giovedì 12 luglio 2007

Cavarero, Adriana, Orrorismo ovvero della violenza sull’inerme.

Milano, Feltrinelli, 2007, pp. 170, ISBN 8807104169.

Recensione di Monica Fiorini – 12/07/2007

Filosofia politica - Etica

L’ultimo libro di Adriana Cavarero porta come titolo un neologismo, una parola inesistente nel vocabolario della lingua italiana che con il suo suono stridente da un lato respinge e dall’altro evoca subito l’esigenza dell’autrice: mettere in parole l’attuale realtà della violenza che ovunque, in ogni angolo del pianeta, si scatena nei confronti dell’inerme. Una realtà che a fronte di altri termini, come guerra e terrorismo, risulta sempre più sfuggente, alla quale è difficile dare nomi plausibili e che la lingua della politica come quella militare tende piuttosto a mascherare proprio mentre diventa globale. Questa situazione, questo dilagare della violenza sugli inermi, dove vengono meno le chiare distinzioni tra la violenza “regolare” delle operazioni belliche e quella “irregolare” degli atti terroristici, se non può essere espressa attraverso il paradigma politico-militare può essere afferrata ricorrendo al vocabolario dell’orrore che è anche quello del crimine più che della strategia.
Il saggio prende le mosse da una rivisitazione del mito di Medusa, la cui testa mozzata esibisce lo smembramento del corpo e la violenza che lo disfa, e di Medea, il cui crimine assume un carattere particolare perché uccidendo i propri figli Medea uccide esseri vulnerabili per eccellenza, che ha amato di amore materno e dunque ha conosciuto nella loro fragilità dal lato della cura. Queste due figure però, e del resto lo mostra la giustapposizione, in copertina, della testa della Gorgone e della foto di una donna dal volto coperto da una maschera per le ustioni subite negli attentati alla metropolitana di Londra, conducono subito l’autrice verso le cronache dei nostri giorni richiamate già nelle pagine introduttive. La sua indagine, che si sofferma a lungo, inevitabilmente, su quel “paradigma biopolitico moderno” (Agamben) che è il campo di concentramento, luogo di orrore estremo in cui emerge anche la perversa parentela tra terrore e orrore, si concentra non a caso nei suoi capitoli finali sugli attentatori e le attentatrici suicide i cui “corpi a basso prezzo” diventano armi anomale e che sono, insieme, assassini e vittime in base a una logica aberrante secondo la quale la strage degli inermi giustifica e impone la strage di altri inermi.
Cavarero ricostruisce l’etimologia delle due parole che accosta e contrappone: terrore e orrore, terrorismo e orrorismo. Il primo termine che risale al latino tremare segnala lo stato fisico della paura così come si manifesta nel corpo che trema ed è spinto alla fuga. Il secondo, legato al latino horreo, che indica il rizzarsi dei peli e dei capelli, ha caratteristiche diverse, più che con la paura ha a che fare con la ripugnanza e provoca non la fuga, ma una sorta di paralisi di fronte a qualcosa di “più irricevibile della morte”, qualcosa che, nota l’autrice, offende la dignità ontologica del corpo singolare. Questo crimine ontologico, che è al centro della sua riflessione, alla fine del libro troverà un’ulteriore, potente, possibilità di elaborazione non più attraverso figure mitiche che nutrono ancora il nostro immaginario, ma tramite una lettura dell’opera letteraria di Joseph Conrad (cui è dedicata l’Appendice) i cui testi, ben più di molti volumi ascritti al genere del romanzo (o del film) dell’orrore, narrano la forma estrema dell’orrorismo spingendo “l’Occidente” civilizzatore ad addentrarsi in quella materia oscura che “lo ha generato e ancora lo sostanzia” (p. 156) ed esprimono “l’insensatezza del cortocircuito autoreferenziale che si annida nella sostanza orrorista” (p. 165) in cui la distruzione da mezzo si trasforma in fine.
Per cogliere appieno quanto sta accadendo oggi (lo spartiacque è rappresentato forse dalla prima guerra mondiale e da quanto avvenne tra le due guerre) Adriana Cavarero invita dunque a un cambiamento radicale di prospettiva.
Si tratta di abbandonare il punto di vista del “guerriero” assumendo quello dell’inerme per pensare la vulnerabilità assoluta di chi subisce l’orrore, ma, in quanto essere umano anche di chi lo perpetra (nel caso: uccidendo contemporaneamente se stesso/a), e far emergere così, mediante il venire alla luce di una situazione di vulnerabilità tutta rivolta verso il lato della distruzione, la condizione umana di esposizione (agli altri) e di fragilità. La lettura si incentra su un ripensamento dell’umano che parte dall’esposizione di ognuno/a all’altro, dall’oltraggio che l’altro può commettere, ma anche dalla cura che può offrire, perché è questo l’altro lato della sempre possibile distruzione. Questo elemento cruciale viene elaborato tramite alcuni riferimenti fondamentali per l’autrice, in particolare quello al pensiero di Hannah Arendt e alla sua riflessione sull’unicità, la pluralità e l’imprescindibilità della relazione, ma anche incrociando le posizioni di altre autrici tra cui Judith Butler che nei suoi testi recenti e in particolare in Vite precarie si interroga sulla possibilità di trovare un “fondamento della comunità” a partire proprio dalla condizione di vulnerabilità intesa in termini fisici e corporei e da ciò che essa implica sul piano della responsabilità collettiva per la vita corporea dell’altro. Con le parole di Arendt: per la sua unicità che viene distrutta da un crimine che va a colpire le radici stesse dell’umano.
