giovedì 14 febbraio 2013

Bochicchio, Vincenzo (a cura di), Dal corpo al simbolo. Ermeneutiche della corporeità

Milano, Franco Angeli, 2011, pp. 202, ISBN 9788856838213

Recensione di Donatella Pagliacci - 31/07/2012

Il volume raccoglie sette saggi che, muovendo da prospettive disciplinari diverse, si misurano con il tema del corpo, indagandone le sovrascritture simboliche. Per Lomonaco il lavoro possiede una certa rilevanza, nella misura in cui riparte “dall’assunzione problematica della posizione cartesiana in un orizzonte teoricamente evoluto dalla dimensione funzionale che regge le «Ermeneutiche della corporeità», preoccupate di comprendere il “passaggio” dal corpo al simbolo

 come movimento e non riduzione del primo termine al secondo”(p. 7). 
La relazione tra corporeità e simbolo è, come sottolinea anche il curatore (e autore di uno dei saggi),  una questione complessa e difficilmente riducibile a un unico ambito disciplinare, dal momento che tra i due si coglie una reciprocità utile per conoscerli entrambi. 
Il saggio di Luca Arcari muove dalla constatazione che, per indagare il tema del corpo all’interno dei diversi contesti storico-culturali, occorre partire anzitutto dalla storia sotterranea, relativa alla rimozione del corpo nudo e alla messa in evidenza della dialettica tra potere e corpo, “come correttivo alla cosiddetta repressione corporea” (p. 17). Il nesso tra corporeità e dimensione simbolica, che viene qui assunto come nucleo fondamentale, investe anche l’ambito religioso, in cui il corpo riesce ad esprimere tutta la sua “capacità di incarnare funzioni precipuamente religiose, proprio per il suo essere confine di un individuo rispetto agli altri, per il suo potere individualizzante, per il fatto di rendere attiva la presenza di ogni essere umano nel suo contesto sociale di appartenenza” (p. 19). 
L’indagine si snoda considerando la rilevanza del tema della corporeità nel mondo antico, in cui il corpo è visto come un microcosmo in un macrocosmo e in cui viene posta un’attenzione particolare al Proemio di Parmenide, ove il viaggio ultra mondano rappresenta un momento decisivo per comprendere il distacco di Parmenide dalla tradizione e per riconoscere l’autorità del poeta-filosofo che, in prima persona, effettua il viaggio nell’aldilà, significando con ciò l’accogliere nel proprio corpo la rivelazione. 
Il genere visionario è anche al centro della rilettura della tradizione profetica giudaica, alla quale viene riservata un’attenzione marginale rispetto al poema parmenideo, da cui emerge in ogni caso una certa “uniformità per quanto concerne i moduli estatici di contato con l’oltre-mondo” (p. 39). Nelle conclusioni l’autore ricorda che, l’esplorazione della trasfigurazione simbolica del corpo nelle diverse esperienze ultramondane, serve a sottolineare la centralità dell’esperienza sciamanica nel viaggio ultramondano che proprio spogliandosi della propria corporeità si rapporta con l’aldilà. 
Il saggio di Vincenzo Bochicchio s’incentra sul pensiero narrativo, di cui mette in evidenza la capacità di focalizzarsi sulla relazione tra dimensione somatica e psichica. L’analisi in tal senso muove dal lavoro condotto da Freud, il quale individua nella pulsione il termine di connessione fra dimensione psichica e somatica. Un’attenzione particolare è riservata al tema della compiacenza somatica, mediante la quale viene portato alla luce il conflitto psichico inconscio che né la parola, né la memoria riescono ad esprimere. 
Attraverso l’analisi sui disturbi somatici di origine psicogena, Freud ha messo in evidenza che tra le alterazioni fisiologiche, originate a livello inconscio, alcune sono connotate dal punto di vista simbolico, mentre altre non possiedono alcuna connotazione. Il versante patologico non è il dominio esclusivo dell’indagine freudiana che raggiunge con l’intuizione dell’Io-corpo un traguardo di indiscusso valore anche per i numerosi approcci che trovano nella psicoanalisi un valido punto di riferimento, come nel caso delle indagini che hanno come oggetto la genesi del pensiero infantile e la relazionalità madre-bambino. Si prendono in esame i lavori di Spitz e Stern sull’organizzazione del comportamento infantile e della tipica comunicazione madre-bambino, che è immediata e corporea e dalla quale si sviluppano una serie di indagini sulla dimensione del corpo-a-corpo. Il contatto fisico tra madre e bambino viene, per così dire, localizzato nel corpo, ma anche custodito per sempre nella memoria di ogni essere vivente. Tra dimensione somatica e psichica si riproduce uno scambio continuo, essenziale per l’intero sviluppo dell’essere umano e per la sua capacità di simbolizzazione, a partire dalla tenera età. Come dimostrano alcuni casi di pazienti affetti da alessitimia, i disturbi che hanno cominciato in età adulta si sono generati in realtà nella primissima infanzia, come sostiene anche Winnicott che parla di un “difetto maturativo” nel metabolismo mentale del bambino, le cui origini e ragioni possono essere rintracciate in un’alterazione nella funzione simbolica. L’elemento regressivo e di disorganizzazione emozionale, tipico dell’alessitimia, è di aiuto per riprendere il tema da cui era partito l’autore, ovvero la narrazione, perché questa investe la totalità dell’esperienza umana, compresa la dimensione corporea. La narrazione, infatti, si estende oltre il mentale e si configura come un elemento di congiuntura tra fisico e psichico e si dispiega in tre fattori essenziali: la sua portata sociale, l’eccedenza affettiva e la sua natura linguistica. 
Qui la narrazione è intesa nella sua specifica relazione alla malattia e alla sofferenza psicofisica, in cui la narrazione appunto ha come medium il corpo. Il corpo può essere altresì percepito seguendo tre accezioni distinte: il corpo individuale, il corpo sociale e il corpo politico. 
L’orizzonte narrativo non scade mai in un vuoto sentire, ma si organizza anche sotto il profilo cognitivo. L’ultimo elemento preso in considerazione dal saggio di Buchiccio è l’aspetto linguistico della narrazione, dal momento che è proprio il linguaggio che “contribuisce a rendere la narrazione un regolatore biopsicosociale, e a consentire una ricaduta del processo narrativo nell’ordine fisiologico” (p. 76). 
Il saggio di Vito Conte apporta un ulteriore contributo al quadro già ricco, nella misura in cui si preoccupa di indagare il significato della corporeità nella fisica classica. Il saggio riparte, infatti, dalla scoperta newtoniana della legge di gravità, grazie alla quale ha inizio quel processo di ideazione generato dall’esperienza di corporeità della mela. Questo perché, in effetti, nell’osservazione di Newton la mela perde la sua connotazione di corpo materiale, per divenire un corpo fisico, dotato di una massa corporea che, perpendicolarmente, si dirige verso il centro della terra. Qui si definisce lo scopo di Conte che intende ripercorrere le ragioni e i contenuti del viaggio condotto grazie all’intuizione di Newton, “verso il concetto di corpo e la concezione di corporeità in fisica classica, nel loro significato di configurazione e rappresentazione matematica dei corpi” (p. 83). La nozione di corpo rimanda quindi ai suoi riferimenti immediati che sono: spazio, tempo e materia. 
Le indagini intorno alla natura corpuscolare della materia e della luce hanno spinto la ricerca verso i confini stessi della materia: dall’infinitamente piccolo, all’infinitamente grande. I concetti utilizzati dalla fisica hanno conosciuto una diversa elaborazione che si è via via articolata nel corso delle diverse epoche. Specificatamente il concetto di corporeità, inteso come percezione senso-estetica dell’organizzazione della materia, ha perso di significato e ha assunto, in quanto corpo materiale, quello di energia. Il bisogno di semplificazione è alla base della trasformazione del corpo fisico in surrogato del corpo materiale, reso possibile grazie all’associazione