domenica 9 agosto 2009

Di Monte, Michele - Griffero, Tonino (a cura di), Sensibilia 1 – 2007, Potere delle immagini?

Milano-Udine, Mimesis, 2008, pp. 242, € 18,00, ISBN 9788884838315.

Recensione di Alessandro Fiengo – 09/08/2009

Estetica

L'immagine, che sia ciò che abbiamo davanti mentre camminiamo o il risultato di un complesso artificio tecnico, è al centro dei diversi contributi che compongono Sensibilia 1, 2007. Il volume, a cura di Tonino Griffero e Michele Di Monte, raccoglie alcune delle domande, riflessioni e possibili risposte circa le immagini, ma soprattutto rispetto alla loro valenza sensibile e alle modificazioni concrete che possono esercitare sull'uomo. È possibile definire Sensibilia 1, 2007, e soprattutto le conferenze che hanno preceduto la pubblicazione del volume, come un territorio di incontro tra diverse discipline, con lo scopo preciso di permettere il dialogo interdisciplinare e sondare la possibilità di nuovi scenari nell'indagine sullo statuto dell'immagine. Uno dei presupposti fondamentali di Sensibilia, tra gli altri, è di ripensare l'estetica in senso più ampio, interrogandosi non più solo sul bello e sull'arte ma, secondo l'etimo stesso della parola, soprattutto sulla sensibilità (percezione, sensazione, esperienza). Il testo affronta così una riflessione sul rapporto tra l'uomo, i sensi e il mondo, sulla capacità di percepire le immagini e di subirne gli effetti in termini di comportamento, scelte, volontà.
Al centro del volume, come osserva Boehm, la questione controversa e aperta riguardo l'episteme iconica: “Immagine e linguaggio, dire e mostrare si trovano in relazioni reciproche di tipo asimmetrico nelle quali entrambi i lati rivendicano un loro diritto irrinunciabile. E quindi lo rivendica appunto anche l'iconico” (p. 14). Boehm ricolloca il mostrare, che avviene attraverso l'immagine, all'interno delle possibilità di conoscenza e sapere, non riconoscendo come unici e assoluti i saperi mediati da una logica della predicazione o per meglio dire dal linguaggio, che persegue un andamento binario e che, a differenza dell'episteme iconica, chiude lo spazio di possibilità di una lettura del mondo. Il mostrare e l'immagine operano proprio attraverso sfumature, imprecisioni secondo una prospettiva inclusiva, in un gioco di rimandi con l'immaginazione di chi percepisce. Emerge così un'episteme iconica che sfugge alla predicazione e al linguaggio, una logica che la cultura occidentale ha tralasciato, privilegiando la scrittura. La vicinanza linguistica dei termini imaginatio e imago, immaginazione e immagine, costituisce per Boehm la possibilità del salto, continuamente compiuto dall'uomo, oltre i limiti imposti dalla realtà: l'immagine schiude così uno spazio di ulteriorità, all'interno del quale l'uomo esercita la propria libertà rispetto al mondo. Quello che in termini epistemici è uno spazio inclusivo del non detto, aperto dall'immagine rispetto alla scrittura intimamente esclusiva, uno spazio di ulteriorità, è la base della rivalsa, se così possiamo chiamarla, dell'uomo sul mondo, della sua possibilità di immaginare, fantasticare nonostante i dati di fatto. È questo, del resto, un altro dei motori del progresso umano: poter intuire un mondo, oltre le evidenze fattuali, trascendere in immagine la datità.
Partendo proprio dalle domande rispetto all'immagine e alle caratteristiche di un buon lettore, Maria Giuseppina Di Monte, trattando tra l’altro di V. Nabokov, A. Giacometti, G. Boehm, Caravaggio, L. Lotto, H. Daumier, Picasso, Cèzanne, confronta la fruizione di un testo e quella di un'immagine, dimostrando come entrambe richiedano una serie di elementi (immaginazione, senso artistico, memoria) e di conoscenze, oltre al tempo, per essere effettivamente comprese. L’importante è continuare a guardare le opere, con uno sguardo sempre nuovo e aperto alla piena percezione di esse, dimostrando infatti come le definizioni di genere e la collocazione storica non riescano ad essere esaustive e comprensive, ma siano sottoposte a oscillazioni proprio dalle opere stesse, che continuamente mettono in gioco, nella dinamica creativa ma anche con l'osservatore stesso, le categorie di somiglianza e differenza.
Michele Di Monte procede poi, in dialogo con autori come Fodor, Goodman e Wollheim, attraverso i concetti di riconoscimento e somiglianza, nel tentativo di stabilire un rapporto tra l'immagine e il rappresentato, ma soprattutto di definire la natura propria dell'immagine e il suo potere di richiamarsi ad un oggetto della realtà senza essere l'oggetto stesso o condividendone solo alcune caratteristiche.
Giovanni Matteucci compie un interessante arco argomentativo rispetto alla possibilità dell'immagine di evocare un pensiero o comunicare un pensiero: “non sorprende allora che si parli addirittura di 'immagini filosofiche', intendendo strutture iconiche in cui è sedimentato un raffinato importo concettuale a cui si accede innanzitutto in virtù della compagine figurale” (p. 109). È questo il punto di partenza per una serie di interrogativi, mediati soprattutto dalla lettura di Gehlen, relativi alla distinzione tra segno ed immagine e alla capacità dell'immagine di comunicare contenuti di pensiero nell'articolazione del come e del che cosa: cosa ci comunica un'immagine e come un'immagine può comunicare pensiero? Il problema mette in gioco le categorie di a-priori e a-posteriori, il rapporto tra soggetti che interagiscono e l'aisthesis, intesa come quella esperienza percettiva alla quale spetta nella sua stessa articolazione, nel suo 'mentre' costitutivo del rapporto tra soggetto e oggetto, generare la risposta.
Marta Olivetti Belardinelli e Massimiliano Palmiero, portando il contributo della psicologia sperimentale, indagano le modalità di rappresentazione mentale quale risultato dell'organizzazione di diverse informazioni provenienti dai canali sensoriali. Attraverso una serie di questionari specifici si cerca di stabilire quale canale sensoriale prevalga nella capacità di costruire delle immagini mentali. È possibile così costruire una mappa cerebrale più precisa del diverso livello di vividezza delle immagini (rispetto alla formulazione di un concetto astratto o più legato al vissuto esperienziale).
In una prospettiva più culturalista, che non conferisce all'immagine una intrinseca natura epistemica, si muove il saggio di Elio Franzini, che, discutendo vari autori di area fenomenologica (in primis Husserl e Dufrenne) e ridefinendo il simbolo come aggregazione di differenti stratificazioni culturali ed esperienziali che rimanda continuamente al non visibile, alla forza immaginativa dell'osservatore, lo accosta alla modalità stessa di esperienza compiuta dall'uomo rispetto al mondo, attraverso i sensi e la memoria.
Isabella Pezzini evidenzia quanto profondamente le stesse immagini siano intrise, per effetto sia di sedimentazione che intenzionalmente, di stratificazioni semiotiche che non sempre permettono la comunicabilità e la comprensione del contenuto:”negli oggetti testuali che manipoliamo e nei flussi discorsivi che ci avvolgono quotidianamente, compresi quelli artistici, a essere dominante risulta piuttosto la pluralità dei modi semiotici” (p. 164). Emerge così l'esigenza di indagare le immagini e la semiotica ad esse soggiacente (in riferimento, tra gli altri, ad autori come Peirce, Greimas, Fontanille e a uno scrittore come Sebald) nel momento stesso della creazione, nelle loro precondizioni, allo scopo di comprendere meglio gli effetti su chi le percepisce.
Antonio Somaini indica l'interesse crescente che l'immagine e l'esperienza visiva in generale hanno avuto negli ultimi anni in tutti gli ambiti disciplinari. Una tale importanza nelle considerazioni sulle immagini ha chiaramente conseguenze enormi all'interno di quella che possiamo definire una cultura visuale e anche sulla capacità di conoscenza che l'uomo può avere nel campo sociale, culturale, storico e tecnico.
Partendo dal carattere più specifico dell'immagine, Tonino Griffero fa riaffiorare la domanda sul potere che le veniva attribuito in contesti sociali premoderni, la capacità (discussa soprattutto in riferimento a Paracelso e Böhme) di agire a distanza sia come oggetto fisico sia come immagine mentale: “ci pare che essa (tale credenza, n.d.r.) valorizzi in modo particolarmente perspicuo l'idea per cui l'immaginazione si situa al confine tra l'attività dei sensi e la vita dello spirito, incarnando così eminentemente quello che potremmo chiamare il polo psicosomatico della nostra cultura” (p. 75). L'intento è di indagare, tra gli altri, il concetto di immaginazione transitiva, ripercorrendo le diverse sfaccettature, evoluzioni e illusioni (jettatura lanciata con lo sguardo, le voglie sulla pelle del nascituro, le deformità fisiche) che l'immagine e l'immaginazione hanno determinato nella storia dell'uomo.
Salvatore Patriarca compie un'indagine più storica, a partire dalle immagini di Lascaux, indagate attraverso le prospettive antropologica, estetica e intersoggettiva (rispettivamente Bataille, Blanchot, Flusser), e sottolinea diversi aspetti connessi alla comparsa delle immagini nella storia dell'uomo. Dalla pittura parietale fino alle tecnoimmagini, passando per la scrittura, vengono individuati i diversi distanziamenti operati dall'uomo, prima rispetto al mondo stesso e poi rispetto ai concetti.
Andrea Pinotti, attraverso un'analisi apparentemente tecnica delle diverse modalità narrative applicabili all'immagine e delle frequenti ibridazioni che è possibile rinvenire non solo nella contemporaneità ma anche nel passato, solleva nuovamente le questioni legate al rapporto tra immagine e narrazione, tra il testo e l'immagine, la conoscenza pregressa dell'osservatore rispetto a ciò che trova raffigurato nelle immagini e il rapporto tra tempo e spazio nell'immagine.
Infine Paolo Sanvito, centrando il suo intervento sulla figura di Cusano, illustra la profonda influenza che la tecnica artistica e le sue innovazioni hanno avuto nelle formulazioni scientifiche e nel concetto di immagine. In particolare il fenomeno dello “sguardo attivo” all'interno dei quadri è uno spunto di grande interesse per un confronto europeo sulle questioni della vista, dell'immagine e dell'immaginazione, permettendo la razionalizzazione di una serie di questioni teologiche legate allo sguardo di Dio, alla conoscenza e all'osservazione della luce.
Al centro di gran parte dei saggi troviamo dunque la capacità dell’immagine di essere usata nel pensiero, di contribuire alla narrazione, di amplificare la capacità suggestiva e instillare nel contesto in cui di volta in volta si presenta una sorta di anima pulsante, in grado di superare i confini del linguaggio e arrivare direttamente alla persona, di penetrarvi, modificandone non solo lo stato emotivo e il patrimonio cognitivo ma anche, tramite l’affettività, la dimensione corporea.
Il meno che si possa dire è che il concetto di immagine perde così l'apparente immediatezza che si tende ingenuamente ad attribuirgli, in particolare nell'attuale inflazionata declinazione mediatica. L’immagine si dissolve in una sorta di prisma concettuale che mette in luce le più diverse possibilità di analisi, non esclusa quella che spiega l’efficacia delle immagini risalendo alla loro genesi e ai meccanismi con cui le si produce.
È possibile così raccogliere indicazioni interessanti, e interessanti proprio perché differenziate e interdisciplinari, sulle condizioni di possibilità del passaggio – transizione e transazione – dall'immagine al suo osservatore (e alla realtà).
Una ulteriore linea di ricerca potrebbe allora concentrarsi proprio sull'analisi della modalità di produzione dell'immagine. In sintesi: che cosa avviene nell'uomo e per l'uomo quando egli produce un'immagine? E fino a che punto l'osservazione di un'immagine e le reazioni prodotte dalla sua apparizione possono realmente essere fatte risalire al generale complesso di meccanismi generativi dell’iconico? Domande alle quali il volume allude, suggerendo possibili sviluppi e sottolineando, se ancora ce ne fosse bisogno, le enormi potenzialità filosofiche dell’indagine sulla cosiddetta “svolta iconica”.

Indice

Michele Di Monte, Tonino Griffero - Introduzione
Gottfried Boehm - Il paradigma “immagine”. La rilevanza dell'episteme iconica
Maria Giuseppina Di Monte - Il ritratto tra genere e storia
Michele Di Monte - Eikon deloi. Il buon esempio delle immagini
Elio Franzini - Immagini del corpo
Tonino Griffero - Il potere (a distanza) delle immagini
Giovanni Matteucci - Può un'immagine pensare
Marta Olivetti Belardinelli, Massimiliano Palmiero - La vividezza delle Immagini mentali nelle diverse modalità sensoriali: uno studio fMRI
Salvatore Patriarca - La magia delle immagini: da Lascaux alle tecnoimmagini
Isabella Pezzini - I poteri dell'immagine in prospettiva semiotica
Andrea Pinotti - Narrativa muta. Immagine e storia
Paolo Sanvito - Il concetto di immagine e immaginazione nella dottrina della percezione e nell'estetica di Nicola da Cusa
Antonio Somaini - Sul concetto di cultura visuale


I curatori

Tonino Griffero è professore di Estetica nell’Università di Tor Vergata, direttore della Collana ”Le parole e le cose. Itinerari di Filosofia” (Ed. Armando). Tra le sue pubblicazioni: Interpretare. La teoria di Emilio Betti e il suo contesto (Torino 1988); Spirito e forme di vita. La filosofia della cultura di Eduard Spranger (Milano 1990); Senso e immagine. Simbolo e mito nel primo Schelling (Milano 1994); Cosmo Arte Natura. Itinerari schellinghiani (Milano 1995); L’estetica di Schelling (Roma-Bari 1996); Oetinger e Schelling. Teosofia e realismo biblico alle origini dell’idealismo tedesco (Milano 2000); Immagini attive. Breve storia dell’immaginazione transitiva (Firenze 2003); Il corpo spirituale. Ontologie “sottili” da Paolo di Tarso a Friedrich Christoph Oetinger (Milano 2006).

Michele Di Monte insegna Iconografia e iconologia nell’Università Cà Foscari di Venezia e Teoria e tecniche della comunicazione estetica nell’Università di Roma Tor Vergata. È curatore presso la Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Corsini a Roma. Ha curato volumi su temi di storia e teoria dell’arte, tra i quali: (con R. Bösel, M.G. Di Monte, S. Ebert Schifferer) L’arte e i linguaggi della percezione. L'eredità di Sir Ernst H. Gombrich (Milano 2004); Paesaggio («Rivista di Estetica», n.s., 29, 2/2005); A. Danto, N. Carroll, M. Rollins, La storicità dell’occhio. Un dibattito (Roma 2007). Di prossima pubblicazione un volume dal titolo L’apparenza in pittura.

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