venerdì 4 aprile 2008

Buttitta, Ignazio, Verità e menzogna dei simboli,

Roma, Meltemi editore, 2008, ISBN 9788883536496

Recensione di Rosanna Oliveri 04/04/2008

Il saggio Verità e menzogna dei simboli ci permette di esplorare da vicino il mondo del simbolismo e di riflettere sul significato che questo assume per noi. Sì, perché i simboli assumono per tutti noi un significato e hanno una capacità di rimandarci ad altri concetti da cui non possiamo prescindere e tantomeno sottrarci.

Da una prima analisi si può concludere che la sfera simbolica riconduce alla dimensione sacrale così come poteva essere presente in epoca primitiva e ciò è dovuto al fatto che l’uomo fin dalle sue origini, ha avuto coscienza che la sua vita era legata a moltissimi fattori che non potevano essere posti sotto il suo controllo. Ci si trovava in un mondo il cui meccanismo non si riusciva a comprendere e pertanto non si aveva modo di controllare. La conseguenza di ciò era il tentativo di decifrarlo attraverso un codice di simboli materiali. Dalle ricerche antropologiche condotte e delle tracce archeologiche rinvenute si può affermare con tranquillità che l’uomo primitivo era sicuramente già convinto che esistesse un legame tra la vita a la morte, ovvero che la morte potesse essere una prosecuzione della vita e un periodo in cui si preparava una nuova vita. Esisteva la convinzione di una ciclicità tra la vita a la morte e in questo senso erano due facce della stessa medaglia. Il fuoco veniva usato in modo rituale per cerimonie che riguardavano proprio queste credenze. È probabile quindi che la maggior parte dei significati simbolici siano nati proprio in epoca preistorica, in particolare durante il Neolitico.

Buttitta analizza la sfera dei simboli percorrendo vari aspetti del fenomeno. Si passa dal significato di veicolo per l’assoluto a quello più contestualizzato di alcuni elementi ricorrenti, come in particolare gli alberi, l’acqua o il vento che sono quasi delle costanti nei riti simbolici che hanno attraversato i secoli fino ai giorni nostri.

Riguardo agli alberi si può dire che il bosco fin dall’antichità, era considerato il luogo prediletto dove abitavano le divinità. In tutta l’area celtica si sono rinvenute prove di culti dedicati ad alberi o a divinità degli alberi. Buttitta, a questo riguardo, riporta il celebre altare, la cui provenienza è sconosciuta, in cui sulla parte anteriore è raffigurato un dio con la barba e il capo scoperto, in piedi con vicino un cinghiale. Questo dio ha in una mano un serpente e nell’altra un oggetto che potrebbe essere una pigna. Dietro di lui si vede un pino a cui sta sospeso un bastone. Su un lato dell’altare si vede un altro pino e una capra, mentre sul lato opposto è solo un albero di alloro a occupare la scena. Sul retro, invece, si vedono due colonnette i cui capitelli sono costituiti da pigne.

Questo è solo un esempio tra le numerose rappresentazioni che dimostrano l’esistenza di divinità legate al mondo vegetale. Altri ritrovamenti che testimoniano una sacralità legata al mondo della natura vegetale sono dovuti agli scavi condotti presso l’oppidum di Manching in Baviera.

Anche l’albero della quercia veniva ricondotto al dio del fulmine, chiamato Donar o Thunar, e veniva adorato dalle popolazioni germaniche dell’antichità.

È sbagliato pensare però che il mito e l’adorazione degli alberi e dei boschi sia da associare esclusivamente al mondo antico; le cronache medievali, infatti, riportano numerose testimonianze di riti legati a queste credenze. Carlo Magno ebbe esperienza diretta di ciò quando nel 772, durante la guerra contro i Sassoni ordinò di distruggere gli alberi che venivano riconosciuti come divinità da queste popolazioni. In quell’occasione furono abbattuti numerosissimi alberi. Anche la Chanson de Roland presenta molte scene in cui gli alberi e il bosco in cui si svolgono le azioni assumono un valore maggiore di quello di un semplice sfondo, al contrario prendono parte in modo attivo trasmettendo i loro influssi sui protagonisti. Le leggende medievali sono, inoltre, spesso ambientate in boschi incantati, con piante, fiori o alberi dai poteri magici.

In ultima analisi ricordiamo che anche la religione cristiana non si sottrae al simbolismo legato al legno, che riconosciamo nell’elemento simbolico principale della cristianità: la croce.

È molto probabile che l’uso del simbolismo legato agli alberi, al bosco e al legno non sia affatto inconsapevole. Fin dall’antichità, infatti, gli uomini primitivi potevano osservare che il tronco era la parte della pianta che rimaneva intatta durante il periodo invernale, quando al contrario tutto il resto della pianta seccava. In seguito, passato l’inverno, era proprio dal tronco che rinascevano le foglie e i frutti. Da questa osservazione si dedusse che il legno, nella fattispecie il tronco dell’albero, aveva la capacità di riportare la vita e gli alberi dovevano avere la capacità di rinascere, cosa che si poteva attribuire a una divinità. Inoltre la possibilità di creare il fuoco dal legno doveva far apparire il legno e gli alberi elementi ancora più divini e magici.

Un altro elemento simbolico ricorrente in tutte le culture è sicuramente l’acqua. Tra le testimonianze di un uso magico dell’acqua si possono riconoscere virtù curative, che vanno dalla terapia di varie malattie anche gravi all’antidoto contro il malocchio, ovvero contro lo sguardo crudele e deleterio delle streghe. L’acqua è l’unica costante nella preparazione delle pozioni contro i malefici delle streghe e, allo stesso tempo, è spesso presente nei riti di queste stesse, per esempio legati alla capacità di provocare alluvioni o grandine. Un altro esempio di uso magico-terapeutico dell’acqua è la pratica dell’immersione purificatrice nei fiumi e nelle fonti che rimane presente in molte religioni e ricompare anche nel cristianesimo con il rito del battesimo.

Il culto dell’acqua si ritrova variamente articolato in diverse culture dell’area euromediterranea fin dal Neolitico. Ai culti delle sorgenti e dei corsi d’acqua devono essere connessi quelli delle caverne profonde intese come passaggio verso le viscere della terra, sede di divinità ctonie legate alla fecondità.

Per tutto il Medioevo, le cronache riportano esempi di condanna dei culti delle acque. Già Sant’Agostino osservava l’abitudine di offrire oggetti alle acque dei pozzi e delle fonti templari. Ma se da una parte la Chiesa condannò i riti precristiani legati alla mitologica dell’acqua, dall’altra ne cercò l’assimilazione. Sono moltissime infatti le fonti e le sorgenti riconosciute magiche in epoca precristiana attribuite poi a Madonne e Sante cristiane.

Una costante del culto e del simbolismo legato all’acqua è il suo legame con l’elemento femminile. L’acqua, infatti, fu sempre riconosciuta come elemento capace di creare la vita, proprio come la donna. Anche se sembra banale ricondurre questa capacità alla nostra assoluta necessità di avere l’acqua per sopravvivere, è molto probabile che la ragione per cui è stato attribuito un valore sacro a questo elemento sia proprio questa.

Nel saggio vengono affrontati anche altri aspetti del simbolismo, analizzando credenze e riti popolari legati alle tradizioni locali regionali italiane, come balli e feste sarde, oppure come la panificazione in Sicilia dove è frequente la forma a “esse” che richiama la spirale, simbolo di vita eterna.

Indice

Premessa p. 7
Il potere delle cose ovvero l’uomo, il sacro, i simboli p. 11
“Desuz un pin…”. La lunga strada dell’albero p. 29
Divinare il vento. Emissioni vulcaniche nelle isole Eolie p. 61
Tophet o dell’ambiguo statuto mondano degli infanti p. 83
Acque di vita, acque di morte. Il simbolismo magico- religioso dell’acqua p.99
La spirale nella panificazione cerimoniale p.119
“Veicoli dell’assoluto” nella tradizione induista p. 169
Verità e menzogna dei simboli. Società e festa a San Marco d’Alunzio p. 231

Bibliografia p.287


L'autore

Ignazio E. Buttitta insegna Etnostoria presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Sassari e Etnoantropologia presso la Facoltà di Economia dell’Università “Kore” di Enna. Tra le sue pubblicazioni: Feste dell’alloro in Sicilia (1992); Le fiamme dei santi. Usi rituali del fuoco in Sicilia (1999). Per Meltemi ha scritto il saggio I corpi dei santi. Breve discorso intorno alle immagini della santità pubblicato ne Il corpo e la festa (1999) e i libri Le fiamme dei santi (1999), La memoria lunga (2002), I morti e il grano (2006) e Verità e menzogna dei simboli (2008).

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