mercoledì 26 marzo 2014

Montanari, Marcello, Studi su Vico. Idea della storia e forme della politica

Lecce-Brescia, Pensa MultiMedia, 2013, pp. 135, euro 14, ISBN 978-88-6760-077-9.

Recensione di Antonio Pesce - 29/01/2014

Nel primo libro del Capitale Marx cita Giambattista Vico. Lo fa nel capitolo dedicato al rapporto tra le macchine e la grande industria (XIII), dove, criticando quanto scritto da Mill nei suoi Principi di economia politica, definisce il «macchinismo … un mezzo alla produzione del plusvalore». E, in nota, scrive: «Darwin ha richiamato l’interesse sulla storia della tecnologia naturale, cioè sulla formazione

 degli organi della pianta e dell’animale come strumenti di produzione della loro vita: non merita forse uguale attenzione la storia della formazione degli organi produttivi dell’uomo sociale, che costituiscono la base materiale di qualunque organizzazione della società? E non sarebbe più facile ricostruirla, dal momento che, come dice Vico, la storia umana si distingue dalla storia naturale perché noi non abbiamo fatto la seconda e abbiamo fatta la prima?» (ed. Utet). Da questo tributo a Vico, non comune nel pensiero tedesco nonostante i tanti debiti verso quello italiano (anche se la lezione di Spaventa può sembrare troppo marcata da interessi politici e pedagogici inerenti alla situazione sociale della sua epoca), si può capire anche quanto unilaterale fosse l’esempio che Engels fece sulla tomba dell’amico, paragonandolo al solo Darwin e dando vita ad una querelle interminabile sul vero senso del materialismo storico. 
L’uomo ‘fattore’ non più solo del proprio destino ma della Storia tutta, al fine di costruire «una ‘dimora’ che renda tutti gli uomini liberi e sicuri» (p. 10). Questo il fil rouge che Marcello Montanari segue in questa raccolta di scritti dedicati al filosofo della Scienza nuova. La politica - qui si riconosce l’eco di Marx - «non è solo tecnica, ma è quell’attività, quella specifica “tecnica” – se si vuole continuare ad usare questo termine – che va utilizzata per unire gli uomini entro le mura della città. Mura che devono assicurare a tutti i cittadini la vita, la tutela degli interessi e la libertà. Politica è dare un comune principio di cittadinanza alle differenze; è costruire un sistema unitario di relazioni, di obblighi reciproci tra interessi, volontà e culture diverse» (p. 38). 
Vico, per Montanari, si colloca in quella linea di pensiero che, da Bruno a Hegel fino a Gramsci, pur non nutrendo alcun rimpianto per quel mondo in cui il sacro della religione e il profano della politica andavano a braccetto, tuttavia non auspica un mondo disgregato, privo della sua forma. È questo un modo originale di risolvere una questione che ha impegnato gli studiosi per molto tempo, quella cioè se Vico fosse o no un antimoderno. In Italia, tutti i maggiori studiosi se ne sono occupati, e il «Bollettino del Centro di Studi vichiani» ne segnala gli echi (si legga quanto scrive Fabrizio Lomonaco alle pp. 364-365 del suo saggio nell’opera La cultura filosofica italiana attraverso le riviste, 1945-2000, vol. 1), rinnovati soprattutto all’indomani della pubblicazione del libro di Mark Lilla, G.B.Vico. The making of an anti-modern.  Nuove obbligazioni sono necessarie, nuovi legami, grazie anche ad una «nuova arte critica» che ridoni un sistema di segni, questa volta costruito dalla prassi umana, e tuttavia non mera convenzione, ma forma con una propria storia. Non metafisica né nichilismo, ma retorica, che da Cicerone a Petrarca all’umanesimo, si fa «ragione comunicativa». La verità non è più corrispondenza della parola alla cosa, ma è opera, «risultato del fare umano». Sono i bestioni a dare un senso ai segni che provengono dal cielo, vedendo questo come un grande corpo. In ciò l’umanesimo, ma disincantato, senza