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lunedì 26 luglio 2010

Berni, Stefano - Fadini, Ubaldo, Linee di fuga. Nietzsche, Foucault, Deleuze.

Firenze, Firenze University Press, 2010, pp. 188, € 17,90, ISBN 9788864530673.

Recensione di Silverio Zanobetti - 26/07/2010

Storia della filosofia (contemporanea)

Nietzsche è stato la scatola degli attrezzi di Foucault e Deleuze; questi ultimi sono la scatola degli attrezzi per i nostri due autori che, valutando come fondamentale l'apporto del poststrutturalismo, cercano di leggere il presente in veloce trasformazione.
Il testo è intessuto di numerose note bibliografiche in cui vengono prospettate interpretazioni discordanti o necessarie contestualizzazioni.
Nel primo capitolo della prima parte, attraverso una breve rivisitazione di quelle che sono le tappe del pensiero di Foucault, vengono rilevati alcuni punti critici a causa dei quali il suo discorso rischia di cadere su se stesso, salvo poi ritrovare nuova linfa alla fine degli anni '70.
Viene innanzitutto descritto il passaggio dal momento semistrutturalista in cui è presente un certo positivismo ad un'analitica interpretativa in cui sono le formazioni discorsive che creano l'oggetto.
Viene poi descritto l'avvicinamento di Foucault a Nietzsche attraverso l'articolo “Nietzsche, la genealogia, la storia”: qui si delineano i concetti di biopotere, biodiritto, biopolitica, potere pastorale, ortopedia sociale. In Le parole e le cose risulta ancora più evidente la vicinanza di Foucault a Nietzsche, soprattutto nella critica a Marx ("sono i rapporti di potere che si servono dell'economico per assoggettare i soggetti e non viceversa", p. 29; "non è tanto l'economico che fonda la morale ma è la morale che produce l'istanza economica", p.30). Foucault cerca di mostrare la continuità tra il paradigma utilitaristico-illuminista e il paradigma confessionale, tra il potere disciplinare e il calvinismo-puritanesimo.
Uno dei punti critici del suo pensiero consiste nel fatto che, date le sue premesse, Foucault non può scegliere fra la visione rousseauiana-marxista e la visione positivistico-nazista: da una parte ritiene ingenua la possibilità stessa della rivoluzione (non c'è alcuno spontaneismo all'interno della popolazione e non tutti i criminali e i pericolosi sono utili per la rivoluzione) e dall'altra rifiuta la medicalizzazione e il pensiero che esistano delinquenti nati. In altre parole: o Foucault abbandona la visione rousseauiana-marxista dando il via libera alla volontà di potenza, affermando, nietzschianamente, che i criminali resistono al potere, oppure crede ad uno Stato veramente democratico in cui il potere punisce non mascherandosi da sapere. Connesso a questo punto critico ne nasce un altro che risulta centrale in questa parte del libro. Foucault non crede a una morale naturale o ad una natura morale. Ma, allora, se non esistessero istinti o piaceri del corpo, il potere normalizzatore non incontrerebbe resistenze. Ecco che viene qui in aiuto la nozione di soggettività intesa come cura di sé. Il ritorno alla Grecia dell'ultimo Foucault deriva dall'aver intuito che il potere pastorale, che sta alla base della modernità e del biopotere, trova le proprie radici nel pensiero ellenistico-romano. Ecco che Foucault trova nel cinico e nello stoico nuove possibilità di resistenza al potere. Berni ripercorre il passaggio descritto da Foucault dal momento greco-romano (autofinalizzazione del rapporto con sé, etica coincidente con l'estetica, estetica dell'esistenza, ontologia critica di noi stessi) a quello cristiano (il soggetto si giudica in base a norme, vuole conoscere se stesso, vuole la verità sul sesso).
Il secondo capitolo affronta più da vicino il rapporto Foucault-Nietzsche e analizza criticamente alcuni punti come la dialettica nei due autori e la presenza di un certo positivismo-hegelismo nelle diverse tappe del pensiero di Foucault. Centrale rimane il punto critico già visto nel primo capitolo: Foucault, a differenza di Nietzsche, evita volontariamente di riconoscere le istanze vitali del corpo, le forze pulsionali e istintuali, limitandosi a sospettare del potere descrivendo come esso operi, senza dire cosa dobbiamo fare per resistere ad esso.
Dopo aver spiegato in che senso per Berni (e per Deleuze) Nietzsche sia antidialettico, viene rilevato un evidente positivismo di Foucault nel momento in cui il filosofo tenta di far "parlare la storia" (p. 62). Il suo essere dialettico-hegeliano nel periodo della Storia della follia è innegabile e confermato dallo stesso Foucault: non c'è niente di sovrastorico, tutto è dentro la logica del potere. Anche se la storia di Foucault è la storia dei vinti, storia non più alla ricerca della verità ma dell'esteriorità dell'accidente, non c'è storia che non sia della razionalità. Nelle pagine successive Berni si chiede se tale riflessione possa valere anche per il Foucault genealogista.
Nel terzo capitolo Berni prova a "dedurre che le tesi di Callicle stanno a quelle di Trasimaco come quelle di Nietzsche stanno alle tesi di Foucault" (p. 79). Berni conclude sostenendo che la posizione di Foucault (la natura è solo un guscio vuoto) è condivisibile nel momento in cui si intende quest'ultima come natura razionalistica di tipo giusnaturalistico ma non è più utile se ci accorgiamo della necessità di tener conto della natura umana intesa come "naturalità corporea e fisica connessa a pulsioni presenti biologicamente nell'uomo" che si presentano come "quanti di energia piuttosto plastici ed eterodiretti" (p. 92)
La seconda parte, elaborata da Fadini, si innesta perfettamente nel discorso di Berni rilevando come lo stesso Deleuze si sia preoccupato di sottolineare l'importanza delle linee di soggettivazione (deleuzianamente nelle linee di soggettivazione la forza invece di entrare in rapporto con un'altra forza ritorna su sé) in Foucault nel momento in cui quest'ultimo si accorse che esse sfuggivano alle pretese di sovradeterminazione dei poteri e dei saperi. Se Berni notava giustamente la ritrosia di Foucault a dispensare consigli su cosa fare per resistere (limitandosi a descrivere come si comporta il potere), la lettura deleuziana risponde certamente anche a questa istanza. Infatti i dispositivi di potere in Deleuze (il dispositivo consiste in una serie di pratiche sia discorsive che non-discorsive: esso può comprendere, ad esempio, discorsi, istituzioni, sistemazioni architettoniche, leggi, misure amministrative, enunciati scientifici e proposizioni filosofiche) sono solo delle "affermazioni del desiderio stesso". Grazie alla lettura deleuziana il pensiero di Foucault riesce a liberarsi da un certo storicismo attraverso le linee di fuga, intese come "le punte di deterritorializzazione nei concatenamenti di desiderio" (p. 115). Fadini analizza le loro differenti prospettive: dalla questione del desiderio-piacere al primato dei concatenamenti di desiderio rispetto ai dispositivi di potere, dalla società che si fa strategia in Foucault (in cui quindi acquista senso la nozione di resistenza) alla società del controllo in Deleuze.
I successivi capitoli risultano apparentemente più frammentari.
In realtà il saggio sul cyborg cerca di interpretare i cambiamenti della società postfordista a tecnologia avanzata attraverso una rivisitazione dei concetti di biopotere e biopolitica, che così com'erano stati elaborati da Foucault, non risultano più molto utili.
Partendo dal testo Il Cyborg, Fadini rileva "un'invasione immateriale dei corpi a opera del linguaggio" (p. 123) che si scontra con lo scatenamento della pluralità dei corpi foucaultiano perché la vita non è più un dato e il corpo foucaultiano non c'è più, il corpo del cyborg è solo un'"amalgama di biologia e tecnologia". Cedono i confini fra umano e animale, fra macchina e organismo (il professore parla di "naturale artificialità dell'essere umano" p. 127) e fra fisico e non fisico. Questi cedimenti ad opera delle tecnologie avanzate vanno letti politicamente in modo da far sì che meccanismi come il networking diventino motore di una mutazione antropologica, sociale e collettiva. Nel Manifesto cyborg della Haraway viene sottolineata la velocità della vita sociale che crea un tempo detemporalizzato (la "società del rischio" odierna è caratterizzata anche dall'"elevazione della simultaneità a parametro temporale essenziale", pp. 132-133) e una quasi impossibilità di un'agire progettuale. Auspicando una ritemporalizzazione dell'agire in vista di una maggiore responsabilizzazione rispetto alle conseguenze delle proprie azioni, la cura di sé e la parresia socratica risultano concetti fondamentali per ipotizzare una trasfigurazione del soggetto come conseguenza delle esperienze del medesimo. Abbandonare un'etica prescrittiva per un’etica in cui il sapere, al centro delle nostre società (temi che sono al centro anche dei lavori precedenti di Fadini) della conoscenza, possa essere l'oggetto di "un reinvestimento da parte del soggetto su se stesso" (p. 135).
Fadini, riprendendo brevemente l'analisi di Berni su Foucault, sottolinea come la biopolitca moderna oggi diventi "molecolare e intrusiva" (p. 137) e che quindi, perdendo il corpo la sua unità, le analisi di Foucault necessitino del contributo di Deleuze nel configurare il ‘fuori’ come un'opportunità per tracciare "una zona di soggettivazione non facilmente controllabile".
Nei capitoli successivi ci si concentra su vari testi di studiosi contemporanei e su vari autori (l'incapacità del linguaggio nozionale nell'esprimere l'estasi della pura perdita di Bataille, il pensiero corporante di Klossowski, lo Spinoza deleuziano) attualizzando queste letture nel contesto della società globalizzata (constatando le conseguenze di una morale prescrittiva, una diffusa cancellazione della contingenza della storia, la disattenzione verso l'importanza democratica delle "forme del linguaggio" e dell'"apprendimento in generale" rilevata anche nei testi di P. Levy, la supremazia tradizionale della coscienza sul corpo).
In conclusione, il merito del volume è da una parte quello di indagare il contesto intellettuale che ha determinato l'interesse di Foucault per le "tecniche del sè" (p. 49), dall'altra quello di attualizzare la ricerca foucaultiana in modo da giocare la carta di un'etica del soggetto non prescrittiva contro le dinamiche del capitalismo postfordista. La continua problematizzazione delle questioni contribuisce, insieme alla indicazione di molteplici vie di ricerca, a fare di questo libro un utile e inattuale strumento di lettura del presente.

