giovedì 5 settembre 2013

Bonato, Beatrice, Tondo, Claudio (a cura di), Fabbricare l’uomo. Tecniche e politiche della vita

Milano-Udine, Mimesis, 2013, pp. 243, euro 20, ISBN 978-88-5751-249-5.

Recensione di Rosangela Barcaro - 07/05/2013

Il volume trae il titolo dal progetto che la Sezione Friuli-Venezia Giulia della Società Filosofica Italiana ha realizzato ad Udine tra l’autunno del 2011 e la primavera del 2012, in collaborazione con il Liceo Scientifico Statale “Niccolò Copernico”, il Conservatorio Statale di Musica “Jacopo Tomadini”, l’Associazione culturale “vicino/lontano” ed il Comune di Udine. I saggi raccolti in questo nuovo Quaderno di “Edizione” sono frutto di rielaborazioni ed ampliamenti delle relazioni presentate 

durante le iniziative legate allo svolgimento del progetto, con le eccezioni dei contributi di Tiziano Sguazzero (intervento al convegno “La dignità umana nel dibattito bioetico e biogiuridico”, Udine - 2 novembre 2012) e di Eliana Villalta e Beatrice Bonato, che costituiscono lo sviluppo di riflessioni ed analisi in parte ricollegate al precedente Quaderno di “Edizione” Animali, uomini e oltre. A partire da La Bestia e il Sovrano di Jacques Derrida, curato da C. Furlanetto e E. Villalta.
I contributi della presente raccolta esplorano le possibilità – future e futuribili – di intervenire in modo sempre più mirato sul corpo umano avvalendosi delle applicazioni delle più recenti scoperte scientifico-tecnologiche e mostrano tra l’altro come, dall’iniziale obiettivo di guarire, o se non altro contenere e limitare i danni causati da malattia, disabilità ed invecchiamento, gli orizzonti e gli scopi della biomedicina si sono vieppiù ampliati; dall’originaria esigenza terapeutica l’attenzione si sta attualmente spostando verso il miglioramento o potenziamento delle capacità dell’essere umano, il cosiddetto human enhancement, ossia verso il perseguimento di finalità migliorative del singolo individuo e della specie umana, che si coniugano con una vera e propria “progettazione”, o addirittura “fabbricazione”, degli esseri umani (e più in generale della specie umana) del futuro.
Gli interrogativi che accomunano i saggi qui presentati sono essenzialmente due: “chi è l’uomo?”, e “che cosa significa “umano”?”. Per riuscire a comprendere quali potranno essere gli scenari del postumano, è essenziale, in via preliminare, trovare le risposte a questi due fondamentali quesiti. Le peculiarità dell’uomo e dell’umano sono tante e tali che sembra impresa ardua trovare risposte soddisfacenti. Ad esempio, l’intervento di Giovanni Leghissa, Il postumano: un nuovo paradigma? Riflessioni a partire dall’antropologia di Hans Blumenberg, punta l’attenzione su un aspetto che gli umani hanno in comune con le altre specie - l’autoconservazione - ma declinato assieme ad alcune particolarità. A partire dal pensiero di Blumenberg, Leghissa sottolinea la tendenza dell’animale umano all’autoconservazione, intesa non solo come pura “sopravvivenza”, ma anche come adattamento all’ambiente, e «come spinta a plasmare da sé le forme della propria esistenza» (p. 27), con esiti imprevedibili tanto sul piano etico che tecnico per l’ambiente nel quale l’uomo vive e per l’uomo stesso. Beatrice Bonato, in Il presente dell’umano, sottolinea invece altri aspetti connessi nello specifico all’“umano”: con tale aggettivo si intende ciò che è proprio dell’uomo e lo distingue dagli animali, dagli dei e dalle macchine, ed è associato a capacità creativa, altruismo, e - per contro - a crudeltà estrema, violenza e distruzione deliberata. Ma non basta: «è anche un comportamento, un tratto, una disposizione a cui attribuiamo una connotazione etica, e che associamo all’apertura, alla condivisione di una condizione di fragilità» (p. 157).
Che cosa può significare dunque pensare di superare l’umano, così come viene concepito dalla filosofia transumanista? Leghissa osserva che il desiderio di superamento dei limiti che caratterizzano l’uomo rappresenta il motore dell’autopoiesi naturale evolutiva; esso è anche un desiderio ambivalente, il cui accoglimento in chiave transumanista comporta – come ricorda Marina Maestrutti, Transumanisti e “bioluddisti”. Quale democrazia e quale etica per il postumano – la volontà di «liberare la specie umana dai suoi vincoli biologici» (p. 29). Nel suo saggio, Maestrutti delinea con ricchezza di particolari il dibattito etico statunitense e britannico sul postumano, e cita lo statunitense Francis Fukuyama, per il quale il movimento transumanista costituisce una minaccia per l’umanità dal momento che esso si pone l’obiettivo di creare esseri superiori, con uno statuto differente rispetto a quello dei cosiddetti esseri umani “normali”. Secondo l’autrice, il dibattito manca di cogliere una sfida, quella relativa all’antropocentrismo ed ai pregiudizi che lo accompagnano: di fatto il transumanesimo «riafferma la preminenza del potere dell’uomo, che fa della tecnologia un fine in sé, rinchiudendo sempre di più il soggetto umano nel suo antropocentrismo» (p. 59). Di opinione opposta è Roberto Marchesini, Tecnopoietiche transumanistiche. Egli individua nella filosofia transumanista numerosi quesiti, quali «il significato stesso della techne, la co-fattorialità del non-umano nell’identità umana […], il rapporto tra natura umana e condizione umana, il superamento dell’antropocentrismo nelle sue diverse scansioni»; in particolare Marchesini ritiene che la lettura della techne nell’ambito del postumanismo sia «un formidabile strumento di coniugazione con le alterità non-umane» (p. 76). Le alterazioni e manipolazioni del vivente forse potranno un giorno giungere ad alterare definitivamente i confini animale-umano-macchinino e a fabbricare un essere che ha scelto di indirizzare la propria evoluzione al di là delle leggi alle quali è stato sottoposto per centinaia di migliaia di anni; per Marchesini ciò non farà che ribadire ancora una volta la volontà umana di superare i limiti e gli ostacoli che la natura impone all’uomo e porrà le basi per una diversa convivenza tra specie. Questa opinione ci sembra in sintonia con quella espressa nel saggio di Francesca Scaramuzza, Animali singolari, nel quale è formulata una proposta di riconoscimento della dignità degli animali. Tale esigenza si mostra già oggi nel rapporto affettivo con gli animali da compagnia, nella scelta di diete vegetariane o vegane, nell’attenzione per il benessere animale in generale. Questi atteggiamenti testimoniano «da un lato che la domesticazione coinvolge anche, se non soprattutto, l’uomo; dall’altro, che una soglia è stata attraversata, un equilibrio antico si è spezzato» (p. 209). L’autrice propone dunque di trovare un nuovo tipo di contatto, soprattutto con gli animali impiegati a fini sperimentali nei laboratori, per produrre nuove regole di cittadinanza in vista delle costituzioni di comunità ibride che accolgano umani e non-umani.
