domenica 30 agosto 2009

Camerer, Colin, La Neuroeconomia.

Milano, Il Sole 24 ore, serie Economia, mente, cervello, 2008, pp. XVIII - 150, € 16,00, ISBN 9788883638329 

Recensione di: Salvatore Pistoia Reda

Nel XX secolo la teoria economica è stata al centro di intensi dibattiti che ne hanno prodotto una significativa evoluzione. La radicalità dello scontro è stata tale da mettere in discussione la natura stessa dell’economia, arrivando oggi a sviluppi teorici ed empirici sostanzialmente inattesi. Per ripercorrere brevemente le fasi di questo percorso è opportuno iniziare da quando, alla vigilia della seconda guerra mondiale, diversi economisti europei (come Oskar Morgenstern o John von Neumann) emigrarono negli Stati Uniti. Questi studiosi lasciarono in Europa un terreno di discussione ampio e variegato, anche geograficamente, che tuttavia andò perdendo di rilevanza proprio in favore delle nuove scuole anglosassoni. Si formò un approccio unitario e spesso autoreferenziale allo studio economico: l’economia si costituì come una disciplina matematica in cui la maggior parte degli sforzi degli studiosi consisteva nella costruzione di assiomi che definissero con precisione le regole di comportamento degli agenti economici. Una tale impostazione, insieme ad una specifica assunzione comportamentale, fondò in sostanza la visione predominante del secolo, nota come Teoria della scelta razionale (TSR).
Già la nascita dell’economia sperimentale, avvenuta intorno agli anni ’50, aveva indebolito l’approccio tipico della TSR. Gli agenti impegnati negli esperimenti di laboratorio avevano mostrato di deviare dall’assunzione di razionalità con frequenze che risultavano pericolose per la stabilità del sistema. Poco dopo, l’avvento delle scienze cognitive, un approccio interdisciplinare (cui partecipano la linguistica, la filosofia della mente e del linguaggio, la psicologia cognitiva, le neuroscienze, l’intelligenza artificiale e, a partire dagli anni ’70, l’economia cognitiva) che pone l’accento sullo studio della mente in relazione al comportamento, aveva iniziato a mostrare agli economisti la possibilità di integrare il loro corpus di conoscenze con quello di studiosi di discipline come la psicologia cognitiva o le neuroscienze. Un convinto assertore dell’utilità della collaborazione tra l’economia e le due discipline menzionate è proprio Colin Camerer, autore, con George Loewenstein e Drazen Prelec, dell’articolo “Neuroeconomics: How Neuroscience Can Inform Economics” (2005). Nel 2008 Il Sole 24 ore ha riunito “Neuroeconomics” (già apparso in traduzione italiana presso la rivista Sistemi Intelligenti) e il più recente articolo “The Case for Mindful Economics” (2007), a firma del solo Camerer, in un’unica pubblicazione intitolata La Neuroeconomia, offrendo a un più vasto pubblico italiano un pezzo importante del dibattito internazionale sull’economia e sulle scienze cognitive. I due articoli, che nella sostanza possono essere considerati perfettamente uniformi essendo il secondo in qualche misura un aggiornamento del primo, argomentano in favore di un’impostazione mindful (in quanto opposta a quella mindless, adottata da Gul e Pesendorfer nel 2005) allo studio economico, e cioè di una sua apertura verso metodi e concetti di orientamento specificamente neuroscientifico.
La TSR si costruisce sulla condizione per cui, per dirla con Camerer, il cervello è l’ultima delle “scatole nere”. Fu questa osservazione a spingere William Stanley Jevons, nel 1871, ad affermare: “Dubito che gli uomini avranno mai i mezzi per misurare direttamente i sentimenti che agitano l’animo umano. È a partire dagli effetti quantitativi dei sentimenti che dobbiamo stimarne i valori comparativi” (il passo è contenuto ne La Neuroeconomia, p. 2). La scienza economica deve costruire i propri metodi di indagine e selezionare i propri oggetti di studio tenendo conto di questa lacuna. Qui interviene il principio delle “preferenze rivelate”. L’unico dato empirico su cui si possa contare è il comportamento osservabile degli agenti: coerentemente, considerando l’assunzione tipica della TSR (cioè: gli agenti si comportano in modo da massimizzare le proprie utilità, selezionando il più razionale tra una serie di comportamenti disponibili secondo un meccanismo deliberativo ricostruibile deduttivamente), si può risalire alle loro effettive preferenze. In questo senso le preferenze sono rivelate dagli agenti per mezzo del loro comportamento, e possono essere equiparate a quelle non osservate. Rozzamente, un sostenitore della TSR ricostruirebbe nei termini seguenti il ragionamento all'origine di un'ipotetica azione alpha compiuta da un agente A: A ha appena compiuto alpha. Se A l’ha compiuta vuol dire che in quel momento, e rispetto a quella situazione, alpha era l’azione più razionale per il fine che si era preposto. E allora: qual è il fine tale che alpha è la scelta più razionale per raggiungerlo? In questo modo, i fautori della TSR risalgono alle preferenze degli agenti economici semplicemente ricostruendo il loro presunto percorso deduttivo.
Sul finire degli anni ’70, Daniel Kahneman e Amos Tversky (KT) idearono dei questionari che prevedevano scelte di tipo binario, sulla falsa riga di quanto postulato dalla TSR. I due studiosi registrarono una deviazione rilevante dei soggetti sperimentali dagli assiomi tipici di razionalità (continuità, ordinamento e indipendenza). Come si legge in Innocenti (2009, L’economica cognitiva, Carocci, p. 18) non era tanto sorprendente che risultati di laboratorio, ottenuti per esempio da Maurice Allais nel 1953, o i successivi questionari di KT contraddicessero una teoria astratta come la TSR. Piuttosto, fu la sistematicità dell’“errore” a indirizzare gli studiosi verso la comprensione dei principi, i modi di elaborazione dell’informazione e i meccanismi di presa della decisione alla base di quei comportamenti. Oggi, in questa impresa il contributo delle neuroscienze appare imprescindibile. Gli enormi passi in avanti compiuti negli ultimi decenni nella conoscenza della geografia funzionale del cervello lasciano ben sperare, in prospettiva, per l’apertura di quell’ultima scatola nera. L'adozione di un'ottica interdisciplinare produce delle rilevanti implicazioni generali sulla comprensione della scienza economica; inoltre può fornire soluzioni a questioni applicative complesse (le scelte intertemporali, le decisioni in condizioni di rischio e di incertezza ecc.). Per ciò che riguarda il primo aspetto, Camerer parte da due osservazioni: in primo luogo, il nostro cervello sembra essere predisposto a sostenere processi automatici, al contrario di quanto si potrebbe ricavare dalla TSR che postula meccanismi decisionali deliberativi e costosi, la cui attivazione è indisponibile alla coscienza degli individui; in secondo luogo, processi di tipo affettivo, in quanto opposti ai processi razionali, rivestono un ruolo fondamentale nella presa di decisione. Concentrarsi sulla natura dei processi mentali equivale a superare il principio delle preferenze rivelate, ed indagare i meccanismi cognitivi alla base del comportamento.
Seguendo Camerer, offriamo di seguito una breve rassegna delle tecniche utilizzate dalle neuroscienze. 1) Tecniche di visualizzazione cerebrale che registrano l’attività elettrica o il flusso ematico presente nel cervello, come l’elettroencefalografia (EEG), la tomografia a emissione di positroni (PET) e la risonanza magnetica funzionale (fMRI). 2) Misurazione dell'attività dei singoli neuroni (le visualizzazioni si limitano ai circuiti neurali) attraverso l'inserimento di minuscoli elettrodi nel cervello: per la sua invasività, questa tecnica è però limitata agli animali. 3) Tecniche di stimolazione elettrica del cervello, anch’essa in gran parte limitata agli animali. 4) Inferenze sulla specializzazione delle diverse aree cerebrali a partire da psicopatologie o lesioni. La stimolazione magnetica transcranica (TMS), il cui utilizzo è controverso, interferisce temporaneamente con l’attività cerebrale in specifiche zone in modo da condurre ad inferenze causali sul funzionamento del cervello. 5) Misurazione di indici psicofisici, come frequenza cardiaca, pressione sanguigna e sudorazione. 6) Da ultimo, la diffusion tensor imaging (DTI), una risonanza magnetica sensibile alla diffusione delle molecole d’acqua attraverso gli assoni neurali mielinizzati.
A partire dai dati così raccolti, si può avanzare l’ipotesi che il comportamento sia il risultato di un’interazione tra diversi processi cognitivi. La prima distinzione è quella, già menzionata, tra processi affettivi e razionali. Questa s’interseca con una seconda differenziazione, tra processi automatici e controllati, dando vita ad una caratterizzazione bidimensionale dei processi neurali che Camerer rappresenta per mezzo di una tabella a quattro quadranti. Il primo quadrante è legato ai processi cognitivi attivati deliberatamente e con una percezione di sforzo funzionale alla complessità della decisione, accessibili introspettivamente: ad esempio, la valutazione dell’opportunità di acquistare una casa o di accendere un mutuo. Il secondo quadrante è relativo a processi insoliti e complicati da riprodurre: Camerer cita il caso degli attori di teatro che utilizzano il cosiddetto metodo Stanislavskij, che si forzano a “provare” determinate sensazioni, decidono di agire sulla base di determinati “affetti”. Il terzo quadrante è all’opera in relazione al movimento della mano del tennista che risponde ad un servizio, ma è probabile che lo sia anche quando processi più raffinati sono computati senza nessuno sforzo. Infine, il quarto quadrante è legato ai comportamenti rapidi e incontrollabili, come saltare in aria quando qualcuno urla “bu!” alle nostre spalle. La maggior parte delle decisioni viene presa senza che l’intero “percorso decisionale” sia terminato. Una prima conseguenza è che il ruolo dei processi deliberativi nella presa di decisione deve essere ridefinita e la sua estensione limitata: i processi automatici sembrano essere i processi di default del sistema cognitivo. Nella ricostruzione teorica dei percorsi decisionali è necessario prestare attenzione al pericolo dell’eccesso interpretativo in favore dei processi controllati e razionali, dato che la ricostruzione stessa appartiene a quest’ultima classe e tende naturalmente a sovrastimarne la rilevanza.
L’obiettivo de La Neuroeconomia è argomentare in favore della necessità della collaborazione tra economia, psicologia e neuroscienze. Questo avvicinamento ha prodotto un’opera di ripensamento complessiva di una disciplina, l’economia, storicamente chiusa agli apporti esterni. Nel prossimo futuro gli avanzamenti delle neuroscienze di fatto influenzeranno il carattere stesso dell'approccio neuroeconomico. Camerer è chiarissimo nel sottodeterminare ai risultati sperimentali delle due discipline “sorelle” l'adozione di una piuttosto che di un'altra impostazione: nello specifico, distingue tra un approccio incrementale ed uno radicale. Nell'immediato, sostiene, un'ottica incrementale, che integri i modelli economici già noti con i dati ottenuti dagli psicologi, è preferibile dato che rende i primi più affidabili e realistici. Ben presto, tuttavia, non sarà sufficiente apportare temporanee correzioni all'impianto generale, dato che gli stessi concetti di base utilizzati tenderanno a modificarsi, ad aumentare. Su questa base si fonda la radicalità tipica dell'economia comportamentale di Camerer, e ad un tempo la sua moderazione rispetto al problema della confutazione della TSR. Un'impostazione coerente con quella adottata da Glimcher e Rustichini in un loro articolo del 2004 (“Neuroeconomics: The Consilience of Brain and Decision”) che identifica l'obiettivo della neuroeconomia nel fornire una spiegazione “matematica, comportamentale e meccanicistica” per le scelte. Porre lo studio della mente al centro della ricerca, più che fornire una falsificazione dell'impostazione economica classica, pone problemi completamenti nuovi.