Indice

Introduzione
CAPITOLO PRIMO - FOUCAULT
Al di là dello strutturalismo e dell'ermeneutica
Il diritto e la forza
Biodiritto
Economia, diritto e potere
Potere disciplinare e modernità
L'azione politica del sé
CAPITOLO SECONDO - NIETZSCHE E FOUCAULT
Il Problema della dialettica
Nietzsche e Foucault teorici della politica?
I "sofisti" Nietzsche e Foucault
Biopolitica e natura umana in Nietzsche e Foucault
CAPITOLO TERZO - A PARTIRE DA DELEUZE E FOUCAULT
Deleuze attraverso Foucault
Relazioni incerte. Tra Deleuze e Foucault
Soggetto cyborg. Differenze
Pretesti foucaultiani
L'affetto del fuori. Annotazioni a partire dal "Roussel" di Foucault
Esperienze del pathos
Il "pensiero corporante”. Complicità, amicizie e impertinenze in filosofia


L'autore

Stefano Berni svolge attività di ricerca presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Siena. Tra le sue ultime pubblicazioni: Nietzsche e Foucault. Corporeità e potere in una critica radicale della modernità, Milano 2005; Epigoni di Nietzsche. Sei modelli del Novecento, Firenze 2009.

Ubaldo Fadini insegna all'Università di Firenze, occupandosi prevalentemente di antropologia filosofica e di estetica. Tra le sue ultime pubblicazioni segnaliamo: Figure del tempo. A partire da Deleuze/Bacon (ed. Ombre corte, 2003); Soggetti a rischio. Fenomenologie del contemporaneo (ed. Città aperta, 2004); Le mappe del possibile. Per un'estetica della salute (ed. Clinamen, 2007); La vita eccentrica. Soggetti e saperi nel mondo della rete ed. (Dedalo, 2009).