La potenza manipolativa che prevedibilmente l’essere umano acquisirà in un futuro ancora non determinabile (ma forse non troppo lontano) avrà conseguenze politiche ed economiche, soprattutto se sarà indirizzata ad eliminare dall’orizzonte il limite posto dalla mortalità. Su questa problematica riflette Claudio Tondo, in La manutenzione dell’umano. Estendere la vita e vincere la morte nella prospettiva delle tecnoscienze. La ricerca delle cause che inducono l’invecchiamento e la morte con l’obiettivo dichiarato di estendere la vita porta con sé un ripensamento del significato antropologico e etico-filosofico di questi fenomeni, nonché una rideterminazione del senso e dell’esperienza ad essi sottesi. Il controllo sull’umano, ottenuto grazie al sapere biomedico, sarà un controllo esercitato specialmente sul tempo di lavoro: Tondo ipotizza che la bioeconomia si porrà come «obiettivo primario […] di opporsi alla “senescenza biologica” perché essa rappresenta il “limite ultimo della crescita”» (p. 103) e per raggiungere questo obiettivo sarà necessaria la transizione alla postmortalità. Con tutte le inevitabili contraddizioni che questa scelta porterà con sé: verosimilmente in nome dell’autonomia individuale e del rispetto della dignità, l’immortalità sarà accompagnata dall’accoglimento della moralità di pratiche di eutanasia ed assistenza al suicidio, da tentativi di mantenere (e manutenere) l’organismo umano in condizioni di efficienza, da tensioni e conflitti generazionali, da uno scarso ricambio della popolazione. 
Antonio Lucci, Il concetto di tecnica nel pensiero di Peter Sloterdijk e Eliana Villalta, Ancora Lettere sull’umanismo? si interrogano sul significato del concetto di techne,  alla luce dell’opera del pensatore tedesco Peter Sloterdijk. Lucci ricostruisce l’elaborazione della visione di Sloterdijk della tecnica come antropotecnica, che permetterà di indirizzare l’evoluzione della specie umana mediante specifici interventi di ingegneria genetica. La posizione del pensatore tedesco si comprende alla luce di una particolare accezione di umanismo, ossia «la modalità di domesticazione dell’uomo tramite la lettura dei testi classici, l’insegnamento della scrittura, il prolungato mantenimento della posizione seduta, la capacità di concentrazione silenziosa. In quanto tale l’umanismo è un’antropotecnica, vale a dire una tecnica che l’uomo applica all’uomo ai fini di una sua modificazione» (p. 115). Secondo Sloterdijk le manipolazioni genetiche, ossia un’antropotecnica di carattere genetico, si sostituiranno a quella di carattere umanistico per tracciare il futuro della specie umana. 
Villalta ritiene che Sloterdijk si ponga «in una posizione assolutamente eccentrica, tanto rispetto ai nostalgici difensori della concezione umanistica tradizionale, con i loro toni apocalittici, quanto agli entusiasti adoratori dell’innovazione» (p. 132). La sua opera ha destato un certo scalpore in Germania, è stata oggetto di dura critica da parte del conterraneo Jürgen Habermas, ma in essa Villalta vede la sfida che Sloterdijk  lancia per rendere possibile «un radicale ripensamento dell’umano come vivente prodotto e autoprodotto» (id.), per «rilanciare la filosofia dopo la filosofia, come modalità di autocomprensione dell’animale umano, non vincolata esclusivamente a modelli antropocentrici» (p. 134).
Tiziano Sguazzero, in Dignità e libertà dell’uomo. Le premesse filosofiche del dibattito sulla dignità umana, ripercorre il significato della dignità umana nella storia della filosofia e nei recenti documenti istituzionali delle organizzazioni internazionali incaricate di tutelare i diritti umani fondamentali, e si interroga sul senso della distinzione che viene posta tra interventi terapeutici e migliorativi per stabilire la liceità morale di quegli stessi interventi. La chirurgia estetica e plastica, l’incremento delle prestazioni sportive (oggi realizzato mediante farmaci e conosciuto grazie ai mass media con il nome di doping), la psicofarmacologia, vanno in una direzione diversa rispetto alla terapeutica e mirano «al soddisfacimento di esigenze di benessere» (p. 206). Esiste un ampio divario tra istanza terapeutica e istanza biotecnologica, tanto che per cercare di colmarlo «si sono ampliati i confini delle nozioni di salute e sofferenza e sempre più le pratiche biomediche sembrano rispondere alle esigenze e ai desideri individuali» (id.). Ma è ammissibile cercare di realizzare con ogni mezzo gli obiettivi che l’individuo si pone? Non dovrebbe esistere un criterio che guidi le scelte e nel caso stabilisca dei limiti invalicabili a certe pratiche? La proposta di Sguazzero è di impiegare come criterio orientativo «il concetto di dignità umana volto a preservare la libertà, la creatività e il perfezionamento sotto il profilo conoscitivo e morale dell’uomo, che gli sviluppi biotecnologici possono favorire ma non devono determinare causalmente» (p. 207).
In definitiva, i saggi presentati in questo volume gravitano attorno a tre possibili declinazioni del “postumano”, ossia : 1) manipolazione tecnica per alterare i confini della vita (immortalità o amortalità); 2) superamento dei limiti biologici imposti dalla natura: bisogno che da sempre anima l’uomo; 3) riconoscimento dell’appartenenza dell’essere umano ad una zoosfera e conseguente rinuncia dell’uomo a concepire se stesso come una eccezione rispetto agli animali. Ciascun saggio affronta con rigore temi estremamente complessi, e contribuisce a fornire un prezioso contributo alla ricostruzione del dibattito sul postumanesimo e transumanesimo presentando la letteratura più recente, soprattutto straniera.
L’idea di modificare, perfezionare o comunque indirizzare l’evoluzione naturale culturale e tecnologica dell’uomo sembra oggi voler essa stessa superare i confini che la circoscrivono, quelli tra il vivente e la macchina, al fine di conseguire un’esistenza priva di malattia e morte. Lo scenario che si può immaginare, forse presagire, è denso di interrogativi antropologici, filosofici, etici, politico-sociali, ed è in parte attualmente delineato dagli sviluppi dell’ingegneria genetica, della farmacologia, della diagnostica prenatale, della chirurgia estetica, impiegate per modificare e plasmare l’esistenza umana, per ottenere miglioramenti e vantaggi sulla cui liceità morale non si riesce a trovare un unanime consenso. Il pericolo è dunque che senza una riflessione capace di tenere in considerazione i prevedibili sviluppi scientifico-tecnologici e le possibilità di una regolamentazione delle applicazioni che da questi scaturiranno, si potrebbe rischiare in un futuro non lontano di dover affrontare dilemmi etici, senza poter più invocare a difesa della liceità morale degli interventi sull’uomo le finalità terapeutiche dei medesimi. 
Al momento non si riescono a sciogliere i nodi che riguardano la liceità morale di atti non terapeutici: come riusciremo a valutare se e fino a che punto alcuni interventi per lo human enhancement potranno essere accettabili, sotto il profilo morale e sociale, davanti alle pressioni di un “mercato” della biotecnologia e biomedicina in costante e progressivo avanzamento colonizzatore? Che dire poi del potere politico-economico, che già oggi con le decisioni di pochi condiziona la vita di molti ed estremizza disuguaglianze e disparità? Il futuro postumano sarà destino alla ripetizione infinita degli errori che hanno caratterizzato l’esistenza della specie umana in questi ultimi secoli della sua storia sulla Terra?
Il confronto è più che mai aperto. E il futuro più che mai ignoto.