tra geometria euclidea e fisica, come nel caso del raggio luminoso che è il modello fisico di luce più semplice. Infatti la “schematizzazione geometrica dei corpi materiali si configura, pertanto come la più essenziale ed immediata scelta, qualora si voglia esprimere e schematizzare in termini scientifici un’entità reale così complessa dal punto di vista fenomenologico qual è quella dei corpi materiali”(p. 89). Le teorie fisiche ed evoluzionistiche conducono ad alcune considerazioni circa l’esistenza di particelle elementari che, per la loro piccolezza, sembrerebbero addirittura prive di corporeità. 
Il saggio di Maria della Volpe si modella in maniera più circoscritta intorno alla riflessione svolta da Benedetto Croce intorno alla materia e al corpo. Croce opera un ritorno alla natura, resa partecipe del più ampio processo storico dell’umanità. Le vicende personali del filosofo si intrecciano con riflessioni filosofiche, conducendo verso temi inerenti lo Spirito o la visione del negativo. È proprio la vicenda della Grande Guerra ad orientare il filosofo napoletano verso le inquietanti questioni della malvagità umana, con tutta la gamma di figure negative che questa può assumere. La vicinanza di Croce a personaggi di spicco dell’epoca confermano, ancora una volta, la centralità e la fecondità della sua riflessione nel panorama non solo italiano, ma anche europeo. 
Ma la riflessione dell’autrice si concentra poi direttamente intorno al tema della corporeità, svolto da Croce a partire dai Taccuini, in cui la tematica della vitalità e del corpo prendono il sopravvento. 
Con un altro intento ermeneutico il saggio di Piero Marino si concentra sulla visione personalista e sulla nozione di corporeità elaborate da Karol Wojtyla. L’impianto metafisico trova nell’actus humanus una chiave di lettura privilegiata sull’uomo e permette di scoprire la connessione con la coscienza, intesa in senso attributivo. 
L’intento di fondo dell’indagine di Wojtyla rimane la possibilità di stabilire un nesso, qualificandone la natura, tra coscienza ed attività. Non accontentandosi della definizione di coscienza, così come è stata elaborata dalla metafisica classica, Wojtyla si focalizza sulla peculiarità dell’actus humanus, anche perché si rende conto che “non è la coscienza ad attivare la conoscenza, l’esperienza e tutte le altre forme espressive dell’uomo, ma è piuttosto grazie alla sua attività che queste si raccolgono e si rispecchiano nell’ambito della costituzione dinamica della vita personale” (p. 131). La coscienza non può essere assolutizzata, ma nemmeno ridotta ad una mera facoltà, essa è piuttosto intesa come luogo dove poter percepire e rendere manifeste le potenzialità dell’essere personale. Attività e passività sono, per come la vede Marino, al centro della riflessione di Wojtyla, il quale vede nella persona il dispiegarsi di tre potenzialità: quella psico-emotiva, quella somatico-vegetativa e quella costituita dal subconscio. Nel richiamarle brevemente, l’interesse dell’autore si sposta sulla questione della corporeità, dal momento che il corpo è visto sia come mezzo di espressione, che come mezzo di realizzazione della spiritualità e della libertà umane. Nel distinguere l’elemento psichico dall’anima, Wojtyla vuole soffermarsi sulla dimensione spirituale, che è il vero criterio ermeneutico anche della sua visione della natura e del corpo. 
Il saggio di Vincenzo Martorano possiede un approccio che certamente in una riflessione sulla corporeità non mancare. Si tratta della visione artistica con particolare riferimento alla lezione di Carlo Ludovico Ragghianti, storico e critico d’arte del Novecento italiano. Anche grazie all’incontro con Benedetto Croce, di cui sono stati già richiamati i capisaldi del pensiero sul corpo, Ragghianti si sofferma sul ruolo e sulla funzione dell’arte. L’arte è “creatrice e produttrice: essa pone un problema e lo risolve. Nello specifico essa pone il problema del sentimento: alla luce della esigenza estetica (…) il sentire diviene problema in quanto ‘aspirazione’, ‘inquietudine, ‘brama’ che attende di essere risolta in una parola, in un’immagine, in un suono, in una forma espressiva” (p. 150). 
Ragghianti si preoccupa altresì di ribadire, sulla scia di Croce, il nesso tra dimensione artistica e linguistica, maturando anche un punto di vista critico sia nei confronti dell’atteggiamento intellettualistico del linguaggio, che nei riguardi delle teorie naturalistiche dell’arte. Se il nucleo portante delle teorie delle arti del critico italiano, che passa attraverso la riflessione hegeliana, oltre che crociana è la nozione di tempo, i riferimenti al radicamento dell’arte nell’uomo inteso come “unità cosciente corporea”(p. 165) e al significato di formazione fonematica non sono meno significativi. La dimensione segnica riapre il discorso sul portato corporeo che è sempre implicato e mostra come anche  il tracciato di una retta rimandi sempre al soggetto co-implicato.  
L’ultimo tornante di questo discorso sulla corporeità è di natura giuridica ed è affidato alla riflessione di Felice Masi che si impegna ad approfondire la questione del copro sotto il profilo bio-giuridico. In particolare quello che lo interessa è la sovrascrittura del concetto di copro che gli permette anche di intercettare un topos caro alla filosofia della medicina, ovvero la differenza tra normale e patologico. La teoria del diritto, infatti, si focalizza sulla questione dello spazio che, sotto il profilo bio-giuridico, viene definito attraverso tre caratteri: la radice sensibile a priori; l’estraneità ad essere trattato solo sotto il profilo scientifico; l’essere connesso alla regolarità della significazione. 
La definizione del principio di normatività riveste un interesse primario anche rispetto ai principi di normalità e causalità e si allarga al piano epistemologico, oltre che a quello giuridico, questo perché come viene rilevato dall’autore: “Non solo i fatti reali sono espulsi dalle teorie fisiche, trasformati in fatti ideali, ma la medesima nozione di fatto giuridico è a rigore elisa dall’assiomatica formale della teoria del diritto” (p. 178). 
In questo ambito, la nozione di corpo viene assunto entro lo spazio della determinazione giuridica, nella misura in cui può essere interpretato sia come luogo di espressione che come spazio per lo sviluppo delle capacità e come soggetto di imputabilità.
L’impegno delle organizzazioni internazionali a favore della tutela dei diritti degli individui conferma che il tema del corpo occupa, a buon diritto, lo spazio biologico-giuridico. 
La determinazione del principio di causalità conduce anche l’autore a confrontarsi con una varietà di questioni come l’individuazione della differenza tra singolarità logica e universalità epistemologica nel caso dell’individualità biologica, ma anche della polarità tra concetto biologico e legge fisica. 
Il rimando conclusivo riapre l’intero nucleo delle questioni bio-giuridiche all’ambito fenomenologico in cui è esplicitamente posta la differenza tra Körper e Leib che sorregge l’intero impianto giuridico appena esposto. 


Indice:

Presentazione, di Fabrizio Lomonaco

Introduzione, di Vincenzo Bochiccio

Corpo spirituale/Corpo visionario. Soggiorni nell’aldilà e autorità competitive nel mondo antico, di Luca Arcari

Per una psicologia della forma simbolica: il pensiero narrativo fra psiche e soma, di Vincenzo Bochiccio

Morfologie di corpo materiale nella fisica classica: rappresentazioni e modelli matematici della corporeità, di Vito Conte

Uomini rinati selvaggi e fatti automi. La riflessione di Benedetto Croce sul corpo, di Maria Della Volpe

Il corpo e la persona. La fenomenologia cristiana di Karol Wojtyla, di Pero Marino

Linguaggio espressione corporeità nella teoria delle arti di Carlo Ludovico Ragghianti, di Vincenzo Martorano

La normalità dei corpi. Sull’assiomatica dello spazio biogiuridico, di Felice Masi

Nessun commento: