mercoledì 16 gennaio 2013

Jünger, Ernst, Maxima-Minima. Annotazioni su L’operaio

Traduzione e postfazione di Alessandra Iadicicco, Parma, Guanda, 2012, pp. 123, euro 12, ISBN 978-88-6088-757-3.

Recensione di Tiziana Gabrielli - 22/07/2012

«Oscuro e rivelatore come un oroscopo. Enigmatico e folgorante come un oracolo. Ambiguo e ineluttabile come un sortilegio. Immaginoso e veridico come una profezia. Ha tutte le caratteristiche del pensiero prognostico – l’arditezza e la necessità, l’arbitrio visionario e la rigorosa inesorabilità, l’alone di mistero che cela in sé una verità – il testo che Ernst Jünger pubblicò nel 1964 con il titolo di Maxima-Minima, alludendo guarda caso ai due termini opposti del termometro, dei quali si tiene conto nelle previsioni del tempo» (Postfazione, p. 113). 

Si tratta, infatti, di una rilettura, a trentadue anni di distanza, de L’operaio del 1932, e gli appunti del 1964 costituivano delle annotazioni, come recita il sottotitolo Adnoten, o, meglio, variazioni sui suoi temi d’elezione ed una riconferma delle intuizioni che Jünger aveva maturato in una fase cruciale per la storia d’Europa. «Il destino si nasconde in ciò che non si può sapere», osserva Jünger all’inizio dei Maxima-Minima. «Ecco perché le prognosi migliori sono quelle di cui l’autore stesso, a posteriori, si stupisce» (ivi, p. 114). 
Ritorna al centro dell’attenzione la figura dell’operaio, che nella Grande Guerra era stato il protagonista ed il perno della rivoluzione mondiale: «Chi si attiene alla figura dell’operaio in quanto grande incaricato, e a esso in quanto principio mutevole ma irriducibile alla sua trasformazione ricollega il cambiamento del mondo, costui avrà trovato un regolo infallibile», scrive Jünger (ibidem), intendendo che le osservazioni esposte sul mondo degli anni Trenta non andassero smentite. Dinanzi alla Gestalt dell’operaio e alla sua forza primordiale di Urphänomen (goethianamente parlando), lo storico, precisa Jünger, «è costretto a deporre le sue armi» (ivi, p. 115). Der Arbeiter non è un concetto, bensì un elemento vitale che, una volta entrato in scena, sfugge al controllo progettuale. Questo a Jünger era ben noto, fin dal 1932, alla vigilia dell’ascesa del nazionalsocialismo in Germania e della conseguente rivoluzione provocata dall’entrata in scena dell’operaio su scala planetaria. Ne L’operaio, infatti, Jünger, formulando l’auspicio di attingere una visione “astronomica” sul proprio tempo, chiama in causa il mito e l’uomo come titano, ribelle agli dèi, responsabile del destino dell’umanità, oltre ogni confine o bandiera, prospettive ideologiche o rivendicazioni socio-economiche. Nei Maxima-Minima, Jünger riconosce a L’operaio il merito di aver saputo descrivere in modo radicale «una grandezza che dalla catastrofe è uscita non solo intatta ma anche più potente che mai, e il cui studio appare oggi più eccitante di prima» (ivi, p. 116).
A distanza di un trentennio dalla sua mobilitazione, quindi, la figura dell’operaio - «inattuale e perciò tanto più attuale» (Alain Benoist) (ivi, pp. 116-117) -  torna ancora al centro della storia, con tutte le sue incognite e scosse tettoniche provenienti dalle viscere della terra. Anche la scrittura sembra perdere la sua valenza critica ed acquisire piuttosto un significato mantico, simbolico, che dà luogo a prognosi e premonizioni. A dieci anni dalla sua pubblicazione, il 16 settembre 1942, Jünger così scriveva nel suo diario parigino: «I miei libri sulla prima guerra mondiale, L’operaio, La mobilitazione totale e in parte anche il saggio sul dolore, compongono il mio Antico Testamento al quale non è più consentito aggiungere altro. Sono su