sabato 30 aprile 2005

Rorty, Richard – Vattimo, Gianni, Il futuro della religione. Solidarietà, carità, ironia, a cura di Santiago Zabala.

Milano, Garzanti, 2005, pp. 93, € 12,00, ISBN 88–11–60040-5.

Recensione di Maria Maistrini – 30/04/2005

Filosofia teoretica (ermeneutica, metafisica, pragmatismo), Storia della filosofia (contemporanea)

Questo piccolo ma significativo libro curato, sollecitato, introdotto e anche tradotto da Santiago Zabala contiene due interventi, rispettivamente di Richard Rorty e di Gianni Vattimo, a proposito di ruolo e valenza del tema religioso nell’esperienza e nella filosofia dei due protagonisti, i quali, pur, come si sa e s’immagina, nella differente presa in cura prospettica di luoghi e problemi della speculazione e della narrazione filosofica, offrono al lettore alcune interessanti convergenze.
Per presa in cura prospettica intendiamo nietzscheanamente la diversa prospettiva dalla quale, storicamente, Gianni Vattimo e Richard Rorty, si sono, ognuno a proprio modo, presi cura della verità. Poi, per quanto attiene al tema centrale qui in discussione, la religione, ci sembra lapalissiano ma lo ricordiamo ugualmente, con ogni probabilità nessuna seria riflessione filosofica (qualunque ne siano il più o meno contingente punto di partenza e lo sviluppo concettuale) può astenersi dall’emettere una sentenza su Dio.
Quale che sia questo giudizio (che tale Dio sia dato per morto, malato, o brillantemente sopravvissuto), la questione metafisica è e resta centrale, e può essere rimossa soltanto attraversando più o meno inconsapevoli mistificazioni storiche e teoriche.
Diciamo storiche perché non è di una qualsivoglia divinità che qui si parla, ma del Dio che si è incarnato nella storia, appunto, e questo, ci sembra, già in sé mette in moto un meccanismo produttore di differenza. Una differenza di categorie speculative che Gianni Vattimo ama presentare soprattutto sul filo della tradizione cosiddetta postmoderna dei filosofi continentali, e Richard Rorty, invece, in maniera più tenue, su quello piuttosto della possibilità, in generale, di tenere una conversazione più o meno interessante su un qualche argomento in qualche modo filosofico che possa essere soggettivamente condiviso – come può essere appunto il tema religioso.
Già da anni avvezzi al sottile umorismo – la famosa ironia - di Richard Rorty, i lettori non si lasceranno certo ingannare questa volta: al di là di uno stile così morbido e apparentemente dimesso, le argomentazioni del professore newyorkese non sono poi così deboli. Con la solita scrittura veloce ed attraente, l’autore esterna anche in questo breve saggio le ragioni della sua visione del mondo. Lo scritto, già apparso in “Reset” nel 2002, è giustamente ripreso qui da Zabala perché, al di là dell’argomento religioso comune, è lo stesso Rorty a istituire analogie e differenze del suo pensiero rispetto alla Weltanshaung vattimiana. Elogiando più volte infatti in particolare il saggio Credere di credere. È possibile essere cristiani nonostante la Chiesa? di Gianni Vattimo, il nostro giunge a vedere differenze non di sostanza - dopo aver ricordato che la sua posizione è comunque, a priori, “antiessenzialista” (p. 33) – fra loro: «e differenze fra me e Vattimo si riducono alla sua capacità di cogliere il sacro in un evento passato e al mio senso del sacro come qualcosa che può risiedere solo in un futuro ideale. […] Vattimo pensa (scil. invece) che la decisione di Dio di trasformarsi da nostro padrone a nostro amico sia l’evento decisivo» (p. 44). E conclude: «La differenza fra questi due tipi di persone (scil. come Vattimo e come me) è la differenza tra un’ingiustificabile gratitudine e un’ ingiustificabile speranza» (p. 45), riferendosi alla propria generica speranza in un mondo futuro migliore dove regni la solidarietà assieme con l’amore «docile, paziente, capace di sopportare ogni cosa» (ibid.). Questo, secondo Richard Rorty, è qualcosa come un futuro della religione. In effetti, una conclusione piuttosto “debole”.
Le sue argomentazioni, però, abbiamo detto, non ci sembrano particolarmente deboli, non più di altre. Sostiene difatti il nostro, introduttivamente, che «non c’è bisogno di raggiungere un occhio di Dio sovrastorico, una visione globale delle relazioni tra tutte le pratiche esercitate dall’uomo» (pp. 35–36), e anzi propone la solita tolleranza e il solito vivi e lascia vivere nei confronti gli uni degli altri, credenti e non credenti. E insiste: «L’arena ep istemica è uno spazio pubblico, uno spazio dal quale la religione può e deve ritirarsi» (p. 40). A noi, più che “pensieri deboli”, questi ricordano enunciati prescrittivi. 
Gianni Vattimo, al contrario, con l’altrettanto nota agilità, ma con più umiltà, propone in questo scritto, anche esso già uscito come articolo in “Eidos”, ma nel 2003, la sua ontologia debole già nota al pubblico. Ma, alla luce del principio – valore di carità, nel suo discorso splende un impegno – l’impegno personale e diretto in merito alla questione religione – che fa un po’ ombra alla generica tolleranza rortyana, la quale qui fa un po’ la figura di una metafora dell’indifferenza, sostanzialmente, cioè: nella sincerità intenzionale – che si sente – del desideri o di evitare conflitti, Rorty di fatto, paragonato a Vattimo,  evita le risposte, qualunque risposta, appellandosi a una sua presunta “non musicalità religiosa”. Come a dire che non si è mai posto la questione di Dio. E in questo è poco credibile. Ma si sa, per un cosciente pronunciamento del nome di Dio, a volte è davvero necessario aspettare situazioni – limite, come la morte, per esempio, su cui Rorty non esprime nulla, ma che certo non può passare inosservata all’heideggeriano (post quanto si voglia) prof. Vattimo.
Egli infatti, nel pensare ermeneuticamente anche le categorie della religione – cristiana - (cfr. anche il suo successivo Che cos’è la religione oggi?), ricorda che comunque «nella interpretazione si dà il mondo, non ci sono solo immagini ‹soggettive›» (p. 48). Questo per dire che l’ontologia ermeneutica può aiutare a uscire dall’oggettivismo che ha caratterizzato in particolare la storia della Chiesa cattolica, ma non è relativismo assoluto. Nell’“età dell’interpretazione” una buona idea (un’idea anche caritatevole) può essere un «rovesciamento di questo genere» (p. 52): «Dire che non crediamo al Vangelo perché sappiamo che Cristo è risorto, ma crediamo che Cristo sia risorto perché lo leggiamo nel Vangelo» (ibid.).
Questa la proposta di Gianni Vattimo.
Secondo l’acuta visione di Santiago Zabala, però, «l’ultimo traguardo della ricerca dopo la fine della metafisica non è più il contatto con qualcosa che esiste indipendentemente da noi, ma solo la Bildung, la mai conclusa formazione di sé» (p. 10, c.n.). E tanto più si può essere ancora d’accordo con lui, quanto più si rifletta sulla sua bella metafora dell’Occidente ancora “convalescente” (p. 14) rispetto alla malattia metafisica. Ma perché allora tanta brillante intuizione non trova il coraggio di scegliere la sua salute?
In un gradevolissimo confronto finale, infatti, i tre, Rorty, Vattimo e lo stesso Zabala, appunto, ripercorrono assieme i temi del libro, aggiungendo invero altri interessanti stimoli al pensiero circa l’attualità politica e filosofica; ma non giungono all’atto finale, cioè a individuare il futuro della religione nel futuro del Sé, né a proporre una possibile analogia tra guarigione dalla religione dogmatica e clericale e guarigione del Sé. Perché? A quale totem si sentono ancora vincolati i nostri? Di fronte a quale tabù arrestano la loro legittima aspirazione all’oltrepassamento della metafisica occidentale? C’è stato forse un errore terapeutico nel processo della cura della verità, che cos’è (se è), ciò che ancora sfugge e non si dà?
