martedì 22 gennaio 2008

Morin, Edgar, L’anno I dell’era ecologica.

Roma, Armando, 2007, pp. 126, € 10,00, ISBN 9788860812896.

Recensione di Enzo Ferrara - 22/01/2008

Ecologia, Epistemologia

Negli ultimi cinquanta anni la tecnologia ha portato (ai fortunati, almeno, che possono goderne) enormi benefici, ma anche problemi ambientali e sociali di dimensioni mondiali, che le politiche tradizionali non sono più in grado di gestire. In passato i tentativi di controllo per delega e la sottostima sistematica dei rischi tecnologici si sono risolti, in non pochi casi, in conseguenze funeste per l’ambiente e la salute della collettività. Indagare il rischio legato all’uso delle tecnologie della società moderna è ormai una sfida continua, che non si può rifiutare e che, senza un dialogo aperto a tutte le parti coinvolte, degenera in conflitti sociali. I temi ambientali (inquinamento, variazioni climatiche, sfruttamento delle risorse energetiche) sono sempre più problemi aperti. Occorre però aggiungere che con l’evoluzione delle tecnologie il divario fra sapere predittivo e potere dell’azione tecnologica si è approfondito in modo generale, rendendo urgente un aggiornamento dei paradigmi della scienza, a vantaggio di una maggiore consapevolezza metodologica e di un avvicinamento a riflessioni di etica e scienze umane. Il discorso può allargarsi ben oltre i temi ambientali (per esempio a guerre, economia, migrazioni), ma questi restano nella maggior parte il nocciolo della questione.
Edgar Morin, 86 anni vissuti tra guerra, impegno politico e pensiero ecologico, contro l’ideologia di uno sviluppo votato al “sempre più”, affronta il tema con la pubblicazione di “L’anno I dell’era ecologica” (Armando Editore, 2007), una raccolta di saggi che percorrono 35 anni d’attività, dal 1972 ad oggi, dedicati al ripensamento della condizione umana dentro le contraddizioni del paradigma cartesiano. Un "paradigma di semplificazione", - afferma Morin - che concepisce il mondo in unità separate, con il soggetto disgiunto dall’oggetto, lo spazio dal tempo, il pensiero dalle emozioni, e tuttavia ripreso dai tanti fautori del progresso industriale che ha modellato la nostra civiltà e, insieme, il declino ecologico contemporaneo, fino alla sconfitta della natura e a un suicidio, da diverse parti preconizzato, del genere umano.
Anche se oggi si pone con forza nel mondo della conoscenza  un nuovo modo di vedere, un nuovo paradigma che si vorrebbe definire “globale”, “olistico”, per superare il principio di separazione sancito dal paradigma cartesiano, è quest’ultimo il modello ancora in auge, utilitarista e fortemente anti-ecologico. La visione globale del mondo porterebbe a concepire la realtà come una rete di sistemi che si relazionano continuamente. Assistiamo, invece, in virtù del vecchio paradigma, all’allontanamento dell’osservatore dall’osservazione, della politica dalla polis e dai cittadini, della scienza dai problemi reali delle persone, della medicina dal malato e dalla salute. è anche in virtù di questo genere di processo che la politica, e quanto le è associabile, assume oggi “globalmente” i connotati del nemico.
Bisogna reagire, afferma Morin, ma non si tratta solo di arginare le catastrofi, di escogitare tecnologie meno inquinanti o sopperire all’esaurimento del petrolio ricorrendo all’energia solare. è necessaria una metamorfosi del nostro modo di pensare: svelare l’artificiosa frontiera che isola l’uomo dal mondo è una delle chiavi per uscire dalla crisi, cercando capacità rigeneratrici laddove esse si nascondono, come nelle voci inascoltate di intellettuali, artisti, poeti.
Il primo saggio, “L’anno I dell’era ecologica”, pubblicato nel 1972 su “Le nouvel observateur”, dà il nome alla raccolta e delinea il senso di quelli che allora erano termini misconosciuti (ecologia, ecosistema, biocenosi). Nel testo, inoltre, già si fa spazio l’idea di infrangere l’incomunicabilità tra le diverse scienze naturali e umanistiche e le arti. L’ecologia è l’insieme di studi e conoscenze sulla situazione del pianeta e sulle cause del suo degrado; l’ecologismo, riguarda le ideologie molteplici alla base dei movimenti ambientalisti, prevalentemente nel solco del pensiero utopistico di derivazione marxista-anticapitalista, sovente anche antindustrialista. Ma sarebbe riduttivo identificare l’ecologismo solo attraverso queste definizioni, esso è continuamente alla ricerca di schemi nuovi, nell’ambito di un paradigma unificante capace di realizzare un rapporto “nuovo” tra l’uomo e la natura. Secondo Morin, il compito dell’intellettuale è liberare l’intelligenza umana dall’iper-specializzazione delle tecno-scienze che accumulano nozioni particolaristiche perdendo la visione globale, in questo senso egli coglie l’aspetto unificante, per altri versi perfino totalizzante, dell’ecologismo.
I saggi successivi, “Il pensiero ecologizzato” (Le Monde Diplomatique, 1989) e “Il pianeta in pericolo” (Nouvel Observateur, 1990), ribadiscono gli stessi temi e ammonimenti: l’idea di Gaia, la Terra come un essere vivente, l’aspetto meta-nazionale e planetario del problema ecologico, ma alla luce degli aggiornamenti di una ben più dolorosa consapevolezza, l’inquinamento chimico, la riduzione dell’ozono nella stratosfera, Bhopal, Chernobyl, … è interessante notare quanto la visione olistica dell’ecologia abbia in comune con le visioni del mondo pan-animiste delle popolazioni primitive e come sia stata da queste ispirata nelle sue prime origini, più o meno fortemente.
Nel seguito due testi, “Energia, ecologia, sociologia” (2003), un contributo al dibattito nazionale francese sull’energia, e “Oltre lo sviluppo e la globalizzazione” (2002), tratto da un discorso tenuto a Palazzo Nuovo, Firenze, ridiscutono la situazione mettendo in discussione il paradigma dello sviluppo tecno-industriale e facendo riferimento per la gestione delle risorse al contesto europeo e ai grandi vertici mondiali sull’ambiente (Rio, Johannesburg, Kyoto, … ). L’uomo è un sistema aperto – si sostiene - che vive una condizione paradossale di cui sembra non voler rendersi conto: è autonomo, distinto dalla natura, ma la sua autonomia si nutre della dipendenza dall’ecosistema che lo contiene. L’uomo e il suo mondo si alimentano di energia, che consente lo sviluppo tecnologico, ma anche di conoscenze e di principi organizzativi mutuati dall’ambiente esterno, grazie ai quali egli affina la sua cultura e afferma la sua posizione privilegiata. Eppure, la dipendenza dell’uomo dall’ecosistema è stato a lungo proprio il grande tema rimosso dell’Occidente, che nonostante tutto continua ad immaginarsi lanciato alla conquista della natura come un Cortes, un Pizarro o un Gengis Khan dello sviluppo.
A favorire la disinvoltura di questo agire vanno aggiunte considerazioni sulla visione moderna di matrice positivista che ancora preconizza un’era all’apice delle magnifiche sorti e progressive, nella quale è il livello del progresso scientifico e tecnologico che rende evidenti i dati della realtà e, di conseguenza, automatiche e lapalissiane le scelte etiche. Per queste ragioni, scienza e tecnologia vanno fortemente sollecitate, oggi più che mai, a individuare i propri limiti e a dar conto dell’incertezza da cui sono attraversate. Questo è necessario anche perché nel passato recente, e purtroppo anche oggi, si vede che la risposta più frequente ai cortocircuiti e alla messa in luce delle contraddizioni della modernità è quella del fascismo - inteso non come categoria storica, ma come disposizione dello spirito - e del suo riflusso autoritario. Una più profonda e capillare diffusione di sguardi aperti e disincantati e l’adozione di una pedagogia olistica sono forse gli unici reali antidoti al positivismo spontaneo che, ancora in ottima salute, svende le sue immediate ma superficiali chiavi interpretative della realtà.
Due saggi, infine, “L’imperativo ecologico”, un dialogo fra Morin e il giornalista Nicolas Hulot, e “I tre principi di speranza nella disperazione”, entrambi del 2007, spostano il discorso sul futuro, anche alla luce di tutti i fallimenti pratici e speculativi del pensiero ecologico degli ultimi trent’anni. La nuova situazione richiede la messa a punto di strumenti concettuali nuovi, idonei ad affrontare, fra ambiente, tecnica ed etica, i problemi congiunturali emergenti ma mantenuti in un limbo di semi oscurità della conoscenza (si pensi al problema enorme dei rifiuti, agli OGM, alle nano-tecnologie), per fare invece luce sulle condizioni di rischio, incertezza o ignoranza che si prospettano con le applicazioni moderne della scienza, per una più prudente ed equilibrata progettazione del futuro. In gioco c’è molto più del destino di discutibili applicazioni tecnologiche: siamo chiamati a un dibattito che mette in discussione le convenzionali idee di scienza, di progresso e dalle scelte che saranno fatte dipenderà la società del prossimo futuro.
Tre ragioni almeno, suggerisce Morin, offrono motivo di speranza: il principio dell’improbabilità innanzitutto, dell’inaspettato (della serendipità forse) che nel passato ha permesso di rivoltare il corso della storia, come per l’inverno russo con Hitler e Napoleone, perché probabile e improbabile assumono contorni fluidi nel pieno della crisi; oppure il ricorso a potenzialità umane ancora non espresse, o meglio inibite dalla cosiddetta civilizzazione, che per manifestarsi hanno bisogno di un innesco, un’eruzione, come nel 1789 in Francia; la possibilità di metamorfosi, infine, una trasformazione in un sistema più ricco, più complesso verso una società-mondo che non si può definire né ragionevolmente concepire prima della sua comparsa. Morin cita il poeta Friedrich Hölderlin: “La dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva”.
Gli studi sui rischi della tecnologia nell’età industriale stanno portando l’etica e le democrazie ad occuparsi delle questioni scientifiche mettendone in discussione il concetto di oggettività che pure, secondo molti, dovrebbe essere l’unico criterio di riferimento. Insegnare in un’ottica di etica ecologica oggi non vuol dire selezionare il campo visivo di chi si educa, ma eliminare gli impedimenti alla vista, non significa suggerire la scelta più giusta, ma creare le condizioni per quella più consapevole. Per questo occorre urgentemente che le visioni proposte siano molteplici ed è prioritaria l’integrazione dei problemi di ambiente, scienza e democrazia in uno scenario comune, per individuare soluzioni non di tipo solo reattivo, con interventi specialistici e terapeutici che puntano al controllo della situazione, ma davvero capaci di intercettare e svelare apertamente le cause più profonde della crisi. Quando esorta ad un risveglio, Morin pensa anche a questo genere di contaminazione come primo passo, doloroso ma necessario, per la rigenerazione della coscienza ecologica nella collettività contemporanea.

Indice

Prefazione all’edizione italiana (di Bianca Spadolini)
Introduzione
L’anno I dell’era ecologica (supplemento a “Le Nouvel Observateur”, 1972)
Il pensiero ecologizzato (“Le Monde Diplomatique”, 1989)
Il pianeta in pericolo (“Le Nouvel Observateur”, 1990)
Energia, ecologia, sociologia. Dalla politica dell’energia alla politica della civiltà (dibattito nazionale “ènergie 2003”)
Oltre lo sviluppo e la globalizzazione (Firenze, Palazzo Vecchio, 18 novembre 2002)
L’imperativo ecologico. Dialogo tra Edgar Morin e Nicolas Hulot (a cura di Nicolas Truong, 2007)
I tre principi di speranza nella disperazione (gennaio 2007)


L'autore

Edgar Morin, filosofo e antropologo-sociologo, è nato a Parigi nel 1921, da genitori ebrei sefarditi. Nel 1941 interruppe gli studi per partecipare alla Resistenza, aderendo successivamente al Partito comunista francese, dal quale fu in seguito espulso. Dal 1950 al 1979 è stato ricercatore al C.N.R.S., dove si dedicò, tra l'altro, a indagini su fenomeni sociali come il divismo e i giovani e la cultura di massa, passando successivamente alla direzione del Centro di Studi Transdisciplinari in Sociologia e Antropologia Politica, associato con l'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi. Nel 1967, fondò con Roland Barthes e Georges Friedmann la rivista "Communications", di cui è ancora co-direttore. Nel 1969 ebbe modo di conoscere la teoria dei sistemi che influenzò profondamente le sue successive ricerche nel campo dell'epistemologia. Ha dedicato gran parte della sua opera alla “riforma del pensiero”, manifestando la necessità di una nuova conoscenza che superi la separatezza dei saperi caratteristica della nostra epoca. Attualmente è presidente dell'Associazione per il Pensiero Complesso a Parigi e presidente dell'Agenzia Europea per la Cultura. Tra le sue numerosissime pubblicazioni, “Amore, poesia e saggezza” (1999), “I sette saperi necessari all'educazione del futuro” (2001), “Educare per l’era planetaria (con E. R. Ciurana, R. D. Motta, 2005), “Cultura e barbarie europee. Oltre la barbarie dello scontro di civiltà” (2006).

Nessun commento: