrastano come due forze uguali e contrarie, due periodi temporalmente così vicini ma, nello stesso momento, “spazialmente” così distanti. Due diversi luoghi di esistenza e di azione che, come due corni, rifiutano di comprendersi e di accettarsi come propaggini della medesima testa, rappresentazioni di uno stesso corpo: il corpo della società francese e, più in generale, il corpo della società tardo-capitalistica. Sotto questo profilo, infatti, le questioni poste dal Maggio non possono essere localizzate in un solo punto, confinate in un settore delimitato del sistema-mondo, ma, aprendo una faglia complessa e ramificata nel cuore del funzionamento del sistema stesso, producono un’instabilità di natura globale. E una faglia di tale natura, una volta venutasi a creare, non può accontentarsi di un semplice rattoppo: i rattoppi, come quelli compiuti durante l’agosto, lungi dal ricucire lo strappo prodottosi, si limitano a sottrarlo alla vista. Non riuscendo, per altro, ad ottenere lo stesso risultato nell’ambito della “memoria del sistema”.
Intorno a queste questioni si muovono i saggi che compongono la prima parte dell’opera, quella che dà il nome all’intera raccolta. Composti in prossimità degli eventi del ’68 (tra giugno ed ottobre) per la rivista “Études” (mensile di cultura generale della Compagnia di Gesù, nella quale de Certeau entrò nel 1950) e ripresi poi in un’unica raccolta (La Prise de parole, ottobre ’68), questi saggi sono stati infine ripubblicati in Francia nel ’94 da Luce Giard (già stretta collaboratrice di de Certeau e, ora, responsabile dell’edizione critica delle sue opere), corredati da un’interessante introduzione e accompagnati da una serie di scritti meno noti dell’autore, composti tra il ’76 e l’85. L’insieme complessivo di questi scritti (quello che compare oggi nell’edizione italiana), ricoprendo un arco temporale piuttosto vasto (1968-1985), risulta straordinariamente variegato per quanto riguarda i temi, le finalità e le destinazioni (“Le Monde diplomatique”, il Ministro della Cultura francese, l’“Ocse”, ecc.). Questa varietà di orizzonti, tuttavia, non danneggia in alcun modo l’importanza teorica e l’interesse storico della raccolta, non ne disperde, potremmo dire, la portata euristica, ma piuttosto la valorizza: la valorizza disseminandola in maniera uniforme in un orizzonte molteplice di ambiti e di vicende umane, mettendola in questo modo alla prova dell’irriducibile varietà dei fatti sulla scorta di un progetto epistemologico ben preciso e di un disegno metodologico ben delimitato. Quel progetto e quel disegno, che, dopo un esame attento, non possono che rilucere in filigrana a tutti gli scritti che compongono la raccolta. Quel progetto e quel disegno, infine, che nei saggi sul Maggio francese – e qui risiede l’importanza storica della presente opera – fanno in qualche modo la loro prima, decisiva comparsa, diventando in seguito la cifra stilistico-concettuale dell’intera produzione scientifica di de Certeau.
Per le ragioni appena indicate, la prima parte della raccolta risulta quella fondamentale sia per comprendere la composita unità della raccolta stessa che per scorgere le radici, appena delineate ma già ben solide, dell’economia generale del pensiero di de Certeau. Con una buona approssimazione, potremmo addirittura arrischiare la seguente ipotesi: come l’architettura concettuale del “de Certeau-pensiero” si affaccia per la prima volta e si delinea in tutta la sua originalità nei saggi sul Maggio francese, così il “de Certeau-scienziato sociale” nasce esattamente nell’ambito di tale contestazione. Ci sono non poche ragioni per sostenere questa ipotesi, ragioni non di carattere meramente biografico, ma, potremmo dire, esistenziale. Rottura di natura epocale, la “presa della parola” avvenuta in quel Maggio è stato un evento inaudito che non solo ha fatto traballare, seppur solo per un “lungo istante”, le possenti mura della società francese ma che ha scosso profondamente la coscienza dello storico e, soprattutto, dell’uomo de Certeau. «Qualcosa ci è successo. Dentro di noi, qualcosa ha cominciato a muoversi. Voci mai sentite ci hanno trasformato – originate in un luogo ignoto, riempiono improvvisamente le strade e le fabbriche, circolano tra noi, diventano nostre senza essere più il rumore soffocato delle nostre solitudini. […] Quanto si è prodotto di inaudito è questo: ci siamo messi a parlare. Sembrava fosse la prima volta.» (p. 37-38).
Per quanto può sembrare sconcertante, non si trattò di un ripensamento tardivo, di una riflessione posteriore agli eventi. Si trattò invece di una riflessione sugli eventi e negli eventi: un de Certeau allora quarantatreenne, storico di professione, nutrito di filosofia e di teologia, immerso a suo modo nella severa cultura della Compagnia, scorse fin da subito l’estrema novità (seppur confusa in un imponente, decisivo, mormorio) contenuta nelle istanze messe in campo dai contestatori e l’inaudita portata (seppur solo simbolica) delle azioni condotte nelle università, nelle fabbriche, nelle strade. E avvertì di conseguenza la necessità di prendere parte agli eventi, di prendere una posizione, di cominciare un lavoro di riflessione approfondita e di delucidazione pubblica. Non una scelta tra le altre, quello era il momento di scegliere se essere o non essere. E quella che seguì non fu certo una scelta scontata, né tantomeno facile, carica anche, come si rivelò in seguito, di conseguenze personali non semplici da digerire: oltre alle «opposizioni irriducibili tra i suoi familiari e rancori tenaci tra i suoi colleghi» a cui fa riferimento Giard nella Presentazione, (p.10), risulta interessante ricordare come fu proprio in quel periodo che maturò la rottura del sodalizio con il suo maestro Henri de Lubac, a cui tuttavia de Certeau continuò a scrivere lettere per tutta la vita, senza mai ottenere risposta. Avrebbe dunque potuto – alla maniera di molti suoi colleghi ed amici – spaventarsi e ritirasi tra le mura dei saperi e delle istituzioni contestati, indignarsi, condannare, inveire. Ma non lo fece. Inizio, invece, un lungo e impegnativo lavoro interpretativo, un’ampia operazione di comprensione e di discussione, e con queste secche parole, ormai passate alla storia, incise in profondità la memoria collettiva dei francesi: «Lo scorso maggio, la parola è stata presa come nel 1789 è stata presa la Bastiglia» (p. 37).
Una frase certo audace. A dir poco forte, se si considera che la presa della Bastiglia è per i francesi, e più in generale per l’insieme della cultura occidentale, qualcosa di più di un semplice accadimento; se si considera che la Francia è, perlomeno nell’immaginario, la nazione nata da e con la Rivoluzione. Ma l’accostamento Maggio francese–Rivoluzione francese, per quanto può sembrare solo retorico, ha in realtà un valore del tutto particolare, sia sotto il profilo storico sia sotto quello politico: tale accostamento sta a significare che, al pari della presa della Bastiglia, la presa della parola ha rappresentato un evento. Un evento che, con il suo inspiegabile carattere di novità («ci siamo messi a parlare, sembrava la prima volta»), comportò, tanto nella società quanto nell’ambito apparentemente asettico dei saperi consolidati, «l’irruzione dell’impensato» (p. 29). Un evento che, manifestando «come latente […] un insieme di principi essenziali all’ordine stabilito e divenuti contestabili» (p. 29), non solo irruppe nell’ordine lineare della storia ma, di fatto, lo ruppe. Un evento che, infine, per il solo fatto di essersi imposto in un dato istante come irriducibilmente altro, inquadrò e circoscrisse la storicità – e dunque la non-ineluttabilità – di quanto, spacciato per primario ed oggettivo (i poteri e i saperi, le istituzioni e le rappresentazioni), si dimostrò alla prova dei fatti solamente precedente e, dunque, intrinsecamente discutibile. Si segnò, in definitiva, uno scarto fondamentale: individuando, perlomeno sul piano simbolico, uno spazio ulteriore di esistenza e di azione, la presa della parola avvenuta nel Maggio francese, mostrò in maniera tanto confusa quanto perentoria, uno «scisma tra l’irriducibilità della coscienza e l’oggettività delle istituzioni sociali» (p. 35); e, così facendo, affermò «feroce, irreprimibile, un nuovo diritto, venuto a coincidere con il diritto di essere uomo e non più un cliente destinato al consumo o uno strumento utile all’organizzazione anonima della società» (p. 37).
Si trattò, dunque, fondamentalmente di una rivoluzione simbolica. O meglio, si trattò solo di una rivoluzione simbolica. Dove con “solo” si indica quello che fu il suo limite storico e, insieme, il suo lascito fondamentale. Un’enorme eredità a partire dalla quale cominciare un infinito lavoro, lavoro di pratica politica, ma anche di delucidazione teorica: «Il ruolo centrale del simbolo […] ha costituito l’oggetto di una riflessione che è forse, intesa come tattica, l’apporto teorico più originale di questo periodo» (p. 33). Un apporto teorico con il quale le scienze sociali – de Certeau torna più volte su questo punto – dovettero in qualche modo fare i conti, una seria riflessione risultava quantomeno dovuta. Erano in gioco, infatti, il loro stesso ruolo e la loro stessa credibilità, ma anche la comprensione, o la rimozione, dell’evento in quanto qualitativamente altro. Il fatto è che, se con l’evento di Maggio effettivamente «si è mosso qualcosa di silenzioso, qualcosa che invalida lo strumentario mentale elaborato in funzione di una condizione di stabilità» (p. 28), ebbene con questo movimento silenzioso – e per l’appunto simbolico – la scienza, in quanto insieme dei saperi consolidati, dovette confrontarsi. Ma perché risultasse un confronto reale, per fare in modo cioè di ingaggiare una sfida leale con l’inafferrabile, seppur sempre efficiente, “logica del simbolico”, la scienza dovette dimostrarsi disposta a cambiare il suo armamentario concettuale, dal momento che esso – come nota puntualmente de Certeau – era stato elaborato per pensare e per descrivere situazioni di stabilità. Cioè, per rendere conto degli equilibri strutturali dei sistemi sociali. Ma quello che, appunto, il Maggio francese mise sotto gli occhi di tutti – il contagio, fortissimo, toccò come sappiamo anche l’Italia – fu una serie di pratiche simboliche di trasformazione del sistema, pratiche silenziose (o, come de Certeau dirà in seguito, tattiche; cfr. de Certeau 1990, in particolare cap. 3) che, senza apportare trasformazioni qualitative nell’ordine sociale, si limitavano a simboleggiarle: utilizzando al rovescio i segni fatti circolare dall’ordine costituito, ne cambiavano il senso; cambiandone il senso, scorgevano alternative e ne saggiavano la possibilità, nell’attesa che una nuova grammatica potesse in questo modo rendersi disponibile e, nell’eventualità, produrre un cambiamento reale.
In questo modo la presa della parola ha instaurato, se non altro, una dinamica di rovesciamento e di ri-appropriazione: «il luogo del sapere passava nelle mani dei suoi “oggetti”; una coniugazione sacra scavalcava l’incomunicabilità tra universitari e lavoratori; il “blasfemo” desacralizzava un certo patriottismo; il teatro (ogni società lo è in qualche modo) trasformava gli spettatori in attori e lo spettacolo in creazione collettiva; la festa del fuoco (sempre associata alla gioia della prodigalità senza calcoli) si celebrava proprio là dove gli scambi erano stati misurati secondo il loro peso monetario; ecc. Le manifestazioni hanno creato una rete di simboli appropriandosi dei segni di una società per invertirne il senso. Questi lineamenti di vocabolario non mettevano in atto, ma rappresentavano un cambiamento “qualitativo”» (p. 32). Ora, se si comprende la natura eminentemente simbolica – o, meglio, semiotica [Cfr. Greimas in Prefazione a Marsciani-Zinna 1991] – della rivoluzione del ‘68, si riesce a comprendere anche come la “pulizia di agosto” risultò, a suo modo, così efficace ed, insieme, così illusoria: nell’orizzonte di un medesimo vocabolario, quello che la rivolta non fu in grado di trasformare ma solo di capovolgere simbolicamente, con un movimento uguale e contrario «la parola liberata fu “ripresa” dal sistema sociale» (p. 58). La restaurazione fu repentina e diffusa. Una volta esaurita la carica propulsiva di una esperienza tanto minacciosa per gli equilibri complessivi del sistema, l’insabbiamento delle tracce lasciate dal suo passaggio, la “pulizia dei muri”, fu tanto necessaria per alcuni, quanto rassicurante per altri. Ma una faglia ormai era stata aperta. Quella faglia che d’allora non cessa di vibrare sotto la crosta omogenea (e omogeneizzante) del mondo globalizzato – quello in cui domina, apparentemente in maniera definitiva, un’unica legge, quella del capitale – e che ogni tanto emerge sopra la superficie, spesso con effetti tragici, per reclamare la sua irriducibile presenza e la sua radicale portata e per puntare il dito sulla questione fondamentale: quella della rappresentanza e dei meccanismi di rappresentazione. E del resto, tutto quel gran parlare di “crisi della politica” che negli ultimi anni avvolge i paesi occidentali, non è che uno strascico evidente di quella decisiva rottura che, quasi quarant’anni fa, si impose in maniera tanto dirompente quanto solo simbolica. Un lavoro di riflessione sulle questioni lasciate aperte dal ‘68 può risultare, dunque, necessario al fine di comprendere, e di risolvere, la crisi attuale.
A questo punto si dovrebbe aprire un’accurata discussione intorno al rapporto tra il ’68 francese e lo sviluppo di quel vasto movimento di pensiero – lo strutturalismo – che in Francia è sorto e si è sviluppato nel corso del secolo scorso. Una discussione che tuttavia ci porterebbe molto lontano. Ci basta qui sottolineare come, in una simile riflessione, la presente opera di de Certeau dovrebbe ricoprire una posizione di assoluto primo piano, accanto a tutte quelle altre ricerche, in qualche modo inaugurali, che hanno condotto, al contrario di quanto fatto da altri, non alla distruzione dello strutturalismo, ma ad una sua revisione radicale. Nell’ambito di questa fondamentale opera di rilettura critica dello strutturalismo, una rilettura attenta alle dinamiche simboliche di trasformazione e sensibile alla dialettica evento–struttura, rientrano senza dubbio, quali suoi punti cardine, oltre alle opere di Gilles Deleuze (1968 e 1973) e Michel Foucault (1969 e 1971), le ricerche di Algirdas J. Greimas (1970, 1983), fondatore della semiotica strutturale-generativa e direttore di quei famosi seminari presso l’Ecole Pratiques des Hautes Etudes ai quali, a partire dal 1967, partecipò lo stesso de Certeau. Quello su cui occorre, dunque, riflettere è come quattro pensatori diversi – Deleuze e Foucault, Greimas e de Certeau (l’elenco, in realtà, potrebbe continuare) – con progetti teorici anche molto differenti, contribuirono a formare, ognuno a suo modo, ma tutti nello stesso periodo, un medesimo progetto epistemologico, quello che possiamo per comodità definire, in opposizione al “vecchio” strutturalismo, strutturalismo dinamico. In questa prospettiva, possiamo affermare che senza dubbio il ’68 ha prodotto, sul piano teorico-epistemologico, una vera e propria rivoluzione culturale, rivoluzione che ha trasformato in maniera radicale, e non solo a livello accademico, l’orizzonte filosofico-culturale all’interno del quale si muovono ancora oggi le direttrici dei nostri pensieri. Ma se questo è avvenuto sul piano teorico, lo stesso non può certo dirsi sul piano più strettamente politico. Anche se i semi del cambiamento sono stati gettati con gran copia, piuttosto deboli, seppur sempre di notevole valore, appaiono i segnali di un’effettiva raccolta.
Ed è proprio allo studio, e potremmo dire all’“amplificazione”, di questi segnali, che sono dedicate le restanti tre parti della raccolta che qui stiamo presentando. Segnali che provengono, ad esempio, dalle rivolte indiane nel Sud America (Seconda parte), bacino di raccolta di veri e propri esperimenti di riappropriazione tattica e di resistenza alla logica unica del capitale. Qui, infatti, «L’azione si indirizza meno verso la costruzione di un’ideologia comune che verso l’“organizzazione” di tattiche e operazioni. Da questo punto di vista, la pertinenza politica di una distinzione geografica tra due luoghi distinti ripete, al livello dell’associazione tra etnie, la distribuzione dei luoghi del potere e il rifiuto della centralizzazione, che caratterizzano il funzionamento interno di ciascuna di esse. Il risveglio indiano assume, in questo modo, una forma democratica e autogestita riconoscibile nei tratti specifici della sua organizzazione politica e negli obiettivi definiti dalle proprie analisi» (p. 130). Ma tali segnali di cambiamento provengono, nonostante tutto, anche da pratiche diffuse che punteggiano e frantumano quell’Occidente totalizzante in cui noi viviamo (Terza parte). Pratiche tattiche di comunicazione che, nonostante l’attuale egemonia dell’industria e della tecnologia dell’informazione, continuano ad opporre resistenze di vario tipo. Esse sono sostenute e organizzate da tre “funzioni strutturanti”: l’orale, l’operativo e l’ordinario. «Tali funzioni strutturanti la socialità umana, negate dall’ostinata ideologia della parola scritta, della produzione e delle tecniche specializzate, fanno ritorno nel nostro spazio culturale (da cui non si sono mai mosse) sotto il velo della “cultura popolare”» (p. 151). E non solo ritornano, ma «Fanno blocco […], compongono una cultura che ha una sua logica propria, né irrazionale né primitiva, ma nascosta all’ombra dell’autonomizzazione della scrittura e della retorica delle cifre» (p. 155). Segnali importanti di rinnovamento socio-politico provengono, infine, da quella grande e complessa trasformazione messa in atto dal fenomeno immigratorio, intorno alla quale si aggira, per descriverla, la quarta ed ultima parte dell’opera. Partendo dalla considerazione, di carattere teorico, secondo la quale «L’avvicinarsi a situazioni interetniche divenute strutturali (quanto a lungo sono state considerate transitorie), richiede una revisione dei nostri punti di vista» (p. 195), si giunge alla seguente conclusione, dall’immensa portata politica: «Quale che sia la funzione sociale giocata dall’identificazione dello “straniero”, le questioni poste dall’incontro interetnico la attaccano frontalmente: gli stranieri che vivono tra i cittadini della società dominante, allorché rivendicano il diritto di essere se stessi e di costruire il loro cammino nella diversità, non rifiutano soltanto un’identità imposta dall’esterno, ma l’idea stessa di identità» (p. 199).
Leggendo La presa della parola e altri scritti politici assistiamo, in definitiva, ad una ricerca inesausta di forme di pensiero e di stili d’azione politica, emancipati dal peso dell’identità e rivolti ad una libera “invenzione del quotidiano”. A questa ricerca de Certeau ha dedicato la sua vita e a questa stessa ricerca ci invita, oggi, l’immensa opera che ci ha lasciato. L’opera, ad un tempo nervosa e mirabilmente analitica, di uno dei più grandi scienziati sociali del Novecento.

Bibliografia

de Certeau, M. (1990), L’invention du quotidien I. Arts de faire (trad. it. L’invenzione del quotidiano, Roma, Edizioni Lavoro, 2005)
Deleuze, J. (1969), Logique du sens (trad. it Logica del senso, Torino, Einaudi, 2005)
Id. (1973), “De quoi on reconnaît le structuralisme?” (trad. it. “Da cosa si riconosce lo strutturalismo, in Fabbri, P. e Marrone, G., a cura di, 2000)
Fabbri, P. e Marrrone G (a cura di) (2000), Semiotica in nuce, Vol. 1, Roma, Meltemi
Foucault, M. (1969), L’archéologie du savoir (trad. it. L’archeologia del sapere, Milano, Bur, 2005)
Id. (1971), L’ordre du discours (trad. it. L’ordine del discorso, Torino, Einaudi, 2004)
Greimas, A.J. (1970), Du sens (trad. it. Del senso, Milano, Bompiani, 1974)
Id. (1983), Du sens II (trad. it. Del senso II, Milano, Bompiani, 1986)
Marsciani, F., Zinna, A. (1991), Elementi di semiotica generativa, Bologna, Esculapio

Indice

Presentazione
Segnali di un domani nascente (di Luce Giard)
Parte prima
La presa della parola (maggio 1968)
Capitolo primo
Una rivoluzione simbolica
Capitolo secondo
Prendere la parola
Capitolo terzo
Il potere di parlare
Capitolo quarto
Per una nuova cultura
Capitolo quinto
Il raccolto degli editori: il maggio visto da settembre
Capitolo sesto
Una letteratura inquieta: un anno dopo
Parte seconda
Americhe: il risveglio politico
Capitolo settimo
Mistiche violente e strategia non violenta
Capitolo ottavo
La lunga marcia indiana
Parte terza
L’Ordinario della comunicazione (con Luce Giard)
Capitolo nono
La musica necessaria
Capitolo decimo
Priorità
Capitolo undicesimo
Reti
Capitolo dodicesimo
Operatori
Capitolo tredicesimo
Memorie
Capitolo quattordicesimo
Proposte
Parte quarta
Economie etniche
Capitolo quindicesimo
L’incontro interetnico
Capitolo sedicesimo
L’assimilazione concettuale
Capitolo diciassettesimo
L’attivo e il passivo delle apparenze
Capitolo diciottesimo
La scuola della diversità
Bibliografia


L'autore

Michel de Certeau (1925-1986), uomo dal multiforme ingegno, «gesuita diventato bracconiere di tutti i saperi» (Michelle Perrot), storico e filosofo di formazione e antropologo e scienziato sociale per vocazione. I suoi interessi si muovono dalla mistica alla linguistica, dalla psicanalisi alla semiotica, dall’etnometodologia agli studi strategici. Studioso, e assiduo lettore, dell’opera di Surin, Marx, Freud, di Wittgestein e di Foucault, de Certeau fu tra le altre cose il primo membro della “Scuola freudiana” fondata da Jacques Lacan. La sua opera più conosciuta, studiata e citata, L’invention du quotidien (esito di un’ampia ricerca compiuta tra il ‘74 e il ’78), non può che essere considerata una pietra miliare della scienza sociale del Nocevento, opera su cui si è aperto un vivace dibattito e che ancora oggi, soprattutto negli Stati Uniti, non sembra essersi esaurito.

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