martedì 18 agosto 2009

De Monticelli, Roberta, La novità di ognuno. Persona e libertà.

Milano, Garzanti, 2009, pp. 390, € 18,60, ISBN 9788811740902

Recensione di Arcangelo Licinio – 18/08/2009

Filosofia teoretica (fenomenologia), Etica

La novità di ognuno si presenta come il secondo volume di una trilogia dedicata all’esame delle caratteristiche essenziali della persona: se L’ordine del cuore insisteva sulla dimensione della “profondità”, ovvero del sentire, quest’ultimo lavoro si concentra sull’inizialità, un neologismo attraverso il quale De Monticelli fa riferimento a due dimensioni costitutive della nostra individualità: la capacità di scegliere e quella di mettere al mondo qualcosa di nuovo.
Il volume è diviso in due parti, dedicate la prima alla questione della libertà e del libero arbitrio e la seconda ad una teoria della persona che sappia tenerne conto.
Cominciamo dalla prima parte. “Non c’è dubbio che noi facciamo esperienza della libertà, nel senso del libero arbitrio, del potere di decisione o di scelta” (p. 24), ma in che misura questa esperienza è ‘veridica’? Che garanzie abbiamo che non si tratti di una mera illusione? Non dovremmo, forse, sostenere – anche in ragione delle continue scoperte sul funzionamento neurologico dei nostri processi di scelta – che tutto ciò che facciamo ha una causa ed è, dunque, determinato? Per rispondere a questi interrogativi, che sorgono dalla riflessione sulla nostra esperienza quotidiana del mondo, ma che hanno anche una lunga storia filosofica (quella della questione del libero arbitrio), De Monticelli fa ricorso al metodo e alla tradizione della fenomenologia. “Nulla appare invano” (p. 33), così recita secondo De Monticelli il punto di partenza di un’indagine fenomenologica. Se un qualcosa appare, se di un qualcosa facciamo esperienza, allora dovremo interrogarci su questo qualcosa, non darlo per scontato, ma neppure giudicarlo frettolosamente come una mera parvenza. Qualcosa si dà, il nostro compito come fenomenologi è cercare di darne ragione o, eventualmente, dimostrarne l’illusorietà? Se, atteggiati in questo modo, ci rivolgiamo alla libertà, scopriamo come dietro la parola che la esprime si nasconda una stratificazione articolata di esperienze diverse che è necessario distinguere. A questo fine De Monticelli fa ricorso a tre immagini, rappresentanti ciascuna un senso diverso della parola ‘libertà’ e alla cui analisi è dedicato un capitolo di questa prima parte: un uomo che spezza le catene (capitolo 2), un uomo che si trova ad un bivio (capitolo 3), una danzatrice (capitolo 4).
L’immagine dell’uomo che spezza le catene porta con sé l’idea, puramente negativa, della libertà come semplice assenza di ostacoli o costrizioni sulla volontà dell’agente e conduce alla definizione: “L0. Libertà è poter agire senza costrizione alcuna” (p. 43). Espressa in termini positivi, ovvero come capacità di agire in un certo modo, essa suona: “L1. Libertà è il potere di agire conformemente al proprio volere (e a nient’altro)” (p. 45). La definizione L1, che a differenza di L0, fa della libertà un predicato dell’agire e dell’agente, caratterizza secondo De Monticelli il suo concetto empiristico: per decidere, secondo L1, se un’azione è libera, posso limitarmi ad appurare dal punto di vista empirico che alla sua realizzazione non si siano dati ostacoli o costrizioni.
La seconda immagine della libertà, quella di un uomo che si trova ad un bivio, non si ferma ad un livello meramente empirico, ma pone quello che De Monticelli chiama “il tormentone propriamente filosofico-metafisico sulla libertà” (p. 74), ovvero si interroga sulla natura del volere o della scelta che da esso scaturisce: in altri termini, posto che io possa agire in base al mio solo volere e, dunque, senza che nulla mi ostacoli, che dire del mio stesso volere? Esso è veramente libero? In questo caso, a differenza di ciò che accade rispetto a L0 o L1 “non ci stiamo chiedendo se il mio agire sia soggetto a volontà diverse della mia, ma ci stiamo interrogando proprio sulla natura del volere che dico mio” (p. 36). Ecco perché l’immagine del bivio: è reale o illusoria la possibilità di scegliere una via piuttosto che l’altra? Sono veramente io l’origine della decisione di percorrerne una e abbandonare l’altra, o sono determinato, ad esempio, dal mio passato? A questa immagine corrisponde una nuova definizione di libertà: “L2. Libertà è il potere di determinarsi ad un’azione” (p. 75). L2 differisce da L1 perché dice qualcosa sulla natura della volontà, cioè che è libera, e quindi afferma qualcosa anche rispetto alla natura della persona, ovvero come tale da godere di questo potere di determinarsi. Solo su questo piano ha senso porsi “il problema della responsabilità delle azioni e quindi della sensatezza o vacuità del biasimo morale e dell’ammirazione, della fondatezza o meno dello stesso concetto di colpa o di male morale” (p. 77).
