lunedì 20 febbraio 2006

Modica, Massimo – Quintili, Paolo – Stancati, Paola (a cura di), Visione, percezione e cognizione nell’età dell’Illuminismo. Filosofia, estetica, materialismo.

Napoli, Bibliopolis (Quaderni di filosofia, 4), 2005, pp. 426, € 25,00, ISBN 88-7088-481-3.

Recensione di Fiorinda Li Vigni – 20/02/2006

Storia della filosofia (Illuminismo), Filosofia teoretica (gnoseologia)

Il volume raccoglie i contributi a una tavola rotonda del XI Congresso internazionale sull’Illuminismo, svoltosi a Los Angeles (UCLA) dal 3 al 10 agosto 2003. Al centro dell’indagine il problema della visione, della percezione e della cognizione nell’età dei Lumi, affrontato a partire dai dibattiti del secolo XVIII intorno allo statuto dell’esperienza sensibile e ai suoi rapporti con l’immaginazione (visiva, tattile), in un confronto fra la côterie materialista e le soluzioni di stampo idealista.

Paolo Quintili indaga nel suo saggio i presupposti teorici di tale dibattito. Nella riflessione moderna esso prende avvio con la pubblicazione, nel 1604, dei Paralipomena ad Vitellionem di Johannes Kepler. Lo scienziato – scrive Quintili - individua correttamente la fenomenologia geometrico-meccanica della visione come processo di proiezione di immagini fisiche dall’occhio sul fondo della retina, e inaugura in tal modo le moderne teorizzazioni dell’ottica geometrica. Per Keplero la pictura è l’immagine che si disegna rovesciata sul fondo della retina, a partire dal lumen, il fascio di luce che proviene dal mondo degli oggetti fisici. Da essa si distingue l’imago mentale dell’oggetto che il cervello deve correttamente interpretare, e che fa uso della lux, come fenomeno esso stesso psicologico. In questo modo egli distingue il mondo visibile, costituito d’imagines rerum, ovvero di “fantasmi psichici” delle cose, dal mondo visivo, costituito dalle figure reali degli oggetti, allo scopo di ricondurre il primo al secondo. Nasce dunque sulla scia di Keplero il problema di sapere in che cosa consista la rappresentazione del mondo visibile offerta dalla mente-cervello, problema esaminato da Quintili in autori come Hobbes, Gassendi, Berkeley, fino alle soluzioni offerte da Diderot e La Mettrie. Tuttavia già Descartes, con l’esempio del cieco, aveva inaugurato un approccio che sarà fatto proprio dall’Illuminismo, con la celebre formulazione, in Locke, della Molyneux’s Question.

Nel 1688 William Molyneux, filosofo e studioso di ottica, pone a John Locke  un quesito, la cui seconda formulazione, del 1693, fu ripresa l’anno seguente nella seconda edizione del Saggio sull’intelligenza umana (II, ix, 8): “Supponete che un cieco nato che sia oggi un adulto, al quale si sia insegnato a distinguere mediante il tatto un cubo e una sfera, dello stesso metallo e, a un dipresso, della stessa grandezza, in modo che quando egli tocca l’uno e l’altro, sappia dire quale sia il cubo e quale la sfera. Supponete che, trovandosi posati sopra una tavola il cubo e la sfera, questo cieco venga ad acquistare la vista. Si domanda se, vedendoli prima di toccarli, egli saprebbe ora distinguerli, e dire quale sia il cubo e quale la sfera”. La risposta negativa data da Molyneux e da Locke al quesito dette il via a una discussione di natura psicologica ed epistemologica di grande respiro, che i saggi qui presentati analizzano da diversi punti di vista, a partire da un’analisi filologica del testo di Locke, fino al confronto con gli esiti della più moderna neurologia.

Eleni Filippaki si propone di dimostrare che la risposta negativa di Locke – il cieco non sarà in grado di riconoscere i solidi a prima vista, perché è solo tramite l’esperienza che s’instaura quella trama di associazioni in grado di garantire trasferimenti intersensoriali – non è necessariamente contraddittoria rispetto alla sua teoria dei “comuni sensibili” e alla divisione fra qualità primarie e qualità secondarie. A differenza di quei commentatori che interpretano la risposta di Locke alla luce della percezione bidimensionale e tridimensionale e della correlazione fra la visione e il tatto, l’autrice suggerisce di volgere l’attenzione al ruolo svolto dall’idea lockiana di “solidità”, nettamente distinta dall’idea di spazio. Mentre quest’ultima può penetrare nella mente tramite la vista e tramite il tatto, la solidità è invece legata a un solo senso, quello del tatto e non ha equivalenti nella vista. Ciò significa che il cieco, il quale abbia ritrovata la vista, può sì essere in grado di vedere una figura bidimensionale o tridimensionale, ma questa visione non può fornirgli alcuna informazione dell’oggetto, in quanto oggetto solido. L’unico modo per distinguere la sfera dal cubo sarebbe di correlare l’esperienza tattile della forma e della solidità con la sua esperienza visuale della forma.

Il saggio di Marco Mazzeo interpreta la risposta di Locke alla Molyneux’s Question in relazione al rifiuto del filosofo di ammettere l’esistenza di connessioni intersensoriali, che equivarrebbero a strutture conoscitive innate. L’esperienza del cieco che recupera la vista dimostra piuttosto l’inconsistenza della mente umana, se privata delle sue abitudini. Nello sviluppo della discussione, un passo molto importante è compiuto da Leibniz e Diderot, i quali affermano che i trasferimenti delle conoscenze intersensoriali sono possibili solo grazie alla mediazione del linguaggio e della geometria. È tuttavia Herder, secondo l’autore, a indicare una via alternativa alla contrapposizione fra innatismo ed empirismo: il filosofo tedesco non propone una scala gerarchica su cui collocare modalità sensoriali tra loro separate, quanto un processo di differenziazione in grado di coniugare l’autonomia dei sensi con la loro continua interconnessione. Per Herder le forme di connessione sinestetica non sono solo linguistiche: il tatto diviene il punto di partenza di una differenziazione percettiva complessa, e, al tempo stesso, la condizione di possibilità del linguaggio. 

Il saggio di Giovanni Iorio Giannoli riesamina i termini della Molyneux’s Question alla luce delle più recenti acquisizioni della ricerca neurologica, per giungere al risultato che il problema, nei termini in cui è posto, non ammette soluzione. Esso presuppone infatti una capacità di recupero cognitivo che non è possibile sul piano fisiologico, in quanto nei ciechi congeniti il sistema visivo va rapidamente incontro a uno stato di degenerazione funzionale. Non solo. Le più recenti ricerche inducono a riconoscere l’esistenza di meccanismi intermodali innati, che sono in grado di regolare la percezione primaria fin dalla nascita e portano a concludere che l’integrazione fra le diverse modalità percettive e la connessione con quelle motorie è resa possibile dalla struttura stessa del sistema nervoso.

In parallelo al saggio di Giannoli è concepito il testo di Claudia Terribile, che indaga alcuni sviluppi artistici del problema dell’interrelazione fra vista e tatto nella pittura moderna. Articolato in tre sezioni, esso analizza nella prima gli episodi evangelici del Noli me tangere e dell’Incredulità di Tommaso, come archetipi culturali del quesito posto da Molyneux. L’autrice procede a un confronto fra l’esperienza di Maddalena e di Tommaso di fronte alla figura del Cristo resuscitato – temi che ebbero la massima fortuna iconografica fra Cinque e Seicento -, e la condizione di un cieco congenito che ritrova la vista e si confronta per la prima volta con un mondo misterioso e sconosciuto. Nella seconda sezione è invece ripreso il mito di Pigmalione e la statua. Il racconto di Ovidio conobbe grande fortuna nel secolo dei Lumi: esso personificava per un verso il ruolo primario del tatto nel processo cognitivo, presentandosi al tempo stesso come metafora della creazione artistica. L’ultima parte è dedicata all’analisi di una particolare rappresentazione del senso del tatto che ebbe un certo successo fra Sei e Settecento: si tratta una serie di dipinti che rappresentano una figura maschile di non vedente, nell’atto di esplorare con le mani i tratti del viso di una testa scolpita. L’opposizione che viene qui stabilita fra la vista e il tatto è messa dall’autrice in relazione con le teorie formulate da Galileo sulla pittura e la scultura, in una lettera del 1612 indirizzata all’amico Ludovico Cigoli. 

All’estetica di Baumgarten, intesa in senso più generale come “teoria della sensibilità” e considerata come una facoltà conoscitiva parallela alla ragione, è dedicato il saggio di Syliane Malinowski-Charles. Tale “promozione” della sensibilità comporta la radicale trasformazione di una delle più antiche nozioni della teoria della conoscenza, quella dell’intuizione come modo di conoscenza delle essenze, e comporta per ciò stesso il ripensamento della stessa nozione di verità. L’autrice ricostruisce le origini e gli sviluppi della nozione di intuizione, dall’idea platonico-aristotelica di noûs (già legata alle due caratteristiche principali del concetto di intuizione, vale a dire la chiarezza della conoscenza e la sua immediatezza), alla sua utilizzazione da parte di Boezio e di Cartesio. Baumgarten è il primo pensatore dell’epoca moderna ad aver visto nell’intuizione una modalità della sensibilità piuttosto che dell’intelletto. Riprendendo l’idea leibniziana di “chiarezza confusa”, egli la volge a indicare il valore proprio della sensibilità, il suo esprimere una bellezza che la ragione non sa suscitare. Se Baumgarten parla, prima del criticismo kantiano, di una intuizione sensibile piuttosto che di una intuizione intellettuale, è in quanto ha anch’egli ridotto il campo della conoscenza allo spirito umano. L’uomo non è in grado di uscire da sé, di trascendere la propria soggettività. Ne risulta una trasformazione della nozione stessa di verità, che non è mai altro che “verosimiglianza”, ossia verità per un soggetto.

Lo scopo del saggio di Massimo Modica è dimostrare, nonostante l’assenza del termine, l’esistenza di un’estetica degna di questo nome in Diderot, in riferimento a due testi essenziali della sua produzione teorica, la voce Art del vol. I dell’Encyclopédie, del 1751, e le Pensées sur l’interprétation de la nature, del 1754. Quanto al primo di questi testi, a prima vista non vi è nulla nella definizione di art che possa apparire più lontano da un’estetica in senso moderno. Essa rinvia all’accezione prima aristotelica e poi tomistica di téchne e di ars, in quanto insieme di attività produttive che si fondano su un sapere. Ciò che sta a cuore a Diderot è proporre una considerazione del mondo delle arti nel loro insieme come una rete complessa e unitaria di operazioni trasformatrici, razionalmente descritte, tale da comprendere in sé sia le macchine, sia le belle opere d’arte: una “metafisica delle arti” (dove per metafisica deve intendersi “conoscenza teorica”) o, in altri termini, quella che potrebbe essere definita una “estetica operazionale”, grazie alla quale Diderot tematizza qualcosa di fondamentale per l’esperienza umana nelle sue relazioni con la ragione e con l’esperienza sensibile in genere. È la questione della formatività, che caratterizza l’attività sensibile e conoscitiva dell’homo faber. Nelle citate Pensées la formatività viene tematizzata come qualcosa di necessariamente connesso all’operare umano. La facoltà di conoscere e di sentire, così come i valori di verità e i criteri con cui si organizza l’esperienza, non possono nascere e svilupparsi se non in un contesto operativo e procedurale. Non solo. Il fare costituisce il fondamento del conoscere anche nel senso che all’esperire pratico-operativo è unita la capacità di produrre il nuovo, di anticipare ed elaborare esperienze prima ignorate o sconosciute, grazie a una sorta di “spirito di divinazione”, una capacità congetturale e di scoperta irriducibile a categorie di carattere logico. 

Il saggio di Christophe Paillard è dedicato all’analisi della definizione contenuta nel Paradoxe sur le comédien, secondo la quale “nessuno è meno sensibile” dell’artista. Una tesi che appare problematica da diversi punti di vista: innanzitutto in quanto il materialismo biologico consacra la sensibilità come un fatto universale inerente alla stessa natura fisica. Inoltre in quanto la sensibilità è considerata da Diderot come la condizione fondamentale non solo del pensiero, ma anche della moralità e della socievolezza. Come conciliare dunque l’elogio etico della sensibilità con la sua svalutazione in ambito estetico? La  tesi dell’autore è che il testo in questione realizzi il passaggio a un’estetica dell’insensibilità e della dissociazione che contribuisce al processo di autonomizzazione dell’arte in rapporto alla morale. Occorre infatti distinguere, in Diderot, due diversi tipi di insensibilità: il primo, fisicamente impossibile e moralmente condannabile, è quello che gli stoici rivendicavano come “impassibilità”; il secondo, reso fisiologicamente possibile da un determinato rapporto del sistema nervoso centrale al sistema periferico, è invece alla base della genialità artistica.

Il contributo di Paola Stancati torna a indagare il versante idealista dell’indagine sul rapporto fra sensibilità e intelletto. L’attenzione si focalizza su Berkeley, il quale rappresenta l’espressione più estrema e radicale del processo che prende il via nella filosofia moderna con Descartes, con il presupposto che ciò che è conosciuto non può che esserlo nelle forme di chi conosce.  L’immaterialismo di Berkeley e la specifica configurazione del suo idealismo attribuiscono un significato assolutamente centrale al linguaggio e alla nozione di “segno”, a partire dal ruolo attribuito alla percezione. Per Berkeley tutte le idee in quanto percepite non solo sono vere idee, ma anzi sono le sole cose vere, poiché non sono in alcun modo vincolate alla conformità con una supposta realtà extra-mentale. Fra esse, il filosofo distingue le idee elementari, fornite dalle singole modalità percettive – ordinate e connesse da Dio in quanto autore della natura – e le idee degli oggetti composti attraverso la sintesi di più modalità percettive, e richiamate alla mente secondo la volontà del soggetto. Secondo Berkeley, l’oggetto sensibile è elaborato in un gioco di interazione fra i sensi, i cui diversi linguaggi sono traducibili gli uni negli altri, sulla base del primato attribuito al tatto e alla visione. Tuttavia il ruolo che in altre teorie è svolto dal sensorium commune  è qui attribuito all’immaginazione, con un passaggio dal meccanicismo al simbolismo. Le immagini degli oggetti tangibili, udibili, ecc., sono “schemi simbolici” e la percezione diviene un vero atto semantico di costituzione dei segni.

Infine, il saggio di Marcelo F. Figueroa analizza la letteratura di viaggio sviluppatasi nell’ultimo quarto del secolo XVIII, in particolare da parte di quei viaggiatori che per conto della Corona di Spagna  attraversarono il corso del Rio della Plata, al capo estremo del Sud America. La necessità di ottenere informazioni su terre lontane e sconosciute era associata alla ricerca di nuove forme politiche e amministrative per le terre che si trovavano sotto la giurisdizione della Corona. L’autore indaga la “capacità politica” di questa letteratura di valorizzare l’osservazione, grazie a espedienti retorici come la descrizione e la “scrittura” di paesaggi.

Indice

Paolo Quintili: Introduzione

Parte prima. La gnoseologia e il problema della conoscenza sensibile

Eleni Filippaki
Locke’s solid objects: Molyneux’s Problem revisited

Syliane Malinowski-Charles
Baumgarten, l’intuition sensible et la connaissance vive

Marco Mazzeo
Il problema di Molyneux e l’unità dei sensi : perché Herder ha ragione
Parte seconda. La storia dell’arte, la letteratura, l’estetica

Claudia Terribile
Aspetti iconografici del problema di Molyneux e interrelazioni tra vista e tatto nella pittura moderna

Marcello Figueroa
Observar, describir y escribir la naturaleza en el Siglo XVIII: Viajes y viajeros de la Ilustración hacia el Río de la Plata

Massimo Modica
Art’, ‘sentiment’ ed ‘esprit de divination’ nella voce Art dell’Encyclopédie e nelle Pensées sur l’interprétation de la nature. Analisi dei presupposti dell’estetica di Diderot 

Christophe Paillard
Sensibilité et insensibilité chez Diderot. L’esthétique de la manipulation dans le Paradoxe sur le comédien

Parte terza. La filosofia del linguaggio, le scienze, il materialismo

Claudia Stancati
Sostituire cose immaginabili a cose intelligibili: idee, visione e linguaggio secondo Berkeley

Paolo Quintili
Visione, percezione e cognizione nelle teorie medico-fisiologiche in Francia nel secolo XVIII

Giovanni Iorio Giannoli
Il problema di Molyneux e la ‘neurologia’ dei concetti

Index Nominum

Gli autori

Massimo Modica è professore ordinario di Estetica nell’Università dell’Aquila. Tra i suoi lavori: L’estetica di Diderot. Teorie delle arti e del linguaggio nell’età dell’Encyclopédie (Roma, 1997) e la traduzione dei saggi teorici sulla pittura di D. Diderot, Sulla pittura (Palermo 2004).

Paolo Quintili è ricercatore di Storia della Filosofia presso l’Università di Roma “Tor Vergata” dove insegna Storia della filosofia dell’Illuminismo. Tra i suoi lavori: Arti, scienze e lavoro nell’età dell’Illuminismo(Roma, 1995), La pensée critique de Diderot. Matérialisme, science et poésie à l’âge de l’Encyclopédie. 1742-1782 (Paris, 2001), oltre all’edizione degli Éléments de physiologie di D. Diderot (Paris, 2004).

Claudia Stancati è professore associato di Semiotica presso la facoltà di Lettere  e Filosofia dell’Università della Calabria. Ha pubblicato, tra l’altro, saggi su Descartes. Segno e linguaggio  (Roma, 2000), su Le problème du lexique de la philosophie (Paris, 2000) e sulla storia delle idee linguistiche fra XVII e XX secolo: Il potere delle finzioni. Linguaggio, conoscenza e politica da Descartes a Bréal (Bari, 1999).

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