Indice

Prefazione
Per un'economia “brainful” di Riccardo Viale
1. Neuroeconomia, ovvero come le neuroscienze possono dare nuova forma all'economia
1. Introduzione
2. I metodi delle neuroscienze
3. Le lezioni fondamentali delle neuroscienze
4. Le implicazioni generali delle neuroscienze per l'economia
5. Specifiche applicazioni economiche
6. Conclusioni
Bibliografia
2. Per un'economia “mindful”
1. Introduzione
2. Per un'economia “mindful”
3. Sintesi conclusiva
4. Appendice. Stile e retorica di “The Case for Mindless Economics”
Bibliografia


L'autore

Colin Camerer è uno dei più noti studiosi di teoria economica al mondo. I suoi lavori mirano all’applicazione di principi della psicologia cognitiva nello studio della teoria economica: per questo, collabora a stretto contatto con specialisti non economisti, ed è impegnato in numerosi progetti di ricerca a carattere interdisciplinare. Al pari del suo libro Behavioural Game Theory (2003), gli articoli riprodotti nell’edizione italiana qui recensita rappresentano un manifesto della behavioural economics (economia comportamentale). Camerer è attualmente docente di Economia aziendale presso il California Institute of Technology (CIT).

Links

http://www.hss.caltech.edu/~camerer/camerer.html Pagina web di Colin Camerer al CIT da cui è possibile accedere ad altri siti di approfondimento, oltre che scaricare alcuni suoi lavori. In inglese.

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