lunedì 5 ottobre 2009

Migliorino, Francesco, Il corpo come testo. Storie del diritto.

Torino, Bollati Boringhieri, 2008, pp. 171, € 16,00, ISBN 9788833918570

Recensione di Luca Maria Possati - 5/10/2009

Filosofia del diritto

Il volume di Francesco Migliorino Il corpo come testo è un libro al plurale. Non si tratta di una storia del diritto, ma di storie del diritto. Storie animate da molteplici protagonisti dell’universo medievale: comunicati e inquisitori, penitenti e confessori, uomini infami e persone dabbene, teologi e giuristi, gesuiti e luterani, scienziati e polemisti, domenicani e musulmani, giudicabili e condannati, minorati e guardamatti, alienisti e alienati. Tuttavia, malgrado una tale apparente dissimmetria e plurivocità, la prospettiva dalla quale si osserva il tutto è sempre una sola: il corpo, inteso quale trama ipertestuale che connette tra loro i diversi significati determinanti nella definizione della pratica giuridica e del suo linguaggio in ogni tempo. Il corpo si rivela testo – scrive l’autore – luogo di esistenza dei segni tracciati dalle tecniche e dalle pratiche del diritto. Nel volume si dispiega quindi una ricerca sulle tante e cangiati declinazioni del corpo nelle quali il diritto affonda le proprie radici. Ricerca che non interessa tanto gli storici quanto i filosofi. Sullo sfondo, un intento preciso: “Provare a pensare – scrive Migliorino – fino a che punto sia possibile squarciare la divisione del lavoro tra la speculazione teorica e la cogenza reale delle pratiche sociali, quella opaca sordità che fa correre il rischio agli storici di restare sempre in mezzo, senza riuscire a dedurre dai discorsi dell’una il reale funzionamento dell’altra” (p. 11). Ambizione, questa, che emerge fin dalle prime pagine del saggio con cui si apre il volume, Grammatica dei desideri e docilità dei corpi, nelle quali il problema centrale è il rapporto tra norma, vissuto e identità sociale. “Se l’Io è un prodotto sociale e culturale, esso allora coesiste alla norma, anzi trova in essa la ragione stessa della sua esistenza” (p. 18). La norma diventa il veicolo essenziale della costruzione sociale del soggetto. E in effetti, “non è forse il linguaggio la più straordinaria macchina normativa che precede e condiziona ogni possibile senso della cosa, che contribuisce a modellare l’immagine che l’uomo ha del mondo?” (p. 18). Ed è in un’ottica foucaultiana che viene trattato il problema della censura e dei congegni sociali e culturali che l’hanno sostenuta. “Non è forse vero – si chiede infatti l’autore – che l’opposizione tra vero e falso (veridizione) è stato il più formidabile strumento di esclusione e d’interdizione che la civiltà occidentale ha saputo costruire per scongiurare i poteri e i pericoli che si annidano da sempre nella produzione del discorso?” (p. 19).

