sabato 23 maggio 2009

Corbi, Enricomaria - Sirignano, Fabrizio Manuel - Oliverio, Stefano, L’engagement pedagogico. Riflessioni tra teoria e storia.

Napoli, Liguori, 2008, pp. 99, € 12,50, ISBN 9788820743031

Recensione di Salvatore Lucchese - 23/05/2009

Pedagogia, Filosofia politica, Etica

A due decenni di distanza dalla fine del “secolo breve”, le democrazie occidentali sono attraversate da una crisi che appare sempre più radicale, in quanto non riguarda solo i suoi aspetti istituzionali, ma ne coinvolge anche la dimensione etico-politica.
All’apice del ciclo di lotte iniziato nella seconda metà degli anni ’60 e protrattosi in varie forme sino agli anni ’70 e contemporaneamente all’accelerazione dei processi della globalizzazione economica, finanziaria e culturale, la progressiva trasformazione della “costituzione materiale” della società – incentrata sulla destrutturazione della “civiltà del lavoro” attraverso la transizione dal “fordismo” al “postfordismo” –, ha favorito un sempre più marcato svuotamento della valenza rappresentativa delle democrazie occidentali, una progressiva erosione della loro sovranità territoriale ed una disaffezione sempre più diffusa dei cittadini nei confronti del dibattito pubblico. Nel corso degli ultimi decenni, gli intrecci sempre più organici tra il mondo della politica e quello degli affari, le alleanze sempre più frequenti e strutturali tra Stati e grandi corporation hanno dato vita ad un “assalto alla democrazia”, che sembra produrre un “totalitarismo rovesciato”, in quanto basato sulla smobilitazione delle masse.
Nello stesso periodo, la pedagogia cominciava a mettere in discussione la predominanza, se non esclusività, del paradigma tecnico-scientifico come suo asse di riferimento centrale, per rilanciare la prospettiva filosofica non più di matrice metafisica, astratta e speculativa, bensì epistemologica e critico-progettuale.
La riapertura della pedagogia a temi altri rispetto a quelli della sola “istruzione” e dei processi di “insegnamento/apprendimento”, la ri-conduceva alla sua consustanziale vocazione/dimensione sociale e politica, sino farle riconoscere l’emergenza democratica come una delle “emergenze educative” del XXI secolo.
Collegandosi ad alcuni dei filoni e degli esponenti maggiormente rappresentativi della pedagogia critica e politica, il testo di Enricomaria Corbi, Fabrizio Manuel Sirignano e Stefano Oliverio, L’engagement pedagogico. Riflessioni tra teoria e storia, indaga storicamente e delinea teoricamente un modello di pedagogia dell’impegno politico e democratico adeguato alle “urgenze” dell’età della globalizzazione.
Il volume si articola in due sezioni. Nella prima, di carattere storico-teorico-progettuale, Fabrizio Manuel Sirignano ed Enricomaria Corbi delineano il quadro critico di riferimento che sta alla base dell’intera architettura testuale. Nella seconda sezione di carattere monografico, Stefano Oliverio esemplifica il rapporto tra pedagogia, filosofia e politica attraverso la ricostruzione di un autore e di una situazione storica specifica: le posizioni di Otto Neurath nell’ambito della Umerziehung tedesca.
Nel suo saggio, La dimensione politica della pedagogia tra teoria e storia, a fronte dell’attuale “apatia” e “disincanto” che pervadono le società occidentali mettendone a rischio la tenuta democratica, Fabrizio Manuel Sirignano intende rilanciare il paradigma della pedagogia politica, sia indagandone i presupposti storici ed i fondamenti epistemologici, sia delineando nuovi modelli di educazione alla politica, concepita come educazione alla cittadinanza e alla democrazia.
Partendo dal presupposto dell’indissolubilità del legame tra pedagogia e politica, Sirignano ne ripercorre le principali tappe storiche a partire dal Seicento sino al Novecento. Nella temperie della cultura empiristica ed illuministica del Sei- Settecento, “la pedagogia – sottolinea Sirignano – in quanto disciplina che codifica e trasmette i comportamenti richiesti dal modello socio-culturale di riferimento, è investita in pieno dall’onda di cambiamento e si spinge a teorizzare un ideale formativo centrato su di un uomo capace di partecipare attivamente e coscientemente alla vita sociale e politica, riprendendo così l’antica vocazione ateniese di scienza deputata all’educazione dell’uomo” (p. 10).
A partire dall’Ottocento, con l’inizio dell’età contemporanea segnata da continue e molteplici rivoluzioni sociali, economiche politiche e culturali, il paradigma socio-politico della pedagogia diviene sempre più dominante. Sirignano si sofferma sui contributi pedagogici di Emile Durkheim, Karl Marx, Antonio Labriola, Giovanni Gentile ed Antonio Gramsci. Dalla ricostruzione delle loro posizioni specifiche, lo studioso individua le costanti in base alle quali delineare un paradigma generale di riferimento. “Il paradigma socio-politico – osserva Sirignano – viene quindi declinato dai singoli autori con accenti diversi in relazione alla sensibilità e alla collocazione politica di ciascuno, ma presenta dei caratteri peculiari che ne definiscono la tipologia. A fondamento del paradigma è posta la concezione di una pedagogia strettamente legata ad una filosofia politica che indica i fini da perseguire e traccia il percorso da compiere” (p. 17). Dopo un’esaustiva esposizione della funzione sociale, culturale e civile della scuola italiana nel secondo dopoguerra, Sirignano rilancia la necessità di una pedagogia della politica. “La pedagogia, – afferma lo studioso – prendendo atto della crisi della politica come crisi dell’educazione, deve rinsaldare il suo secolare legame con la politica – intesa come scienza e non come prassi – e non deve appiattirsi su posizioni che la vogliano relegata allo studio dei processi di insegnamento/apprendimento e alla pratiche scolastiche” (p. 18). In altri termini, secondo Sirignano, la consapevolezza dell’emergenza democratica che in Italia si è manifestata nella lunga e tuttora in atto transizione dalla prima alla seconda Repubblica, deve essere alla base di un rilancio della funzione civile e politica della scuola “con il preciso obiettivo di educare i futuri cittadini alla conoscenza e alla sperimentazione delle regole del gioco democratico, ad operare distinzioni tra conservazione e progresso per dare loro la possibilità di identificarsi in differenti modelli sociali e per poter poi operare delle scelte consapevoli, esplorando la realtà senza pregiudizi ma con spirito critico, evitando così di lasciarsi condizionare da falsi valori” (p. 20).
Nel suo saggio La dimensione sociale dell’agire tra mutamento e questioni etiche, Enricomaria Corbi intende delineare sia una progettualità educativa a lungo termine, fondata su una scuola che deve esplicare un’azione formativa che sia capace di modificare la società, sia riflettere criticamente sul concetto di esperienza, da concepire come interconnessione tra fatti e valori.
Richiamandosi a John Dewey, Corbi sostiene che la filosofia è “una teoria generale dell’educazione” – identificata con il processo formativo delle disposizioni intellettuali ed emotive dell’uomo –, il cui fine consta nell’acquisizione di un habitus mentale sperimentale, ossia attivo, critico e partecipe, attraverso il quale riuscire a dirigere il mutamento. Ciò implica una concezione della democrazia che non la riduce alla sola sfera istituzionale, ma la connota in senso più ampio come “forma di vita associata”. Ne segue l’esigenza della realizzazione della democrazia in interiore homine e della funzione sociale e civile della scuola, che la deve vedere impegnata a trasformare la società sulla base di progetti di lunga durata incentrati sui valori di libertà e pluralismo. Esigenza, sottolinea Corbi, quanto mai attuale nelle odierne società complesse, in cui la tendenza predominate, anche a livello di culture educative, è rappresentata dall’apologia della flessibilità e dell’individualismo più esasperato, che tende ad espungere la dimensione critica dai processi educativi, riducendo l’orientamento e la lifelong learner alla solo capacità di adattamento degli individui al corso dei mutamenti per trarne utilitaristicamente il maggiore profitto possibile. Se, osserva Corbi, l’educazione concepita e praticata come adattamento sociale oggi è messa in crisi sia dalla sua estensione all’intero arco della vita degli uomini, sia dall’accelerazione dei processi di trasformazione sociale, sia dalla pluralità delle agenzie educative, a meno che non si voglia avallare la trasformazione del sistema formativo in una sorte di capillare rete di controllo, bisogna tornare a riflettere criticamente sull’antinomicità e contraddittorietà della relazione educativa quale si è andata evidenziando nella modernità: il nesso autorità/libertà; eteronomia/autonomia.
In altri termini, secondo Corbi “il terreno da cui ripartire per un esercizio difficile ma concreto di responsabilità educative, può essere quello di una riflessione che non creda di cancellare dal proprio orizzonte il problema dell’adattamento, ma lo consideri come uno delle polarità del processo educativo: la polarità del condizionamento e dell’eteronomia, al cui estremo corrisponde quella opposta, ma altrettanto reale, dell’autonomia critica. Su questa tensione, che descrive lo spazio di libertà dell’uomo, si può far leva per una progettualità a lungo termine, che è condizione indispensabile per qualsiasi intervento educativo, anche per quelli più specifici e settoriali” (p. 28).
La configurazione di un modello pedagogico dell’impegno, di un’apertura dei saperi e delle pratiche educative ai problemi del proprio tempo, presuppone un’immagine della pedagogia diversa da quella di sapere neutrale frutto di un’oramai superata concezione positivistica. Richiamandosi al filone epistemologico del fallibilismo, Corbi evidenzia i limiti dell’induttivismo, sostenendo l’importanza decisiva che i paradigmi teorici generali ricoprono nelle scegliere i fatti e nell’interpretarli. Se la visione scientista ha indirizzato la pedagogia verso lo sviluppo delle scienze dell’educazione, riducendo quest’ultima ai suoi soli aspetti osservabili e misurabili, grazie al dibattito critico-epistemologico oggi si è consapevoli che il sapere pedagogico si rivolge “ad un’esperienza, quella educativa, che, essendo immersa in un tessuto socio-culturale, si presenta sempre come una realtà dotata di senso” (p. 32). I valori, sottolinea Corbi, per la loro costitutiva inerenza al piano dell’esperienza, emergono chiaramente nelle scelte relative ai processi educativi, scelte che possono risultare decisive per la vita degli individui e della società.
La consapevolezza della pluralità dei valori e delle prospettive epistemologiche non deve condurre al relativismo scettico, ossia ad una «civile conversazione» che in ultima istanza, sostiene Corbi, avalla scelte funzionali agli interessi dei vari gruppi di potere, ma deve essere alla base di un dialogo critico-razionale capace di coniugare la problematica universalistica con un consapevole atteggiamento fallibilistico. Nell’età della globalizzazione e del multiculturalismo urge favorire un dialogo costruttivo tra le varie prospettive etiche ed epistemiche, incentrato sulla traduzione dei valori religiosi in quelli laici. Richiamandosi ad Habermas, Corbi conclude affermando che “è interesse dello Stato costituzionale trattare con rispetto tutte le fonti di cultura da cui si alimentano la coscienza normativa e la solidarietà dei cittadini e favorire un processo di ‘apprendimento complementare’, fondato non solo sul riconoscimento, da parte del pensiero laico, che le convinzioni religiose possiedono uno ‘status epistemico, che non è semplicemente irrazionale’, ma anche sull’impegno dei ‘cittadini secolarizzati di partecipare allo sforzo di traduzione’” (p. 38).
Nella seconda parte del testo, con il saggio Educazione alla democrazia e modernità scientifica: la polemica anti-platonica di Neurath, Stefano Oliverio offre ai lettori una ricostruzione storiografica delle posizione pedagogiche di Otto Neurath, a partire dall’intervento del filosofo viennese nel dibattito relativo all’Umerziehung tedesca e dalla sua polemica nei confronti della Repubblica di Platone.
Nell’ambito del quadro delle diverse posizioni emerse nella cerchia degli intellettuali tedeschi in esilio rispetto al problema della de-nazificazione della Germania e della rieducazione del popolo tedesco, Oliverio evidenzia la specificità delle tesi di Neurath, che non si limita a richiedere l’eliminazione dei contenuti razzisti e nazionalsocialisti dalla scuola tedesca, ma procede oltre, proponendo la messa al bando di alcuni classici del pensiero occidentale – in primis della Repubblica di Platone – il cui studio avrebbe potuto favorire la riproposizione di idee totalitarie.
Secondo Oliverio, a partire dalla sue posizioni fisicaliste e fallibilistiche in ambito epistemologico e da quelle coerentemente incentrate sull’engagement politico-democratico – di chiara derivazione deweyana – in ambito pedagogico, Neurath fa valere l’esigenza di un’operazione di pulizia terminologica e concettuale, tesa ad evidenziare e ad eliminare le “opinioni” ed i “fuochi di artificio verbali”, non solo presenti in molti libri di testo ma anche in alcune delle opere più significative della tradizione storiografica tedesca. Infatti, secondo Neurath, sottolinea Oliverio, un linguaggio non fattuale, potrebbe manipolare dei soggetti in formazione, inducendoli ad acquisire abiti mentali e comportamentali antidemocratici, incentrati sull’assunzione di figure brutali e tiranniche a modelli di riferimento, come nel caso del Federico II di Svevia di Kantorowicz e Burckhardt.
Di contro, prosegue Oliverio, secondo Neurath la revisione della terminologia dei libri di testo a partire dall’utilizzazione di un linguaggio rigorosamente scientifico, ossia enunciativo, descrittivo e fattuale, avrebbe favorito una formazione globale degli individui, tesa ad una progressiva acquisizione di un habitus mentale fallibilistico e sperimentale, a sua volta capace di promuovere i valori della fratellanza umana e della cooperazione.
A partire, osserva Oliverio, da questa esplicita intenzionalità politico-educativa, Neurath critica radicalmente La Repubblica di Platone, evidenziandone l’eventuale applicazione educativa in chiave nazionalsocialista, sotto l’alibi dello studio di un classico. Non già la disamina e la critica filologica del testo sono alla base dell’antiplatonismo neuratiano, ma il suo possibile uso pedagogico-politico. Per Neurath, sottolinea Oliverio, “il significato di un (libro di) testo è l’insieme delle operazioni educative cui esso mette capo ed è perciò da rigettare ogni testo che, con la sua terminologia, si presti ad un’interpretazione/applicazione che promuova attitudini anti-democratiche e anti-scientifiche” (p. 74). Da qui, secondo Oliverio, non solo la specificità ma anche alcuni limiti delle posizioni di Neurath nell’ambito del dibattito antiplatonico sviluppatosi durante la Umerziehung.
Se i limiti di Neurath risiedono nella sua teoria behaviouristica-operazionistica del linguaggio, la sua specificità e la sua attualità, incalza Oliverio, constano nella delineazione di un modello di educazione alla cittadinanza incentrato sulla pedagogia della scienza e della mondialità, capace di promuovere un ethos democratico, che significa anche “esaltazione della varietà singolare, tolleranza dei più disparati modi di vita e sistemi di credenze/valori e, nel contempo, armonizzazione, orchestrazione di essi in una comunità che non li inculchi né li riduca all’uniformità” (p. 86).

Indice

Introduzione di Enricomaria Corbi
Parte I 
La dimensione politica della pedagogia tra teoria e storia di Fabrizio Manuel Sirignano
La dimensione sociale dell’agire tra mutamento e questioni etiche di Enricomaria Corbi
Parte II
Educazione alla democrazia e modernità scientifica: la polemica anti-platonica di Neurath di Stefano Oliverio


Gli autori

Enricomaria Corbi è professore straordinario di Pedagogia generale e sociale nella facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli, dove insegna Pedagogia generale e Storia dei modelli e delle istituzioni educative. Tra gli ultimi lavori si ricorda La verità negata. Riflessioni pedagogiche sul relativismo etico (Milano 2005).

Fabrizio Manuel Sirignano è ricercatore di Pedagogia generale e sociale nella Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli, dove insegna Pedagogia della formazione e Pedagogia della politica. Tra le sue pubblicazioni più recenti si ricordano La società interculturale. Modelli e pratiche pedagogiche (Pisa 2007) e Per una pedagogia della politica (Roma 2007).

Stefano Oliverio, dottore di ricerca in Pedagogia della formazione, è cultore di Fondamenti di pedagogia generale e Didattica della filosofia presso l’Università Federico II di Napoli. I suoi interessi di ricerca si focalizzano sulla lettura pedagogica del dibattito epistemologico novecentesco e sull’educazione al pensiero, con una specifica attenzione al modello della Philosophy for Children. Oltre ad articoli su riviste ha pubblicato Pedagogia e visual education. La Vienna di Otto Neurath (Milano 2006).

Links

http://pedagogia.stripes.it/index.php?p=news&o=ListNews&reset=1
Pedagogika – rivista di pedagogia online

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