La terza immagine della libertà, la figura di una danzatrice, tocca un’esperienza ulteriore, non pienamente compresa dalle analisi precedenti. De Monticelli propone, ad esempio, quelle situazioni nelle quali mettiamo in atto “comportamenti che noi stessi non approviamo” (p. 114). In questo caso siamo liberi nel senso di L1, perché nessuno ci costringe; lo siamo anche nel senso di L2 perché siamo noi a scegliere di agire in quel modo; e tuttavia non siamo soddisfatti: ci sembra che il nostro agire non esprima interamente quello che vorremmo essere, ovvero manchiamo di quella libertà che consiste nell’azione che “emana da tutto me stesso” (p. 119) e che è ben espressa da questa ulteriore definizione: “L3. Libertà è il potere di essere in accordo con il dovuto” (p. 120), laddove il riferimento al ‘dovuto’ richiama l’esperienza di adeguatezza dell’agire ad esigenze poste dalla realtà, alle qualità di valore che si danno nell’esperienza delle cose e delle persone. Ecco perché l’immagine della danzatrice: la danza è esempio di un’attività che è fine a se stessa e che è compiuta non solo volontariamente, ma volentieri, cioè è un agire felice.
Nella seconda parte del volume, De Monticelli concentra la riflessione sul senso del termine libertà espresso dalla definizione L2: la libertà consiste nella capacità o facoltà di determinare noi stessi ad un’azione. In questo senso la libertà è la caratteristica essenziale della nostra volontà (la quale non è altro che tale potere di determinarsi ad un’azione). Se ci poniamo la questione della libertà, quindi, dobbiamo necessariamente confrontarci con una teoria della volontà che sappia rendere conto di questa sua caratteristica essenziale. Ma la volontà non è una realtà a se stante, bensì sempre la volontà di un qualcuno. Per questo interrogarsi sulla natura della volontà significa necessariamente imbattersi nel problema di una teoria della persona: in altri termini, chi siamo noi in quanto agenti dotati di volontà, cioè in quanto soggetti di volizioni e azioni? Per risolvere la questione della libertà è dunque necessaria una teoria della persona che provi a “rendere conto dell’agire volontario e della sua fenomenologia, mostrando esattamente cosa si deve aggiungere agli stati del cervello o agli stati mentali delle persone perché ci siano azioni volontarie e decisioni così come noi le conosciamo” (p 146).
Questa esigenza è soddisfatta attraverso una teoria generale degli atti, proposta nel capitolo 6. Il risultato di questa teoria consisterà nella scomposizione della facoltà o capacità di decidere volontariamente (quello che la tradizione chiama il libero arbitrio) nelle sue condizioni, e nella scoperta che esse sono “il normale e quotidiano compimento degli atti in cui consiste una vita personale, e il formarsi di un’identità personale” (p. 237). Si tratta in altri termini di dimostrare che la volontà consiste nel livello superiore di una gerarchia di atti, liberi e non liberi, attraverso i quali un essere umano emerge sulla base puramente biologica (quella che fa di ciascuno un individuo della specie homo sapiens e alla quale corrispondono i suoi stati fisici e mentali) e ‘si fa’ persona, cioè un qualcosa di unico e di nuovo, capace di inizialità.
Quello di atto è un termine che deriva dalla tradizione fenomenologica e, in particolare, dalla riflessione husserliana. Con il concetto di atto Husserl ridefinisce ciò che Brentano chiamava i fenomeni mentali o psichici (le emozioni, i desideri, i ricordi, le fantasie, le volizioni, etc.) nei termini di vissuti aventi la duplice proprietà dell’intenzionalità e della posizionalità: la prima implica il fatto che tutti gli atti siano caratterizzati dalla presenza di oggetti, sebbene nella forma specifica a ciascun tipo di atto; la seconda che “tutti gli atti (…) comportano prese di posizione (sì o no) relativamente ad un oggetto dato in un’esperienza, e allo stato corrispondente” (p. 187). Queste prese di posizione rappresentano una risposta, più o meno adeguata, alla realtà di cui facciamo esperienza, e quindi anche agli stati fisici, biologici o mentali in cui ci troviamo a vivere (per stati, infatti, De Monticelli intende “gli effetti di un impatto causale della realtà su un organismo”, p. 197). Le prese di posizione sono caratteristiche di ciascun individuo personale e, progressivamente, costituiscono la sua unicità. In altri termini, mediante i propri atti ciascuno emerge sui propri stati e ‘si fa’ la persona unica che è.