Indice

Introduzione

Giovanni Leghissa
Il postumano: un nuovo paradigma?
Riflessioni a partire dall’antropologia di Hans Blumenberg

Marina Maestrutti
Transumanisti e “bioluddisti”
Quale democrazia e quale etica per il postumano?

Roberto Marchesini
Tecnopoetiche postumanistiche

Claudio Tondo
La manutenzione dell’umano
Estendere la vita e vincere la morte nella prospettiva delle tecnoscienze

Antonio Lucci
Il concetto di tecnica nel pensiero di Peter Sloterdijk

Eliana Villalta
Ancora Lettere sull’umanismo?

Beatrice Bonato
Il presente dell’umano

Tiziano Sguazzero
Dignità e libertà dell’uomo
Le premesse filosofiche del dibattito sulla dignità umana

Francesca Scaramuzza
Animali singolari

18 commenti:

MAURO PASTORE ha detto...

Postumanità elemento importante di cultura non ex-antropocentrica, ma postumanità è anche di ambienti ex o de-antropizzati... Proprio a questi ultimi dedicherò altri commenti; in questo mi limito ad osservare che non è sufficiente considerazione zoologicamente estesa per affrontare le attuali umane autorealizzatività che implicano mentalità e scelte di mentalità e non solo scelte di mentalità ma di eventualità e pure non mentali.
A questa affermazione si giunge per chiara distinzione non etno-antropologica bensì etno-psicologica. La difficoltà morale coincide con vanità di scrupolo quando non è direttamente suscitata; in tal ultimo caso deve riconoscersi eticamente sottoposta e non viceversa, dunque con universalità affatto relativa non secondo umana considerazione generale, solo globalmente costituita casomai ad uopo; ma tal evenienza è ridotta a de-antropizzazione. Difatti i problemi determinanti autorealizzatività sono inerenti distinzioni etniche oppure non sono divisori neppure in divisioni politiche. I dilemmi autorealizzativi corpo-mente concernono rapporti con tempi e luoghi fondamentalmte distinti e si constata entro tale necessarità di considerazione che non tutto si spiega con alternativa tra non antropocentrismo ed antropocentrismo e che la spiegazione principale concerne relazionalità naturale tra naturale etnocentrismo e non naturale nonché civile non etnocentrismo, questo riferimento purtroppo assolutizzato indebitamente da posizionamento culturale diffuso ed invalso di vieto tradizionalismo socialista in scopo originale di iniziale non finale globalizzazione poi degenerato ad etnofobia. Dato che entro pensiero etnico non ha potere esiziale negatività cui filosofia dovrebbe provvedere per risolver dilemmi di ricerca genericamente vitale di umanità e relativi limiti (transumanesimo - postumanesimo filosoficamente reputabili), si deve riconoscere pertinenza etica etnica quindi etnologica, che solo coinvolge scienza della etnologia — di cui purtroppo si fa conoscere da ambienti facoltosi solo risultanze etnografiche attribuendone ad antropologia sua inesistente precomprensione e negandone alle scritture etniche delle saghe letterarie.
Nella fattispecie si nota che autori recensiti non giungono a nessun filosofico dunque e recensore ne vorrebbe reperire in non etnicità ma per condizioni di difficoltà altramente etniche, per realtà europea a totalmente radicalmente altra consistente realtà, ovvero africana. Dunque in Europa non si tratta da parte degli interessati alla questione di farsi bastare un percorso morale, come se si fosse in un sentiero per savane africane dove civilissimi intelligentissimi vestimenti civili possano evitare invadenze di circostanze avvilenti o finanche devitalizzanti per stessa esuberanza non condivisibile e naturale; si deve considerar la cosa come se si fosse su un tratto percorribile di prato... europeo, dove bisogna farsi pronti a star tutti nudi, in armonia culturale ed in omissione civile; ed altrove altrimenti. Dunque etiche molteplici, di cui una l'etica del passaggio, paradigmatica, di piedi sopra il suolo non vesti su corpi; e data non secondarità di evidenza di questione, non si può continuare a basarsi su riferimenti mediati ad assolutezze; e se questo non coincide col cattolicismo attualmente diffuso da ex-cattolicesimo, bisogna accettare la realtà della aberranza di folle, sia aggregate che non; ovviamente non per accoglierne il triste officio di esiziale confusione subculturale ed ipercivile fino a disonestà distruttiva: invece che ascoltar acriticamente verbi elucubratori di massa, si ponga, attenzione a cosa fanno molti, troppi, non vitalmente desiderabili vivi solo che notando oggetto di tecnologia evoluta e utile si fanno invadentemente idioti (spesso anche se con ruoli da svolger per Stato).