Link

http://www.scform.unifi.it/mdswitch.html (sito della Facoltà di Scienze della Formazione di Firenze: la pagina personale di Fadini si trova nella sezione Docenti).

venerdì 15 gennaio 2010

Fadini, Ubaldo, La vita eccentrica. Soggetti e saperi nel mondo della rete.

Bari, Dedalo, 2009, pp. 192, € 16,00, ISBN 9788822053794.

Recensione di Adriana Marigliano – 15/01/2010

Antropologia, Scienze cognitive

Il testo, animato da un eclettismo labirintico, tipicamente postmoderno, annoda, intorno all’antropologia filosofica novecentesca, diverse discipline, spaziando dalla sociologia alle scienze cognitive, dalla letteratura alla cinematografia. In esso traspare lo sforzo dell’autore di leggere in profondità i grandi mutamenti determinati dallo sviluppo tecnologico, in particolare dalla rivoluzione informatica.

Il discorso si sviluppa a partire dalla considerazione che l’intimo rapporto tra lo sviluppo della società della conoscenza e determinate dinamiche della formazione costituisce il motore propulsivo di cambiamenti formativi, produttivi e sociali, bisognosi di una nuova analisi, distinta dal quella specifica fordista. Infatti, sostiene Fadini, riprendendo le acute analisi di Sergio Bologna e di Christian Marazzi, in un tempo in cui la potenza tecnologica non è espressa dalla catena di montaggio ma dal computer, bisogna prendere atto che la forza-lavoro non è tanto disciplinata quanto stimolata dalla tecnologia così come, in uno spazio sociale che punta massicci investimenti sulla formazione e che poggia sull’economia della conoscenza, bisogna riconoscere che il corpo della forza-lavoro, in quanto sedimentazione viva di saperi codificati e di esperienze (il General intellect di cui parlava già Marx nei Grundrisse), contiene funzioni proprie del capitale fisso e dei mezzi di produzione.

Certo, le grandi trasformazioni portatrici di radicali sconvolgimenti nei modi di vita di milioni di persone necessitano di una chiave interpretativa attenta a non cadere in facili toni catastrofici o entusiastici. Questa volontà di equilibrio ermeneutico, resa possibile dal dialogo con autori molto diversi come, per citarne solo alcuni, Arendt, Haraway, Baudrillard, Virilio, Guattari, Deleuze, Foucault, Benjamin, Bauman, Latour, Simondon, Lévy, è sempre presente in tutto il saggio. Fadini non si esime dal mettere in evidenzia i processi di assoggettamento, visibili nell’ideologia perversa della formazione perenne e del controllo biopolitico, nella crisi dell’educazione, nella “socializzazione asociale”, proprie del mondo post-industriale, sprovvisto di una sintesi sociale in cui sia condiviso un orizzonte di senso comune, costruito e consolidatosi nel tempo. A questa inquietudine che permea, come dice Heidegger, la nostra epoca dell’insicura sicurezza, Fadini fa più volte riferimento, ricorrendo alle visioni oniriche della letteratura distopica o della filmografia fantascientifica, in cui si ripete un continuo richiamo alla fine dell’uomo. Lo studioso, però, cerca anche la possibilità di una valutazione positiva dei cambiamenti in atto, capace di cogliere i processi di soggettivazione innescati dalle sollecitazioni del post-fordismo, di individuare le nuove strategie contenute nella rete, che può attivare il “prosumerismo” (contrazione di produzione e consumo), rendere più trasparenti “le sfere opache del potere”(p. 182) e diffondere, sebbene sulla base di un “legame debole”(p. 182), pratiche di socializzazione creativa portatrici di una nuova “cultura partecipativa” (p. 187). Di qui si spiega il continuo rimando, in tutto il testo a Pierre Lévy, del quale Fadini, pur non condividendo i toni eccessivamente enfatici rivolti al cyberspazio, riconosce l’importante contributo teorico alla comprensione delle trasformazioni della società post-industriale, che poggiano essenzialmente sulla teoria degli spazi antropologici.

