martedì 4 agosto 2009

Bertoletti, Ilario, Massimo Cacciari. Filosofia come a-teismo.

Pisa, Ets, 2008, pp. 100, € 12,00, ISBN 9788846721068.

Recensione di Tiziana Gabrielli – 04/08/2009

Filosofia teoretica (metafisica, ontologia), Filosofia della religione

“E fin d’ora si preparino psicologi e storici delle idee: con teste come quella di Cacciari avranno molto lavoro e non facile”. Così scrisse Franco Fortini in un articolo apparso nell’agosto del 1976 sul “Corriere della Sera”, dove prendeva in esame un saggio di Cacciari in memoria di Heidegger. Il volume di Ilario Bertoletti costituisce “il tentativo di prendere sul serio, teoreticamente, questo ammonimento” (p. 9).
Ripercorrendo i passaggi cruciali dell’itinerario speculativo di Cacciari (da Krisis a Della cosa ultima), Bertoletti ne propone un’organica e documentata rilettura come forma originale e inedita di “a-teismo trascendentale che non nega l’esistenza di Dio, ma si chiede da dove venga, cosa sta prima di Dio. Appunto il concetto di “Inizio” inteso come origine abissale delle cose, e di cui lo stesso Dio ebraico-cristiano è una delle possibili figure. Un a-teismo che diventa stile di pensiero, in grado di dialogare con i classici della tradizione filosofica e teologica (da Platone al neoplatonismo, dai Padri della Chiesa a Meister Eckhart, da Cusano a Schelling), mostrandone volti inaspettati”.
La “filosofia come a-teismo” schiude quindi la linea ermeneutica elettiva di Bertoletti, inscritta nel quadro di una ridefinizione del rapporto tra filosofia e teologia: “La filosofia non può non essere atea - ma non nell’accezione comune del termine. La filosofia è a-tea in senso trascendentale: osa porre domande sull’alpha privativo della parola á-theos. Quell’alpha, al pari dell’alpha di alétheia, non allude proprio al problema dell’Inizio - di ciò che sta prima, in senso logico, di Dio? Coerentemente, la filosofia, nel suo irrefrenabile porre la questione del fondamento, chiede conto dell’unde Deo” (p. 45). Paradigmatico è qui il richiamo ad un celebre passo tratto dalle Conferenze di Erlangen (1821) di Schelling: “Chi vuole collocarsi nel punto iniziale della filosofia veramente libera deve abbandonare anche Dio. (...) Il soggetto assoluto non è non-Dio, eppure non è neanche Dio, è anche ciò che non è Dio. In questo senso è al di sopra di Dio” (p. 45, n. 12).
La teologia, invece, sottolinea Bertoletti, è “interrogazione di una soluzione particolare del problema dell’Incondizionato - di quella rivelazione che ha assunto il volto ebraico-cristiano. Una teologia - come ben sapeva la mistica speculativa con la dionisiaca tenebra che abita nel cuore di Dio, l’Abgrund (l’abisso del nulla) di Meister Eckhart e lo Tzimtzum cabalistico - che non teme di sostare, nel proprio investigare, sulla soglia degli anteriora Dei, del dramma dell’Inizio” (pp. 45-46).
Il nucleo teorico del pensiero di Cacciari negli anni ’70 e ’80 era costituito per un verso dalla teorizzazione del pensiero negativo e anti- e postdialettico (da Nietzsche a Wittgenstein, da Weber a Heidegger), divenuto oggetto della critica dell’ideologia e “letto nella produttiva capacità di esprimere i nuovi linguaggi del general intellect, della razionalizzazione del dominio capitalistico” (p. 14), e per altro verso da una riflessione intorno al “mistico”, che attraversa in particolare Dallo Steinhof (1980) e la sua interrogazione su alcuni luoghi della cultura viennese del ’900. “Il mistico è il mostrarsi del presupposto del dire, del logicamente sensato” (pp. 17-18).