La gerarchia degli atti proposta da De Monticelli si fonda su una classificazione del tipo di presa di posizione in cui essi consistono. Gli atti base, e quindi il primo livello di emergenza delle persone, sono caratterizzati da “posizioni del primo livello” (p. 194), ovvero prese di posizione non coscienti e non libere. Si tratta delle percezioni e delle emozioni: le prime consistono in posizioni relative all’essere di ciò che è percepito (posizionalità dossica: esiste, non esiste, è dubbio, etc.); le seconde nel prendere atto del valore positivo o negativo di ciò che è esperito (posizionalità assiologica). In entrambi i casi non siamo liberi: “non posso evitare di avallare l’esistenza di ciò che vedo e tocco; non è in mio potere di prendere una posizione diversa sul valore negativo di un oggetto di terrore” (p. 195). Il secondo livello di emergenza della persona è rappresentato dagli atti caratterizzati da “posizioni del secondo livello” (pp. 198-199), ovvero da prese di posizione sugli atti di base e sui loro correlati (oggettivi e soggettivi). Si tratta di posizioni che, a differenza di quelle del primo livello, sono libere: “se negare la realtà, piacevole o spiacevole, di ciò che sperimento reale non è in mio potere, però rifiutare peso motivazionale a un fatto percepito o a un suo aspetto di valore è, almeno in una certa misura, in mio potere” (p. 199). Posso, ad esempio, non consentire a qualcosa che sperimento come spiacevole di motivare una mia ulteriore esperienza, ovvero ‘neutralizzare’ una presa di posizione del primo livello (cosa che, sottolinea De Monticelli, accade per lo più in maniera non cosciente). Gli atti liberi, quelli che interessano la riflessione su libertà e volontà, sono quindi caratterizzati dalle prese di posizione del secondo livello. Ma non tutte le prese di posizione di questo tipo sono libere in senso proprio, in quanto non tutte sono necessariamente scelte coscienti. Solo nel caso in cui non semplicemente accordiamo o rifiutiamo ad una data esperienza di motivarne una ulteriore, ma la autorizziamo o meno a divenire una “ragione di azione” (p. 201) ci impegniamo in atti propriamente liberi. Gli atti liberi in senso proprio sono in questo senso atti autocostitutivi, ovvero fonti di identità personale attraverso il tempo: “avallando una ragione d’agire, io prendo un impegno nei confronti di me stesso futuro. Mi assumo la responsabilità di ciò che sarò – che diverrò attraverso il corso di azione prescelto” (ibidem). Il terzo livello della gerarchia degli atti è caratterizzato da una presa di posizione di terzo livello, ovvero esercitata nei confronti degli atti liberi in senso proprio. Si tratta di confermare o rigettare una ragione di azione e dunque un possibile corso di azione e di costituzione della propria identità (“sì, lo voglio – sì, questo io sarò”, p. 203). Una scelta deliberata, cioè una decisione esplicita, un atto del volere, consiste in un atto di questo livello e, in quanto tale, presuppone come suo fondamento quelli degli altri livelli (oltre che tutta la serie degli atti linguistici).
La teoria degli atti ha dimostrato come le persone emergano dalla propria natura biologica attraverso la dinamica delle prese di posizione. Ma la natura biologica non è l’unica realtà sulla quale si staglia quella personale, emergendo come un ambito ontologico distinto. In quanto persone emergiamo anche nei confronti della comunità sociale alla quale apparteniamo. Si tratta, quindi, di affrontare il problema del rapporto sociale, al quale De Monticelli dedica gli ultimi capitoli del volume. Il pericolo da evitare, in questo caso, è quello di incorrere in una “riduzione sociologica del concetto di persona” (p. 270), trasformando “l’enorme importanza che hanno le comunità nella formazione degli individui umani” (ibidem) nell’idea che le persone non siano altro che meri enti sociali. In questa prospettiva l’autrice ricorre, ancora una volta, agli strumenti della tradizione fenomenologica, in questo caso alle analisi di Max Scheler ed Edith Stein. Le riflessioni di Scheler, in particolare, mostrano come da una forma originaria di condivisione emotiva avvenga un processo di disciplinamento delle prese di posizione di base, ovvero un imparare a prendere (insieme) posizione correttamente che non presuppone necessariamente una coscienza di sé come soggetto distinto da un altro e che tuttavia costituisce la forma primaria di individuazione, ovvero il primo emergere dell’esistenza propriamente personale. Ad essa segue una individuazione secondaria, ovvero quella in cui un soggetto si costituisce e prende coscienza di sé attraverso i suoi atti liberi (l’agire, il fare, il parlare, lo scegliere, l’assumersi la responsabilità volontari e consapevoli) e in un confronto costante con gli atti liberi altrui da cui progressivamente ci si distingue. Come recita il distico di Schiller: “se vuoi conoscere te stesso guarda come si comportano gli altri. Se vuoi capire gli altri guarda nel tuo proprio cuore” (p. 322).

Indice

Presentazione e Ringraziamenti 
Prologo in cielo 
Prologo in terra 
Prima parte 
Tre concetti di libertà 
1. Distinguere 
2. L’uomo che spezza le catene 
3. Essere al bivio 
4. Come una danzatrice, o della libertà interioreSeconda parte 
Libertà e persona 
5.Volontà 
6. Per una teoria generale degli atti 
7. Persone smarrite. L’obiezione delle patologie psichiatriche 
8. L’universo sociale e il divenir persona 
9. Libertà, innovazione e identità personale 
10. Per una teoria dell’identità personale 
Riferimenti bibliografici 
Indice dei nomi


L'autrice

Roberta De Monticelli ricopre la cattedra di Filosofia della persona presso la Nuova Facoltà di Filosofia dell’Università Vita Salute San Raffaele di Milano. È autrice di numerose opere di carattere filosofico (fra le quali: Ontologia del nuovo. La rivoluzione fenomenologica e la sua attualità, con C. Conni, Bruno Mondadori, 2008 – già recensita per «ReF», n° 38, aprile 2009; L’ordine del cuore, Garzanti, 2003; La conoscenza personale. Introduzione alla fenomenologia, Guerini e Associati, 1998) e letterario (Le preghiere di Ariele, Garzanti, 1992; Dal vivo, Rizzoli, 2001).

Links

http://www.unisr.it/persona.asp?id=348 (pagina dell’Università Vita-Salute San Raffaele dedicata a Roberta De Monticelli)

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