utopismo: Vico comprende l’emergere di un «uomo dissociato» e, dunque, anche il comparire di una politica come potenza. Perché lì dove l’uomo fa conto per sé, senza altro vincolo con l’altro che non la sua forza (fosse pure la forza della ragione - la barbarie della riflessione), cos’altro può portarlo alla societas? Una lezione ancora oggi attuale. «Ma umanesimo in questo senso specifico – ci tiene a sottolineare Montanari – che in quella tradizione, che nell’arte retorica vide la potenza della politica, si fonda la prima consapevolezza del destino dell’uomo (e del Dio che vive nel finito) è nell’accettare e nel comprendere la vita civile come il luogo “naturale” della propria esistenza; che l’uomo fuori dalla polis può esistere solo come “bestione”» (p. 43). 
Nell’Autobiografia Vico considera suo autore Ugo Grozio. Nell’etimo, autore non è semplice lettura, pensiero studiato a fondo, bensì guida salda e fondamento del proprio percorso speculativo. Nella stessa opera, però, pare prenderne le distanze. Come si coniugano le due cose? Grozio è l’autore che gli permette di «vedere come la molteplicità di fatti empirici, accertati dalla indagine filologica, si strutturino secondo un organico ordine storico, che la filosofia riesca a cogliere come la verità stessa del procedere fattuale» (p. 52). Tuttavia, il rimprovero che il Napoletano muove a Grozio (ed anche a Selden e Pufendorf) è di aver confuso il diritto naturale delle genti con quello dei filosofi. Nel De costantia iurisprudentis Vico distingue tra un ius naturalis prius e un ius naturalis posterius, dove il primo è il riconoscimento di un agire umano che, seppur non riducibile ai moti fisici del corpo come negli animali, tuttavia non è ancora soggetto alla ragione. Ed è per questo che il secondo deve tenerne conto: la ragione, nell’uomo come nell’ente collettivo, non è mai completamente dispiegata. Questa critica vichiana, con gli altri sviluppi che Montanari mette bene in evidenza, ci permette di capire limiti e pregi del giusnaturalismo. Innanzi tutto, la natura umana non è mai riconducibile all’animalità e alla razionalità astrattamente concepite, e siccome il diritto naturale è di diverse specie, questo va tenuto conto. Non siamo animali né angeli: non siamo mai completamenti legati alla sfera corporea, ma non siamo mai soltanto spirito. Inoltre, se è vero che l’uomo non può essere mai completamente legato alla comunità, tuttavia non se n’è mai visto uno che si sia dato i natali da solo e che da solo, ancora, abbia vissuto. Il concreto uomo non è mai la bestia solitaria che, d’un tratto, diventa uomo, e addirittura fine intellettuale, di quegli intellettuali con ricette sempre pronte sul mondo nuovo che ha da venire. Né è mai la marionetta nelle mani della Storia o del potere costituito, che lo intruppano svuotandogli l’anima e facendolo agire a loro piacimento. Ad unire gli uomini c’è un fas commune, un fare costituito da incontri (i più casuali e per le ragioni più banali) e di scontri, di lingue comuni e di abitudini. Può sembrare paradossale, ma i popoli non sono opera di ingegneria sociale. Per fare un solo esempio, nella discussione pubblica, con relative polemiche, per i centocinquant’anni d’unità nazionale i problemi sono sorti proprio dal non tenere conto di questo, che l’Italia non era nata nella Storia ancor prima dell’unità statale, perché vi fosse una ben precisa razza italica o un’unità politica, ma perché nei millenni un determinato territorio ha vissuto alcune vicende, è stato crocevia di alcuni incontri, ha sviluppato delle tendenze e ha sentito dei bisogni. Se la Storia fosse stata altra, ciò che oggi denominiamo come Francia, Italia, Austria e Germania avrebbero potuto essere un solo territorio, con una sola lingua. Ma non è dei ‘se’ che la Storia si nutre. 
«Vico vede, allora – scrive Montanari – che il diritto si genera dalla stessa vita materiale dei popoli e delle nazioni. Le forme giuridiche e l’ordine politico si radicano nei mondi vitali, nascono dal sentire degli uomini: non sono prodotti della “ragion pratica”, ma della “fantasia”, della creatività umana» (p. 65). 
Sentimento è quello della paura: i bestioni temono i segni che vengono dal cielo, e chi li sa interpretare assume un ruolo guida nella comunità. La paura è discriminante nelle forme di governo, il cui assetto solo apparentemente, secondo Montanari, è triadico. In realtà, i ‘governi divini’ e quelli ‘eroici’ si basano su questa paura e quelli ‘umani’ sulla libertà da questa. La paura divide, mentre unisce l’uguaglianza degli uomini davanti alla legge, perché questa, finalmente scritta, sarà leggibile da tutti: «Il nesso, che Vico instaura tra paura e sapienza dei segni celesti e tra questa sapienza (=scienza della interpretazione dei linguaggi) e la struttura del potere è l’elemento fondamentale della sua “teorica dei governi”» (p. 71). Questo passaggio avviene nell’antica Roma sotto i Gracchi e le lotte tra patrizi e plebei che porteranno alle leggi agrarie. Di rilievo è, però, l’interpretazione che Montanari ne dà: è un salto qualitativo, poiché «le forme di governo non sorgono geneticamente l’una dall’altra, ma sono nella loro essenza (o nei loro principi) originariamente diverse e autonome … stanno idealmente l’una accanto all’altra, senza che si possa in alcun modo affermare che le più recenti siano anche le più progredite e perfette o, quanto meno, più perfettibili» (p. 77). Nel concetto di ricorso c’è la chiave, anche se spesso è stata usata male perché non ne è stato capito il senso. Vico non pensò mai che la storia potesse tornare identica a se stessa, così come non credette che il punto da cui egli poteva guardarla, fosse quello in cui una profonda razionalità viene dispiegata. Si dispiega non solo la ragione, ma anche la barbarie, e se si può essere bestioni per eccesso di passioni, si può ridiventarlo anche per eccesso di ragioni: è questo il profondo attacco che egli muove a Cartesio. «Il carattere monastico della filosofia cartesiana induca alla costruzione di un tipo di società in cui ogni legame si spezza di fronte alla potenza del cogito» (p. 79). È una nota di rilievo questa, anche perché l’autore, nel resto dell’opera, non dimostra alcuna acrimonia verso lo storicismo (anzi), e tuttavia ci invita a liberarci da uno schema che egli definisce «vetero-storicistico e/o giusnaturalistico» (p. 78). Infatti, egli riprende la lezione di Croce che, negli Elementi di politica, definisce Vico il vero erede di Machiavelli. Entrambi, mutatis mutandis, figli di quell’umanesimo civile nato per gestire i conflitti della res-publica e garantire «a tutti la libertà e la sicurezza individuale» (p. 115). E qui si ritorna alla questione della retorica, arte della discussione pubblica. Per Vico, la retorica non era manipolazione sofistica della verità, bensì arte del «bene dicere», del dir bene la verità. Perché anche le buone ragioni hanno bisogno di forza per affermarsi. Soprattutto in un tempo che – nota Montanari – vede la crisi dell’assolutismo barocco, e «la politica sembra ritornare a farsi discorso, dialogo». Lezione quanto mai disattesa oggi, dove le uniche ragioni portate sul tavolo della discussione pubblica sono quelle legate ad una egoicità che si vuole senza ‘legami’, senza religio. 


Indice

Prefazione
Nota bibliografica
1. Dell’interpretazione dei segni. Ovvero: storia e politica
Nota su Vico e Dostoevskij
1. Vico e Grozio
2. La teoria delle forma di governo nella “scienza nuova” di Vico
3. L’immagine della città in Vico e in Hegel
4. Il machiavellismo di Vico 

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