La censura è una procedura nella quale la verità si costruisce a contrario, come dimostra la storia della Chiesa nel Medioevo. La censura è volta per volta correctio poenitantialis oppure, nei casi più estremi, excommunicatio o anathema: esclusione temporanea dai sacramenti e dalla liturgia, privazione di certi vantaggi spirituali fino all’esclusione dalla communio ecclesiae. È una pena spirituale: “una pena medicinale che priva il battezzato delinquente e contumace dell’uso di certi beni spirituali” (p. 22). Da un lato la dannazione, dall’altro la salvezza. Il peccatore è malato, il censore può guarirlo. L’intento di quest’ultimo non è affatto repressivo. Ed è qui che, nella trama linguistica che costituisce il fenomeno, emerge il significato del corpo. I canonisti sono prodighi di metafore nel descrivere questo evento: “la visibilità dei corpi e delle anime è la condizione per l’esercizio sovrano dell’autorità” (p. 27). Concetti e idee che tornano nel saggio Corpo come scrittura, dove alla censura l’autore accosta il caso dell’infamia. In effetti, l’accostamento lascia emergere un’analogia rivelatrice, una sola storia: quella della naturale inclinazione degli uomini ad alzare barriere, a costruire reticolati, a tracciare bordi e margini. A escludere l’altro da sé, relegandolo come magico, impuro, sacro, irriducibile, contumace. Nel mondo feudale l’infamia assume una funzione regolatrice nei rapporti sociali: conferma della propria marginalità, nel caso delle classi più basse, o sanzione pari alla pena di morte per i ceti dominanti. Il diritto elabora una critica e un’analitica dell’infamia. Dunque, una scrittura: “Come nella colonia penale di Kafka, una quotidiana e incisiva scrittura, che ha di mira soprattutto i corpi, la loro postura, la loro disposizione nello spazio, la loro trasparenza che mette a nudo un’anima corrotta e perversa” (p. 75). In questa procedura “si distinguono, per zelo, gli ordinamenti cittadini e quelli regi, quando impongono ai condannati pene crudeli e infamanti: cavalcare un asino a ritroso stringendo la coda tra le mani; portare un sasso appeso al collo, tenere una mitra sul capo o una sella sul dorso; restare per lungo tempo alla berlina con la catena” (pp. 75-76). Proprio qui assistiamo a uno slittamento semantico del concetto di corpo. Attraverso il diritto, e le sue pratiche, il corpo da nuda superficie si trasforma progressivamente in scrittura, in un luogo della scrittura; come hanno mostrato anche numerosi interpreti della filosofia contemporanea (Nancy, Derrida), il corpo si sottrae al potere del soggetto per diventare esso stesso soggetto, esistenza, prospettiva aperta sul mondo e nel mondo. Scrittura e corpo, scrittura e identità sono i temi centrali anche dei due saggi La parola e le pieghe della scrittura e La bonifica umana: il primo è un’analisi dei 1750 fogli che compongono i Libelli di Pietro Geremia a partire dalla pagina scritta presa nella sua materiale esistenza, nella forma e nella postura dei segni che la compongono. Il “corpo” della scrittura. L’analisi del testo, dei marginalia e delle notulae che l’affollano, la “fissità apparente” della pagina, “quasi fosse l’immagine sottratta alla sequenza del tempo e fermata in un singolo artificiale fotogramma” (p. 108). Inseparabile dall’esame materiale del testo è la conoscenza dell’opera, ossia della dimensione comunicativa: la sollicitudo pastorale. I Libelli non contengono una scrittura sequenziale, ma una sorta di mosaico nel quale testi passati si connettono con altri più antichi, creando così una struttura aperta alle decisioni e ai desideri del lettore e della situazione storica in cui egli è immerso.

Tuttavia, “quel che più importa è l’insistita interrogazione che introduce quasi tutti i testi e che deborda fino a impigliare in un groviglio di domande anche le aggiunte materiali” (p. 118). Una tela di ragno, “in cui – per dirla con Heidegger – il domandare s’incarica di manifestare la pietas del pensiero” (p. 118). Al di là di questa pietas – sottolinea Migliorino – si coglie una volontà di sapere che porta con sé determinate procedure di esclusione, “una procedura di veridizione, dunque, che produce un formidabile investimento di sapere e dà la vita a quei soggetti che hanno il potere di dire la verità” (p. 119). Così la scrittura rivela le sue pieghe, “ammutolisce la voce, ma trattiene la parola”; pur eliminando l’esecuzione orale dell’atto linguistico, non cancella mai tutta la densità di senso che appartiene all’evento comunicativo.

All’analisi di testi è dedicato anche il saggio Bonifica umana che – sempre sulle tracce di Michel Foucault – prende le mosse da una lettera scritta sul finire di un giorno di festa in una cella del reparto “Giudicabili” del manicomio criminale di Barcellona e che mai raggiunse il suo destinatario. Dalla storia di quest’uomo prende le mosse un itinerario tra i tanti e diversi personaggi che varcarono le porte dell’istituto e vi risedettero. Esplorazione ricca di domande sul senso profondo dell’istituzione e sulle sue diverse interpretazioni. Il manicomio criminale si mostra come un circuito, “come un’infermeria del corpo sociale” (p. 147), che presiede allo smistamento dei folli, degli oziosi, dei vagabondi, dei mendicanti, insomma di tutta quella umanità brulicante e informe che scompagina l’ordine sociale.

Indice

Grammatica dei desideri e docilità dei corpi
Comunicazione e significazione
Il soave conforto dei colpevoli
Corpo scrittura identità
Il Paradiso perduto
La parola e le pieghe della scrittura
Bonifica umana
Nota bibliografica
Indice dei nomi


L'autore

Francesco Migliorino è professore ordinario di Storia del diritto medievale e moderno presso l’università di Catania. Tra i suoi molteplici interessi di studio vi sono: l’alchimia e la magia medievale, la testualità della canonistica classica, i codici di comportamento nell’agire sociale pubblico, la psicoanalisi nelle riviste penali degli anni Trenta. Ha pubblicato Fama e infamia (1985), In terris Ecclesiae (1992), Mysteria concursus (1999).

Nessun commento: