domenica 2 maggio 2010

Cortesi, Luigi, Storia del comunismo. Da Utopia al Termidoro sovietico.

Roma, Manifestolibri, 2010, pp. 815, € 65,00, ISBN 9788872855799.

Recensione di Adele Patriarchi - 02/05/2010

Filosofia politica

Questo testo di Luigi Cortesi, Storia del comunismo, giunge al culmine di una esperienza umana e intellettuale in cui il marxismo è stato, al contempo, oggetto di riflessione teorica e motore dell’agire politico. Per un pensatore che ha vissuto con tanta intensità il proprio impegno sociale e intellettuale non poteva che sorgere la necessità, dopo l’evento epocale della caduta del muro di Berlino, di fare luce sul ruolo storico dell’Unione Sovietica. Una interrogazione che è, quindi, al contempo teoretica e storica ma anche profondamente esistenziale.
La prima immagine che il testo, nella sua Premessa, suggerisce al lettore è quella della notte del 9 novembre 1989, quando i valichi del muro di Berlino vennero lasciati aperti. Un muro inizialmente attraversato e poi materialmente smantellato, assurto a simbolo della fine della guerra fredda, del comunismo, del “secolo breve”.
La domanda che sorge dinanzi a questa veduta è, essenzialmente, se la fine del blocco sovietico, il fallimento del cosiddetto “socialismo reale”, abbia comportato la morte del comunismo, tesi prevalente “nella storiografia conservatrice … e nei prodotti editoriali di largo consumo”. Piuttosto, secondo l’autore, “non è ancora ben chiaro che cosa sia stato quel comunismo o “socialismo reale”” che è venuto meno “e in primo luogo se si trattasse di “comunismo” nel senso storico e semantico del termine”; per cui “che cosa fosse realmente crollato è tuttora storicamente sub judice” (p. 14).
Prendendo le mosse da questi interrogativi, la ricerca si presenta sin dall’inizio estremamente complessa, perché svolta su una molteplicità di piani che si intrecciano reciprocamente. Infatti Cortesi, nell’Introduzione, parlando della metodologia utilizzata nella composizione dell’opera la definisce, al contempo, genetica e complessiva. Genetica perché analizza l’esigenza che ha portato alla nascita del socialismo e del comunismo, le sue evoluzioni teoriche e la sua attualità. Complessiva perché è al contempo necessario seguire la concretizzazione di tali teorie all’interno dei partiti, dei sindacati, delle associazioni, delle strutture istituzionali che a esse si richiamano (pp. 23-24).
Il primo capitolo, di natura teoretica, è dedicato alle radici del comunismo, “ombra cattiva, che esiste da quando nacque il capitalismo e durerà quanto il capitalismo”, e al passaggio dal socialismo “utopistico” al socialismo “scientifico”.
Dal secondo capitolo, l’autore comincia a interrogarsi sul nesso fra teoria marxista e azione pratica, affrontando il tema della relazione tra Marx e la Prima Internazionale, analizzando come la guerra franco-prussiana e l’esperienza della comune di Parigi abbiano influenzato il dibattito interno all’Internazionale, decretandone la conclusione.
Il terzo e il quarto capitolo sono dedicati all’esperienza della Seconda Internazionale. L’autore studia, in maniera dettagliata, le radici teoretiche e i programmi dei partiti politici che compongono l’AIL; affronta il tema degli esordi politici di Rosa Luxemburg e di Lenin; tratta sia dell’influenza che la rivoluzione russa del 1905 ebbe sul dibattito teorico interno all’Internazionale che dell’influsso di quest’ultima sul socialismo che si sviluppò fuori dal continente europeo; infine, analizza il dibattito apertosi nel seno della Seconda Internazionale sulla partecipazione alla grande guerra, che porterà da un lato alla chiusura dell’AIL e dall’altro allo sviluppo del comunismo novecentesco.
