lunedì 31 dicembre 2007

Foucault, Michel, Il sapere e la storia. Sull’archeologia delle scienze e altri scritti, a cura di Antonella Cutro.

Verona, Ombre Corte, 2007, pp. 173, € 15,00, ISBN 9788887009989.

Recensione di Mario Tanga - 31/12/2007

Filosofia teoretica (epistemologia), Filosofia politica

Le opere di Foucault sfuggono ad ogni classificazione semplicistica, e questo testo non fa eccezione. Tanto più che non è stato pensato e scritto come un libro, monoliticamente e organicamente. Si tratta infatti di una raccolta di scritti diversi: la risposta Al Circolo di epistemologia pubblicata sul numero 9 dei “Cahiers pour l’analyse”, la risposta alla domanda postagli da J-M. Domenach (scelta tra quelle ulteriori postegli dal Circolo) e comparsa su “Esprit”, entrambe nel 1968, il discorso pronunciato l’anno successivo, in occasione del bicentenario della nascita di Cuvier, nonché le discussioni che sono seguite a queste esposizioni. Ma, a dispetto, di questa struttura composita, il lettore attento ravvisa un filo rosso che tutto lega, una unità di fondo nella molteplicità dei concetti toccati.
Questo testo, colmando una delle lacune della bibliografia foucaultiana in Italia, occupa una posizione nodale rispetto a molte altre sue opere ed investe numerosi e diversi ambiti disciplinari quali la storia della scienza, l’epistemologia, la metodologia storiografica, la politica e altri ancora.
Con l’incisività e la radicalità cui ci ha abituato, Foucault ci porta ancora una volta dentro la problematica dell’analisi dei sistemi enunciativi che concretizzano i contenuti delle diverse scienze, la dinamica del loro sviluppo storico, il loro rapporto con eventi “non-discorsivi”. E lo fa obbligandoci a ripensare anche le categorie più profonde (e che da sempre diamo per scontate), a smantellare riferimenti rassicuranti, a cominciare dalla presenza del soggetto attore di ogni pensiero ed enunciatore di qualsiasi discorso, un soggetto sede, fonte, causa e garanzia dell’unità su cui fondiamo (arbitrariamente, a detta dello stesso Foucault) la sintesi organica dei “fatti” e dei “detti” che sono e devono restare separati e distinti. Se i saperi vengono affrontati con il “metodo archeologico” ecco che appaiono per quelli che sono, se sappiamo fermarci alla superficie, non per facilità e disimpegno, ma per evitare di cercare un’ulteriorità a cui, a detta di altri, rimanderebbero, allora e solo allora ne rispettiamo la natura e il contenuto.
Piuttosto che vedere questi saperi convergere nello spazio concentrazionario e potenzialmente puntiforme della sintesi concettuale, della continuità storica, dell’omogeneità contestuale, dobbiamo lasciare loro lo spazio di cui necessitano perché rimangano distinti, perché sia rispettata la metrica delle loro distanze e la rete dei rapporti che intercorrono tra essi e tra essi e il mondo. Si delinea così uno “spazio di dispersione”, un’estensione irriducibile e strutturata, refrattaria a qualsiasi tentativo unificante o pacificante, uno spazio in cui la costellazione eterogenea dei detti e dei fatti ha modo di disporsi secondo il senso che le è proprio, in cui possono convivere anche elementi eterogenei, contraddittori o tra loro estranei.
L’archeologia del sapere è quindi un metodo, una prospettiva epistemologica e storiografica che, limitandosi a cogliere le emergenze delle irruzioni storiche degli eventi, discorsivi e non, propone il valore del negativo, della differenza, della rottura, ma anche del positivo, dell’effettivo, limitandosi ad una “descrizione pura dei fatti del discorso” (p. 43, corsivo del testo). Pura, cioè liberata, o meglio libera da ogni rinvio a origini remote, fondanti, libera da ogni proiezione teleologica che la subordini a un fine, la disponga in un ordine che non le appartiene.
La stessa causalità, come categoria secondo cui si concatenano e si ordinano gli eventi storici, viene rivista, e molti dei suoi teoremi sono sfatati. Occorre fare attenzione a non confondere la genealogia (il termine va inteso qui nella accezione nietzschiana) con la genesi, riferendosi agli eventi e ai discorsi. La genealogia si rifà piuttosto alle “condizioni di possibilità” correlate al singolo evento discorsivo (condizioni che sono ad un tempo interne, per le caratteristiche di quella certa scienza in quel certo momento, ed esterne, per i rapporti con le contingenze del mondo concreto). La genesi si rifà invece alla continuità che, in un avvicendarsi di cause ed effetti, lega la storia in una evoluzione continua e ne appoggia la trama su sostegni costanti e immutabili quali per esempio la tradizione. E la discontinuità e il salto portano continuamente a ristrutturazioni dello spazio semantico tanto dei singoli oggetti di un sapere quanto del sapere nel suo insieme o dell’insieme dei saperi e dei loro rapporti con il mondo concreto. E quando si dice ristrutturazioni si intende, con Foucault, la tracciatura di un disegno completamente nuovo dei confini, un netto scarto del baricentro, una riconfigurazione della forma esterna e della trama interna, al punto che non si è più autorizzati a riconoscere la persistenza o l’identità in quelle che convenzionalmente vengono definite tradizioni culturali o scientifiche o, tout-court, scienze. Come dire che, nella storia, tutto è eccezione, tutto è novità, tutto è (ri)fondazione…
Nell’analisi del discorso, di ogni discorso, questa è la strada che traccia Foucault: “Di fatto, l’eliminazione sistematica di tutte le unità date, permette innanzitutto di restituire all’enunciato la sua singolarità di evento: esso non è più considerato semplicemente come la messa in opera di una struttura linguistica, né come la manifestazione episodica di un significato più profondo; viene considerato nella sua irruzione storica…” (p. 45)
Niente di meno e niente di più, quindi, dell’emergere dell’evento discorsivo, una sorta di “terza via” che si tiene fuori da qualsiasi tentazione nomotetica dello strutturalismo linguistico come da qualsiasi rinvio a un piano altro di senso e significato. Ma si tiene lontana anche dalla impostazione idiotetica della fenomenologia e dell’esistenzialismo, che ammettono specificità e diversità solo perché possano (ri)trovare unità nella sintesi del soggetto che è attore delle esperienze e che conferisce ad esse senso e significato. Comunque, sebbene Foucault sia correlato allo strutturalismo (e più vicino ad esso che non a qualsiasi posizione della fenomenologia o dell’umanesimo) il suo profilo, tuttavia, non vi si identifica. Non riconosce alcun sistema, inteso al singolare, in quanto “il” sistema, come egli stesso afferma esplicitamente; così come ripete insistentemente (p. 82 e p. 86) “sono pluralista”. Non riconosce, per dirla in breve, alcuna struttura metadiscorsiva (p. 83) sottesa ai discorsi.
Lo stesso termine “episteme”, su cui Foucault a lungo si sofferma, viene completamente ridefinito. Esso infatti non deve rinviare alla coerenza delle conoscenze di un epoca o di una scienza o di un autore, all’insieme di enunciati che gravita intorno a un centro ben evidente; deve piuttosto riuscire nel difficile compito di dar conto della pluralità e dell’eterogeneità dei diversi contenuti nella loro “dispersione”, indicare la geografia delle relazioni interne (fatte di correlazioni e corrispondenze come di estraneità o contraddizioni) ed esterne (rispetto agli eventi non discorsivi), descrivere la dinamica evolutiva, fatta di strappi, di salti, di scarti, dinamica che disegna quel famoso spazio di dispersione, così spesso nominato… “L’episteme non è uno stadio generale della ragione; è un complesso rapporto di spostamenti successivi.” (p. 85, corsivo del testo).
Il caso preso in esame nell’ultimo degli scritti presentati può essere considerato un esempio particolarmente significativo o, se si vuole, paradigmatico, di tutto ciò: il significato e la funzione di Cuvier in quel capitolo di storia dell’evoluzionismo che porta da Lamark a Darwin. Troppo spesso e con troppa facilità, ci fa notare Foucault, un certo modo di fare storia della scienza vede nel primo dei due il precursore del secondo. Lamark “prefigurerebbe” l’idea che i viventi possono trasformarsi, sebbene attraverso meccanismi causali che ancora non sono quelli “giusti”. Darwin avrebbe portato questo abbozzo di idea iniziale verso la “giusta” direzione, apportando i necessari correttivi. In realtà l’evoluzione di cui parla Lamark e quella di cui parla Darwin sono due “oggetti” completamente diversi uno dall’altro e tra essi c’è uno strappo insanabile. Le loro teorie non sono due tappe successive, in continuità, della storia dell’evoluzionismo, sono così distanti tra loro da non poterle nemmeno accomunare sotto uno stesso termine. Lo scarto non solo temporale tra le due teorie appare evidente se si considera quello che c’è in mezzo, ovvero il pensiero di Cuvier. Nello studio dei viventi è lui che sposta i riflettori dalla struttura degli organi (legata ad una visione tassonomica, continuistica e tutto sommato statica della natura, cui ancora è legato Lamark) ad una visione funzionale degli stessi (attraverso un criterio comparativo che presuppone o implica discontinuità tra i viventi, la frammentazione della “scala degli esseri”, cosa che ben si rapporta con i meccanismi di speciazione dell’evoluzionismo darwiniano). Questo spostamento provoca una rivoluzione di paradigma, prendendo a prestito l’espressione da Kuhn, comporta un’incommensurabilità, segna uno spartiacque decisivo tra le due concezioni.
Ma la questione, come le altre affrontate negli scritti raccolti in questo libro, sono ben più complesse e profonde di quanto sia dato di far capire nei ristretti limiti di una recensione. Non resta quindi che rimandare alla lettura del testo. Il linguaggio di Foucault è, come sempre, denso, incisivo, profondo, ma riserva al lettore volenteroso anche il piacere dell’espressione geniale, illuminante, brillante, valorizzata tra l’altro da quello che ci sembra un ottimo lavoro di traduzione.
La trattazione si snoda con un linguaggio ispirato, a tratti quasi poetico, oserei dire, anche se niente affatto facile, come protesteranno i non addetti ai lavori. Ma una tale incisività e profondità, nonché l’arricchimento che Foucault è capace, come sempre, di portarci, devono pur avere qualche costo.

Indice

Introduzione. Foucault e l’epistemologia. Scienza e politica tra strutturalismo, marxismo e psicanalisi
Sull’archeologia delle scienze. Risposta al Circolo di epistemologia. La storia e la discontinuità. Il campo degli eventi discorsivi. Le formazioni discorsive e le positività. Il sapere. Diverse osservazioni. Nuove domande del Circolo di epistemologia
Risposta a una domanda
La collocazione di Cuvier nella storia della biologia. Esposizione di Michel Foucault
La collocazione di Cuvier nella storia della biologia. Esposizione di François Dagognet
Discussione


L'autore

Michel Foucault (Poitier 1926-Parigi 1984) è una delle figure più significative del panorama filosofico della seconda metà del Novecento. Legato per certi aspetti allo strutturalismo, ha assunto una posizione di spiccata originalità riguardo a temi di grande rilievo che legano società, potere e conoscenza. La sua opera si pone in correlazione, sebbene le due posizioni non siano sovrapponibili, con quella di Nietzsche, soprattutto in ordine al progetto storico-genealogico. E riguardo agli interessi storici di Foucault, essi si concentrano soprattutto sulla storia della follia, del crimine e del sesso. Tra le sue numerose pubblicazioni ricordiamo Storia della follia nell’età classica (1961, in Italia 1963), Nascita della clinica, (1963, in Italia 1969), Le parole e le cose (1966, in Italia 1967), L’archeologia del sapere (1969, in Italia 1971), Sorvegliare e punire (1975, in Italia 1976) e i tre volumi sulla storia della sessualità (1976-84, in Italia 1978-85).

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