Questo crimine assume proporzioni inedite nel corso del Novecento che si apre con il genocidio degli armeni (1915) e giunge al culmine a metà del secolo con i campi di sterminio nazisti, ma l’elenco degli orrori non si ferma certo qui e include molti altri campi e molti altri massacri. Se il campo di concentramento, e soprattutto di sterminio, diventa paradigmatico è per la specifica demolizione dell’umano che in esso si compie tramite una violenza finalizzata “a produrre un inerme paradossalmente non più vulnerabile” (p. 48), quel “musulmano” di cui parla Primo Levi che ne è la perversione perché ormai incapace di soffrire e perché in lui è venuto meno il discrimine tra il vivere e il morire. Questa “riduzione degli uomini a bestie” (p. 50) fa emergere tra l’altro la centralità del nesso/contrapposizione tra umano e animale che in questo discorso tutto incentrato sulla distruzione della dignità del singolare (che ne sottolinea l’elemento corporeo) resta tuttavia più nominata che approfondita. Nel campo, dove “tutto è possibile”, anche l’uomo, come l’animale, può essere ridotto a “esemplare” in una gigantesca, per riprendere l’espressione di Levi citata da Adriana Cavarero, “esperienza biologica e sociale”.
Seguendo Arendt, Cavarero sottolinea poi un altro nesso, quello tra l’attacco filosofico alla “dignità ontologica del singolare” in nome dell’assolutizzazione dell’Uno, ovvero la riduzione della pluralità degli uomini a esseri superflui a fronte dell’Uomo o del soggetto, e gli esiti totalitari novecenteschi. Il modo in cui la superfluità degli esseri umani da “semplice errore della filosofia” (che forse non è un semplice errore) ha potuto trasformarsi in un tremendo orrore. E critica ogni forma di pensiero naturalista sulla violenza, che ne fa un istinto insuperabile, nonché ogni esaltazione erotica della carneficina in particolare quella che passa per alcune possibili letture del pensiero di Bataille dove la tensione tra il riconoscimento della inevitabile “ferita” umana (l’esposizione di ognuno/a) e l’esigenza mai sopita di manifestare una soggettività sovrana tutta volta alla distruzione (se il soggetto può essere distrutto allora deve esserlo) raggiunge l’apice: “Ancora una volta, in sintonia con una tradizione filosofica che va da Platone ai giorni nostri, Bataille ci spiega che l’essere umano, tanto più come corpo, è per la morte: una morte che, dalla prospettiva dell’infinito, di cui la carne è il tramite, diventa la morte di chiunque, data o ricevuta, o, ancor meglio, reciprocamente scambiata. Protagonista indiscussa di questa naturale voluttà di distruzione è una violenza che lavora sul corpo sofferente risvegliandovi la carne infinita e deindividualizzata a cui esso, ontologicamente, aspira” (p. 73). Qui l’orrore è distruzione e scena sacra, immune da ogni responsabilità etica per il distruttore che mette in gioco l’altro con un atto unilaterale. I capitoli centrali del libro servono a Cavarero soprattutto per prendere le distanze da queste posizioni e ritornare alla prospettiva dell’inerme da cui l’orrore appare ormai dilatato in una dimensione quotidiana e reso possibile da una preventiva degradazione del vulnerabile (“da singolare a casuale” p. 105).
Come già ricordato, i capitoli finali sono dedicati all’orrorismo suicida e soprattutto alle attentatrici e alle torturatrici: in altre parole all’irrompere del corpo femminile su questa scena. Una scena da cui in realtà esso non era mai stato escluso, almeno dal punto di vista delle rappresentazioni simboliche, gli esempi di Medusa e di Medea lo avevano già mostrato, ma che oggi richiede senza dubbio una riflessione che si appoggi su questo piano mitico e simbolico per riconnettere il raccapriccio provocato soprattutto dalle donne che fanno di sé delle body bomber proprio alla condizione umana fondamentale di vulnerabilità e di esposizione. Se infatti molti osservatori, e soprattutto molte osservatrici, tendono a trasformare queste donne in vittime (operazione che le deresponsabilizza), si tratta piuttosto di capire come “lungi dal renderle uguali agli uomini, tale atto finisce [...] per evidenziare ancora di più le contraddizioni che si radicano nella loro identità sessuale” a cui è associata la cura, ma anche la dipendenza e la potenziale distruzione; “emanciparsi nella violenza non solo rovescia lo stereotipo del femminile dandogli ancora più risalto, ma non riesce a cancellare, anzi, finisce per sottolineare la peculiarità femminile di un atto di distruzione riservato all’inerme” (p. 138-39). Legato all’ambito domestico, familiare, il crimine femminile del mito che riemerge qui mostra come si siano cancellati i confini e le tradizionali differenze tra lo spazio privato e quello pubblico.

Indice

Etimologie: terrore ovvero del sopravvivere
Etimologie: orrore ovvero dello smembramento
Della guerra
L’urlo di Medusa
La vulnerabilità dell’inerme
Il crimine di Medea
Orrorismo ovvero della violenza sull’inerme
Chi ha visto la Gorgone
Auschwitz o dell’orrore estremo
Erotiche carneficine
Tanto mutilato che potrebbe essere il corpo di un maiale
Il piacere del guerriero
Aggressività planetaria
Per una storia del terrore
Orrorismo suicida
Quando la bomba è un corpo di donna
Torturatrici che sorridono all’obiettivo
Appendice: The horror! The horror! Rileggendo Conrad
Ringraziamenti
Indice dei nomi


L'autrice

Adriana Cavarero insegna Filosofia politica all’Università di Verona. Tra le principali esponenti del pensiero della differenza sessuale, ha fatto emergere le questioni di genere all’interno della tradizione filosofica ed è una delle più autorevoli conoscitrici del pensiero di Hannah Arendt. Recentemente, le sue riflessioni vertono sul significato della narrazione nella costruzione dell'identità. Fra le sue opere si possono ricordare: Dialettica politica in Platone (1974); L'interpretazione hegeliana di Pamenide, Quaderni di Verifiche, (1984); Nonostante Platone (1990); Corpo in figure (1995); Tu che mi guardi, tu che mi racconti (1997); A più voci. Filosofia dell'espressione vocale (2003). Con Franco Restaino ha curato il volume antologico Le filosofie femministe (1999).

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