Proponiamo una risposta. Che la macchina del desiderio si sia arrestata proprio davanti a quel “in principio era il Logos” che dice di voler affermare. 
La religione, infatti, o per meglio dire, la religiosità del soggetto, non è ipso facto, forse, già in origine, in principio e per principio, connotata come desiderio, come dispositivo pulsionale, come macchina?
Macchina della differenza che è prodotta e produce, essenzialmente da una distanza tra umano e inumano – per dirla à la Lyotard – che è essa stessa religione, religiosità, co me desiderio profondo e incessante di avvicinamento che sempre di più allontana, non sazi, non dissetati, allorché non si colga nell’essenza stessa della fede questo costitutivo non – esserci dato dal suo essenziale essere sempre in riferimento strutturale a un Essere – mistero. Il che non significa necessariamente, però, secondo noi, che non possa sollevarsi l’ultimo velo di Maya. Anzi, è proprio questo evitamento programmatico dell’atto finale che imprigiona in una ormai inutile metafisica dell’interpretazione che può ormai solo essere stanca e infeconda imitazione dell’antenata metafisica dell’assoluto; in un relativismo che è stato utile nella sua fase rivoluzionaria (di decostruzione – distruzione), ma che non ci serve più adesso, come non servono più al malato i buoni rimedi che l’aiutarono a guarire un tempo. E anzi: come fanno ammalare ancora più gravemente dei farmaci assunti in tempo di quiete dell’organismo, di non malattia. 
In altre parole il desiderio del lettore riceve piuttosto una indicazione di teologia negativa – ci si passi il termine ironico – da questo Il futuro della religione, che rimane ugualmente e sicuramente un libro da leggere: cosa c’è, Santiago, al di là di teismo e ateismo, di interpretazione e metafisica, di violenza e nonviolenza, che può far bene alla nostra salute?
Non siamo, così, forse, ancora fermi all’antitesi, preoccupati della sintesi, o forse ancora di più ostili a una sintesi, per paura che si ripresenti, ancora, con gli antichi caratteri storicamente determinati della sopraffazione di un individuo sull’altro in nome della cosiddetta verità?
Il libro indica nel suo bel sottotitolo - ancora - ciò che non può far male… solidarietà, carità, ironia…, ma non vi sembra tuttavia, forse lo è!, la ricetta della nonna per l’adorato nipotino convalescente, minestrina e petto di pollo?  Certo, pollo biologico…

Ma per quanto ancora ci accontenteremo di essere convalescenti per non prendere freddo? Quando verrà l’ora di lasciarci alle spalle anche l’interpretazione, ringraziandola con tutto il cuore di essere stata una delle esperienze più belle dell’Occidente, ma pur sempre: l’altra faccia della sua malattia?

Indice

Introduzione
Una religione senza teisti e ateisti, di Santiago Zabala
Anticlericalismo e ateismo, di Richard Rorty
L’età dell’interpretazione, di Gianni Vattimo
Appendice. Quale futuro aspetta la religione dopo la metafisica?, Richard Rorty, Gianni Vattimo, Santiago Zabala

Il curatore

Santiago Zabala (1975) è dottorando in filosofia presso la Pontificia Università Lateranense di Roma e autore di Filosofare con Ernst Tugendhat. Il carattere ermeneutica della filosofia analitica (Franco Angeli 2004). Attualmente sta preparando la Festschrift per i settant’anni di Gianni Vattimo nel 2006 per la McGill-Queen’s University Press.

Nessun commento: