lunedì 26 novembre 2012

Mascolo, Armando, Mollo, Maria Lida (a cura di), Xavier Zubiri

numero monografico di «Rocinante, Rivista di Filosofia iberica e iberoamericana», Universidad Catòlica de Colombia (Bogotà) - Fondazione I.S.L.A. per gli studi Latinoamericani-Pagani, n° 5/2010, Firenze, Le Cariti, 2011, ISSN 1971-2871.

Recensione di Marco Strona – 09/05/2012.

Il numero 5 della Rivista «Rocinante» è dedicato interamente al pensiero di uno dei maggiori autori spagnoli del ‘900: Xavier Zubiri.
Poco ancora conosciuta in Italia, l’opera di Zubiri rappresenta di certo un importante contributo originale per la storia del pensiero e per la fenomenologia in particolare.
In questo testo troviamo numerosi interventi di validi studiosi ed interpreti dell’Autore spagnolo, sia di lingua italiana che di lingua iberica.


Il saggio di Diego Gracia, intitolato, “Zubiri en su contexto. O la difìcil tarea de hacer metafisica a la altura del siglo XX”, cerca di indagare il “fondo del fondamento” del pensiero zubiriano: la ricerca della verità che consiste in un cammino sempre aperto all’incontro, alla realtà.
Verificare, afferma Zubiri, è sempre e solo “ir verificando” (p. 22).
In opposizione alla mentalità positivista, che pretendeva ridurre la realtà ad oggetto sperimentabile e verificabile in laboratorio, Zubiri sottolinea il carattere contingente del mondo e dell’uomo stesso: la verità, perciò, consiste sempre in un incontro tra il soggetto e l’oggetto. Da qui deriva ciò che il filosofo spagnolo chiamerà, in tutte le sue opere, la “poderosidad de la realidad” (il potere della realtà). Non è, quindi, il soggetto, l’uomo che pone le leggi alla realtà, ma è la realtà stessa che si apre all’uomo: ciò che si dà è una manifestazione che, appunto, si dona. 
Da qui emergono, rileva Gracia, due conseguenze: la prima riguarda l’ineffabilità della realtà, il suo non essere ascrivibile entro i limiti della sola ragione; la seconda, riguarda la contingenza, il fatto che tutte le descrizioni che facciamo della realtà risulteranno sempre imperfette.
Nonostante ciò, il mondo è e resta sempre l’orizzonte entro cui si muove l’essere umano, ed in cui è possibile trovare le tracce, i “signa” – per dirla con Bonaventura – di Dio.
Il saggio di Antonio Gonzàlez ci invita a riflettere sulla questione della tecnica: tema centrale nella filosofia contemporanea. Non ci sono scritti di Zubiri che trattano direttamente di questo tema, ma possiamo evincere l’influenza che ha esercitato su di lui sia Martin Heidegger (suo maestro a Friburgo) che Ortega y Gasset.
Zubiri tratterà il tema della tecnica in un corso del 1933 presso l’Universidad de Verano de Santander: la sua intenzione è quella di mostrare l’unità radicale tra il sapere, e quindi la verità, e la tecnica. Tale unità prende il nome di “intellecciòn sentiente” (p. 44). Ne consegue che la prima funzione dell’intelligenza è quella di “farsi carico” (hacerse cargo) della realtà, del contesto in cui siamo inseriti: il prius dell’intelligenza, quindi, non consiste tanto nel produrre concetti, quanto piuttosto quello di “apprendere le cose come reali” (p. 46).
Ciò sta a significare che tutto si muove e parte dalla realtà, che diviene così generatrice di concetti: “los conceptos surgen y se mueven en la realidad en que estamos, y por tanto tambièn pretendendecirnos lo que las cosas son en realidad”.
La formulazione dell’intelligenza senziente, quindi, permette a Zubiri di concepire il ruolo stesso dell’indagine razionale come “una ricerca sempre aperta” (p. 59): la scienza, in questo caso, non può essere considerata come “una mera costruzione ideale separata dalle cose”, ma deve essere pensata invece come “una penetrazione ogni volta più profonda ed estesa del mondo dei fenomeni nei quali continuamente siamo immersi” (p. 60).
Il saggio di Victor Manuel Tirado affronta invece la dimensione estetica della realtà: in particolare l’autore cerca di vedere come si possa pensare la dimensione estetica all’interno della riflessione zubiriana iscrivibile, a mio avviso, nell’alveo della grande tradizione dell’estetica fenomenologica di cui fanno anche parte, in Francia, Jean-Luc Marion, Michel Henry, ecc..
La coscienza è ricca di significati che non inventa o produce lei stessa, ma che le vengono invece dati, offerti dalla realtà: sono le datità originarie, le gegebenheiten.
