giovedì 28 giugno 2012

Priarolo, Mariangela, Il determinismo. Storia di un'idea

Roma, Carocci, 2011, pp. 191, euro 16, ISBN 9788843060108. 

Recensione di Marco Storni – 23/03/2012 

«Libertà, Necessità, e tutto il resto, sulle cui sconfortanti e inaccessibili teorie tante teste fini si sono torte e fracassate». In simili termini, la penna del noto romanziere Laurence Sterne ben tratteggiava i tentativi dei numerosi intellettuali e filosofi che nelle varie epoche hanno tentato di dar ragione dei concetti di libertà e determinismo, spesso però fallendo nei propri intenti. Proprio tali teorie (e particolarmente quelle concernenti la seconda delle idee testé citate, ossia il determinismo) Mariangela Priarolo si propone di illustrare nel suo ultimo lavoro, 

fornendo un puntuale resoconto (tematicamente ordinato) delle variegate posizioni espresse nel corso del tempo sull'argomento. Il concetto di determinismo – si noti sin d'ora – non è per nulla univoco, ma presenta piuttosto diversi significati e campi d'applicazione, i quali hanno ognuno una diversa storia e uno specifico carattere; proprio in ragione di ciò, il volume è diviso in tre macro–capitoli, corrispondenti alle principali modalità in cui tale idea storicamente è stata declinata: esiste infatti un determinismo naturale, un determinismo teologico e uno sociologico. Guidando il lettore in un audace percorso che attraversa i saperi antichi, la storia della filosofia e della scienza, sino alle teorie sociologiche, psicologiche e biologiche apparse durante tutto il Secolo breve (per riecheggiare un noto titolo di Hobsbawm), Priarolo indaga attentamente una questione tra le più complesse e intricate, per scoprire se, in ultima analisi, è proprio vero che – nelle parole di Lavater – «l'uomo è libero quanto l'uccello in gabbia» e che «ogni uomo può solo ciò che può ed è solo ciò che è» (p. 113). 
Il primo capitolo, come già accennato, è dedicato all'analisi del determinismo naturale: tale variante si fa sostanzialmente portavoce dell'istanza che «il nostro universo si comporta in modo costante e uniforme seguendo regole universali e necessarie» (p. 13). La vicenda di questa prima variante teorica – spiega l'Autrice – ha inizio con un celebre pensatore greco, Democrito di Abdera, progenitore (assieme a Leucippo) dell'assai feconda tradizione atomistica e per certi versi anche padre del materialismo. L'universo democriteo è costituito da atomi che si muovono nel vuoto secondo necessità (di tipo causale): ogni evento è dunque necessitato nel suo accadere; ciò non toglie però che il pensatore ammetta pure l'esistenza di eventi casuali, primo fra tutti la formazione del mondo, con probabilmente il fine di espungere qualsivoglia richiamo a una causa ultima della realtà: a livello teorico ciò pone tuttavia numerose difficoltà, parendo effettivamente contraddittoria la coesistenza di un determinismo fisico con un «elemento così perturbante come il caso» (p. 17). Il prosieguo della trattazione che Priarolo dedica all'Antichità è scandito da una serie di prospettive critiche e opposte rispetto a quella di Democrito, percorso che comprende innanzitutto Aristotele e la dottrina delle quattro cause, il cui maggior elemento di novità è certo la lettura finalistica del reale (teoria questa che dal canto suo più che opporsi al determinismo democriteo rifiuta soprattutto l'idea di una casualità degli eventi) e in secondo luogo la scuola stoica, le cui principali tesi si possono riassumere come segue: «nella prospettiva degli Stoici: 1. tutto avviene, e non può che avvenire, secondo una necessità di tipo causale e 2. nessun evento è incausato, ovvero nessuno spazio è lasciato al caso» (p. 20). I filosofi della Stoà arrivano però anche ad ammettere una certa libertà per l'individuo, la quale consisterebbe nell'adeguarsi all'immanente necessità che regola l'accadere delle cose (il lògos). Il volume prosegue il suo viaggio nella storia del determinismo naturale spostandosi nella Modernità: l'Autrice illustra come nel Seicento il paradigma meccanicistico aveva semplificato notevolmente la visione della natura, riducendo tutti i fenomeni a corpuscoli materiali in movimento, il comportamento dei quali seguiva le semplici leggi della meccanica (ed era, quindi, interamente determinato). Tale certezza “cartesiana” cominciò a vacillare nel secolo seguente, quando le opere di Locke prima e Hume poi misero in luce l'imprecisione e la manchevolezza dei nostri sensi, preparando in qualche modo il terreno alla grande svolta rappresentata dal pensiero kantiano. Priarolo sottolinea che da questo momento «la conoscenza umana riguarda[va] ormai […] soltanto “ciò che appare” – il mondo fenomenico – […] non potendo mai cogliere la realtà vera e propria – il mondo noumenico della “cosa in sé”» (p. 28). Come noto, il filosofo di Königsberg non negava la validità del determinismo, ma la relegava agli accadimenti del mondo naturale; nel mondo intelligibile, che si dà solo in una conoscenza diversa da quella teoretica (e quindi al livello della ragione pratica), la deterministica concatenazione degli eventi viene a cadere, lasciando invece il posto ad una «causalità per libertà» (p. 30). Un'impostazione lato sensu kantiana è poi dominante in quello che l'autrice chiama «il lungo Ottocento» (p. 32), la cui storia – ben illustrata nel volume in oggetto – non è affatto possibile riprodurre in questa sede. Basti semplicemente notare come Priarolo passi dalla figura di Thomas Huxley, darwiniano della prim'ora, il quale riteneva le leggi di natura semplici descrizioni di correlazioni tra fenomeni e diffidava di ogni visione sostanzialistica del mondo, a quella del grande scienziato Ernst Mach, che (in Analisi delle sensazioni e il rapporto tra fisico e psichico del 1896) poteva affermare che «la contrapposizione di soggetto e oggetto […] non sussiste» e dunque, nei termini dell'Autrice, che «il concetto di determinismo naturale […] risulta essere soltanto “un'astrazione che suppone la ripetizione di casi simili”» (p. 38). Nel XX secolo infine si assisterà a un decisivo slittamento di prospettiva: dalla Invariantentheorie (in seguito nota come teoria della relatività) di Einstein, il quale era ancora convinto dell'esistenza «di leggi di natura valide universalmente e, almeno in linea di principio, determinabili» (p. 43), al principio di indeterminazione di Heisenberg e ai quanti di Planck. È da quel momento che, secondo quanto sostenuto da Priarolo, si è seriamente considerato come i fenomeni potessero essere retti da leggi solo stocastiche e non strettamente deterministiche, così come emergeva dalle misurazioni inerenti le particelle; «la situazione di incertezza […] non è dunque una condizione meramente epistemologica, dovuta alla nostra ignoranza, ma una condizione ontologica» (p. 46). Un accenno conclusivo è dedicato alla teoria delle stringhe (o “superstringhe”), la quale agli occhi dell'Autrice parrebbe confermare, ancora una volta, la falsità di qualunque versione di determinismo naturale.   
Il secondo capitolo è invece dedicato al determinismo teologico, l'idea cioè che ogni evento (e più particolarmente quelli riguardanti la vita dell'uomo) sia determinato dalla (o dalle) divinità. Il cammino comincia nell'antica Grecia e, più precisamente, dall'espressione artistica più elevata del periodo arcaico: l'epos omerico. Gli eroi dell'Iliade paiono ben consapevoli di essere protagonisti di vicende, drammi governati dagli Dei Olimpī: gli uomini non sono affatto le cause delle loro azioni, «le quali si svolgono […] secondo una necessità ferrea, rappresentata da Ananke» (p. 53); saggio è perciò colui che sa accettare tale destino già scritto. Il passo successivo della ricostruzione è ovviamente dedicato alla Tragedia classica (e nello specifico l'Edipo Re di Sofocle), di cui in questa sede importa ricordare solo pochi elementi: il dovere umano di conoscere e rispettare le leggi e i piani divini (si noti il ruolo degli oracoli nella tragedia) e il fatto che il soverchiante potere del determinismo divino, che finisce per soffocare la libertà umana, nulla toglie alla responsabilità degli individui di fronte agli eventi che li affliggono. Il percorso nell'Antichità si chiude con Platone, visto da Priarolo da un lato come l'iniziatore di un diverso modo di vedere la divinità (un ente assolutamente puro e buono, in nessun modo affetto dai difetti e passioni che sconvolgono l'animo umano) e dall'altro come grande fautore del tentativo di tenere insieme «sia il determinismo teologico tradizionale, sia l'esigenza di assicurare all'uomo un qualche potere sulla propria esistenza». Il risultato è così «una forte rivalutazione della natura umana» (pp. 64–65) (si noti a tal proposito il mito di Er, collocato nel decimo libro della Repubblica). Il passaggio seguente nella storia del determinismo teologico è il mondo medievale e cristiano, da Agostino d'Ippona a Tommaso d'Aquino. Per ciò che riguarda Agostino basti qui citare l'introduzione della concezione del male come privatio boni (nel tentativo di distaccarsi dalla dottrina manichea) e allo stesso modo anche il tentativo di conciliare (in una prospettiva cristiana) la libertà dell'uomo e la prescienza divina (ecco la soluzione agostiniana: «se l'evento in questione è un evento volontario […] il fatto che Dio conosca già se io ci andrò o meno non toglie nulla alla volontarietà del mio atto» [pp. 68–69]). Come noto, però, l'ultima parte dell'attività filosofica del vescovo di Ippona è improntata a una violenta polemica contro il pelagianesimo e, in conseguenza di ciò, a un'insistenza notevole sulla stretta dipendenza da Dio di ogni aspetto della vita umana – e soprattutto il bisogno dell'intervento divino per la salvezza dell'anima (la cosiddetta dottrina della predestinazione). «Nel pensiero agostiniano troviamo quindi una tensione irrisolta […] tra un determinismo teologico totale ed assoluto, da un lato, e l'affermazione della libertà, e della responsabilità, dell'uomo, dall'altro» (p. 73). Tommaso invece tenta di dare maggior spazio alla contingenza nell'esistenza umana; la sua risposta al problema del libero arbitrio consiste in una distinzione tra “causa prima” e “causa prossima”, sostenendo che dal punto di vista della “causa prima” (cioè Dio) la salvezza è certa e per così dire determinata, ma dal punto di vista della “causa prossima” (ossia la causa che provoca il verificarsi di un evento mondano) la salvezza è affatto contingente. «Il libero arbitrio – spiega l'Autrice – sarà così salvo perché rispetto al soggetto che agisce l'atto compiuto potrà portare o non portare alla salvezza» (p. 77). Ciò detto, l'Autrice conduce il lettore dal Medioevo alla Modernità: si incontrano qui le tesi di Lutero, Calvino, Malebranche e Spinoza. Martin Lutero, dallo studio attento delle Scritture, nonché degli scritti di Agostino e delle epistole paoline, aveva maturato la convinzione che la salvezza dell'uomo potesse avvenire solo tramite la grazia, liberamente concessa da Dio: a nulla valevano le “opere” (le buone azioni o presunte tali), unicamente la fede poteva «rendere giusti davanti alla divinità» (p. 79); tale dottrina lo oppose ad altri grandi intellettuali del Cinquecento, come ad esempio Erasmo da Rotterdam (il quale scrisse un De libero arbitrio a cui Lutero rispose con il De servo arbitrio). In ultima analisi, «per Lutero […] il libero arbitrio non esiste né può esistere» (p. 81). La tesi di Calvino era poi ancora più radicale: non solo Dio decretava chi doveva salvarsi, ma anche chi doveva essere dannato (la cosiddetta doppia predestinazione)! Si noti come tali teorie fortemente contrarie alla libertà non produssero storicamente immobilismo nei loro adepti, anzi favorirono nei fedeli il proposito di mostrarsi irreprensibili e obbedienti seguaci del Cristo, preservando l'integrità della famiglia e anche guadagnando successi nel mondo lavorativo (si pensi all'analisi di Weber nell'arcinoto L'etica protestante e lo spirito del capitalismo). Il cartesiano Nicolas Malebranche aveva poi teorizzato l'illusorietà di ogni autonomia dell'uomo da Dio nel momento dell'agire, essendo a suo avviso gli enti mondani mere “occasioni” dell'esplicazione della potenza divina: Dio ha creato un mondo retto dalle semplici leggi del moto e le relazioni causali che intercorrono tra gli enti mondani altro non sarebbero che “occasioni” dell'attuazione di tali principi fondamentali. Ma che fine fa dunque la libertà? La risposta di Malebranche (che l'Autrice mostra essere piuttosto artificiosa) «consiste nel definire la libertà come una mera sospensione del movimento della volontà che dirige il “bene universale”» (p. 88). Oltre a ciò, una conseguenza (certamente non intenzionale) che l'occasionalismo reca con sé è il rendere la divinità una forza “immanente” al mondo stesso: determinismo teologico e naturale verrebbero così quasi a coincidere. Proprio l'immanenza di Dio è invece una delle esplicite tesi sostenute da Spinoza nel suo capolavoro, l'Etica. Priarolo compie un agile percorso entro tale opera, mettendo in luce lo sviluppo e le tesi essenziali in essa presentate. Sia concesso solamente citare l'idea spinoziana di determinismo: essendo Dio l'unica sostanza esistente e tutto derivando da essa in modo assolutamente necessario, non esiste alcun luogo per una genuina esplicazione del libero arbitrio; il cosmo di Spinoza è un universo deterministico. La “libertà” dell'uomo consisterà solo nell'elevarsi (grazie alla conoscenza) ad una superiore coscienza di sé e del mondo tutto, inserendosi – insiste l'Autrice – «in un ordine naturale e divino del tutto e per tutto deterministico» (p. 96). 
Il terzo capitolo è infine dedicato al determinismo antropologico, tesi che considera l'uomo come il risultato di processi causali necessari ora interni, cioè biologici o psicologici, ora esterni, vale a dire sollecitazioni del mondo sociale o naturale. Quest'ultimo capitolo, riguardando esso molteplici saperi e discipline (relativamente però ai soli XIX e XX secolo), risulta diviso a sua volta in tre diversi blocchi tematici, i cui tratti specifici si potranno in questa sede solo brevemente accennare. Inizialmente Priarolo si dedica all'analisi del mondo sociologico, disamina che comprende, per il XIX secolo, il Corso di filosofia positiva di Comte (in cui si postula uno sviluppo rigorosamente deterministico degli individui, che solo può essere cambiato in relazione alla velocità di decorso, ma non modificato nelle sue linee essenziali) e l'opera sociologica di Durkheim, che pure arriva ad affermare la natura sociale di un atto apparentemente molto personale quale il suicidio (per quest'autore in effetti, dice Priarolo, «il vero individuo […] è la società» [p. 104]). Per ciò che riguarda il Novecento l'attenzione è piuttosto rivolta allo strutturalismo, che nelle sua analisi tende a prescindere da tutti i fattori non esattamente determinabili (e non sussumibili sotto leggi universali), sino ad arrivare a Pierre Bordieu: «gli habitus sono […] per Bordieu dei “saperi comuni”, codificati prevalentemente “dall'alto”, che vengono interiorizzati dagli individui determinandone i comportamenti e la mentalità, dai sentimenti alla postura del corpo» (pp. 109–110). Tuttavia, nota l'Autrice, l'analisi delle condizioni storico–concrete di esplicazione del determinismo antropologico compiuta da questo pensatore è un primo importante passo verso il ribaltamento di queste stesse strutture. La seconda tappa nello studio di questa forma di determinismo è il mondo psicologico. Nell'Ottocento la fisiognomica di Lavater e la frenologia di Gall avevano aperto la strada all'idea di una stretta (si dovrebbe dire: “determinata”) relazione tra l'aspetto esteriore e le qualità psichiche dell'individuo: per Gall, ad esempio, «qualunque attività umana […] è una conseguenza di facoltà innate» (p. 115). La fondazione, da parte di Lombroso, dell'antropologia criminale, sarà un ulteriore sviluppo della concezione circa l’esistenza di una corrispondenza tra caratteri fisici e psichici (in questo caso tendenze criminali). Per di più, il medico torinese era convinto che società, educazione, ecc. fossero pressoché ininfluenti su tali modi di essere dell'individuo. Su tutt'altro piano invece si muove l'analisi psicanalitica e il pensiero del suo grande padre, Sigmund Freud. Tralasciando giocoforza la dettagliata spiegazione di Priarolo, si citerà un unico aspetto, particolarmente interessante, di quella teoria: il ben noto determinismo psichico propugnato dall'intellettuale viennese vale, agli occhi dello stesso Freud, solo ed esclusivamente nel dominio della vita psichica, «i nessi causali sussistendo, a suo parere, tra eventi psichici inconsci e eventi psichici consci» (p. 122), ma non al di fuori di tale terreno. Il percorso nel mondo psicologico si chiude con un accenno alle scienze cognitive e ai vari tentativi, quelli in particolare di Searle e Dennett, di salvare un campo proprio al libero arbitrio in un contesto filosofico che indiscutibilmente tende ad una dissoluzione dell'attività cosciente nella fisiologia cerebrale (tendendo quindi a una posizione di determinismo fisicalistico). I risultati cui tali tentativi pervengono nella maggior parte dei casi, però, non paiono affatto  risolutivi, essendo la dimensione mentale (come nel caso di Dennett) “altra” rispetto a quella fisica ad un livello esclusivamente epistemologico, ma nient'affatto ontologico. In terzo e ultimo luogo, si ha poi la presentazione del mondo biologico; partendo dall'analisi degli esperimenti di Mendel sui piselli (i cui risultati sembrerebbero dar conferma di uno sviluppo necessario dei caratteri), Priarolo giunge a citare l'eugenica di Galton, una pseudo–scienza che finisce per dar credito a un certo biodeterminismo (la convinzione cioè che «il destino personale di un individuo sia determinato dalle sue caratteristiche biologiche» [p. 137]). L'attenzione dell'autrice si rivolge poi alle ricerche contemporanee sui geni, a partire dalla scoperta del DNA (operata da Watson e Crick nel 1953); sorprendentemente, spiega Priarolo, tali nuove esperienze sono arrivate a provare la conciliabilità e verità del determinismo mendeliano e allo stesso tempo dell'evoluzionismo darwiniano, il quale dal canto suo assegna un ruolo centrale all'elemento casuale. Il fatto è che, come nota il biologo Monod, «[le alterazioni del DNA] sono accidentali, avvengono a caso», ma – aggiunge l'Autrice – «una volta avvenute tali alterazioni, esse non possono che seguire un processo del tutto e per tutto deterministico» (p. 140); sarebbe inoltre scorretto, come illustra bene Pinker, attribuire ai geni ogni singolo aspetto della personalità e della vita dell'individuo. Priarolo può così concludere che «il determinismo e il caso sono perfettamente compatibili, ché, anzi, è proprio la loro co–esistenza a spiegare come e perché avvenga l'evoluzione» (p. 140) e che dunque «il determinismo sembra messo alle strette non tanto dall'ambiente in sé, quanto da quello che già per Aristotele doveva essere considerato il suo vero antagonista: il caso» (p. 144). 


Indice 

        Introduzione
        
1.     Mondo. Il determinismo naturale
        Il mondo antico
        Il mondo moderno        
        Il mondo contemporaneo  
       
2.     Dio. Il determinismo teologico
        Il mondo antico
        Il mondo medievale        
        Il mondo moderno         

3.     Uomo. Il determinismo antropologico
        Il mondo sociologico
        Il mondo psicologico         
        Il mondo biologico         

        Conclusioni
        Note         
        Riferimenti bibliografici        
        Indice dei nomi

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