martedì 7 giugno 2005

Arendt, Hannah, Responsabilità e giudizio.

Torino, Einaudi (Biblioteca Einaudi), 2004, pp. xxx+238, € 22,00.

Recensione di Paolo Vernaglione – 07/06/2005

Etica, Filosofia politica


L’incremento in questi anni degli inediti di Hanna Arendt dimostra un interesse per la grande filosofa e la rispondenza dei suoi temi all’attuale del dibattito pubblico, ma anche, con la pubblicazione di alcuni carteggi privati, un interesse al gossip, più che all’ approfondimento del suo pensiero.
Con sollievo scopriamo che non è questo il caso di Responsabilità e giudizio, una raccolta di scritti, lezioni, interventi, curata da Jerome Kohn, assistente di Arendt alla School for Social Research di New York. Lo scritto più lungo del volume, Alcune questioni di filosofia morale, è la trascrizione del corso del 1965, qui integrato da alcune note tratte dal corso del 1966 all’Università di Chicago, intitolato Basic Moral Propositions. Ricordiamo che dalle lezioni alla School del 1970 sono state tratte le Lectures on Kant’s Political Philosophy, che, come ha scritto Alessandro Dal Lago nell’introduzione all’edizione italiana de La vita della mente (Bologna, 1987), avrebbero rappresentato «il nucleo di Judging, terzo volume di The Life of the Mind». Le lezioni si possono dunque considerare come l’antecendente strutturato e dilatato delle Lectures, in cui Arendt traccia l’ipotetica filosofia politica di Kant a partire dalla Critica del Giudizio e dalle differenze tra l’applicazione del giudizio di gusto e del giudizio in questioni morali.
Il nucleo di Responsabilità e giudizio è infatti il rapporto tra morale e politica, pensiero e agire, condizioni di possibilità della norma e fenomeni storici e sociali. E’ un momento decisivo della riflessione dell’autrice di Vita activa perché evidenzia il gesto del pensare come antidoto al torpore morale e intellettuale che genera e accompagna le dittature. La preoccupazione di rendere visibile il male radicale di Auschwitz è qui intrecciata alla ricerca delle origini e della possibilità della filosofia morale.
Nel doppio enunciato della responsabilità e del giudizio si dispiegano sia la passione per il pensiero che l’interpretazione della storia e della politica, tematizzate nell’arco temporale che va dai processi ai criminali nazisti degli anni Sessanta (Heichmann, processo di Francoforte) alla guerra in VietNam al Watergate, alla metà degli anni Settanta. Il pregio del testo consiste nel mostrare in controluce l’accidentato percorso di vita della Arendt e di farlo indicando quell’epoca recente come un passaggio epocale (l’epoca è un passaggio epocale?)che conduce alla soglia della post-modernità.
Alla fine della guerra la riflessione sulla morale, come Arendt dice in La responsabilità personale sotto la dittatura (edito su «The Listener» in versione ridotta nel 1964), si impose con la scoperta dell’orrore nazista, che travolse le norme convenzionali con cui la generazione degli anni Venti aveva vissuto: «crescevamo con la convinzione che (…) in materia di morale le cose andassero da sé…» (pag.19). Questo automatismo del comportamento non solo escluse ogni considerazione intorno alla responsabilità personale, ma indusse gli stessi oppositori di Hitler a evitare il giudizio sui crimini nazisti e a sostenere che chiunque fosse vissuto sotto una dittatura avrebbe agito in modo da salvarsi. Le considerazioni intorno alla rimozione della responsabilità individuale provengono in buona parte dalla polemica che esplose prima della pubblicazione de La banalità del male (1963) intorno al comportamento degli ebrei di fronte alle persecuzioni e alla “normale” personalità di Heichmann, e proseguì con le lettere di Gershom Scholem (vedi in Ebraismo e modernità).
Mentre nella descrizione dell’integrazione ebraica nella Germania weimariana in Le origini del totalitarismo Arendt aveva infatti dimostrato che gran parte delle personalità ebraico-tedesche avevano molto da perdere in prestigio e posizione sociale e sottovalutarono l’escalation del nazismo, nel testo qui raccolto e in quello intitolato La responsabilità collettiva (intervento ad un convegno dell’American Philosophical society nel 1968), la filosofa puntualizza che solo l’attiva partecipazione ad un atto compiuto in gruppo può definirsi collettiva. Come ribadisce anche in Il delegato: colpevole di silenzio? (1964) e Auschwitz sotto processo (1966), l’atteggiamento generalizzato di indicare una vaga responsabilità della Germania per un passato che non può passare, contrasta con con il principio cardine del diritto secondo cui esiste solo una responsabilità personale, quella che il dispositivo processo-sentenza può mettere in luce. L’innegabile grandezza del diritto è che «esso ci costringe (…) a focalizzare la nostra attenzione sull’individuo, sulla persona, anche nell’epoca delle società di massa, un’ epoca in cui tutti si considerano (…) ingranaggi di una grande macchina…»(Alcune questioni, pag.48). Nella nozione di responsabilità personale Arendt vede il nesso tra morale e diritto, individuato nella «facoltà del giudizio» (pag.19). E’ intorno al nucleo di ogni comportamento morale, il giudizio, che ruota la riflessione sulla filosofia morale, il cui punto di partenza possono essere alcune promettenti asserzioni. Se infatti si accetta il presupposto che l’etica e la morale, considerate nell’antichità come il comportamento in base ai costumi accettati, non si basano su regole e norme immodificabili, si può dire che, almeno fino al XVIII secolo, non esiste una filosofia morale. I famosi precetti di Socrate “ E’ meglio patire che fare il male” e “E’ meglio essere in disaccordo con gli altri che con se stesso”, chiariscono la concezione del “conosci te stesso” come indagine sulla persona. Questa indagine, ricostruita sinteticamente nell’altro testo teorico del volume Il pensiero e le considerazioni morali (1971), porta a scoprire la singolarità umana come “due-in-uno”. Infatti quando Socrate e poi Platone asseriscono che il pensiero è colloquio con se stessi nasce quel dialogo tra sè e sè in cui l’individuo si scinde per dar vita alla riflessione. La sfera personale in contrasto con gli affari della polis, segnala Arendt, è evidenziata al massimo e la scoperta del due-in-uno produrrà indirettamente il processo e la morte di Socrate. Per inciso, prima che negli scritti qui raccolti, la tematica del due-in-uno come differenza dalla politica è presente nel parziale inedito del 1954 Philosophy and Politics: The problem of action and thought after the French Revolution, un insieme di lezioni tenute alla Notre Dame Universitiy, di cui ha di recente parlato Aldo Meccariello al convegno Hannah Arendt (1975-2005): percorsi di ricerca tra passato e futuro.
E’ con il Cristianesimo che a questa concezione “privata” delle massime morali si sostituisce la coscienza, dapprima pensata come capacità di conoscere, co-scientia, quindi intesa nella modernità come facoltà di scelta tramite il pensiero (cosciousness). In questo secondo senso emerge il rapporto tra pensiero e morale, per cui in assenza di pensiero il male indicibile è destinato ad affermarsi: mentre infatti il due-in-uno socratico non valeva come precetto morale, la coscienza «si presume che ci dica che cosa fare e di che cosa pentirci: è la voce di Dio, che poi si trasformerà nel lumen naturale e nella ragion pratica di Kant.» (pag.161). Il pensiero allora non si ridurrà alla vita contemplativa, ma comprenderà anche la ponderazione e farà spazio ad un'altra facoltà umana, scoperta da Agostino: la volontà «anch’essa divisa in due» (pag.105), non perché in dialogo con se stessa, bensì in lotta.
Da Gesù a Nietzsche la volontà come libertà e insieme necessità è stata il principale argomento contro il relativismo che condurrebbe all’abolizione dei valori. Ma Nietzsche ha criticato la volontà come “aspirazione” e “desiderio”: «Da questi il volere si distingue in virtù dell’inclinazione al comando…» (pag.113); fuoriuscendo dalla tradizionale interpretazione di Paolo e Agostino, afferma che «noi siamo al tempo stesso chi comanda e chi ubbidisce e come parte ubbidiente, conosciamo le sensazioni del costringere, dell’opprimere, del comprimere” (Al di là del bene e del male, citato a pag.114). In questa analisi c’è un’importante fattore di novità – il fattore del piacere - che Nietzsche interpreta come «un sentimento di potenza nei confronti degli altri.» (pag.115). Volontà come volontà di potenza. In tal caso, prima che gli effetti pubblici del volere, va considerato quel «surplus di forza, che non ci indica alcun obiettivo determinato da raggiungere» (pag.116). Nietzsche, prosegue Arendt, ha scoperto la doppia funzione (della volontà) di comando e arbitrio; ciò porta alla filosofia kantiana del giudizio, in cui esso è, «l’autentico arbitro tra bene e male» (pag.116).
La differenza in Kant tra giudizio di gusto e morale consiste nel fatto che nel primo è difficile distinguere il bello dal brutto perchè non esistono «regole o norme fisse da applicare», mentre nel secondo la ragione è dotata della capacità pratica di conoscere «la legge morale dentro di me» (pag.119). Tuttavia le cose non sono così semplici. Infatti il difetto di giudizio «si verifica comunque in tutti i campi» (ibd.) ed è insito nell’atto di giudicare, cioè sussumere «il particolare sotto un’appropriata regola universale»(ibd.); però «non essendoci regole per la sussunzione, questa va decisa liberamente» (ibd.). Alla luce di questa conclusione Arendt descrive quel «totale collasso degli standard morali e religiosi tra gente che (…) aveva fermamente creduto in essi (…) e del fatto innegabile che i pochi ad essersi sottratti a questa tromba d’aria non furono certo i “moralisti” (…) ma al contrario gente che (…) non era affatto convinta anche prima della débacle, della validità oggettiva di questi standard»(pag.120).
Insomma, la riflessione arendtiana tende a farci percepire la fallacia di qualsiasi regola, norma o principio imposto dall’esterno al comportamento umano. Tanto più quando ogni singolo deve esercitare il giudizio. Le atrocità naziste, l’ indifferenza di Pio XII al massacro degli ebrei nel dramma di Ralf Hochhuth The Deputy, le leggi anti-discriminazione a Little Rock, la politica di potenza statunitense: è necessario giudicarle invece che trincerarsi nel luogo comune del “chi sono io per giudicare“ o di una responsabilità generale, per cui se tutti sono colpevoli non lo è più nesuno.
Nei casi che Arendt ci sottopone emerge l’abolizione della distanza tra sfera privata e pubblica che segna il passaggio dalla modernità alla post-modernità, laddove la legislazione statale sui diritti fondamentali interviene nella società o dove la sfera pubblica politica, a causa dei processi di manipolazione, si riduce a “immagine” da proiettare all’esterno. Il discorso per il conferimento del premio Sonning per la cultura europea (1975) e le Riflessioni su Little Rock (1959) si possono leggere come descrizioni dei mutamenti della tradizione giuridico-politica dello stato-nazione e dell’emergenza di comunità con pretese di riconoscimento legittime alla fine degli anni Cinquanta, ma che oggi provengono per lo più da chiusure etniche e ricerca spasmodica di identità attraverso l’appartenenza. Nell’un caso e nell’altro lo spazio pubblico non può e non deve identificarsi con lo Stato, pena la scomparsa della sfera privata e della società. Agli inizi degli anni Sessanta l’imposizione di misure anti-discriminazione nelle scuole del Sud, contrastava con la libertà di appartenere ad una comunità e con la libertà di decidere l’istruzione pubblica (e non privata) dei figli, soprattutto laddove la discriminazione era legge di Stato. Quella libertà fondamentale ci fa riconoscere la differenza tra singolarità e spazio pubblico e ci fa disobbedire a leggi ingiuste o che impongono alla società criteri di valore opprimenti in nome di una malintesa difesa della vita (come in questi giorni nel caso della legge sulla fecondazione assistita, da abolire con referendum). Perchè si tratta in ogni caso di quella differenza che « può solo farci riconoscere per quello che noi, essenzialmente, non siamo» (pag.12).

Indice

Introduzione di Jerome Kohn
Prologo

PARTE PRIMA. RESPONSABILITÀ
La responsabilità personale sotto la dittatura
Alcune questioni di filosofia morale
Responsabilità collettiva
Il pensiero e le considerazioni morali

PARTE SECONDA. GIUDIZIO
Riflessioni su Little Rock
Il delegato. Colpevole di silenzio?
Auschwitz sotto processo
Quando i nodi vengono al pettine

L'autrice

Hannah Arendt (1906-1975) fu allieva di Heidegger, Bultman e Jaspers. Emigrata a Parigi all’avvento del nazismo, nel 1941 si trasferì negli Stati Uniti, dove fu docente a Chicago, Berkeley, Princeton e New York. Tra le sue opere: Le origini del totalitarismo, Vita activa, La banalità del male, Sulla rivoluzione, Che cos’è la politica?, Antisemitismo e identità ebraica. Scritti 1941-1945, Archivio Arendt I, II.


Links


Jewish Virtual Library - http://www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/biography/arendt.html
Arendt Web - http://www.nakayama.org/polylogos/philosophers/arendt/index-e-arendt.html
Arendt zentrum - http://www.uni.oldenburg.de/arendt.zentrum/1078.htm
Kainos n° 4 - http://www.kainos.it/numero4/ricerche/arendt/html

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