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

In messaggio precedente: 'fondamentalmte' sta per

'fondamentalmente' ;

'ponga, attenzione' sta per:

ponga attenzione .

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

+

Postumanità elemento importante di cultura non ex-antropocentrica, ma postumanità è anche di ambienti ex o de-antropizzati... Proprio a questi ultimi dedicherò altri commenti; in questo mi limito ad osservare che non è sufficiente considerazione zoologicamente estesa per affrontare le attuali umane autorealizzatività che implicano mentalità e scelte di mentalità e non solo scelte di mentalità ma di eventualità e pure non mentali.
A questa affermazione si giunge per chiara distinzione non etno-antropologica bensì etno-psicologica. La difficoltà morale coincide con vanità di scrupolo quando non è direttamente suscitata; in tal ultimo caso deve riconoscersi eticamente sottoposta e non viceversa, dunque con universalità affatto relativa non secondo umana considerazione generale, solo globalmente costituita casomai ad uopo; ma tal evenienza è ridotta a de-antropizzazione. Difatti i problemi determinanti autorealizzatività sono inerenti distinzioni etniche oppure non sono divisori neppure in divisioni politiche. I dilemmi autorealizzativi corpo-mente concernono rapporti con tempi e luoghi fondamentalmente distinti e si constata entro tale necessarità di considerazione che non tutto si spiega con alternativa tra non antropocentrismo ed antropocentrismo e che la spiegazione principale concerne relazionalità naturale tra naturale etnocentrismo e non naturale nonché civile non etnocentrismo, questo riferimento purtroppo assolutizzato indebitamente da posizionamento culturale diffuso ed invalso di vieto tradizionalismo socialista in scopo originale di iniziale non finale globalizzazione poi degenerato ad etnofobia. Dato che entro pensiero etnico non ha potere esiziale negatività cui filosofia dovrebbe provvedere per risolver dilemmi di ricerca genericamente vitale di umanità e relativi limiti (transumanesimo - postumanesimo filosoficamente reputabili), si deve riconoscere pertinenza etica etnica quindi etnologica, che solo coinvolge scienza della etnologia — di cui purtroppo si fa conoscere da ambienti facoltosi solo risultanze etnografiche attribuendone ad antropologia sua inesistente precomprensione e negandone alle scritture etniche delle saghe letterarie.
Nella fattispecie si nota che autori recensiti non giungono a nessun filosofico 'dunque' e recensore ne vorrebbe reperire in non etnicità ma per condizioni di difficoltà altramente etniche, inerenti totalmente radicalmente altra consistente realtà, ovvero africana, non europea.
Dunque in Europa non si tratta da parte degli interessati alla questione di farsi bastare un percorso morale, come se si fosse in un sentiero per savane africane dove civilissimi intelligentissimi vestimenti civili possano evitare invadenze di circostanze avvilenti o finanche devitalizzanti per stessa esuberanza non condivisibile e naturale; si deve considerar la cosa come e non solo come se si fosse su un tratto percorribile di prato... europeo, dove bisogna farsi pronti a star tutti nudi, in armonia culturale ed in omissione civile; ed altrove altrimenti. Dunque etiche molteplici, di cui una l'etica del passaggio, paradigmatica, di piedi sopra il suolo non vesti su corpi; e data non secondarità di evidenza di questione, non si può continuare a basarsi su riferimenti mediati ad assolutezze; e se questo non coincide col cattolicismo attualmente diffuso da ex-cattolicesimo, bisogna accettare la realtà della aberranza di folle, sia aggregate che non; ovviamente non per accoglierne il triste officio di esiziale confusione subculturale ed ipercivile fino a disonestà distruttiva:
invece che ascoltar acriticamente verbi elucubratori di massa, si ponga attenzione a cosa fanno molti, troppi, non vitalmente desiderabili vivi solo che notando oggetto di tecnologia evoluta e utile si fanno invadentemente idioti (spesso anche se con ruoli da svolger per Stato).

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

In messaggio reinviato ho apportato miglioramenti al testo oltre che incluso correzioni già accluse.

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

Premetto:

Poiché vitalmente mia umanità di appartenenza non ha eventualità possibile di vitali penurie di energie vitali, non per pre-allarme ma per alienità di vitali circostanze possibili; né altra di egual non stesso destino ha situazioni per cui accadimenti effettivi di vitali penurie, datoché non c'è, per codesta, sorpresa, ma pre-allarme a fronte del destino di disagio in vaste situazioni come quelle odierne di altre umanità...
dunque questo mio commento e miei commenti successivi da inviare ancora non hanno scopo di fornire aiuti diretti né indiretti a declini di vitalità anche solo eventuali né hanno potere di costituire il più valido aiuto aggiunto per favorire emergenze mediche massicce
— ciò lo preciso anche perché esiste scelleratissima abitudine di moltitudini in difficoltà a svolgere assillanti e invadenti e tormentose ed interminabili questue, finanche minacciando e non solo minacciando di comporre moltitudini ed invadendo quanti più luoghi possibili; questue che in quanto deliberazioni diverse da vitalmente istintive, non sono azioni sincere e sono tentativi di invadere con veri e propri modesti lenti e non appariscenti suicidi di massa, invadenze pericolose perché distratte ed immotivate (tentativi meno occulti in realtà cosiddetta "cattolica" ormai cattolicista, più occulti in ambienti intollerantemente antireligiosi fino a completa contraddittorietà di non disinteressi) — .

!
L'umanità europea è varia e in essa esiste anche il voler vivere spontaneamente non discorde dal non voler più vivere, talché nessuna morte potendo accaderne in drammatica ignoranza della gioia naturale di vivere nel mondo il tempo della vita ('amortalità').
Tal armonia, nei mondi selvaggi, fuori Europa, è conquista fatale, preclusa a cultura civile; non in Europa dove selvatichezza è meno ma dove comunque la cultura è o può esser unita alla natura anche senza tramite civile e naturalità può formare civiltà — ed anche fatalmente nel destino greco (non solo elleno non solo ellenista non solo ellenico), cui vita è improntata a consapevolezza di ordini naturali sia vitali che mortali, per la quale la morte si manifesta, variamente secondo condizioni, direttamente quale trasformazione psicobiologica non solo termine fisiobiologico; e la forza vitale di tale consapevolezza ha per effetto che termini fisiobiologici accadano senza termini bioantropologici e trasformazione psicobiologica senza trasformazione bioetnologica; ma tal vita e non-vita (cioè non non-mortalità), non è esclusiva di vita compiutamente non solo naturale detta greca, variamente, difatti è anche la prerogativa di tutte le convivenze umane senza corrispondenze o senza fisse corrispondenze tra significanze e sensatezze: cotal vario rapporto di sensi e significati preservando entrambi fino a non-vita e da vita stessa; cui non-vivere non si mostra, mai in vivere, neppure nel morire che dunque risulta non vivere più, con ultimo vivendo nella morte senza il vivendo-morendo ("immortalità" però ovviamente del solo manifestarsi vitale). Peraltro la evenienza biologica, che manifesta la morte entro proprio stesso 'viver non più – non viver più', è circostanzialità che non è mai possibile destino a totalità di umanità! Dunque coloro () che hanno destino futuro ultimo di sol vivere e viver non più — con la morte presente per assenza vitale — ma non 'di vivere e vivere e morire' — con la vita assente per presenza mortale — non sono eccezioni del destino umano (antropologicolamente non teologicamente); e allora vera filosofia nel considerare sforzi vitali in relazione a pericoli mortali deve essere aperta alla considerazione ulteriore, non chiudersi in saper determinato.

...

MAURO PASTORE


MAURO PASTORE ha detto...


...
Pubblicazioni che considerano tutto entro la difficoltà delle presenza di morte sono filosoficamente limitate e non universali; e pubblicazione recensita e recensione tali si rivelano nell'accoglier linguaggi non mitologici non mitografici non mitopoietici ma mitici pur sempre ed inetti ad ammettere totalità stessa mitica di interesse filosofico generale, quale supremità di unità non ancora superiorità di unitarietà... Ciò vuol dire che il linguaggio mitico filosoficamente accettabile è quello che non rifiuta il simbolo, multiforme non meramente segnico, della sapienza personificata, detta “Sofia"; non rifiutare che è il non accettar di dire il non falso che potrebbe esser anche il falso, in fatto di sopravvivenze e non solo sopravvivenze.
Capire ciò significa accorgersi che è violenza proprio inaccettabile per qualunque vivere e sopravvivere il tentativo peraltro incompibile di sopravvivere e vivere a discapito del vivere e sopravvivere; perché solo questo ultimo assicura sempre pienezza di sensi e di significati vivendo.

Rapportarsi, da parte filosofica, al fare il mito di 'Homo Faber' non mitologicamente neppur mitograficamente entro vitali difficoltà, è rapportarsi esterno, che tende o tenderebbe a conoscere che entro la difficoltà vitale esiste la possibilità della aberrazione estrema, per la quale l'autoprodursi umano diventa soggetto ad impensabilità tali da comportare altrui erranze non trascurabili e disastrose.
Quindi certe insensatezze verbali diffuse in ambienti, non autentici, del cosiddetto pensiero del transumanesimo, corrispondono ad insignificanze reali... per le quali...

invece che proporre di usar impacco di funghi porcini, sedicente medico, sbagliando!, propone commistione tra grassi di porci e umani grassi...

Allora alla filosofia non basta di esser riuscita ad approcciare mondanità aberrante, deve identificare nel mondo individuato l'immondo da distinguere; poiché non ha senso menzionare filosoficamente mondi ignoranti per lasciarli perire.
A questo scopo bisogna filosofare in previa distinzione, anche di luoghi e per tempi, tra universale e particolare natura e riconoscendone negatività impositoria solo in particolarità non umane, di negatività stesse riconoscenodone effetti su civiltà e non viveversa; e dato che la vitalità europea bisogna di poca bastante civiltà anche perché culture europee direttamente volte a tecniche e tecnologie, bisogna intender evenienze di favorevolezza di fattispecie naturalmente coattive limitanti eccessi civili; è così che si accede a viver europeo che non sia ridotto al sol fine di sopravvivere e non restando inermi alle confusioni ipercivili di americanismi o alle extracivili omissioni africaneggianti neppur africane (perché in vita africana ruolo civile, più forte, non è ambiguo; poiché in vere politiche culturali americane non c'è mai possibile estrema confusione, di tecnica né di tecnologia, dovuta invece a sviluppi civili di non occidentalità — e nel pensiero europeo non c'è mai diretta presenza concreta del pensiero africano).

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MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

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La biomedicina, quale rimedio farmacologico, è proprio la medicina che non si avvale di manipolazioni probiotiche ma direttamente di ritrovati semplici ed essenziali biotici e ciò anche in applicazioni chirurgiche.

Recentemente a partire da sistemi fondamentali biomedici scoperti da ricerche italiane ed a seguirne anche in Italia stessa, la medicina occidentale dopo decenni da primi modesti successi poi non ritrovati più ha nuovamente ritrovato tattiche dirette non solo strategie nella cura valida di (determinate) malattie di cancro, approccio biologico e rimedi biotici rivelandosi appunto assai adatti proprio per i casi non di sola intossicazione-permeazione ma anche di energia vitale in crisi ovvero di malattia.
Invece ne sono soltanto imitatori ed insufficienti tentativi paramedici le pratiche di conduzioni o peggio conduzioni-introduzioni probiotiche (non biotiche né pro-biotiche, si badi!) di sostanze zoologiche non umane (pecorine, porcine...)... Oltre ad insufficienza per giunta di tentativo, tali pratiche sono inaccettabili perché igienicamente insostenibilmente precarie o più che precarie e del tutto insostenibili e quasi mai sopportabili sanitariamente, oltre ad essere per medicina non improvvisata opzioni arbitrariamente costruite per non empatie psicologiche e sovente per criminali antipatie contro rapportabilità - relazionamento medico-paziente... di fatto se proposte per sistemi sanitari professionali risultando proposte stesse purtroppo criminologicamente sempre rilevanti e biologicamente inette; soprattutto a causa di criminalità xenofoba od etnofobica sono state peraltro pubblicizzate e se ne tenta diffusione tramite descrizioni giornalistiche falsate, non senza sciagure informative e sociali e contro veri provvedimenti sanitari...
Esse somigliano agli impacchi od unzioni, artigianali, composte da derivati del latte, funghi... che in certi mondi contadini erano, sono usate a scopo consapevole ma non elaborato intellettualmente di creare una ambientalità altamente biologica e non ostile... Ma tutt'altro da tali ultime sono le pratiche di conduzioni o peggio conduzioni-introduzioni probiotiche (non biotiche né pro-biotiche, si badi!) di sostanze zoologiche non umane (pecorine, porcine...), le quali oltre a stabilire attinenze esagerate costituiscono peraltro neurovegetativamente carenze, tali da far sembrare la medicina neurologica più utile del reale o peggio dandone possibile necessità aggiunta creando malesseri ulteriori... difatti attuate per considerazioni zoologiche però su basi esclusivamente teriologiche, per esempio senza intendere natura parzialmente zoologica di funghi o coralli; e agite con una tormentosa ed insana confusività fisiologica, qualora accadesse in concomitanza di guarigioni essendone in connessione ma con rifiuto dei pazienti ad esser ancora tali per improvviso beneficio derivato da presa di coscienza, psicosomaticamente attiva, da avvenuta intuizione di paziente stesso della dabbenaggine nonché ostilità della strategia fattagli subire.

Esiste medicina che si applica alla cura di condizioni di malattie debilitanti, consumanti, riducenti; ma tal medicina non va confusa per infermeria.
...

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

Esiste infermeria, non attuata per protesi ma con sostanze biologiche o biotiche ricostituenti non sostitutive non probiotiche e non pro-biotiche, queste ultime ad effetto biotico, quelle probiotiche solo ad incentivo biotico; essa si applica alla cura di condizioni di infortunii debilitanti, consumanti, riducenti; tal infermeria non va confusa per medicina ed è stata sviluppata notando disastrosità di tentativi medici ostinatamente inclini o troppo dediti a sostanze antibiotiche o peggio a condizionamenti anti-biotici, sviluppata, anche e non solo, avvalendosi di resoconti professionistici di medicina omeopatica, medicina cui metodo è descritto e descrivibile scientificamente ma cui pratica si svolge con supporto di consulenze o conoscenze filosofiche o di tipo filosofico, cioè basate su ricerche di possibilità decisionali e logiche ulteriori o su conoscenze precise di tali ricerche. Di rapporti professionali medici, basati su uso mai utilizzo di dati scientifici (la medicina non è una scienza ed è scientifica se si avvale di scienze che non ne sono mai la pratica stessa), ne esistevano già corrispondenti, ma non sempre aggiornati a causa di ambienti quasi del tutto inetti a medicine assai sviluppate e per questo assai isolati dalle conoscenze maggiori anche fondamentali...
Tali ambienti cercano sovente ed invano nella medicina uno strumento valido per migliorare qualità delle condizioni vitali, ma tal miglioramento è tale se si avvale di strumenti sanitari preventivi o comunque altamente informativi circa limiti e prerogative della medicina.

La autorealizzazione antropologica, psicofisica, psichica, fisica, non è l'autoristabilimento sempre coadiuvato dalla vera infermeria quando riesce tale e non altro che questo l'infermeria potendo.


La autorealizzazione antropologica si fa per scelte di destino.
Per tal ragione, bisogna far massima attenzione agli abusi contro le attività di filosofia, perché la pratica filosofica direttamente attiene e potrebbe o può pertenere alla azione antropologica autorealizzativa, non esistendo di questa ultima alcuna realizzazione non autorealizzativacma ciò non significando non interazione possibile eventuale.

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

In ultimo messaggio:
'autorealizzativacma' sta per:
autorealizzativa ma .

In terzultimo messaggio:
'riconoscenodone' sta per:
riconoscendone .

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

Comunità "ibride" animali umane sono di fatto socievolezze instabili e precarie e nient'altro; vera scienza non fa esperimento su animali e pratiche veterinarie scientifiche fanno uso non utilizzo di scienze e con meno efficacia di pratiche mediche e tali realtà dette da taluni "ibride" sono: per un verso inautentiche perché non intendono in pensieri effimeri impossibilità di semi-umanità e si basano su domini di pensieri effimeri, per altro verso drammaticamente inette a comunioni naturali ma a comunanze costrette da circostanze non sempre accadute cioè talvolta procacciate. Le bestie cosiddette "cavie" erano in interessi comuni per disagi comuni da superare: invece che osservare difficoltà di moscerini della frutta per capirne di loro, molti campagnoli preferivano comprender casi analoghi di topini... In realtà urbane ciò non poteva accadere idilliacamente ed allora accadeva comunanza di disinteressi: non vegetali ma minerali ad esser vagliati non da uomini e topini di campagna ma da cittadini e da ratti, cui reazioni non concomitanti ma più utile vicinanza che con cimici... In realtà metropolitane ciò diventava non solo senza idilli ma in litigi: non bastavan neppure ratti asiatici per capire energie ostili ambientali ed allora bisognava andar a litigare nei porcili a contendere future libertà di nuovi suini votati a nuova vita selvaggia (ovvero da futuri cinghiali...) ma avversi a umana vita non solo civile... Ma studi in contrarietà non rendon differenti le scienze da ciò che sempre sono: se sperimentali su cose; se non per cose allora per solo esperire non esperimento; e chi ha vizio criminoso di far incubi e troppi (vaste moltitudini umane ne hanno più di vasti numeri di maiali), vorrebbe negarne e fa anche incubi che a volte sono usati per violenza che parendo azione scientifica mai potrebbe esserlo... Ma vi è pure la condotta di scienza senza o finanche contro saggezza a complicare il tutto, fintanto saggezza non torni o scienza non finisca — ma entrambe necessarie!... E a rischiare di più o ad essere in difficoltà immane è il mondo che fa uso pieno di medicina cioè sempre per utilizzo anche, che non è il mondo di Ippocrate né quello della Ippocratica Civitas medioevale, di fatto codesti per vaglio o per altrui non solo vaglio di medicina non altro; ma siccome in maggior parte di Occidente si vive in una condizione assai multietnica, per via di non ecologici spaesamenti ed antiecologici lontanamenti, problemi di mondi diversi si comunicano con coesistere dei diversi mondi non sempre distanti e raramente, nonostante tutto, separati. Tuttavia la realtà europea, peraltro adesso etnologicamente sostenuta da perseverare ed aumentare di climi artici e polari in mezzo agli effetti serra e tra colture stranite od estranee mentre nel Meridione del mondo si fanno tenaci i caldi protettivi antipolari, è votata ad uso solo modico ed utilizzo parziale o non utilizzo di medicina oppure ancor meno ed allora contrariare tal limite di necessità è un atto direttamente mortifero ai danni delle manifestazioni vitali — questo mi premeva assai di esporre, perché io non faccio parte del mondo per il quale la medicina è necessaria anzi per tal mio mondo la medicina è superflua.

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

Delle vicende in mio ultimo invio dette, va considerata dunque anche vicenda di sopravvalutazione scientista, sopravvalutazione che da parte di molti, troppi, ha intento di trasformare metodologie biologiche (genetiche, ambientali, evoluzioniste) in teorie biologiche, non metodologiche; e tali vicende di sopravvalutazione non aiutano autorealizzatività antropologica anzi possono sfavorirne.

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

Miei messaggi cui io accluse non incluse correzioni, conto di inviarli quanto prima con correzioni e tutte incluse.

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

Considerazione qualunque de:

il farsi umano della umanità e la durata della vita e la tecnica di sé e la tecnologia esternamente applicata,

non necessariamente accade entro riferimenti naturali determinati; eppure senza questi non è possibile utilità neppure di considerazione qualunque.
Filosoficamente è del tutto necessario il considerare entro concezioni determinate di natura;
né è possibile applicare cosiddetto "indebolimento" delle concezioni onto-metafisiche se queste ultime prepotentemente forti non sono o del tutto assenti sono;
ed è quest'ultimo soprattutto e secondariamente l'altro (della invadente preminenza onto-metafisica) il caso cui recensore ed autori recensiti di fatto si sono applicati od anche applicati ma senza adottare modalità filosofica abbastanza ampia per approdare a veri risultati di filosofia.


Non c'è dubbio che le affermazioni fatte su affermazioni di ciò che non consiste materialmente suscitano problemi a destino arduo fisico-psichico; nondimeno senza riflessioni su pensieri astratti nessuna umanità sa compirsi un destino.


MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

In particolare bisogna capire che la pratica della assistenza sociale non basta quale integrazione di pratiche terapeutiche nel rapportarsi a problematiche di evento considerato da recensore ed autori recensiti;
innanzitutto perché tal rapportarsi è rischioso od avvilente data violenza — in ogni caso — di accadimenti connessi, dunque l'approccio sociale può esser più insufficiente o più disastroso di approcci terapeutici, peraltro questi parziali o non opportuni o nulli;
difatti i problemi da considerarsi sono anche:

volontà di vivere e volontà di potenza assolutizzate oltre il volere propriamente assolutizzabile ed entro un non volere solo impropriamente relativizzabile;
perché non ha senso assolutizzare il già assoluto della vita e non ha significato relativizzare il già relativo del potere nella vita;

allora bisogna capire fino in fondo che affrontando tal questione si ha a che fare con dirette contemplazioni o aspettative della morte, datoché il vivere il destino di identità e non identità in scelte prive di conoscenze è desiderio di morte; e questo non sempre accade in tragicità di evenienze:

risulta infatti evidente che si ha a che fare, in mezzo a tattiche vitali disperate o pressoché, con strategie non vitali, che si notano in giocosità di accadimenti entro eventi realmente alieni da giocondità, dunque notandosi giochi per la morte o finanche alla morte;
e data estraneità di accadimenti in eventualità, si constatano giochi di morte cui tragicità a sua volta aliena da realizzazioni antropologiche e coincidente direttamente a suicidi etnici, evidentemente intromessi in difficoltà di futuri etnici, le quali solamente sono oggetto di vere tattiche vitali in relazioni a difficoltà del poter saper morire, al contrario eterodotta giocosità essendo solamente in relazione a non saper morire...

Per tal non singolarità di fatti, accadeva ed accade necessità urgente di individuare inaccettabilità oltre che accettabilità di eutanasie

— ultimamente da Stato italiano attuata disposizione di controllo giudiziario a tutela di volontà di vita non di morte, disposizione che moltitudini sedicenti politiche tentavano e tentano assurdamente di intender quali ordini di morte... si badi la difficoltà oltre che importanza di questione e soprattutto quale ne è stata la urgenza, non filosoficamente-politicamente affrontabile data ostinatissima insavia di condizioni cui si doveva provvedere con azioni vitali di dirette difese non ricerche di difese —

e le terapie, psicoterapie anche e fisioterapie anche, non possono servire a scopo di vita in tal necessità, perché esistono anche gli atti terapeutici psicoterapeutici anche, fisioterapeutici anche, di morte

— né si può risolver con una assistenza e per giunta sociale ciò cui assister è vano oppure sfavorevole ed anche a chi assiste.

(...)

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

Concezioni appropriate di natura non posson esser sufficientemente derivate da datità scientifiche neppure antropologiche e la antropologia scientifica non può far da solo supporto scientifico perché il farsi umano accade per rapporti agli ambienti e secondo reciproche naturalità;

allora è necessario anche riferimento ad etnologia e non solo a rapporti etnografici, antropologicamente usufruibili non utilizzabili...

ed è necessario pure riferirsi a psicologia scientifica non solo quale studio di manifestarsi della energia semplice in organismi umani oppure solo animali bensì anche in flora e specialmente in non-vita;

ottenendo così supporto scientifico il più vasto possibile, col quale poter instaurare — tramite interdisciplinarità scientifica opportunamente valutata non sopravvalutata cioè riconosciuta in valore di rapporti non a loro volta costituenti dati comuni — relazione davvero interamente utile per una cosmologia filosofica volta ad antropo-cosmologia.


Parimenti, data destinalità tanto grande e pensiero tanto vasto correlato della intuizione della durata della vita assieme ad intellezione del farsi umano, bisogna approdare, tramite l'accogliere assolutezze già presenti in realtà da considerare,

ad antropo-cosmo-teo-logia, non per adesioni religiose ma per connessioni di spiritualità ed eventuali religiosità;

quindi ritornare a cosmologia, cui formulazioni devon poter esser riferibili anche a tecniche e tecnologie; primieramente solo le tecniche rapportate al sé, essendo logica superflua da se stessi con se stessi nel farsi di sé.


Dunque:

psicologia generale del sé, Sé universale e particolare;
etnologia non applicata a sole nazionalità e non solo a quanto internamente ad esse cioè etnologia di interagire ed interazioni, non solo di interazioni;
antropologia del sacro cioè del rapportarsi umano alla inesplicabilità della relazione umana entro cui medesimi rapporti umani;

costituiscono validi riferimenti a scientificità; i quali però se accolti quali diretti scientifici, sarebbero per il filosofo limitanti; perché bisogna meditarne anche per non sopravvalutazione;
inoltre:

studi umanistici su religioni e religiosità;
conoscenze di spiritualità originarie ed originali e pratiche di spiritualità non solo conosciute bensì esperite;

fanno da culture di riferimento necessarie, per filosofia non necessariamente religiosa ma non materialista, dato che si tratta di capire destini anche e specialmente di volontà.


MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

(...)
Pubblicazioni che considerano tutto entro la difficoltà delle presenza di morte sono filosoficamente limitate e non universali; e pubblicazione recensita e recensione tali si rivelano nell'accoglier linguaggi non mitologici non mitografici non mitopoietici ma mitici pur sempre ed inetti ad ammettere totalità stessa mitica di interesse filosofico generale, quale supremità di unità non ancora superiorità di unitarietà... Ciò vuol dire che il linguaggio mitico filosoficamente accettabile è quello che non rifiuta il simbolo, multiforme non meramente segnico, della sapienza personificata, detta “Sofia"; non rifiutare che è il non accettar di dire il non falso che potrebbe esser anche il falso, in fatto di sopravvivenze e non solo sopravvivenze.
Capire ciò significa accorgersi che è violenza proprio inaccettabile per qualunque vivere e sopravvivere il tentativo peraltro incompibile di sopravvivere e vivere a discapito del vivere e sopravvivere; perché solo questo ultimo assicura sempre pienezza di sensi e di significati vivendo.

Rapportarsi, da parte filosofica, al fare il mito di 'Homo Faber' non mitologicamente neppur mitograficamente entro vitali difficoltà, è rapportarsi esterno, che tende o tenderebbe a conoscere che entro la difficoltà vitale esiste la possibilità della aberrazione estrema, per la quale l'autoprodursi umano diventa soggetto ad impensabilità tali da comportare altrui erranze non trascurabili e disastrose.
Quindi certe insensatezze verbali diffuse in ambienti, non autentici, del cosiddetto pensiero del transumanesimo, corrispondono ad insignificanze reali... per le quali...

invece che proporre di usar impacco di funghi porcini, sedicente medico, sbagliando!, propone commistione tra grassi di porci e umani grassi...

Allora alla filosofia non basta di esser riuscita ad approcciare mondanità aberrante, deve identificare nel mondo individuato l'immondo da distinguere; poiché non ha senso menzionare filosoficamente mondi ignoranti per lasciarli perire.
A questo scopo bisogna filosofare in previa distinzione, anche di luoghi e per tempi, tra universale e particolare natura e riconoscendone negatività impositoria solo in particolarità non umane, di negatività stesse riconoscendone effetti su civiltà e non viveversa; e dato che la vitalità europea bisogna di poca bastante civiltà anche perché culture europee direttamente volte a tecniche e tecnologie, bisogna intender evenienze di favorevolezza di fattispecie naturalmente coattive limitanti eccessi civili; è così che si accede a viver europeo che non sia ridotto al sol fine di sopravvivere e non restando inermi alle confusioni ipercivili di americanismi o alle extracivili omissioni africaneggianti neppur africane (perché in vita africana ruolo civile, più forte, non è ambiguo; poiché in vere politiche culturali americane non c'è mai possibile estrema confusione, di tecnica né di tecnologia, dovuta invece a sviluppi civili di non occidentalità — e nel pensiero europeo non c'è mai diretta presenza concreta del pensiero africano).
(...)

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

...

Esiste infermeria, non attuata per protesi ma con sostanze biologiche o biotiche ricostituenti non sostitutive non probiotiche e non pro-biotiche, queste ultime ad effetto biotico, quelle probiotiche solo ad incentivo biotico; essa si applica alla cura di condizioni di infortunii debilitanti, consumanti, riducenti; tal infermeria non va confusa per medicina ed è stata sviluppata notando disastrosità di tentativi medici ostinatamente inclini o troppo dediti a sostanze antibiotiche o peggio a condizionamenti anti-biotici, sviluppata, anche e non solo, avvalendosi di resoconti professionistici di medicina omeopatica, medicina cui metodo è descritto e descrivibile scientificamente ma cui pratica si svolge con supporto di consulenze o conoscenze filosofiche o di tipo filosofico, cioè basate su ricerche di possibilità decisionali e logiche ulteriori o su conoscenze precise di tali ricerche. Di rapporti professionali medici, basati su uso mai utilizzo di dati scientifici (la medicina non è una scienza ed è scientifica se si avvale di scienze che non ne sono mai la pratica stessa), ne esistevano già corrispondenti, ma non sempre aggiornati a causa di ambienti quasi del tutto inetti a medicine assai sviluppate e per questo assai isolati dalle conoscenze maggiori anche fondamentali...
Tali ambienti cercano sovente ed invano nella medicina uno strumento valido per migliorare qualità delle condizioni vitali, ma tal miglioramento è tale se si avvale di strumenti sanitari preventivi o comunque altamente informativi circa limiti e prerogative della medicina.

La autorealizzazione antropologica, psicofisica, psichica, fisica, non è l'autoristabilimento sempre coadiuvato dalla vera infermeria quando riesce tale e non altro che questo l'infermeria potendo.

(Esiste medicina che si applica alla cura di condizioni di malattie debilitanti, consumanti, riducenti; ma tal medicina non va confusa per infermeria.
(...) )

La autorealizzazione antropologica si fa per scelte di destino.
Per tal ragione, bisogna far massima attenzione agli abusi contro le attività di filosofia, perché la pratica filosofica direttamente attiene e potrebbe o può pertenere alla azione antropologica autorealizzativa, non esistendo di questa ultima alcuna realizzazione non autorealizzativa ma ciò non significando non interazione possibile eventuale.

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

... !

Ultimamente (assai recentemente) da Stato italiano attuata disposizione di controllo giudiziario a tutela di volontà di vita non di morte, disposizione che moltitudini sedicenti politiche tentavano e tentano assurdamente di intender quali ordini di morte... si badi la difficoltà oltre che importanza di questione e soprattutto quale ne è stata la urgenza, non filosoficamente-politicamente affrontabile data ostinatissima insavia di condizioni cui si doveva provvedere con azioni vitali di dirette difese non ricerche di difese.


— Vera filosofia nel considerare sforzi vitali in relazione a pericoli mortali deve essere aperta alla considerazione ulteriore, non chiudersi in saper determinato.

... Ciò però mai implica il negar saperi ottenuti.


MAURO PASTORE