Ancora una volta, si tenta di sottolineare il valore fondamentale che acquista la realtà “in sé e per sé”: Zubiri, rileva Tirado, intende edificare un’antropologia a partire da una riduzione fenomenologica in cui, appunto, il reale, i fenomeni si danno per quello che sono. Non a caso, è proprio da qui che Ignacio Ellacuria fa partire la sua importante riflessione filosofica e teologica. Occorre, pertanto, vivere pienamente e densamente il reale, il contesto sociale in cui siamo inseriti: lo “estar” (l’esser-ci, inteso però in maniera differente da quella di Heidegger) è il punto di Archimede del pensiero di Zubiri. Senza realtà, si afferma nel testo, “non c’è Io che valga” (p. 71).
In questo modo acquista un valore primario il ruolo teologico dell’Incarnazione: siamo, cioè, costitutivamente rinviati al Fondamento mediante il “potere” della realtà, “che si manifesta radicalmente in noi costituendoci” (p. 77). 
Oscar Barroso ci propone un saggio proprio sul “metodo fenomenologico”: la filosofia di Zubiri, come abbiamo già cercato di delineare, si sviluppa a partire “dalle cose stesse” (p. 80). Tale è l’ottica in cui si muove il pensatore spagnolo già a partire dal 1932 nell’articolo Filosofia y Metafisica ove aggiunge che “un tale modo di procedere non implica un’uscita dalla fenomenologia, bensì, piuttosto, la maturazione di questa”.
L’influenza di Heidegger, conduce Zubiri a superare l’idealismo “a partire dalla fatticità, ma non come eliminazione dell’essenzialità, bensì come unità radicale del fattizio e dell’essenziale” (p. 81). In vista di ciò, Zubiri deve formulare, osserva Barroso, “una nozione diversa di essenza alla quale sia possibile arrivare non a partire da una riduzione eidetica o trascendentale, bensì a partire da un approfondimento fattizio stesso”(p. 81). Zubiri, quindi, cerca il reale e il suo ambito essenziale: le note essenziali non dipendono cioè dal nostro modo di considerare la cosa, “ma costituiscono ciò che è una cosa reale”. 
Il compito della ragione è proprio quello di “intelligere le cose a partire dal mondo” (p. 85): la ragione è in cammino (marcha) verso la realtà dell’apprensione, verso il mondo in quanto tale. La ragione è, quindi, sempre aperta al reale che, in quanto dato in apprensione primordiale di realtà, “si presenta come qualcosa di «suo», come qualcosa che non si limita ad essere un momento intellettivo, ma, piuttosto, mira ad un’interiorità propria”. (p. 86) Ogni cosa reale si presenta come “totalità” (le note apprese non restano in modo isolato, ma come un tutto); come “coerenza” (tale totalità non è soltanto un insieme, ma ogni nota è nota di tutte le altre); come “duratività” (la cosa si presenta come uno “stare essendo”, come qualcosa che dura).
La ragione perciò si attiene sempre alla realtà che si dona, al presente visto come dono: è solamente nell’esperienza, quindi, che avviene l’incontro “metodico” con il reale, e quindi con la verità. La verità della ragione, rileva Barroso, ha la forma di “incontro” che rappresenta il “compimento di ciò che è stato abbozzato, sul quale coincidono l’intellezione razionale e il reale stesso” (p. 94). La verità razionale, perciò, mostra sempre due caratteri estrinseci: l’incontro e il compimento. Il carattere della verità razionale in quanto avvenimento è ciò che costituisce “l’essenza stessa dello storico di questa verità” (p. 94).
Il metodo fenomenologico di Zubiri, perciò, non parte dall’essere e dal suo senso, bensì dalla realtà e dalla sua forza, dal suo potere: la realtà è “presente fisicamente nell’intellezione, attualizzata nella sua propria forza” (p. 98). Realtà ed intelligenza, in conclusione, appaiono in una attualità comune, ed è proprio a partire da essa che diviene possibile sviluppare “una filosofia descrittiva e una filosofia esplicativa in relazione ad ognuno di questi ambiti” (p. 99).
Il saggio di Giuseppe Cacciatore, intitolato Vita e storia tra Zubiri e Dilthey, riprende il tema della “metafisica della realtà” del filosofo spagnolo accompagnato da una lettura di Dilthey: sia Dilthey che Zubiri si pongono in maniera critica rispetto “alla drammatica aporia del relativismo acritico e deresponsabilizzante da una parte, e del dogmatismo dall’altra” (p. 105). Il valore della storia attribuito da Dilthey viene ripreso anche da Zubiri, con particolare riferimento al concetto di “capacitazione”: l’uomo, cita il filosofo spagnolo, “aperto alle sue capacità tramite la storia, produce, prima dei suoi atti, le proprie capacità. Per questo motivo la storia è realizzazione radicale. Essa è produzione dell’ambito stesso del possibile come condizione del reale; è fare un potere”.
