lunedì 24 dicembre 2007

Honneth, Axel, Reificazione, Uno studio in chiave di teoria del riconoscimento.

Tr. it. di Carlo Sandrelli, Roma, Meltemi, 2007, pp. 93, € 12,00, ISBN 9788883535802.
[Ed. or.: Verdinglichung. Eine anerkennungstheoretische Studie, Suhrkamp, Frankfurt am Main 2005]

Recensione di Marco Bassetti – 24/12/2007

Filsofia politica, Storia della filosofia (contemporanea)

Il concetto di reificazione, così come elaborato da György Lukács più di ottant’anni fa, può tornare oggi utile alla filosofia sociale al fine di individuare una serie di problematiche che solcano l’orizzonte contemporaneo e di descriverne la logica soggiacente. A patto, però, di una accurata riflessione critica riguardo al lascito lukacsiano che ne mostri, con pari chiarezza, fecondità e limiti. Guidato nel suo procedere critico-speculativo da un daimon di questo tipo, Axel Honneth costruisce una solida argomentazione che riesce nell’intento di approntare una riformulazione del concetto di reificazione che si dimostra attenta ad alcuni importanti sviluppi della filosofia e della scienza contemporanea e, allo stesso tempo, sensibile all’inalienabile multidimensionalità dei movimenti che trasformano incessantemente la crosta delle società umane. Si potrebbe parlare di decostruzione del concetto di reificazione. Ma di una decostruzione che, ponendo in dialogo l’hegelo-marxismo di Lukács con una serie eterogenea di prospettive (in primo luogo Heidegger e Dewey, ma anche Adorno, l’odierna filosofia del linguaggio e della mente, la psicologia dello sviluppo, addirittura la letteratura contemporanea), non punta al dissolvimento del concetto di “reificazione” in quanto tale, bensì lavora alla sua apertura e ri-articolazione al fine di assicurargli una collocazione in un più ampio – e diverso – quadro sistematico. Quel quadro a cavallo tra teoria critica e gnoseologia che va sotto il nome di “teoria del riconoscimento”.
Poniamo due paletti temporali quali guide alla contestualizzazione dello scritto in questione: 1) il saggio di Honneth “Reificazione” è la rielaborazione delle Tanner-Lectures che l’autore ha tenuto all’Università di Berkley nel marzo 2005; 2) Lo scritto di Lukács sulla reificazione a cui fa riferimento Honneth nel corso della sue letture titola “La reificazione e la coscienza del proletariato” ed è contenuto nella raccolta del 1923 (G. Lukács Storia e coscienza di classe, trad. it. Milano, Sugarco 1967, pp. 107-275). Lo studio di Honneth si colloca, dunque, in uno scarto temporale piuttosto ampio, quello che separa il 1923 dal 2005. Potremmo sostenere che lo studio di Honneth non parla che di questo scarto, dal momento che impone la sua portata proprio in quanto tematizzazione lucida e coerente di questo scarto. Uno scarto temporale, grande o piccolo che sia, in quanto tale non significa nulla. Ma allorché viene colto in quanto superficie di uno scarto – e di uno scacco – più profondo, in quanto pellicola evenemenziale di un sottostante sistema di trasformazioni, tale scarto inizia a parlare e a dettare le sue condizioni. Tra “La reificazione e la coscienza del proletariato” (1923) e “Reificazione” (2005) è venuto infatti a mancare il richiamo alla coscienza del proletariato e con esso il substrato ideologico che ne costituiva – allora – un solido supporto epistemologico. Non si tratta di una perdita accidentale, né di un effetto di una semplice rimozione. Si tratta piuttosto del risultato di una necessaria trasformazione dello strumentario concettuale dettata, appunto, dalle mutate condizioni e da una riflessione attenta riguardo a tale mutamento. È qui, in questa consapevolezza della scarto e della sua portata eminentemente filosofica (oltre che politica), che si misura il peso specifico della riflessione di Honneth e la sua novità rispetto ai classici della Scuola di Francoforte.
La critica di Honneth mette in evidenza i tre mattoni fondamentali sui cui poggia la lunga riflessione lukácsiana in merito alla natura e alle cause della reificazione (Cfr. cap. 6): 1) equivalenza tra processi di spersonalizzazione delle relazioni sociali e i processi di reificazione; 2) necessaria unità tra le diverse dimensioni della reificazione; 3) eziologia sociale saldamente ancorata ad un rigido determinismo di matrice materialista. Sulla base di questi tre mattoni è dunque possibile ricostruire lo scheletro dell’argomentazione di Lukács: dal momento che ormai la totalità della società è stata investita dall’economia capitalista e che in tale orizzonte le interazioni sociali sono ridotte a meri scambi tra merci nell’ambito dei quali l’altro non viene considerato in quanto persona, ma viene oggettivato in quanto semplice controparte, vi è una tendenza generale alla reificazione che porta a considerare se stessi, gli altri e l’ambiente naturale in quanto “cose” da cui è possibile ricavare un profitto. In altre parole, “Lukács descrive l’effetto prodotto dalla società di mercato capitalistica come se conducesse automaticamente a una generalizzazione delle disposizioni reificanti in tutte e tre le dimensioni, fino a che rimangono soltanto soggetti che reificano tanto se stessi, quanto il loro ambiente naturale e tutte le altre persone” (p. 78). Nella prospettiva lukácsiana l’effetto che viene meccanicamente prodotto nella cornice di una società governata dal modo di produzione capitalistico, è dunque una “seconda natura” artificiale e alienata e, in quanto tale, intrinsecamente malata. La fredda analisi di Lukács nasconde infatti, indubbiamente, un secco giudizio di valore: “La reificazione configura una sindrome di coscienza distorta a più livelli e permanente” (p. 21). Giudizio inappellabile che è sempre sul punto di estendere la propria portata da una condanna ristretta, seppur totale, del sistema capitalistico, ad una condanna estesa, seppur confusa, della Modernità. Si tratta di quella stessa, pericolosa, deriva anti-moderna insita, in maniera più o meno esplicita, in molte opere dei Francofortesi (si veda, ad esempio, un testo cardine quale La dialettica dell’illuminismo) come in molte riflessioni contemporanee, deriva che spinge verso un condanna indistinta tanto della “logica del capitale” quanto della “geometria del moderno”.
Le critiche che si possono fare all’approccio lukácsiano sono molteplici e, del resto, ne sono state formulate in gran copia. Tuttavia quella proposta da Honneth mi sembra, nella sua essenzialità, particolarmente stringente: l’approccio di Lukács “è sia concettualmente, sia tematicamente troppo orientato dall’identità tra lo scambio di merci e la reificazione per poter costituire il fondamento teorico di un’analisi allo stesso tempo globale e differenziata” (p. 81). L’approccio strettamente materialista abbracciato da Lukács produce infatti un vero e proprio “accecamento sistematico” (p. 80) che, in quanto tale, impedisce l’elaborazione di una teoria della reificazione che risulti globale, ovvero in grado di inquadrare i diversi processi di reificazione (non solo quelli di natura economica) in uno stesso sguardo sistematico complessivo, e diversificata, ovvero in grado di analizzare statuto e cause delle diverse forme in cui si incarnano, e delle diverse dimensioni secondo cui si manifestano, i processi di reificazione. Ed è proprio a partire da una simile constatazione che Honneth si mette nella condizione di poter intravedere una teoria della reificazione che invece aspiri ad essere ad un tempo globale e diversificata, cioè, nel concreto, capace da una parte di inquadrare e di comprendere, in quanto fenomeni appartenenti alla medesima classe, processi di reificazione economica, fenomeni di tipizzazione quali il maschilismo e l’antisemitismo, l’approccio fisio-biologico nell’ambito degli studi sul cervello, la riduzione dell’essere umano a dati genetici, la ricerca del partner attraverso internet, ecc; dall’altra parte, di fornire per ciascuno di questi fenomeni una descrizione appropriata in virtù di un strumentario concettuale unitario ed adeguato, ovvero sensibile all’inalienabile eterogeneità dei fatti sociali.
