mercoledì 7 maggio 2008

De Pascale, Carla (a cura di), La Civetta di Minerva, Studi di Filosofia Politica tra Kant e Hegel.

Pisa, Ets, 2007, pp. 262, € 15,00, ISBN 9788846717924.

Recensione di Ottavia Spisni - 07/05/08

Filosofia Politica, Storia della filosofia (moderna)

Il libro curato da Carla De Pascale comprende saggi diversi accomunati da un unico filo rosso: la riflessione politica nella filosofia classica tedesca, principalmente le riflessioni di Kant, di Fichte e di Hegel. Come scrive Carla De Pascale nella Prefazione, l’interesse politico degli idealisti tedeschi “avvenne perché era la teoria stessa a richiederlo. Sia l’impossibilità di eliminare dal sistema il momento pratico, sia l’esigenza di realizzare quanto concepito dal pensiero (dall’intelligenza, dal concetto) erano infatti elementi costitutivi della teoria messa a punto dagli esponenti di questo movimento filosofico” (p. 9).
L’interesse politico dunque rappresentava il necessario completamento di quel lavoro teorico simboleggiato dalla Civetta, animale caro alla dea greca Atena che sta a simbolo della sapienza e dell’intelligenza razionale. Scrive Hegel nei Lineamenti di filosofia del diritto: “Del resto, a dire anche una parola sulla dottrina di come deve essere il mondo, la filosofia arriva sempre troppo tardi. Come pensiero del mondo, essa appare per la prima volta nel tempo, dopo che la realtà ha compiuto il suo processo di formazione ed è bella e fatta. Questo, che il concetto insegna, la storia mostra, appunto, necessario: che, cioè, prima l'ideale appare di contro al reale, nella maturità della realtà, e poi esso costruisce questo mondo medesimo, colto nella sostanza di esso, in forma di regno intellettuale. Quando la filosofia dipinge a chiaroscuro, allora un aspetto della vita è invecchiato, e, dal chiaroscuro, esso non si lascia ringiovanire, ma soltanto riconoscere: la nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo”.
Il libro si apre con il saggio di Carlo Sabbatini, Critica della ragione pubblica. La valenza politica della religione negli scritti minori Kantiani (pp. 25-79) che tratta appunto del rapporti che intercorrono, nella concezione politica di Kant, tra ceto intellettuale, Stato e Chiesa. Il saggio analizza gli scritti del 1793, Sopra il detto comune: questo può essere giusto in teoria, ma non vale per la pratica e La Religione nei limiti della semplice ragione, e si concentra, principalmente, sugli scritti precedenti ad essi, i quali “nascono dal corpo magmatico delle tre Critiche e rappresentano il tentativo di attualizzarle, commisurandone i principi universali con le istanze che nascono dall’epoca” (p. 36).
I saggi presi in esame sono: Che cos’è l’Illuminismo? Che cosa significa orientarsi nel pensare? Sul fallimento di tutti i tentativi filosofici in teodicea. Si tratta di opere che si configurano nell’analisi di Sabbatini come una sorta di ‘critica della ragione pubblica’. Un’analisi volta a mettere in luce l’influenza della religione sullo Stato e sulle scelte politiche nelle monarchie di Federico Guglielmo II e Federico Guglielmo III. La religione è trattata da Kant, come è noto, dal punto di vista della fede razionale e della libertà di coscienza, ma non meno importante è l’attenzione nei confronti dell’impegno civile, sebbene in opere quali Che cos’è l’Illuminismo?, egli tenda ad interpretare e fare in un certo qual modo sintesi della volontà del reggente Federico II. Kant è alla ricerca di una via di mezzo tra l’impegno civile, inteso anche come rispetto dell’ordine costituito, della tradizione e delle libertà di pensiero e di espressione in materia politica, e quindi la religione, tema cruciale a partire dall’impostazione datane dal radicale Trattato Teologico-Politico spinoziano.
Il secondo saggio, di Emanuele Cafagna, Pace perpetua e teodicea nella filosofia pratica di Kant (pp. 79-127) è tematicamente affine al primo. Esso analizza lo scritto kantiano Per la pace perpetua e la sua teorizzazione del foedus pacificum, e si sofferma sul Primo Supplemento, che ha come titolo Sulla garanzia della pace perpetua, richiamandosi all’idea della `teodicea autentica`: “Sostenere che l’idea di pace perpetua è pienamente fondata riguardo alla sua realtà non significa riferirsi a un’idea teoretica che giunge a confermare l’agire morale dandogli una certezza che altrimenti non avrebbe. Ma sta a significare precisamente l’opposto, e cioè che la realtà della pace perpetua è attestata, da un punto di vista pratico, dal fatto che l’agire in vista di essa si impone immediatamente a chi faccia uso della propria facoltà pratica razionale, nonostante non vi siano elementi per esibire dimostrativamente il suo futuro verificarsi” (p. 93).
La seconda parte del volume analizza alcuni aspetti della filosofia di Fichte e di Hegel. Il primo saggio è di Roberta Picardi, e si intitola Origine della cultura e `Urgeschichte` nella filosofia della storia di Fichte (pp. 127-165); esso si concentra su uno degli interessi costanti di Fichte, le origini della storia dell’umanità e del linguaggio. Il saggio esplora gli interventi fichtiani all’interno dell’acceso dibattito sette-ottocentesco sulle origini della storia e della cultura umana. La posizione di Fichte è chiara: se la ricerca storica procede nella ricostruzione razionale ed empirica dei fatti e dei nessi che intercorrono tra questi fatti, è impossibile una ricerca storica positiva circa le origini della cultura e dell’umanità. In merito alle origini, il filosofo fornisce ipotesi ed interpretazioni (inerente ad esempio ad un’origine umana o sovrannaturale della cultura), ma mai un sapere positivo.
Il saggio di Stefano Bachin tratta anch’esso la filosofia di Fichte e si intitola Filosofia applicata: l’idea di Fichte per una nuova università (pp. 165-197). L’autore si concentra sull’interesse fichtiano nei confronti del problema del conseguimento di un sapere autentico, e su quale debba essere il ruolo politico dell’Università e della cultura. Questa idea fu dibattuta in occasione della fondazione dell’Università di Berlino nel Piano deduttivo per un istituto di istruzione superiore. L’interesse fichtiano si rivolge alla struttura pedagogica dell’Istituzione universitaria e si interroga sul ruolo centrale che la Filosofia dovrebbe avere in questo costante movimento di apprendimento/addestramento, non solo dell’individuo ma anche della collettività. Fichte riserva alla Filosofia il ruolo centrale, e si domanda inoltre quale debba essere la posizione e il ruolo degli altri saperi in rapporto all’‘arte dell’uso dell’intelletto’.
Infine, il saggio di Daniela Tafani, Pena e libertà in Hegel (pp. 197-217) tratta la concezione della pena teorizzata da Hegel nei Lineamenti di filosofia del diritto. Il saggio propone un confronto tra la teoria hegeliana e la concezione kantiana delle leggi della libertà e approfondisce l’idea hegeliana di pena.
“Definendo la libertà come la presenza della volontà universale nella volontà individuale, e la pena come la riaffermazione dell’essenza universale del singolo, egli poteva associare senza ironia pena e libertà” (p. 208).
Nel complesso i saggi contribuiscono a rinnovare l’interesse nei confronti di argomenti tutto sommato classici, esplorando con acume e originalità alcune sfumature tematiche, forse, poco note o semplicemente non usuali, presenti nelle opere dei maestri della filosofia tedesca.
Si tratta di temi ‘universali’ e dunque sempre attuali: la pace, la relazione tra ideale e reale (declinata qui nei termini del rapporto tra religione e politica),ed ancora, il compito che dovrebbe avere una cultura autentica e l’indagine sulla giustizia retributiva e distributiva.

Indice

Prefazione di Carla De Pascale
Critica della ragione pubblica. La valenza politica della religione negli scritti minori Kantiani di Carlo Sabbatini
Pace perpetua e teodicea nella filosofia pratica di Kant di Emanuele Cafagna
Origine della cultura e `Urgeschichte` nella filosofia della storia di Fichte di Roberta Picardi
Filosofia applicata: l’idea di Fichte per una nuova università di Stefano Bachin
Pena e libertà in Hegel di Daniela Tafani
Gli Autori
Bibliografia
Indice dei nomi


La curatrice

Carla De Pascale è Professore ordinario di Storia della Filosofia all’Università di Bologna. Laureata all’Università di Firenze in Filosofia e in Lettere. Ha collaborato a lungo con la redazione de “Il pensiero politico” e di “Filosofia politica”, ha pubblicato nelle “Fichte-Studien”, negli “Annali dell’Istituto storico italo-germanico”, in “Studi kantiani” e in “Dianoia”. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Il Problema dell’educazione in Germania. Dal neoumanesimo al romanticismo (Torino, Loescher, 1979); Tra rivoluzione e restaurazione. La filosofia della società di Franz von Baader (Napoli, Bibliopolis, 1982); J. G. Fichte, Il sistema di Etica secondo i principi della dottrina della scienza (Roma-Bari,Laterza,1994); Etica e diritto. La filosofia pratica di Fichte e le sue ascendenze kantiane (Bologna, il Mulino, 1995); Vivere in società, agire nella storia. Libertà, diritto, storia in Fichte (Milano, Guerini e Associati, 2001).

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