un altro piano» (ivi, p. 117). In effetti, l’uscita nel 1932 de L’operaio non fu ben accolta né dai nazionalsocialisti, che lo considerarono una «mostruosità astratta», né dai marxisti, che lo criticarono come una «mistificazione dell’imperialismo prussiano», e né dai rivoluzionari conservatori di Ernst Niekisch, che lo interpretarono come un «manifesto del nazionalbolscevismo» (ivi, pp. 117-118). Tra i pochi che invece videro in Der Arbeiter «un saggio fondamentale per comprendere il mondo contemporaneo», vi furono certamente il poeta Gottfried Benn e Martin Heidegger. Quest’ultimo, ben prima del dialogo con Jünger sul tema del nichilismo e sulla questione dell’essere (si veda, in proposito, lo scritto Oltre la linea, dedicato da Jünger ad Heidegger nel 1950, in occasione del suo sessantesimo compleanno, con successiva replica cinque anni dopo), già nel semestre invernale del 1939-1940 tenne un seminario a Friburgo su L’operaio, cogliendo in questo scritto gli stessi interrogativi che si stava ponendo in merito alla “questione della tecnica” come Ge-stell: «L’essenza della tecnica - scrive Heidegger - non è nulla di tecnico». Questa frase celebre mette in evidenza il fondo insondabile, abissale e metafisico dell’abito dell’operaio, le forze materiali e le potenze elementari che lo muovono, le «grandi profondità» da cui «la tecnica in quanto modus vivendi» affiora (ivi, p. 119). 
Intorno a questo enigma gli aforismi di Maxima-Minima individuano nella cecità inevitabile e propizia il punto per rovesciare la negatività del nichilismo in una forma di “ottimismo trascendentale” (ivi, p. 120). Ciò che inizialmente si manifesta come una perdita o come lo Schwund più volte tematizzato da Jünger (nel Trattato del ribelle, del 1951, e in Al muro del tempo, del 1959), tradotto con «svanimento» (Alvise La Rocca), «depauperazione» (Julius Evola), o «diminuzione», «perdita» (Agnese Grieco), sarà recuperato, presagisce Jünger, nell’economia del cosmo (ivi, pp. 120-121). 
Dietro la mobilitazione totale si cela dunque un senso «incalcolabile», «un compito che i manovali non vedono», i cui nessi profondi sono sconosciuti persino al politico. Alla «distribuzione dell’intelligenza» ed ai suoi squilibri disruttuvi, all’«atrofizzazione degli organi metafisici» ed alla penuria nell’«educazione intellettuale dell’operaio», Jünger dedica un appunto del diario del 1944 (annotato a Kirchhorst, il 7 dicembre), indicandoli come i motivi che lo spingevano a completare il suo libro su L’operaio con una «parte teologica» (ivi, p. 121). L’attività frenetica della tecnica – ripete Jünger, ricorrendo ai simboli ed ai miti – spinge verso una «una spiritualizzazione della terra» (ivi, p. 122), una metamorfosi che la rende cieca. In questa fase di apparente decadenza, tuttavia, «la parte dell’inconsapevole sarà ancora più importante di quella della coscienza» (ibidem). Nuove ed inaudite (pre)visioni si schiuderanno allo sguardo: «Una volta che l’occhio abbia registrato i segni nella loro possente pienezza - scrive Jünger in Maxima-Minima - dovrà forse chiudersi per avere un’idea dell’unità, per attingere «il negativo segreto e immobile del mondo che gira senza requie» (ibidem). E all’autore cui si riveli «il grande corso delle cose», il destino, se dapprima apparirà avverso, «risulterà affascinante» (ivi, p. 123). Per suggellare la conversione del nichilismo da amor fati nietscheano e pagano ad una forma di venerazione, quasi religiosa, Jünger cita una frase del cattolico Léon Bloy sulla perfezione delle proprie miserie, pubblicata nel Journal del 1895: «Tutto ciò che accade è adorabile» (ibidem).

4 commenti:

MAURO PASTORE ha detto...