Anche se l’elaborazione di una simile teoria della reificazione è lungi dal potersi dire completa, è indubbio che il saggio di Honneth riesca, pur nella sua brevità, a fornire importanti indicazioni circa i principi e le direttrici fondamentali del suo dispiegamento. Un’efficace definizione del fenomeno, debitrice di una precedente formulazione della teoria del riconoscimento che raccoglie l’apporto della riflessione di Heidegger, Dewey e Adorno, oltre che di Lukács (capp. 2 e 3), riesce infatti a coglierlo in tutta la sua complessità: reificazione è oblio del riconoscimento, ovvero “è il processo attraverso il quale nel nostro sapere di altre persone e nella loro conoscenza perdiamo la consapevolezza di quanto l’uno e l’altra siano debitori di una precedente disposizione alla partecipazione coinvolta e al riconoscimento” (p. 55). Perdita di consapevolezza che investe, oltre alla dimensione intersoggettiva, la dimensione soggettiva (autoreificazione) e quella oggettiva (reificazione della natura), ovvero quelle che sono le tre dimensioni della reificazione, collegate tra loro seppur autonome. Perdita che si esplica secondo due diverse modalità, l’una che deriva da fattori interni all’azione, l’altra da fattori esterni: la perdita della consapevolezza del riconoscimento può derivare da “l’autonomizzarsi di uno scopo particolare rispetto al contesto dal quale ha tratto origine” oppure da “una serie di schemi di pensiero (che) influenza la nostra prassi, portando a un’interpretazione selettiva dei fatti sociali” (p. 59). Si tratta dunque, in definitiva, o di pratiche sociali o di schemi di pensiero che, a seconda della situazione, provocano – in maniera più o meno consapevole, più o meno efficace, più o meno controllata – la negazione del riconoscimento, ovvero la rimozione di quella forma originaria di relazione emotivamente carica (“cura” in Heidegger, “coinvolgimento pratico” in Dewey, “prassi impegnata” in Lukács, “imitazione” in Adorno) che, alla base di ogni nostra conoscenza della realtà, conferisce ad essa qualità e valore. Negazione che indubbiamente, in determinate circostanze, costituisce la causa determinante di gravi “patologie sociali”, di vere e proprie schiavitù, nell’ambito della prassi vitale umana. Ma che in altre costituisce, in quanto distanziamento controllato e consapevole, la condizione necessaria per l’instaurazione di determinate prassi (si pensi, banalmente, ad un’attività elementare quale il gioco) che, lungi dal condurre meccanicamente ad assetti patologici, contribuiscono in maniera determinante ad arredare lo scenario sociale e a renderlo abitabile. Ma se dunque ogni processo di oggettivazione non è da considerarsi in sé reificante, allora una critica sociale attenta alle forme della complessità moderna non può non riconoscere legittimità a spazi delegati all’oggettivazione (le scienze, la politica, il diritto, ecc.), sempre a patto che questa avvenga in maniera riflessa ed esplicita.
Questa è la conclusione, forte e radicalmente contraria rispetto alla prospettiva lukácsiana, che si affaccia qua e là nel corso dell’argomentazione di Honneth. Conclusione che è il naturale esito della prospettiva costruita sapientemente nel corso di tutto il saggio e che emerge in maniera ferma ed esplicita, seppure in forma di dubbio, in questo passo: “Sorge la questione se Lukács non abbia gravemente sottostimato la misura in cui le società altamente differenziate esigono – per ragioni di efficienza – che i loro membri apprendano a rapportarsi strategicamente con sé e con gli altri. Se fosse così, una critica della reificazione non potrebbe essere così totalizzante come la concepisce Lukács, ma dovrebbe escludere sfere sociali nelle quali il comportamento da osservatore distaccato ha un posto del tutto legittimo” (p. 24). Questa è del resto, come sottolinea giustamente Honneth in una nota, la posizione sostenuta, tra gli altri, da Habermas nella Teoria dell’agire comunicativo.

Bibliografia

Adorno, T. W. e Horkheimer, M. (1947) Dialektik der Aufklärung (trad. it. Dialettica dell'illuminismo, Torino, Einaudi, 1997);
Habermas, J. (1981), Theorie des kommunikativen Handelns (trad. it. Teoria dell’agire comunicativo, Bologna, Il Mulino, 1997)

Indice

Premessa
Introduzione
La reificazione in Lukács
Da Lukács ad Heidegger e Dewey
La priorità del riconoscimento
La reificazione come oblio del riconoscimento
I contorni dell’autoreificazione
Fonti sociali della reificazione
Bibliografia


L'autore

Axel Honneth (Essen, 1949), uno dei più autorevoli esponenti della filosofia sociale contemporanea, è docente presso l’Università di Francoforte sul Meno, dove dal 2001 dirige il celeberrimo “Institut für Sozialforschung”.

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