Riconosciuto infatti nel presupposto il “luogo di un eccedere l’orizzonte linguistico della ratio”, Cacciari, a partire da Icone della Legge (1985), prende le distanze dalla categoria dell’”anánke in cui pareva consumarsi la tragedia del pensiero negativo” (p. 20), per concentrarsi su quella del possibile, categoria attraverso cui egli rideclina la critica alla dialettica hegeliana, richiamandosi a Rosenzweig e Schelling. Icone del presupposto sono innanzitutto dei tópoi teologici, quali l’angelo, su cui si sono soffermati Benjamin, Klee e Rilke (pp. 21-22). Nel saggio L’Angelo necessario (1986) Cacciari radicalizza la questione del presupposto “come problema dell’Inizio, come domanda sull’Incondizionato” (p. 23) e, rispetto all’intera tradizione occidentale che va da Aristotele ad Hegel, fondata sulla necessità del passaggio dalla potenza, intesa solo come “potenza reale” (dýnamis), all’atto (enérgheia), egli invece ripensa il possibile (dynatón) come categoria modale, non “‘necessitato ad essere’, non condannato alla svelatezza” (ibidem), per introdurci, attraverso le sue antinomie, alla questione dell’Inizio.
Secondo Bertoletti il merito di Cacciari nel dibattito filosofico contemporaneo è stato quello di “riproporre l’Inizio come questione teoretica (...). Significa cimentarsi con la parola enigmatica da cui insorge l’esperienza occidentale del pensiero, ápeiron. Una sorta di gigantomachia solca le pagine di Dell’Inizio: oggetto di confronto sono le antinomie del noumeno nell’Estetica trascendentale kantiana, la deduzione del Principio primo in Fichte, il Parmenide, Plotino, Damascio, i presocratici, l’Hegel della dialettica del cominciamento, per giungere fino a Cusano e a Schelling” (pp. 26-28).
Dell’Inizio (1990) è certamente uno dei vertici logico-speculativi di una “filosofia come diaporetica”, in quanto all’Inizio non si giunge se non “per aporie” (kat’ aporeín) (p. 26). Per sfuggire dallo “schema della potenza-di-essere, che lo riduce ad Antecedens dell’essere” (p. 28), l’Inizio va quindi pensato come “l’Indifferente: una compossibilità dei contrari anteriore alla potenza che anela all’atto” (ibidem). Per dirla con lo Schelling della Filosofia della rivelazione: l’Inizio che sta prima del Padre e del Figlio nella loro relazione trinitaria, l’Immemorabile della creazione” (pp. 28-29), “l’inconscio, il cono d’ombra di Dio, della Rivelazione (Offenbarung)” (p. 30). “Quello che in Pareyson è la sgomentante domanda cristiana sul male in Dio (...)”, - scrive Bertoletti -, “in Cacciari è la domanda a-tea sullo statuto tragico (il dissòs lógos) non di Dio ma dell’Inizio, o meglio: anche di Dio, ma in quanto problema dell’Inizio. È un’opposizione modale: in Pareyson prioritaria è la categoria di realtà in quanto abisso, in Cacciari quella di possibilità” (p. 29, n. 41). La creazione infatti per Cacciari “è nell’Inizio, si dà in esso, insieme, uno actu, alla de-creatio” (p. 31).
Bertoletti individua poi una netta polarità teorica tra la filosofia “diaporetica” di Cacciari e l’élenchos di Severino: “A fondamento di questa opposizione sta la differente interpretazione dei frammenti di Parmenide: mentre per Cacciari l’alétheia è l’In-differente (...), in Severino l’alétheia è sanzione dell’opposizione intrascendibile tra l’essere e il nulla. (...). È questa discordanza ermeneutica a determinare il confronto che si dispiega in Dell’Inizio (Parte Terza del Libro Secondo, pp. 365-441) con Destino della Necessità di Severino (Adelphi, Milano 1980) intorno alle “forme del fare”. Un confronto che tuttavia non si cimenta sul terreno logico (...)” (pp. 33-34, n. 53).
La lettura di Bertoletti non tace tuttavia i limiti dell’argomentazione di Cacciari, a cominciare da quell’interrogazione - ancora “zu denken” in Dell’Inizio - sul “confronto tra aporetica dell’Incondizionato e contraddizione hegeliana” (p. 38), che comporterebbe un rinnovato ascolto del Kant della Dialettica trascendentale (dove si parla del “baratro della ragione”), più che del Kant dell’Estetica trascendentale prediletto da Cacciari, “là dove in forza dello scandalo metafisico del male radicale l’oggetto trascendentale da noumeno si trasmuta in Idea e il pensiero dell’Incondizionato cambia di segno: da archeologia del da dove (del noumeno) ad antinomica, e drammatica, teleologia del verso dove (dell’Idea). Uno scandalo che resta una pagina bianca in questo testo di Cacciari, essendo intraducibile nell’ingiustizia (adikía) pur confitta nell’ápeiron. Un’intraducibilità che suggerisce di interrogare il possibile significato teologico di Dell’Inizio, volgendo lo sguardo verso quella aporetica - e nondimeno, per Kant, inevitabile - teleologia” (pp. 38-39).
Al di là della querelle novecentesca tra la prospettiva kerygmatica (Barth) e la teologia liberale (di matrice schleiermacheriana), poi riproposta nelle dispute tra Jaspers e Bultmann, Mancini e Caracciolo (pp. 42-43), l’idea di un a-teismo trascendentale nelle pagine di Dell’Inizio delinea, per Bertoletti, “un nuovo paradigma di filosofia della religione (...) un modello che ridefinisce la stessa opposizione tra Orthodoxie (confessionalismo) e Liberalität, tra unicità e universalità della Rivelazione: da un lato, in quanto forma possibile dell’Onnicompossibile, dell’Indifferenza, la rivelazione è unica nella sua storicità, dall’altra il ‘non’ (l’im-possibile) che pure circonda quella rivelazione allude all’ulteriorità universale di altre possibili e impensate rivelazioni (o non rivelazioni)” (p. 47).
La “cristologia aporetica” di Cacciari, che non cade “nella contrapposizione tra il Gesù della storia e il Cristo della fede” (p. 53), costituisce, secondo Bertoletti, un “inedito capitolo della cristologia filosofica” (ibidem).
Se il Padre muore nel Figlio, il Padre è mortale proprio perché non è l’Inizio (p. 50). Dal punto di vista ontologico, osserva Bertoletti, alla base dell’a-teismo di Cacciari ci sarebbe “un contingentismo radicale che, pur riconoscendo lo scandalo dell’incarnazione del Figlio di Dio, giustifica, in senso trascendentale, altre manifestazioni del divino” (p. 56). Più che un’escatologia filosofica, avverte Bertoletti, siamo di fronte, in Dell’Inizio, ad una “teleologia congetturale. La filosofia non dimostra né svela il mistero della cosa: ne traccia i limiti, le condizioni di possibilità” (p. 64). Pertanto, a differenza dell’ateismo di Simone Weil, che “universalizza Cristo in quanto modello del malheur, per Cacciari l’a-teismo va oltre Dio: la sofferenza è uno degli enigmi dell’esistenza in quanto ha il suo fondamento nel Ni-ente” (p. 67, n. 59). Con questo paradosso, fondato sull’enigma dell’Inizio e l’epifania della cosa, si conclude Dell’Inizio.
La domanda da cui muove invece Della cosa ultima (2004) è “come si rapporta l’uomo all’Inizio?” (p. 69). Nella prima parte del libro - in forma di Trialogus de possest tra l’autore, un amico scettico e un teologo - Cacciari rilegge l’epoché husserliana attraverso una protologia rivisitata della tradizione occidentale (dall’ápeiron di Anassimandro alla próte ousía aristotelica, dal non aliud di Cusano all’infinito come “infinità compossibile dei mondi” di Bruno e al concetto di “infinita possibilità” di Leopardi), per cogliere la molteplicità dei modi in cui è stato concepito l’Inizio, che, in quanto “Omni-compossibile, è ciò che viene, logicamente, prima della stessa nozione di Dio” (p. 70).
Nella seconda parte dell’opera (De anima) Cacciari ridiscute la dottrina degli “esistenziali”, ovvero delle strutture fondamentali dell’esistenza alla luce dell’antinomicità dell’Inizio. Dopo aver ricordato la sentenza dell’oracolo di Delfi sotto forma di enigma: “conosci te stesso” (p. 72), e il frammento eracliteo “Indaga te stesso” (ibidem, e cfr. n. 9), il filosofo definisce l’esistenza come “un dono”, inteso come “l’epifania dell’apparire nel mondo nella sua assoluta gratuità (cháris), senza alcuno scopo” (p. 73). E la stessa relazione trinitaria, centrale in Dell’Inizio, articolandosi attorno all’homooúsion, diviene ora “cifra dell’aporia dell’Inizio” (p. 75). Se dunque la libertà è, in termini kafkiani, possibile/impossibile, ecco che allora riemerge la questione del male e del male in Dio: “se Dio è figura possibile dell’Inizio, il male in lui è la possibilità, sempre rinascente, che il Ni-ente prevalga: una possibilità di cui rende conto, contro una conciliante autointerpretazione, la stessa teologia trinitaria nel riconoscere l’insuperabilità dello scandalo della Croce. E se non vi fosse la Croce non avremmo il Dio cristiano ma l’Uno neoplatonico” (pp. 77-78).
La terza parte del volume è un’escatologia verso il mistero della “cosa stessa” (das Sache selbst). “Toccare Dio - con i suoi equivalenti: áisthesis tôn theôn (Fedone 111b 8), homóiosis, hénosis, haphé - non significa appropriarsi della sua essenza, ma capacità di intuire nel volto del singolo l’enigma stesso dell’Inizio” (p. 77). Se la diaporetica cacciariana mira quindi a ‘toccare il Dio’, in Adorno, invece, come rileva Bertoletti in appendice al suo volume, “la dialettica negativa mette capo a un “materialismo senza immagine” nel quale vale il divieto anticotestamentario di farsi immagini di Dio (Bildesverbot)” (p. 91).
Il senso escatologico del titolo Della cosa ultima è così disvelato: “ogni cosa è l’ultima, proprio perché - in quanto dono, pura gratuità - è degna d’esistere nella sua contingenza” (p. 81). Occorre perciò, attraverso l’a-teismo trascendentale, “salvare i fenomeni” (p. 64) dall’annichilimento del tempo, e non a caso, in Dell’Inizio, Cacciari si richiama al Cantico delle creature di Francesco d’Assisi (pp. 62 ss.). Ora, in Della cosa ultima, è il Paradiso, “l’‘indiarsi’ dantesco” a ergersi a paradigma di questa escatologia a-tea (pp. 82-83).
A conclusione della sua riflessione Bertoletti formula alcune domande sui nodi ancora irrisolti della diaporetica di Cacciari, la cui posta in gioco concerne infatti proprio la possibilità di elaborare una logica (e anche un’etica) del rapporto con l’Inizio o Assoluto indifferenziato: “Per fondarsi la diaporetica cacciariana - e giustificare la differenza posta tra la verità e l’innegabile - deve togliere la contraddizione rappresentata dalla apparente intrascendibilità del principio di non contraddizione. Ma togliere questa contraddizione non significa implicitamente presupporre quel principio che si vorrebbe confutare? Eppure l’Inizio si dà a pensare: (...) di esso abbiamo un che (tò hóti) pur permanendo indeterminato il perché (tò dióti). Un’aporia da sciogliere o, quantomeno, sulla quale analiticamente sostare - altrimenti quella di Cacciari resta una deduzione empirica, non trascendentale, dell’Inizio come questione della filosofia” (p. 88).

Indice

Avvertenza
Dalla critica dell’ideologia alla filosofia come diaporetica
A-teismo trascendentale Della cosa ultima. Una metafisica dell’a-teismo
Conclusione. Domande
Appendice. Diaporetica e dialettica negativa
Indice dei nomi


L'autore

Ilario Bertoletti è direttore editoriale della Morcelliana. Insegna Editoria presso l’Università Cattolica di Brescia. Per ETS ha pubblicato Metafisica del redattore (2005). Ha curato la traduzione di testi di Ricoeur, Valadier, Aubenque, e pubblicato, tra gli altri, saggi su Kant, Croce, Kafka, Adorno.

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