Nella prospettiva di Lévy, fortemente influenzata dagli studi del paleontologo Leroi-Gourhan, natura e artificio costituiscono due aspetti strettamente connessi nella vita dell’uomo, la cui humanitas richiama non solo la terra, ma anche i processi che la umanizzano e la trasformano nello spazio sedentario del territorio (mediante quello che Derrida chiama il processo di linearizzazione che prende avvio con l’istituzione dell’agricoltura, della città e della scrittura), nello spazio deterritorializzato dei flussi (mediante l’affermazione del rapido scambio di energie, materie prime e merci) e nello spazio “liquido” dell’intelligenza collettiva (mediante la formazione, comunicazione, informazione su cui poggiano le reti di produzione e transazione).

Secondo Fadini, il nuovo spazio antropologico, molteplice, virtuale ha finalmente consentito di pensare la tecnica nel soggetto: nel cyberspazio tutto pensa, per cui i dispositivi tecnici sono degli attori a pieno titolo quanti gli uomini, che hanno ingranaggio con la macchina (p. 26), costituendo con essa un unico corpo vivente. In questa relazione assolutamente simmetrica (Latour) tra uomo e tecnica cade ogni rivendicazione umanistica: non c’è nulla che si possa definire puramente umano; l’idea di purezza, anzi, è solo uno schema astratto che, sostiene l’autore riprendendo il pensiero di Deleuze-Guattari e le suggestioni teratologiche della cyborg-culture, separa quanto nella realtà si è dato, da sempre, come ibrido, combinato, composto, mescolato. L’splosione della tecnologia nell'poca post-industriale ha fatto emergere potentemente questa con-fusione, eliminando quei confini, tra umano e animale, fisico e non fisico, naturale ed artificiale, interno ed esterno, difesi dalla filosofia logocentrica e dalla sua fedeltà al mito delle origini e della purezza. Essa ha fatto tramontare il feticcio dell’oggettività legato alla pretesa di identità stabile e unitaria” (p. 54).

La vita dell’uomo si è finalmente palesata a partire dal corpo, vera e propria chiave d’accesso all’agire tecnologico. L’antropologia filosofica lo ha diversamente sostenuto, presupponendo un’originaria carenza organica o, al contrario, un’originaria “capacità – sempre organica – di altissimo livello” (p. 91). Fadini analizza queste due prospettive fondamentali dell’antropologia filosofica novecentesca (Gehlen, Plessner, Alsberg) alla quale accosta, in modo originale, le posizioni più recenti del filosofo francese Simondon, mostrando tutte le potenzialità ermeneutiche presenti in un approccio, come il suo, basato su una curvatura antropologica. Grazie a questa prospettiva, l’autore, in tutto il testo, ci indica nuovi segnavia di pensiero, alla cui base c’è la chiara consapevolezza che l’intelligenza produttiva dell’uomo, legata al corpo che è “di-segno di differenza” (p. 51) , si svela come capacità di trasformare la sua natura “altra” rispetto all’ambiente, in una continua proiezione fuori di sé, in un continuo processo di oltrepassamento di quella centralità che l’uomo stesso riconosce come propria posizione nel mondo. Ben si comprende, quindi, la scelta operata da Fadini, di intitolare “La vita eccentrica” questo testo, dedicato ai “soggetti e saperi nel mondo della rete”, la cui idea di fondo consiste nel rendere utilizzabile l’antropologia filosofica attraverso la sua applicazione al mondo artificiale del cyberspazio, al fine di cogliere nell’”ingegnosità sociotecnica” nuove “linee di soggettivazione“, capaci di fornire energia all’agire politico in senso tecno-democratico.

In tale direzione si spingono le analisi che occupano l’ultima parte del testo, ove si configura una nuova ecologia cognitiva capace di reinventare nuovi modi di abitare l’oikos, nuovi modi possibili di stare al mondo, grazie alla naturale artificialità dell’essere umano, cui è connesso un processo di continua ridefinizione dell’uomo.

