martedì 20 maggio 2008

Besse, Jean-Marc, Vedere la terra. Sei saggi sul paesaggio e la geografia.

Milano, Bruno Mondadori, 2008, pp. 148, € 17,00, ISBN 9788861590786.

Recensione di Carlotta Vianello – 20/05/2008

Geofilosofia

Il testo di J. M. Besse, composto di saggi differenti, prende in esame autori e tonalità di pensiero distanti tra loro, ma accomunati da un'unica importante questione; cos’è il paesaggio e cosa esprime sul nostro modo di vivere sulla Terra?
La tesi fondamentale dell’autore è che l’essenza del paesaggio e le modalità di rapportarsi ad esso raccontano qualcosa di essenziale per la comprensione dell’essere umano: la geografia è in questo senso un mezzo con cui approcciare un interrogare di tipo ontologico e filosofico poiché una delle dimensioni caratterizzanti dell’essere umano è lo spazio e dunque l’abitare nello spazio, anche quando avviene in modo inquieto o addirittura violento. Tutto ciò si traduce nella necessità ermeneutica di ripensare lo spazio ed il rapporto che l’uomo instaura naturalmente con il visibile, andando oltre la rappresentazione geometrica e la dimensione prettamente quantitativa dello spazio.
In particolare l’esperienza del paesaggio è indicativa di come, su un piano estetico-filosofico, si possa affrontare la trascendenza, pensare all’infinito contemplando il finito. Non a caso l’autore inizia il suo percorso dalla figura di Petrarca e dalla sua ascesa al monte Ventoso.
Quale incarnazione fisica migliore della vetta per descrivere i tormenti dell’anima che ri-cerca? Spinto dalla curiosità e dalla voglia di contemplare il paesaggio, Petrarca s’inscrive nella tradizione classica della contemplazione dell’ordine divino del mondo e tuttavia, ciò che qui interessa è altro. Besse ravvisa nell’esperienza di Petrarca un primo aprirsi dello sguardo moderno al mondo naturale; poiché ciò che ne deriva non è calma e muta riappacificazione ma, al contrario, tormento, disincanto, consapevolezza e coscienza della distanza tra l’io e la natura. Ciò che Besse sottolinea, interrogando, ma al contempo andando oltre la moralità petrarchesca ed i suoi tormenti spirituali, è la dimensione metafisica che l’esperienza del paesaggio porta con sé.
L’esperienza sensibile della vetta viene vissuta da Petrarca, seguendo il maestro sant’Agostino, come un tradimento della propria interiorità, come perdita, come caduta che sottrae alla ricerca spirituale la cui sede è l’intimo dell’anima. L’ascensione alla montagna si risolve in una disillusione con cui Petrarca scopre la distanza tra sé e il mondo, una scoperta accompagnata da inquietudine e tormento. Una volta fatta quest’esperienza, una volta vissuto lo spazio del differire non è più possibile tornare indietro e riappropriarsi di un candore e di una pace interiori ormai perduti. “Che cosa resta a Petrarca se non vivere lo scarto stesso, l’irresolutezza e il movimento”? (p.20)
Il poeta italiano dunque apre, secondo Besse, allo sguardo inquieto sull’universo preannunciando in qualche modo la coscienza metafisica tipica della modernità. La relazione soggetto/oggetto sottende infatti ad ogni rappresentazione geografica dello spazio.
Proseguendo su questa strada, il secondo capitolo è dedicato alla pittura di paesaggio e alle relazioni che questa intrattiene con la cartografia, i due accomunati dal comune oggetto d’interesse.
In particolare, il modo di guardare la natura dei pittori fiamminghi, il riferimento nel testo è proprio a Bruegel, s’inscrive nell’orizzonte moderno di concepire spazio e paesaggio a partire dall’abitare umano. La terra ed il suo volto divengono oggetto – teatro è l’espressione utilizzata da Besse – per un soggetto che vi si relaziona, correlazione impensabile per la mentalità medioevale, pre-moderna. Elaborare la questione della spazialità nei termini della storia umana porta l’autore a percepire un contenuto filosofico nella cartografia e nella rappresentazione pittorica del paesaggio. In questo senso, l’immagine della terra (l’immagine che si dà della terra) è riflessione sull’essere umano. Il richiamo necessario è qui a Heidegger e al suo “L’epoca dell’immagine del mondo”, dove si delinea come la riduzione ad immagine del mondo sia legata alla coscienza metafisica del mondo moderno, ossia al binomio soggetto/oggetto, oltre che ad una capacità di rappresentare che fa parte delle determinazioni ontologiche dell’essere umano. Ma torniamo al percorso dell’autore. Nelle incisioni del sedicesimo secolo il paesaggio e l’orizzonte che da esso si dispiega vengono raffigurati sempre con delle figure umane in primo piano, le quali svolgono svariate attività di “commercio” con il mondo. Una presenza umana che indica la relazione visiva tra l’uomo ed il mondo ed apre lo spazio alla comprensione dell’abitare umano. I paesaggi di Bruegel descrivono uno “spazio universalmente abitabile e aperto” (p. 47)
Il terzo saggio del volume è dedicato al viaggio in Italia di Goethe e al suo modo romantico di sentire il paesaggio. Il paesaggio italiano rende visibile l’armonia tra l’interiore e l’esteriore, offrendo la possibilità di un accordo con se stessi che è al contempo un accordo con la natura contemplata. E’ questa contemporaneità ciò che conta per il pensiero romantico tedesco. L’intima corrispondenza tra la natura, vissuta attraverso il senso della vista come paesaggio, e l’interiorità dell’uomo ha una coloritura di tipo sentimentale. E’ attraverso il sentimento e l’affezione che Goethe filtra e supera l’approccio scientifico e quantitativo alla natura. “La natura diventa visibile nel paesaggio, non nella sua oggettività scientifica. … Il paesaggio, mondo dell’occhio, riconcilia le facoltà (intelletto e sensibilità) separate dalla scienza.” (P. 57). Così come la luce si dispiega nei differenti colori pur rimanendo unica, la vista dell’uomo può intuire l’unicità dell’Essere a partire dalla molteplicità presente in natura. Siamo su un terreno dove l’estetica gioca un ruolo fondamentale e, tuttavia, a questo punto Besse s’interroga se e in che modo il paesaggio può essere pensato al di là dell’estetica. In questo modo la trattazione passa alla “Fisionomia del paesaggio” prendendo in considerazione Alexander von Humboldt e Paul Vidal de La Blache.
E’ il naturista tedesco ad introdurre il concetto di fisiognomia della natura, un volto della natura i cui tratti corrispondono alle caratteristiche specifiche di ciascun territorio.
L’introduzione di un simile concetto non sarebbe possibile se alla base non ci fosse la convinzione che natura e paesaggio hanno di per sé una costituzione di tipo ontologico, la qual cosa ha per l’autore delle conseguenze ermeneutiche. “Se il paesaggio possiede una fisionomia, bisogna intenderlo come una totalità espressiva, animata da uno “spirito” interno di cui possiamo sforzarci di sprigionare il progetto di senso” (p. 89): è in questo territorio che si situano per Besse gli studi di geografia. Questi devono essere da un lato analitici - studiare i singoli elementi che compongono il paesaggio - e dall’altro sintetici, attraverso una visione d’insieme senza la quale si perderebbe il senso dell’oggetto di studio. Questi due movimenti devono fondersi in un continuo esercizio delle sguardo che raffigura un sapere, un tipo specifico di conoscenza e intelligenza.
Come urgenza del pensiero dell’autore si affaccia ora la fenomenologia. Questa ha il merito di offrire un metodo di analisi e, in generale, un’andatura più disinvolta nei confronti delle tematiche della geografia. L’attenzione è ora rivolta a ciò che permette l’atteggiamento di indagine geografica, non solo dunque l’oggetto trattato, sia esso il paesaggio, la terra o il mondo, ma i meccanismi mentali e le determinazioni ontologiche dell’uomo che consentono alla geografia di esistere in quanto tale. Interessante al proposito la distinzione che Erwin Straus svolge tra paesaggio e geografia. L’ambito in cui si svolge la geografia risiede nella percezione: dipende cioè da una pratica umana oggettivabile, scientifica. Al contrario il paesaggio è ciò che precede qualsiasi oggettivazione, poiché sta prima e al contempo permette la relazione soggetto/oggetto, è cioè un fenomeno originario dell’essere (come non pensare qui a Heidegger?). Dardel, ad esempio, definisce la geografia come dimensione originaria dell’esistenza umana. Si riconosce dunque che la geografia appartiene alle determinazioni dell’essere dell’uomo, solo in quest’ottica ha un senso il nostro modo di relazionarci alla terra e al mondo, di vivere, costruire e abitare.
La geografia trattando queste attività ed aprendo al contempo la possibilità al mondo della vita, diventa addirittura un azione etica, intendendo con questo la sua specifica capacità di rendere il mondo luogo abitabile.
L’ultimo studioso preso in considerazione nel testo è il francese Péguy, il quale filtra le tematiche del paesaggio e dello spazio attraverso Bergson e alla sua “filosofia dell’ora”. Il paesaggio sarebbe sostanzialmente l’avvenimento, l’ “ora” ridotto e castrato, la considerazione è di chi scrive, dalle dimensioni del passato e del futuro che danno un senso al presente.

Indice

Prefazione
1. Petrarca sulla montagna: i tormenti dell'anima fuori posto
2. La Terra come paesaggio: Bruegel e la geografia
3. Vapori nel cielo. Il paesaggio italiano nel viaggio di Goethe
4. La fisionomia del paesaggio, da Alexander von Humboldt a Paul Vidal de La Blache
5. Tra geografia e paesaggio, la fenomenologia
6. Nelle pieghe del mondo. Paesaggio e filosofia secondo Péguy
Bibliografia
Indice dei nomi


L'autore

Jean-Marc Besse, filosofo, è Direttore di ricerca al CNRS. Si occupa di storia ed epistemologia della geografia e del ruolo del paesaggio e dell’ambiente nella cultura contemporanea, insegna all’ Institut de géographie dell’Università Paris 1, all’École Nationale Supérieure du Paysage di Versailles e all’École d’Art et de Design di Ginevra e dirige l’équipe Epistémologie et Histoire de la Géographie e la rivista “Les Carnets du paysage”. Tra i suoi libri: Le grandeurs de la terre. Aspects du savoire géographique à la Renaissance (ENS Editions, Lyon 2003) e Face au monde. Atlas, jardins, géoramas (Desclée de Brouwer, Paris 2003).

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