È una recensione soggettivamente attuata, dal pensiero di un altro, successivo Dopoguerra e di un'altra, antecedente Opposizione.
Mentre l'Autore prospetta la resistenza e sopravvivenza tedesca dopo il secondo conflitto mondiale e durante la Guerra Fredda confrontandosi con la dialettica storica disposta o imposta ad intero mondo da Lenin ed il leninismo nel rifiuto netto dello schema marxiano-marxista quindi stalinista di borghesia/proletariato, la "recensora" applica sua attenzione dal confronto col marxismo-postmarxismo nel contesto storico della fine della Guerra Fredda tra Ovest ed Est del mondo. Da questa non identità di premesse culturali e ideologiche scaturisce una interpretazione contenutistica a discapito della considerazione dei contenuti. Infatti l'Opera di Ernst Junger "Maxima-Minima Annotazioni su L'Operaio" è espressione di un cànone culturale con manifestazione di commento letterario, invece Tiziana Gabrielli ne coglie i nessi interni rovesciandone i rapporti e ri-costruendo un indice culturale alieno da Essa e sussistente in contrasto attivo con idea di regime comunista totalitario antiborghese ma tale contrasto posticipandolo, rispetto a quanto da Autore attuato già prima però differentemente, ovvero con dialogo su futuro della civiltà, nell'appunto del suo Diario del 1944, quando in Germania erano prevalenti le forze politiche tenute in scacco dal patto Hitler-Stalin. In tale appunto si nega valore alla meritocrazia democratica opposta a democrazia meritocratica e si fa disistima della antimetafisica e si attua, rifiuto del primitivismo, mostrandosi il marxismo immeritevole di presente e futuro e lo stalinismo inetto a consistere inncosa politica accettabile a causa di anacronismo elementare storico, tali critiche vertendo sul comunitarismo nazionale tedesco e sui comunismi costruitivi entro, basati su piani pattuiti non prestabiliti non schematizzabili perché inerenti volontà espresse liberamente. Tali comunismi iniziati con politica attiva di R. Wagner avevano estromesso il comunismo-marxismo dallo Stato tedesco prima del nazismo e fino a divisione dopo caduta del regime nazista ed erano di fatto le uniche esperienze nazionali comuniste realmente attuate in Germania Est nonostante il regime stalinista di marca filosovietica agisse per imposizioni ideologiche ed uso sistematico di minacce, aggressioni tormenti ed in anno 1964 ovviamente tutto questo esisteva ancora ma non in anno della recensione di Gabrielli, il 2012; tuttavia Junger aveva agito contro tali violenze già nel tempo segnato 1944 dell'appunto del suo Diario ed invece in anno 1964 si adoperava ormai per un futuro possibile esente dalle eredità dei venturi disastri comunisti-marxisti. È evidente allora che le premesse recensorie non sono superiori a quelle di Autore e recensione stessa può riuscire utile solo a considerarla autonegazione etica e rimando a stesso pensiero etico di Autore di Opera recensita.

(...)

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

La vera rivoluzione storica contemporanea non essendo stata proletaria ma operaia, non essendo stato il socialismo-comunismo sua forza fondamentale ma il socialismo-laburismo, di stesso sindacalismo russo e del potere di Lenin e del leninismo, dunque la considerazione di E. Junger va inquadrata entro riferimento ad alternativa ideologica al socialismo-laburismo, precisamente definibile sindacalista-libertaria. Inoltre a tale riferimento non può applicarsi alcun parametro storico postmoderno ma tuttalpiù ultramoderno od oltremoderno. Difatti risulta proprio per incongruità di visioni storiche, per un allineamento sostitutivo di prospettive moderne a postmoderne, darsi aporeticità non contraddittoria ma riduttiva di interpretazione recensoria, la quale comunque non ha reale valore ermeneutico. Codesta sostituzione è attuata mediante arbitraria attribuzione di significatività ad elemento culturale collettivo non comune di cattolicità massificata non cattolicesimo, per Ernst Junger solo un segno rivelatore oggettivo e collettivo, per la "recensora" soggettivamente un simbolo dimostrativo di oggettiva realtà comune, questa essendo ad Autore estranea e della quale la "recensora" stessa non ne considera limiti né conseguenze. Junger infatti introduce a comprensioni storiche profonde che pongono in luce diversa la storia della tecnica e definiscono, senza alcuna preventiva assunzione, altra realtà storica, che è anche della Massoneria, questa da tener distinta dalle Logge Massoniche ovviamente da non separarne. In recensione invece si esprime l'etica di massa cosiddetta "buonista", della partecipazione irriflessiva non mistica ai compiti segnati dai mòniti preteschi e vaticani in Italia e altrove e da questa espressione muovendo un apparato storico differente, che ha per unico riferimento la civiltà non la cultura di una certa indefinibile non indenotabile umanità che vive la contemporanea Età della Tecnica da ospite volontaria ma da detrattrice indesiderata. Ernst Junger per contro muove sue perplessità da altre motivazioni, non con morale estranea e distruttiva di ascendenza medioevale per giunta inautentica, bensì da socialità arcaica e secondo fatalità di consentimento alle ambizioni titaniche della medesima Età della Tecnica e dunque propone una riconsiderazione non 'lavorativamente-classista' del movimento operaio, oltre le riflessioni pubbliche di Heidegger a riguardo. Il mondo arcaico che fa da sfondo al pensiero di Junger è definibile prometeico ma solo per analogia, essendo segnato da ambizioni distinte dall'uso tecnico diretto e tecnologicamente indiretto tipico della semplice grecità e dunque propendendo per un conservativo progressivo superamento del filoellenismo culturale politico tedesco, tramite la riproposizione delle antichissime ambizioni 'fabbriche' della Germania, che solo mitografia germanica può opportunamente simboleggiare. In tal senso leggende della Picca di Sigfrido e della Spada di Attila (l'ostrogoto e proprio lo stesso l'unno) si accordano pienamente e non se ne trova antileninismo né dissidio Est-Ovest del mondo.
Nello scacco subito da vasta intellettualità italiana ad opera del marxismo invece tale dissidio si presenta ed ormai sconfitto dai tempi ma non già sconfitte le conseguenze ovvero anche gli sviamenti che rassegnano i poteri altri e legittimi ad altri nemici ed illegittimi. Nella difesa della Identità Europea, assai cara alle Destre politiche, si trova oggetto di desiderio di quei nemici e soggetto di loro incomprensione ed allora si comprende perché Junger (ovvero: Jünger) ammirava la spontanea forza operaia ugualmente ad intellettuale di sinistra pur non essendo "di sinistra".

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

Mi è necessario fare precisazione ed anche un poco di prudente ironia:

Nei miei messaggi ho scritto "recensora" tra virgolette, per chiarezza in quanto si tratta di corretto adattamento linguistico, non propriamente di volgimento a genere femminile ma di versione terminologica.

Si usava, spesso tempo addietro ora senza pari frequenza, lessicografia di italiano non scritto o non direttamente scritto e tale uso annovera vocaboli che consentono maggiori simmetrie verbali. Dunque di può dire, con la 'c' pronunciata ugualmente dolce anche senza vocale dopo: "recensicre", vocabolo da riportarsi in dizione scrivibile ovvero annotabile così: recensic're, oppure, con alfabeto internazionale (che appunto non è non italiano) recensiçre, cioè con apostrofo collocato sotto.

(Che tale uso sia italiano, è indubbio se non altro risultandolo da valutazione di italiano arcaico e di costanti di permutazioni usate in linguaggio poetico o alternativo. A suffisso -ore corrisponde suffisso -rice ma originariamente doppio suffisso ic-re, dato che la 'a' non potrebbe usarsi senza mutar senso del termine da volgere al femminile dunque andando a sostituirla una c consonantica 'dolce' che esprime caratteristica comunque femminile ed una i che appunto caratteristicamente non rappresenta mascolinità ed usata per inizio-raccordo ma anche quale indebolimento timbrico indiretto della consonante resa appunto dolce...)

La cosa spontaneamente si pensa cosí, quale zeppa non fusione di suffisso dal valore femminile: '-ice' ed elemento semplice 'r':

ic-r-e.

Purtroppo odiernamente la grammatica sintattica è usata in prevalenza ed in oblio della grammatica paratattica. È infatti utilizzo spontaneo, grammaticalmente paratattico, del tutto corretto, uso di consonanti con pronuncia dolce unite in non fusione ma pur sempre unite a non vocali. Ma quel che riesce semplice e corretto e chiarissimo e del tutto ordinatamente a dirsi non sempre riesce a scriversi con diretto scritto, a volte solo ad annotarsi con scrittura (pronuncie particolari non dialettali non possono neppure annotarsi).

Invece: 'recensitrice', è dizione in parte diversa non solo per genere perché include significato del 'recensito' oltre che del 'recensire'.

Comunque ho scritto "recensora" anche per umorismo,tuttavia senza contentezza... perché condizioni limitate di cultura politica fanno tristezza per la quale non bastano le parole scritte, a volte nemmeno il parlare.

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

... Ho scritto "recensora" anche per umorismo, tuttavia senza contentezza... perché condizioni limitate di cultura politica fanno tristezza per la quale non bastano le parole scritte, a volte nemmeno il parlare.

MAURO PASTORE