lunedì 21 novembre 2011

Acerbi, Ariberto, Il sistema di Jacobi. Ragione, esistenza, persona

Hildesheim-Zürich-New York, Georg Olms Verlag, 2010, pp. 279, ISBN 978-3-487-14456-6 

Recensione di Georgia Zeami - 13/04/2011

Interamente dedicato alla figura e al pensiero di Jacobi, il volume di Acerbi costituisce un contributo di notevole rilievo. Perseguendo l’intenzione, per un verso, di offrire una panoramica sugli snodi strategici del pensatore tedesco – oggetto del primo capitolo del volume – e, per l’altro, di enuclearne gli intrecci con alcuni dei suoi principali referenti filosofici – a tema nei capitoli centrali –,





il testo delinea una fitta intelaiatura speculativa, la cui trama può senza dubbio essere ricondotta al tentativo di riaprire il dibattito circa il valore e il significato complessivo del pensiero di Jacobi – la cui valutazione sarà riservata alla seconda sezione del volume –. Acerbi offre al lettore la chance di riscoprire un inedito Jacobi, che troppo spesso è stato relegato a protagonista della querelle filosofica sui concetti di “fede” e “salto mortale”. Jacobi, invece, attraverso il testo di Acerbi, appare tanto fautore di un pensiero complesso, quanto antesignano di motivi largamente presenti nella speculazione contemporanea. E se nel capitolo introduttivo, dal carattere dichiaratamente didattico ma non perciò privo di importanti spunti teoretici, l’autore si propone di mettere a fuoco le direttrici fondamentali del pensiero di Jacobi, nella sezione dedicata ai confronti egli affronta con rigore la sfida lanciata proprio dal pensatore di Düsseldorf a tre grandi protagonisti della filosofia occidentale: Leibniz, Kant e Fichte. Nell’ultima parte del volume, infine, Acerbi raccoglie gli innumerevoli spunti presentati nel testo in vista di un’esposizione sintetica del pensiero di Jacobi.
Nell’introduzione il tessuto esistenziale s’interseca a quello speculativo rivelando, già soltanto nella forma espositiva prescelta dall’autore, le due direttrici fondamentali del volume: la ragione e l’esistenza. “Avanzando oltre l’epoca dei lumi”, l’audace proposta filosofica di Jacobi, sebbene tragga origine dal suo temperamento “visionario” (p.27), è contrassegnata dalla ferma volontà di chiarire, in modo criticamente adeguato, il presupposto ontologico kantiano di una realtà al di là dei fenomeni. Nell’aut aut posto proprio ai kantiani di risolversi per il realismo o piuttosto di assumersi le conseguenze estreme dell’idealismo si delineano i contorni della figura filosofica di Jacobi, distante tanto dai kantiani, quanto dagli idealisti, i più feroci critici della sua proposta. La posizione del filosofo tedesco, che può dirsi mediana solo perché storicamente situata tra le due grandi correnti della sua epoca, rappresenta, in tal modo, il tentativo eccellente di mantenere desta l’attenzione sull’aspirazione trascendentale della filosofia introdotta da Kant, pur non abbandonando il terreno del realismo, anzi innestandone le ragioni nella singolarità del wirkliches Daseyns. Di notevole interesse è, poi, il tentativo di portare a chiarezza uno dei temi fondamentali del pensiero jacobiano: la fede. Porre la fede, intesa come intuizione immeditata delle realtà vivente, all’origine del movimento della filosofia significa contrapporsi tanto allo scetticismo, quanto all’empirismo. Quest’ultimo, riconosciuto nei suoi limiti già dallo stesso Kant, che pure ne aveva condiviso alcuni presupposti, avrebbe infatti impedito, nella sua versione più radicale, quel salto che permette al vivente di superarsi mediante una spinta originariamente trascendentale. Chiude il capitolo introduttivo una ricca presentazione di testi, perfettamente in linea con le intenzioni didattiche espresse dall’autore, che riconsegna al lettore la parola viva di Jacobi, rivelandone la complessità e, al tempo stesso, l’originalità. 
La prima sezione, come già anticipato, si snoda lungo il fitto dialogo intercorso idealmente con Kant e Leibniz e realmente con Fichte. Dal carattere marcatamente polemico, le osservazioni di Jacobi, sottolinea Acerbi, devono essere ricondotte al tessuto stesso della sua proposta filosofica. Se d’acchito sembra, infatti, dominare una pars destruens, a una più attenta lettura emerge la corposità della pars construens. Ciò è evidente nel serrato confronto con Kant. Attraverso un’indagine sistematica della disputa col filosofo di Könisberg, Acerbi mostra come la volontà di Jacobi non si attesti sul terreno dell’individuazione dell’aporia, ma si slanci oltre Kant, prospettando soluzioni alternative ed efficaci che tengano conto, per un verso, della forte scossa impressa al pensiero dalla filosofia trascendentale e, per l’altro, delle legittime aspirazioni di un idealismo all’epoca ancora in fase di definizione. Inserendosi nella spinosa questione della fondazione kantiana della deduzione trascendentale delle categorie, che avrebbe dato luogo all’assunzione di un io trascendentale ma improduttivo come soggetto e all’affermazione di un io empirico e produttivo ma come oggetto, il filosofo di Düsseldorf propone di ricomporre i risultati raggiunti nell’ottica, però, di una loro fondazione unitaria. Solo attraverso una chiarificazione del concetto di esperienza, fondato sulle solide basi di un’ontologia della vita predicabile singolarmente ma accessibile universalmente – sulla questione dell’accesso all’io giocherà un ruolo decisivo il confronto intrapreso con Fichte – Jacobi ritiene possibile superare il divario generato da Kant tra il livello epistemico e quello ontologico-morale, dando, finalmente, luogo a «una ontologia che prevede, sul fondamento della nozione di vita, un’immediata corrispondenza dell’essere, dell’agire e della conoscenza» (p. 98).  
Se il terreno della disputa quanto alla predicabilità singolare dell’io era la filosofia di Kant, quello relativo all’accessibilità dell’io è senza dubbio la filosofia di Fichte, il cui avvio viene individuato nel motivo cogitativo cartesiano mediato dall’io penso kantiano. Il secondo dei confronti presentati dall’autore è più che la mera occasione di un parallelismo. Esso racchiude, piuttosto, un breve ma inteso compendio delle osservazioni di Fichte e Jacobi alla nozione di io penso kantiano, osservazioni da cui è possibile ricavare la differenza tra i due. Oltre a rivestire un indubbio valore storiografico, questo secondo paragrafo brilla nella chiarezza dell’esposizione. All’incalzante richiesta di Fichte di dover immaginare un sovrappiù di attività intuitiva affinché si rendesse trasparente l’autocoscienza dell’io come primum, fa seguito la rescissione del delicato dualismo kantiano in favore di un ben più pernicioso idealismo. Assumendo, infatti, come sinonimici l’autocoscienza e la ragione universale, Fichte priva l’io penso di quel presupposto singolare ed esistenziale che pure Kant gli aveva attribuito (Critica della ragion pura, § 25). Da qui si comprende bene l’originalità della proposta interpretativa jacobiana che se per un verso recupera il carattere singolare ed esistenziale di matrice kantiana, per l’altro lo coniuga al presupposto indispensabile dell’attività avanzato da Fichte. È impossibile, insomma, nella prospettiva di Jacobi, risolvere le difficoltà presenti nella nozione kantiana di io penso ricorrendo all’io come autocoscienza; bisogna invece recuperare il concetto persona, inteso come «soggettività finita eppur capace di esercitare in proprio un’attività infinita» e, dunque, come «l’interpretazione più adeguata del dato fenomenologico espresso nell’″io penso″» (p. 138). Congiungendo, insomma,  in modo originario ed originale la ragione – declinata certo in modo divergente rispetto a Kant e Fichte – all’esistenza nell’unità concreta della vita, Jacobi rivela il carattere positivo e costruttivo della sua proposta che intende, anzitutto, pervenire alla risoluzione delle questioni prospettando direzioni alternative. Non a caso, le annotazioni di Jacobi condurranno Fichte ad una «profonda rimeditazione del rapporto tra riflessione e vita» (p. 139). L’intreccio tra i due vede, insomma, l’apertura del primo alle sollecitazioni del secondo. In tal senso è possibile affermare che «Fichte raccoglie l’istanza ontologica avanzata da Jacobi cercandone un’esposizione sistematica capace di renderne conto sul piano critico e di svilupparne coerentemente l’intero contenuto» (ibidem). Proprio su questo aspetto si concentra il quarto dei confronti presenti nel volume – di cui, per ragioni di continuità, anticipiamo l’analisi –. Riconoscendo un vincolo inestricabile tra idealismo e nichilismo, Jacobi invita Fichte ad un ripensamento di cui è possibile scorgere le tracce nella Dottrina della scienza. Il valore di Jacobi è, pertanto, individuabile non soltanto nella finezza dell’interpretazione dell’idealismo, ma anche nella difficoltà con cui Fichte tenterà di rivederne le aporie. Assumendo la platonica concezione del nulla, Jacobi vede nell’elevazione dell’atto del pensiero a luogo dell’identità universale di soggetto e oggetto un primato assegnato all’indeterminato e, perciò, al nulla. Nell’elevazione dell’interminato si celerebbe una svalutazione del determinato, del concreto, dell’esistente, tale per cui l’idealismo conterrebbe nelle sue maglie una spinta nichilistica insopprimibile. A ciò Fichte, come anche Schelling, tenta di riparare supponendo un termine medio capace di generare un movimento dialettico e, perciò, di attenuare l’opposizione tra pensiero ed essere. In realtà, osserva Acerbi, il ripensamento di Fichte non giunge davvero al cuore del problema, dal momento che la concezione dell’esistente che ispira la critica di Jacobi resta estranea alla prospettiva fichtiana. 
Il terzo confronto presente nel volume, quello tra Jacobi e Leibniz, ha il sapore della sfida per due ragioni; non soltanto sono molteplici e oscillanti le posizioni di Jacobi, ma ancor di più non esistono studi specifici dedicati a questo versante interpretativo. Acerbi ripercorre il confronto con Leibniz, prima analizzando puntualmente le tre direttrici fondamentali (la sostanza come monade, l’innatismo della conoscenza e la continuità di senso e ragione) su cui Jacobi concentra la sua attenzione nel David Hume e poi fornendo un quadro complessivo della relazione. Tratteggiando una triplice simmetria, nella quale alla sostanzialità della monade corrisponde l’integrità della persona, all’innatismo della conoscenza il carattere intenzionale del realismo jacobiano e alla continuità di senso e ragione il tentativo, mai sopito, di oltrepassare il dualismo di matrice kantiana, Acerbi offre un quadro coerente e suggestivo del confronto con Leibniz. In ultima analisi se, per un verso, frastagliata appare la ricezione del tessuto speculativo leibniziano da parte del filosofo di Düsseldorf, per l’altro, conclude Acerbi, essa rende manifesta «la libertà del nostro autore rispetto alle proprie fonti» (p.157). 
La seconda sezione del volume raccoglie fruttuosamente i risultati raggiunti nella prima, avanzando un’esposizione sintetica del pensiero jacobiano. In essa si fa trasparente il proposito di rimarcare l’attualità di Jacobi, antesignano nel riconoscere nell’incedere dell’idealismo lo spettro del nichilismo e nell’avanzare una proposta filosofica originale rispetto al proprio tempo. L’esistenza declinata da Jacobi sempre alla terza persona singolare, contenendo al suo interno tanto l’intersoggettività ontologico-esistenziale quanto la relazionalità ermeneutica, è il fondamento reale di ogni conoscenza e di ogni possibile costruzione dell’azione. Lungi, perciò, dall’operare una mera ricostituzione di un monismo realista, la filosofia di Jacobi si situa, invece, su un versante che potremmo definire anticipatore della contemporanea fenomenologia ed ermeneutica. «L’immediatezza della cognizione del sovrasensibile», scrive Acerbi, «si comprende esattamente solo se si precisa che essa si realizza nelle modalità proprie di un atto interpretativo» (p. 240). La proposta di Jacobi, come ben mostra il volume di Acerbi, rivedendo anzitutto il significato della coscienza individuale ed affermandone l’originaria intenzionalità e relazionalità, prospetta, per un verso, una concezione dinamica dell’esistenza e, per l’altro, una funzione della ragione non sintetica, come nell’idealismo, né meramente ricettiva, come nel realismo, ma propriamente ermeneutica e creativa. 
Indice del libro 


Sommario
Presentazione 
Nota editoriale 
Introduzione 
1. Introduzione. Il realismo esistenziale di Friedrich Heinrich Jacobi 
I Confronti 
1. La deduzione trascendentale delle categorie. Kant e Jacobi a confronto 
2. Fichte e Jacobi interpreti dell’“io penso” di Kant 
3. Jacobi e Leibniz. Sul progresso incompiuto del “David Hume” 
4. Jacobi e l’interpretazione fichtiana della “Lettera a Fichte” 
II Temi 
1. Teoria della persona 
2. Teoria della ragione 
Conclusione 
Bibliografia 
Indice dei luoghi citati 
Indice dei nomi 
Indice analitico

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