Proseguendo questo discorso, Pio Colonnello tenta di rileggere il nesso sentire/comprendere a partire in particolare dal testo Intelligenza senziente.
In questo testo, fondamentale per l’intero sviluppo del pensiero del filosofo spagnolo, si snoda una questione importante: “la congenericità del reale e del sapere, in quanto il momento noematico e il momento noetico non possono essere considerati l’uno precedente o anteriore all’altro” (p. 109).
Non si tratta tanto di concepire l’atto di intellezione come totalmente contrapposto al sentire; quanto piuttosto considerare il sentire e l’intellezione come un atto unico, denominato, appunto, “intelligenza senziente”: l’intelligenza umana viene definita da Zubiri come una mera attualizzazione del reale nell’intelligenza senziente.
È la realtà, la “fatticità della vita” (p. 115) nella sua totale storicità che fonda e chiarisce il senso dell’essere e che lo apre all’incontro con la Verità.
La chiave di questo realismo si chiama speranza e il saggio di Armando Mascolo tenta proprio di sottolineare tale fondamentale aspetto.
Il desiderio zubiriano di farci “reinstallare nella realtà” affonda le sue radici nel terreno fecondo di altre esperienze, quali ad esempio, la mistica: per il filosofo spagnolo l’intellezione senziente “è relazionata con l’impressione di realtà, vale a dire, con la forma in cui le caratteristiche proprie della realtà – le “note” (o datità) – sono apprese dall’uomo e costituiscono l’apprensione primordiale” (p. 122).
Pertanto, osserva Mascolo, “l’atto unico e unitario di intellezione senziente è impressione di realtà” (p. 122). La realtà, in questo senso, consiste nell’apprendere qualcosa in quanto “alterità”, come qualcosa che possiede delle qualità che le appartengono prima ancora che il soggetto le giudichi. Voler possedere la realtà significa, per l’uomo, cadere in preda all’angoscia: la radice ultima della sua stabilità, l’uomo la ritrova solo “nel suo essere vincolato al reale come possibilità stessa della sua vita” (p. 128); in ciò che Zubiri chiama religaciòn.
È la religaciòn, il sentirsi parte della realtà la chiave per la fondazione di una “metafisica etica”, una metafisica, cioè, nata “per rispondere ad un’esigenza eminentemente esistenziale e pratica, in quanto volta a contrastare quella «crisi nichilista», quel mal du siècle che aveva investito l’Europa sul finire del XIX secolo e che Zubiri riteneva gravare pericolosamente sullo spirito del suo tempo” (p. 131).
La realtà, il mondo – ci ricorda Marìa Lida Mollo nel suo saggio – si impone nella sua nudità, è coattuale: per questo “intelligere è intelligere senzientemente, e il sentire umano è sentire intellettivamente” (p. 137).
Tale unità rappresenta l’“impressione di realtà”, che per essere di realtà “è intellettiva e per essere impressione è sentita”: occorre quindi accogliere la realtà come un dono, accettare le cose con una “obbligata presa di distanza”, lasciare che le cose stesse ci parlino. Le cose di Zubiri, nella loro alterità e precedenza, si impongono con la loro forza, nella loro suità: le cose-realtà rimandano a se stesse; la cosa “è reale per la sua suità, che è anteriore ad ogni atto di intelligenza senziente e che rispetto ad esse può essere immanente o trascendente, senza per questo perdere in realtà o guadagnare in «assoluta datità» (p. 143).
L’attività della ragione, allora, diviene quella di pensare la realtà “al di là”: “non “al di là del reale, ma il reale al di là dell’apprensione” (p. 147). L’ambito della ragione, prosegue Lida Mollo, “di una ragione problematica che ha a che fare con le cose che danno da pensare, è l’ambito del «potrebbe essere», ovvero, delle possibilità di contenuti fondamentali, che però non sono mai indefinite o infinite in quanto sono suggerite dalla realtà” (p. 148).
Alla ragione, perciò, “è fisicamente consustanziale la realtà”: la ragione, osserva Zubiri, “non ha pretesa di realtà bensì sta già nella realtà stessa”. 
Su questa linea si pone anche il saggio di Paolo Ponzio, El problema de la Verdad en la “inteligencia de la actualidad” de Xavier Zubiri.
La verità, nell’orizzonte della riflessione zubiriana, è sempre il risultato di un incontro del soggetto con l’oggetto: in questo caso il pensatore spagnolo si pone in continuità con la riflessione scolastica ripresa in parte anche da una certa fenomenologia.
Rileggendo il De Trinitate di Agostino, Zubiri afferma: “Busquemos como buscan los que aùn no han encontrado, y encontremos como encuentran los que aùn han de buscar, porque cuando el hombre ha teminado algo no ha heco sino comenzar”.
La verità, perciò, consiste sempre nell’“attualizzazione del reale nell’intellezione” (p. 171): la ragione, rileva Ponzio, “che si muove sempre nella realtà, consiste nel misurare la realtà delle cose, nell’attualizzare la realtà come problema” (p. 172).
La rassegna dedicata a Xavier Zubiri si chiude con un saggio di Stefano Santasilia: Re(a)ligaciòn. Il radicamento del conoscere.
A parere di Santasilia, il cuore della ricerca zubiriana riguarda la questione della realtà, “che non può non avere un indissolubile legame con la struttura stessa dell’intelletto che la conosce e ri-conosce come realtà stessa” (p. 174).
Non c’è nessuna priorità del sapere sul conoscere, né del conoscere sul sapere: realtà e sapere sono congeneri “per una condizione intrinseca e formale dell’idea stessa di realtà e di sapere”.
Il punto di partenza riguarda perciò la ricerca di una precisa definizione di realtà che permetta tale carattere congenerico: in questo senso acquista un valore importante il concetto stesso di  religione che Zubiri legge, appunto, come re-ligare.
La religaciòn è il vincolo ontologico che caratterizza l’essere umano: nella religaciòn, cioè, ci ritroviamo, in quanto uomini, “vincolati a qualcosa che permette il nostro esistere e dal quale proveniamo; una specie di muoversi «a partire da» nel quale siamo ciò che siamo; nel quale si realizza il ripiegarsi su se stesso del riconoscere dinanzi a «ciò che permette che vi sia»” (p. 176).
Proprio perché l’essere dell’uomo è aperto e religado, la sua stessa esistenza si configura “come un tentativo di conoscere le cose e Dio, non inteso come una cosa, ma come ciò in cui già da sempre si colloca” (p. 177): la questione dell’ateismo, allora, si configura come una vita ab-soluta, sciolta; come una existencia desligada, un’esistenza, cioè, che non è giunta al fondo di se stessa.
Occorre sapere recuperare quel radicamento al Fondamento che caratterizza la nostra esistenza nella sua totalità: questa “esperienza teologale” permette quel legame indissolubile tra il “problema” di Dio e il “problema” della realtà: il “problema” di Dio, infatti, “non è posto arbitrariamente dall’umana curiosità; non è posto dall’uomo, ma si delinea come la stessa esistenza dell’uomo, o meglio, in esso l’uomo è già chiaramente collocato” (p. 179).
Detto in altri termini, l’uomo è “esperienza di Dio”: la gloria di Dio, come direbbe Ireneo di Lione, “è l’uomo vivente”.
Nella seconda parte del testo ci vengono proposte 4 tesi di laurea.
La prima è di Marta Cannizzo ed è intitolata “Ortega y Gasset e l’incantevole arte del linguaggio”.
La “svolta linguistica” di Ortega si colloca in un orizzonte nel quale è il filosofo che, ritirandosi in solitudine, scopre la verità riuscendo così a plasmare una “nuova visione dell’individuo e della comunicazione umana. Il linguaggio, così, si innalza “volgendo con le sue ali il testo eterno, la vita esecutiva di ogni uomo” (p. 186). 
In questo modo la riflessione di Ortega conduce ad individuare il valore ontologico e non meramente funzionale del linguaggio.
La tesi di Chiara Corvino, Ortega y Gasset e il problema della comunicazione contemporanea, ripercorre alcuni problemi della riflessione di Ortega, in particolare relativi alla comunicazione nella società contemporanea: l’accento è posto sul Singolo.
La tesi di Francesco Perricelli su Umanesimo ebraico e spiritualismo in Benito Arias Montano intende  ripercorrere l’itinerario del filosofo spagnolo con particolare accento al ruolo che le Sacre Scritture, e la genesi delle lingue, hanno avuto all’interno della sua formazione. Infine, la tesi di Pier Alberto Porceddu Cilione, La passione dell’intelligenza. La questione della verità nell’opera di Nicolas Gòmez Dàvila, mostra il nesso tra verità e uomo, inteso nella sua verità: una verità che ha a che fare con “un’ordinata persuasione, nell’ordinato percorso esistenziale ed intellettuale del singolo”.
Infine ci vengono proposte due recensioni: una al testo di Zubiri, Struttura dinamica della realtà. Il problema dell’evoluzione, a cura di Armando Savignano; ed un testo di Bombaci, Patire la trascendenza. L’uomo nel pensiero di Maria Zambrano.


Indice

                 SAGGI E ARTICOLI.

        •        Luis de Llera, Editoriale.
        •        Diego Gracia, Zubiri es su contexto. O la difìcil tarea de hacer 
                  metafìsica a la altura del siglo XX.
        •        Antonio Gonzàlez, La reflexiòn de Zubiri sobre la tècnica.
        •        Victor Manuel Tirado, La dimensiòn estètica de la realidad. Como 
                  puede pensarse lo estètico desde Zubiri?
        •        Òscar Barroso, I fatti e la loro descrizione. A proposito del 
                  metodo fenomenologico in Zubiri.
        •        Giuseppe Cacciatore, Vita e storia tra Zubiri e Dilthey.
        •        Pio Colonnello, Rileggendo il nesso sentire/ comprendere in 
                  Intelligenza senziente di Xavier Zubiri.
        •        Armando Mascolo, Angoscia e speranza: le “fonti spirituali” del 
                  realismo di Xavier Zubiri.
        •        Marìa Lida Mollo: Tastare la realtà senza brancolare nel buio. 
                  L’antidoto zubiriano all’ontofobia.
        •        Paolo Ponzio, El problema de la verdad en la “inteligencia de la 
                  actualidad” di Xavier Zubiri.
        •        Stefano Santasilia, Re(a)ligaciòn: il radicamento del conoscere.

                 TESI.

        •        Marta Cannizzo, Ortega y Gasset e l’incantevole arte del 
                  linguaggio.
        •        Chiara Covino, Ortega y Gasset e il problema della comunicazione 
                  contemporanea.
        •        Francesco Perricelli, Umanesimo ebraico e spiritualismo in Benito 
                  Arias Montano.
        •        Pier Alberto Porceddu Cilione, La passione dell’intelligenza. La 
                  questione della verità nell’opera di Nicolàs Gòmez Dàvila.

                RECENSIONI.

        •        X. Zubiri, Struttura dinamica della realtà. Il problema 
                  dell’evoluzione, a cura di A. Savignano, Genova-Milano, Marietti 
                  2008 (Lucia Parente).
        •        N. Bombaci, Patire la trascendenza. L’uomo nel pensiero di Marìa 
                  Zambrano, Roma, Edizioni Studium, 2007 (Stefano Santasilia).

                 NOTIZIE

        •        Cinema e letteratura in ambito iberico e iberoamericano (Loris 
                  Tassi)
        •        Curso de introducciòn a la filosofia de Xavier Zubiri.

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