Il quinto capitolo segue gli eventi della storia russa che hanno caratterizzato gli anni che vanno dal 1905 al 1917, sottolineando la capacità di Lenin di costruire un consenso di massa al progetto rivoluzionario; al contempo si delinea il rapporto tra il pensiero di Lenin e il marxismo, attraverso l’analisi della teoria sull’imperialismo e, soprattutto, percorrendo le pagine di Stato e rivoluzione. Secondo Cortesi, questo testo costituisce la base di quella “che può essere considerata la più grande rivoluzione della storia”, perché contiene delle “novità teoriche clamorose”, fra le quali spicca “il postulato antistatuale, la tendenza ad una strutturazione dal basso del futuro Stato-non Stato proletario, la subordinazione del partito agli obiettivi storici generali” (p. 224). Tuttavia, nel saggio leniniano manca, secondo l’autore, una trattazione approfondita del ruolo dei soviet e del partito e quindi, di conseguenza, degli organismi istituzionali e di garanzia necessari a consentire la rappresentanza diretta delle masse. Il tema ha una tale rilevanza che la conseguenza pratica di questa carenza nell’analisi teorica diviene quella di fare emergere, con Stalin, un “partito di comando” (pp. 230-231). Quest’opera finisce così con il rappresentare, per lo stesso Lenin, una sorta di “ideale regolativo”, rispetto al quale egli fu costretto a una “ritirata” dettata dai problemi contingenti che si manifestarono a partire dalla guerra civile (pp. 235-236).
Il sesto capitolo analizza gli eventi che hanno condotto dalla rivoluzione borghese di febbraio alla rivoluzione bolscevica di ottobre, con il riflettore puntato sulla figura di Lenin: la svolta determinata dalle Tesi di aprile, la crisi del governo provvisorio decisa dalla sua ambigua posizione nei confronti della guerra, il tentativo reazionario di Kornilov, e la difficile opera di costruzione del consenso nel partito e nei soviet. In questo contesto, Cortesi addita come strumentale l’interpretazione della rivoluzione d’Ottobre come “colpo di stato”, e ricorda come per Trockij la presa del Palazzo d’Inverno sia stato quasi un “non-fatto” a causa dell’isolamento e del discredito in cui versava il governo provvisorio (p. 272); la rivoluzione si presentava piuttosto, secondo il testo, come un fenomeno di massa, come una via “obbligata” (pp. 275-276). Molta attenzione viene dedicata dall’autore all’analisi dei decreti rivoluzionari: il decreto sulla pace, che sanciva l’abolizione dei trattati segreti; il decreto sulla terra, che aboliva senza indennizzo la grande proprietà terriera, avviando in maniera “precipitosa” la politica agraria (p. 278), il decreto sul controllo operaio, che avrebbe aperto il problema del rapporto tra gestione operaia e pianificazione (pp. 279-280).
Il settimo capitolo affronta in primo luogo il tema della Costituente e i tratti principali della Costituzione della Repubblica Socialista Federativa Sovietica della Russa approvata il 10 luglio 1918, interrogandosi sulle ragioni che hanno indotto a non inserire in quest’ultima un’elencazione dei diritti individuali, considerati di fonte borghese, “privando intanto il periodo della transizione di livelli di flessibilità e di istituti di mediazione e consenso tra Stato e società” (pp. 293-295). L’autore si dedica successivamente all’analisi del dibattito e degli eventi che hanno condotto alla firma del gravosissimo trattato di Brest Litovsk, che sancisce formalmente l’uscita della Russia dalla prima guerra mondiale. E, infine, si occupa dello stato d’”eccezione” costituito dalla guerra civile. In questo contesto, la figura di Lenin comincia a essere caratterizzata dalla sua accettazione della “pratica del terrore punitivo o ritorsivo”, “dell’eccidio”, azione giustificata dallo stesso leader sia dalla “situazione storica straordinaria” che per la “superiore moralità di fini del comunismo” (pp. 304-305). La guerra civile provoca un grave arretramento delle condizioni urbane, sociali ed economiche del paese; condizione che ricadde sui bolscevichi, i quali dovettero interrogarsi nuovamente sulla direzione politica da imprimere al paese, a partire, tuttavia, da un mutato rapporto con la violenza (p. 309).
Nel capitolo successivo si analizza la situazione dei partiti comunisti e socialisti europei anche in relazione agli effetti della Rivoluzione d’Ottobre: la rivoluzione tedesca del 1918-19, le repubbliche dei consigli in Baviera in Ungheria, e la formazione dei partiti comunisti in Germania, Francia e Italia. Per ciò che concerne il caso italiano, Cortesi esamina la figura di Turati, la “settimana rossa” del giugno 1914, il dibattito fra neutralismo e interventismo, facendo emergere la complessità delle condizioni in cui si trovava ad agire il Partito Socialista. In questo contesto emergono le figure di Amedeo Bordiga e di Giacinto Menotti Serrati e il formarsi di posizioni interne al PSI che si distanziavano dalla politica riformista di Turati. Successivamente l’autore si sofferma sulle esperienze del biennio rosso e dell’occupazione delle fabbriche, individuando in tali eventi i primordi della nascita del Partito Comunista d’Italia; una narrazione nella quale, come già evidenziabile in opere precedenti, assume un ruolo di rilievo la personalità di Bordiga, mentre si mostra un Gramsci isolato, anche a causa dell’accusa di “attivismo” da cui fu colpito durante il dibattito sulla partecipazione italiana nella prima guerra mondiale. La narrazione delle vicende italiane proseguirà, nel tredicesimo capitolo, in relazione all’attività dell’IC. Bordiga, marchiato a causa della sua posizione astensionista e delle sue critiche all’Urss e all’IC come massimalista ed estremista (p. 644), subisce le critiche dell’Esecutivo di Mosca, la “spregiudicatezza politica” di Gramsci e infine si scontra con la “formazione ideologica del comunista medio” (p. 646). Ciò conduce alla vittoria del “centro” gramsciano durante il Congresso di Lione del 1926, decretando la centralità del concetto di “egemonia”. L’esito di una tale vittoria è la nascita di una “gerarchia segretariale […] che dopo il 1943-45 fu quasi come il coperchio o il freno messo al permanente livornismo della base di classe”. Cortesi, tuttavia, sottolinea come nonostante Stalin volesse fare di Bordiga il “Trockij italiano”, le similitudini fra i due leader non vennero fatte risaltare come richiesto, attenendo alla critica di una comune astrattezza logica (p. 643). L’autore tende, inoltre, anche a distinguere la posizione gramsciana da quella togliattiana. L’episodio a cui l’autore fa riferimento è quello della lettera di Gramsci, arrivata il 18 ottobre 1926 e fortemente critica dell’operato del partito comunista bolscevico, che Togliatti “precoce cardinale di curia” decide di non consegnare al CC perché “tanto estranea al suo cinismo politico”, pur avendo cura di farla leggere a Bucharin. Mentre Gramsci viene ritenuto dall’autore colpevole di non avere insistito, e la sua possibile opera critica viene stroncata dalla carcerazione, Togliatti, agli occhi di Cortesi, è considerato complice del sistema staliniano (p. 682).
All’isolamento della Russia, descritto sul finire del capitolo ottavo, Lenin risponde attraverso la nascita del Comintern, le cui vicende sono oggetto del nono, del decimo e del dodicesimo capitolo (dedicato alle sezioni nazionali dell’IC). L’aspettativa, non realizzatasi, che la rivoluzione russa si sarebbe diffusa in Europa e in particolare in Germania, spinse Lenin a dare vita alla Terza Internazionale nel 1919. Tuttavia, la nascita dell’IC si rivelò precoce, per varie ragioni. Da un lato molti dei partiti comunisti e socialisti chiamati a partecipare all’internazionale non intervennero immediatamente e altri mandarono i propri delegati senza mandato decisionale. Inoltre, fra i delegati stranieri presenti non circolava la convinzione della necessità di legittimare tale struttura. Infine la situazione in cui si svolsero le sedute era già segnata dall’avvio della guerra civile russa. A quest’ultimo tema Cortesi dedica ampio spazio, rinvenendo nelle gravi condizioni oggettive in cui si trovava la Russia e nelle decisioni assunte in questo frangente dai bolscevichi (il comunismo di guerra, il terrore rosso di massa) le radici dello “scollamento” fra essi e la classe operaia e contadina (p. 424). Proprio per sanare tale ferita, Lenin da un lato propone la Nep e, dall’altro, nel corso del X congresso, punta a mantenere unito il partito, sebbene attraverso la disposizione restrittiva nota come “punto 7”. Disposizione che, in questo frangente, non comporta la nascita del sistema monopartitico che caratterizzerà invece il sistema staliniano. Sulla base di un tale mutamento di prospettive da parte di Lenin, Cortesi legge anche la correzione di rotta che ha caratterizzato il partito comunista russo e il terzo congresso dell’IC a cui è dedicato il decimo capitolo del volume.
Nell’undicesimo capitolo, l’autore tratteggia la figura di Trockij, rievoca gli eventi che hanno condotto Lenin alla elaborazione del suo testamento sfavorevole a Stalin, ripercorre i motivi di dissidio tra quest’ultimo e la “vecchia guardia”. A partire da tali presupposti, il volume indica nel quinto congresso dell’IC del 1924 il momento del declino e dell’involuzione dell’internazionalismo. Cortesi è impietoso nella trattazione del tema. Morto Lenin, l’IC elabora una “neolingua” che nasconde sia la mancanza di una tattica che la necessità diplomatica di mantenere vivi i rapporti tra i partiti del Comintern. Al contempo, questa “neolingua” manifesta sia la nascita di un ““leninismo integrale” in fase di imbalsamazione” che la pretesa da parte del partito che dei vertici politici dello stato di possedere il “monopolio del comunismo” (pp. 553-554). E così il “leninismo integrale” della trojka Stalin – Zinov’ev – Kamenev comincia a opporsi a Trockij e al trockismo a sua volta “ritualizzato e contraffatto” (p. 553). La polemica trockismo-leninismo tra il 1924 e il 1925 non viene letta dall’autore come una vera battaglia ideale: il pensiero di Trockij, e in particolare la sua teoria della “rivoluzione permanente”, non ha un respiro teorico autonomo (p. 578), così come gli scritti di Stalin in questa fase tendono a “banalizzare” e canonizzare le riflessioni di Lenin e la nascita della formula del “socialismo in un paese solo” non ha ancora un significato programmatico (pp. 577, 581). Le ragioni di tale contrarietà, secondo Cortesi sono complessi. La morte di Lenin aveva lasciato insolute una molteplicità di questioni: la difficoltà pratica di conciliare la Nep con l’avanzamento industriale, la funzione del partito e la necessità di mantenerlo unito, la “successione” dello stesso leader. La trojka, inizialmente compatta nella critica a Trockij, comincia a sfaldarsi a partire dal tentativo di Zinov’ev di assumere una posizione più equilibrata nel suo Il leninismo (1925). Tale frattura si sarebbe trasformata “in una vera e propria lotta politica”, che avrebbe assunto i contorni di una “guerra a eliminazione” (p. 579).
Nel quattordicesimo capitolo, Cortesi descrive le tappe della vittoria politica di Stalin. Nel corso del XIV congresso del PC(b) del 1925 si assiste alla nascita dell’alleanza fra Stalin e Bucharin e alla definitiva rottura della trojka, in merito al tema del “socialismo in un paese solo”, del “socialismo come la statalizzazione completa dell’economia”, della burocratizzazione del partito. Stalin ottiene la maggioranza assoluta dei consensi sulla propria relazione (pp. 652-658). Il VI Plenum dell’Esecutivo dell’IC del 1926 è caratterizzato da un lato dalla censoria richiesta di non affrontare nel Comintern temi che riguardino il partito comunista russo e dall’altro dallo scontro fra Stalin e Bordiga “ultima voce di un comunista occidentale contro lo stalinismo montante” (p. 669). Trockij, Zinov’ev, Kamenev e altri dirigenti bolscevichi decidono di costituire una frazione comunista di sinistra, in opposizione alla montante autocrazia staliniana, che sarà tuttavia, duramente sconfitta. Il 18 ottobre dello stesso anno viene pubblicato sul “New York Times” il testamento di Lenin, rimasto fino a quel momento inedito, aggravando lo scontro tra Stalin e Trockij, accusato di essere il responsabile di tale diffusione. Nelle successive riunioni del Politbureau si rischia l’alterco fisico: Trockij ne viene espulso e Zinov’ev è privato dell’incarico (poi abolito) di rappresentante dell’esecutivo presso l’IC (sarà sostituito da Bucharin). Lo scopo di Stalin è quello, nel primo caso, di rimuovere un possibile contendente al “posto di comando nel regime sovietico” e, nel secondo, decretare “la superiorità del partito sul Comintern” (pp. 671-675).
Il 1927 è l’anno dell’ingresso sulla scena storica di Mao Tse-tung. È proprio in merito al caso cinese che si riaccende il dibattito con Trockij, che legava a tale questione quelle dell’internazionalismo e della democrazia interna. Il XV congresso si conclude con la netta vittoria di Stalin, l’allontanamento dal partito di Trockij e di Zinov’ev, a cui seguirà anche quello di Kamenev e la rottura dell’alleanza con Bucharin. Con tali eventi si porta a compimento il “Termidoro sovietico”, dispiegatosi fra il 1924 e il 1927.
La narrazione di Cortesi si arresta quindi al 1927 e non al 1945, così come aveva inizialmente progettato. Ciò non preclude all’autore di formulare dei giudizi incisivi sulle modalità e il significato della presa del potere da parte di Stalin, soprattutto nel paragrafo dedicato a L’avvento dello stalinismo.
La vittoria del leader russo è prevalentemente “politica”, nel senso che è stata giocata soprattutto all’interno del partito. Al contempo, vanno rintracciate le “differenze qualitative tra leninismo e stalinismo” che hanno prodotto una frattura in termini di “ideologia complessiva e di programma” (p. 718). Mentre Stalin appare come un leader più affidabile, più coerente dei propri avversari, la trasformazione del marxismo-leninismo in dottrina ne è esemplificativa, piuttosto egli persegue il successo personale “sviluppando le proprie convinzioni politiche”. Innanzitutto, Stalin si dedicò al rafforzamento organizzativo del partito, da cui nacque “una costruzione ex novo che lo stesso Lenin aveva trascurato”, una vera e propria “oligarchia” (pp. 720, 723). La burocrazia che Trockij criticava diventa così il prodotto dell’opera staliniana e non la causa dell’emersione del leader bolscevico. Dal punto di vista dell’elaborazione intellettuale, Stalin, in una fase estremamente critica per la Russia e la rivoluzione, ha saputo sollecitare e raccogliere consenso sul problema storico della edificazione dello Stato-nazione russo come presupposto per la “transizione alla modernità” (p. 722). Ciò decide definitivamente il destino della rivoluzione, perché elimina ogni prospettiva di “estinzione dello Stato” e di “affievolimento della “dittatura del proletariato””; e, soprattutto, riduce il proletariato stesso a protagonista puramente “nominale” dei processi storici che, piuttosto, avrebbero dovuto fondarsi sulle esigenze di “forze sociali autentiche”. Per queste ragioni Cortesi afferma che “il regime staliniano era naturalmente repressivo” (pp. 723-724). Infine, sul “piano della vita quotidiana il rovesciamento delle “idee del 1917”” si concretizza “attraverso il congelamento dei diritti sociali conquistati nel movimento rivoluzionario” e la “confisca sine die delle libertà elementari”, a favore di un adeguamento al sistema attuato attraverso una “politica di deterrenza più che di terrore” (p. 725).
Tornando alla domanda iniziale, Cortesi afferma che il giudizio che stabilisce l’equivalenza tra comunismo e Urss, da cui si deduce la morte del comunismo, sia frutto di una estrema leggerezza. Gli anni del Termidoro sovietico hanno prodotto una netta divaricazione tra la rivoluzione e il comunismo. Sostenere l’equivalenza prima indicata significa, secondo l’autore, innalzare una barriera che stronca ogni ulteriore possibilità di ricerca, consentendo al pensiero neoliberale di affermarsi come pensiero unico, al capitalismo di presentarsi come naturalisticamente fondato, e quindi insuperabile, e soprattutto fare tacere il grido di dissenso che si leva davanti alle disuguaglianze economiche e sociali che è lo stesso sistema capitalistico a produrre.
Cortesi avrebbe voluto dedicare i suoi studi successivi all’analisi della portata periodizzante del 1945 e delle vicende legate alla guerra fredda. Proprio perché la morte gli ha precluso questa possibilità, non si può affrontare senza emozione e rimpianto il richiamo a studiosi e militanti a continuare con lui il cammino intrapreso, con cui l’autore chiude la sua ultima opera.

Indice

Prefazione
Premessa. A vent’anni dal Muro, un bilancio critico
I. Il comunismo e i suoi precursori
II. Il marxismo e la prima Internazionale
III. La seconda Internazionale
IV. Imperialismo, internazionalismo, guerra
V. Pace e rivoluzione
VI. Rivoluzione in Russia
VII. Rivoluzione e guerra civile in Russia
VIII. Il comunismo europeo
IX. L’Internazionale comunista
X. L’Internazionale comunista e l’Europa
XI. Dal leninismo alla bolscevizzazione
XII. I partiti comunisti e la bolscevizzazione
XIII. Il partito comunista italiano e la variante dell’italo-marxismo
XIV. Industrializzazione e controrivoluzione
Epilogo. L’arco e l’ellisse: 1917-1945. Considerazioni sul comunismo dal Termidoro alla “guerra fredda”

L'autore

Luigi Cortesi (Bergamo 1929 - Roma 2009), si accosta giovanissimo all’antifascismo, nel 1944, e alla lotta partigiana (cfr. “Rivista di Studi italiani”, giugno 2001). Iscrittosi al PCI, è tra gli intellettuali che promossero la Biblioteca e l’Istituto Feltrinelli. In seguito all’intervento sovietico in Ungheria, nel 1956, Cortesi lascia il PCI e, deluso da “Movimento Operaio”, fonda, insieme a Stefano Merli, la “Rivista storica del socialismo” (1958-1967) attraverso la quale offrirà un contributo originale, rispetto alla storiografia ufficiale, alla ricostruzione della storia ideale e politica del movimento socialista e comunista. Negli anni seguenti, Cortesi pubblica La costituzione del Partito socialista italiano (Avanti!, Milano 1961), Il socialismo italiano tra riforme e rivoluzione (Laterza, Bari 1969), La rivoluzione leninista (De Donato, Bari 1970), e Le origini del Partito comunista italiano (Laterza, Bari 1972), testo, quest’ultimo, da cui emerge il contributo di Bordiga alla nascita del PCd’I. La sua attività intellettuale lo porta a ricoprire la cattedra all’università di Salerno e poi all’Orientale di Napoli come professore di Storia contemporanea. A partire dagli anni ottanta, Cortesi si impegna nei movimenti pacifisti, alla mobilitazione contro la NATO e al problema degli euromissili. Da queste nuove esperienze trae lo stimolo per la pubblicazione di Storia e catastrofe. Considerazioni sul rischio nucleare (Liguori, Napoli 1984), e per la nascita, nel 1989, di “Giano. Ricerche per la pace” (1989-2007) che dal 1994 cambierà il proprio sottotitolo in “pace ambiente problemi globali”, sottolineando la necessità che il marxismo si faccia carico anche della tematica ecologica. Anche negli ultimi anni, Cortesi continua a dedicarsi sia all’impegno politico che alla ricerca intellettuale. Si iscrive a Rifondazione comunista e pubblica numerose opere, tra le quali ricordiamo Una crisi di civiltà. Cronache di fine secolo (ESI, Napoli 1999) e Nascita di una democrazia. Guerra, fascismo, resistenza e oltre(Manifestolibri, Roma 2004). Gli ultimi anni della sua vita sono stati dedicati alla redazione della sua Storia del comunismo. Da Utopia al Termidoro sovietico (Manifestolibri, Roma 2010).

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