Una nuova soggettività nello spazio comunicativo delineato dall’interconnessione globale è possibile, però, solo a partire dalla comprensione della dimensione temporale, alla quale Fadini dedica interessanti analisi. L’era della globalizzazione è caratterizzata da un’inaudita “contrazione” delle distanze spazio-temporali che hanno comportato una ridefinizione percettiva di ciò che è vicino, lontano, presente, passato e futuro, con una “forte ricaduta sulle forme del pensiero e del linguaggio, sulle modalità della comunicazione, sugli aspetti fondamentali di vita sociale e su tutto ciò che concorre alla riproduzione individuale” (p. 146). Si è affermata una nuova cognizione della temporalità, accompagnata dall’angosciante sensazione di una continua mancanza di tempo. Appiattendosi nella dimensione de-temporalizzata ed assoluta del “qui ed ora”, il tempo ha perso il suo carattere estatico. Si è passati, “dal presente come dimensione strategica dell’agire al presente come istantaneità de-temporalizzata” (p. 151). Che fare, quindi, di fronte alla disarmante de-temporalizzazione del tempo che accompagna “l’accelerazione sociale in modo da destrutturare irrimediabilmente i costrutti dell’esperienza che scaturiscono dai processi di soggettivazione” (p. 152)? Che fare in quello che Heidegger chiama il “tempo della povertà” e Virilio l’era dell’accelerazione cronofaga, dominato da una saturazione infomazionale che se da un lato consente all’uomo di vedere tutto, dall’altro rischia di farlo diventare cieco di fronte a diverse visioni del mondo? Fadini, propone di appellarsi alla responsabilità, intesa come “pratica di ri-temporalizzazione dell’agire” etico-politico (p. 153), capace di rispondere ad una ridefinizione del soggetto e di connetterlo nuovamente con gli altri e con il mondo a partire da una “alter senza ego” (Stiegler) , capace di fare i conti con quella dimensione irriducibile ed extrasoggettiva del “fuori” e capace di prendere coscienza di “uno spazio antropologico di scorrimento, di apertura, di multi-appartenenze”, in cui campeggia non un uni-verso, ma i mondi diversi della moltitudine: soggetti e corpi, liberi, che possano spinozianamente, accrescere la dynamis, il potenziale di “creazione affettiva e cognitiva” (p. 164) .

Indice

Prefazione di Pietro Barcellona 
LA «SOCIALIZZAZIONE ASOCIALE». APPRENDIMENTO E PROCESSI PRODUTTIVI 
Esperienza e specialismi 
La pratica della connessione e la comunicazione difficile 
TECNICA E CORPO SOCIALE 
Fare-macchina 
Il corpo come interfaccia 
L’ibridazione soggettiva e il nuovo divenire umano 
LO SPECIFICO CYBORG 
Di-segni di differenza: mostri 
Urbanografie ed esercizi di libertà (nell’«età della tecnica») 
ANTHROPOS E CAPITALISMO DIGITALE 
La differenza di Marx. Un supplemento 
ANTROPOLOGIA DELLA TECNICA 
Retroterra tecno-filosofici 
Attività tecnica, ragione sociale e libertà: Gilbert Simondon 
Deleuze su Simondon 
SPAZIO E SAPERE 
SOGGETTIVAZIONI ECCENTRICHE 
CONTRAZIONI SPAZIO-TEMPORALI: LETTURE DEL CONTEMPORANEO 
Per un’etica della libertà 
ETICA E CYBERSPAZIO


L'autore

Ubaldo Fadini insegna presso l’Università di Firenze. Fa parte dei comitati di redazione e dei comitati scientifici di alcune riviste, tra le quali «Fenomenologia e società», «Iride» e «Millepiani». È au­to­­­re di numerosi saggi, tra i quali: Sviluppo tecnologico e identità personali. Linee di antropologia della tecnica (2000); Figure nel tem­po. A partire da Deleuze/Bacon (2003); Soggetti a rischio. Fe­no­me­­nologie del contemporaneo (2004); Le mappe del possibile. Per un’estetica della salute (2007). Ha inoltre tradotto e curato testi di Deleuze, Gehlen, Lessing e Virilio.