lunedì 1 novembre 2010

Biale, Enrico – Ottonelli, Valeria – Testino, Chiara, Dilemmi politici.

Genova, De Ferrari, 2010, pp. 118, € 12,00, ISBN 9788864051475

Recensione di Maria Giulia Bernardini - 01/11/2010

Filosofia analitica, Filosofia politica

Il pregio più immediato di Dilemmi Politici è la sua capacità di introdurre anche un pubblico inesperto all’interno di alcuni dei complicati e salienti dibattiti della filosofia normativa contemporanea, oltre che, grazie al ricorso ad esempi quotidiani ed immediatamente fruibili, “costringere” anche gli iniziati a ragionamenti filosofici spesso astratti a calarsi sul piano della concretezza ed a misurarsi con la tenuta di costruzioni teoriche che possono rivelare i propri limiti solo nel confronto con la prassi. Una scelta particolarmente felice, soprattutto con riguardo ad un pubblico meno esperto, è poi quella di prevedere riferimenti bibliografici alla fine di ogni capitolo, così da fornire coordinate per un approfondimento mirato delle questioni che interessano maggiormente. Da segnalare, infine, la grande fluidità nell’esposizione delle teorie presentate; il lettore si sente guidato in un ragionamento che non può non far proprio in modo lineare e graduale, il che consente di mantenere desta l’attenzione nonostante la difficoltà propria di alcuni passaggi teorici. La prima chiave di lettura del volume, fornita dagli stessi autori, è rappresentata dalla parola “dilemma”. Gli autori spiegano efficacemente nell’introduzione che per dilemma si intende non soltanto un conflitto o una contraddizione tra due opzioni mutuamente esclusive ed incompatibili, ma una situazione caratterizzata anche da “condizioni di scelta che mettono in discussione il consueto e corretto modo di ragionare e prendere decisioni che si applica a questioni analoghe. […] [N]ei casi dilemmatici abbiamo buone ragioni per fare una cosa e ragioni altrettanto buone per farne un’altra, non possiamo farle entrambe e non riusciamo a trovare una ragione che, tutto considerato, ci giustifichi a scegliere tra due cose: la nostra scelta alla fine, quale che sia, continuerà ad apparirci arbitraria” (p. 10). A ben guardare, tuttavia, le questioni dilemmatiche che gli autori affrontano possono essere ricondotte anche a quattro tra i problemi che coinvolgono a vario titolo il classico e dibattuto concetto di “giustizia”. Del resto, è quanto osserva anche Ottonelli nel primo capitolo (p. 30), dedicato alla disamina, disarticolazione e proposta di superamento del primo dilemma, tra eguaglianza e libertà. Tra tali valori cardine delle democrazie contemporanee può esserci un profondo conflitto: libertà ed eguaglianza sono valori che, nelle pur varie accezioni che possono assumere, rappresentano conquiste cui difficilmente qualcuno oggi acconsentirebbe a rinunciare, e tuttavia non sempre si riflette sulla loro possibile incompatibilità in concreto. La situazione inizialmente considerata dagli autori è una variante del modello usato da Nozick per dimostrare come la libertà sconvolga i modelli. In un contesto ideale in cui ognuno ha a disposizione le risorse che pensava di avere e nel quale ciascuno usa le risorse che ha legittimamente a disposizione interviene una variabile: una persona dotata di molto talento, dopo il lavoro, si esibisce gratuitamente per il pubblico che apprezza il suo talento, chiedendo che venga effettuata, se lo si ritiene opportuno, un’offerta libera. La persona talentuosa, in tal modo, si arricchisce, perché la libertà delle persone (la decisione di versare l’obolo) tende a deviare dallo schema di distribuzione delle risorse postulato inizialmente. Sembra, allora, che le uniche possibilità di ripristinare l’eguaglianza risiedano in un sistema liberticida, che sacrifichi la libertà individuale per mantenere un modello di distribuzione prefissato. In genere i sostenitori del libero mercato, davanti al dilemma libertà-eguaglianza, optano per il primo corno del dilemma, degradando l’eguaglianza a nobile ideale. A questa conclusione così drammatica si può forse ovviare facendo riferimento alla ragionevolezza, che tuttavia, come gli autori non mancano di sottolineare, non può prescindere dalla presenza di uno Stato che riequilibri le asimmetrie che si creano. Ed allora, forse, pare opportuno interrogarsi sulla vexata quaestio di cosa si intenda per libertà, evidenziando con brevi flash alcune delle posizioni che si fronteggiano sul dibattito pubblico, e giungendo a proporre un modello di libertà che sconvolga proprio il modello di libertà proposto da Nozick e, più in generale, le teorie della libertà ricalcate su una teoria dei diritti o della giustizia che offrono, a ben vedere, una teoria moralizzata della libertà. Il dilemma, allora, sarà solo apparente: se correttamente interpretate, eguaglianza e libertà possono essere rese compatibili anche all’interno di una società regolata da principi egualitari. Ma il dilemma viene complicato ulteriormente da Biale, che introduce un’altra società ideale in cui è possibile distinguere “cicale ed automi”, e che viene sconvolta dall’ineffabile sorte. Tale rappresentazione permette di analizzare in modo efficace la tenuta del’egualitarismo della sorte, posizione che vede tra i suoi massimi esponenti Dworkin e che è volta ad annullare l’effetto della sorte bruta sulla vita delle persone. La conclusione di Biale, sulla scia di Anderson e Scheffler, è nel senso di evidenziare i limiti della proposta di tale egualitarismo, che ipervalorizza la libertà a scapito dell’eguaglianza, la quale non appare, al contrario, misurabile solo dalle risorse, ma è data “dal ruolo che ricopriamo all’interno della società, dal modo in cui ci considerano gli altri, da come veniamo trattati dalle istituzioni e dai nostri concittadini” (p. 43). Sembra opportuno, quindi, agire per modificare le strutture di potere presenti anche e soprattutto nelle strutture sociali informali e ciò, forse, può comportare un (ragionevole) sacrificio della libertà a favore di una maggiore eguaglianza. Sebbene non siano state menzionate dall’autore, mi sembra che in questo senso possano essere lette le rivendicazioni di teorie femministe (pur nell’estrema varietà dei loro approcci ), critical legal studies, critical race theories, disability studies e, in generale, le istanze portate avanti dai gruppi oppressi, anche se non sempre si può parlare, al riguardo, della formulazione di teorie organiche e strutturate. Il secondo dilemma, affrontato da Testino, è quello tra redistribuzione e riconoscimento, che rimanda al noto volume “Redistribuzione o riconoscimento? Una controversia politico-filosofica”, di Fraser ed Honneth. In tale capitolo si riprende la discussione sull’eguaglianza, contrapponendo tra loro le diverse ispirazioni che muovono l’ideale egualitario: se la redistribuzione di risorse, benessere o opportunità ha come obiettivo quello di una giustizia che elimini le ineguaglianze e garantisca i più deboli dall’oppressione delle maggioranze, il riconoscimento è diventato una parola-chiave fondamentale per concettualizzare le lotte contemporanee concernenti identità e differenza, nonché le rivendicazioni politiche in genere (va sottolineato che oltre che da Fraser, nota teorica femminista, si parla di riconoscimento anche in ambito comunitarista, nonché in quella parte dell’ermeneutica giuridica che si occupa della questione multiculturale). Se la rilevanza del riconoscimento è indiscutibile, risulta assai poco investigato il suo rapporto col paradigma della giustizia distributiva: mentre Honneth concepisce il riconoscimento come la categoria morale fondamentale sovraordinata rispetto alla distribuzione, Fraser nega che sia possibile ricomprendere la seconda entro il primo. Testino affronta il problema in riferimento al trattamento delle minoranze culturali, non mancando tuttavia di introdurre un utile spunto di riflessione su recenti richieste politiche di introdurre lo studio del dialetto nelle scuole, e fornendo una possibile chiave di lettura del problema che consente di dare una risposta praticamente univoca anche a tale (Ulteriore? Apparente?) dilemma senza preconcetti di natura politica. Dando per scontato che il valore dell’eguaglianza degli individui è oggi considerato un fondamento imprescindibile delle moderne democrazie liberali, redistribuzione e riconoscimento si pongono come “due degli strumenti che sono stati utilizzati nelle lotte politiche e sociali a favore di coloro che si trovano, per ragioni anche molto diverse, in posizioni svantaggiate rispetto alla maggioranza degli altri membri della comunità in cui vivono” (p. 49). La chiara analisi di Testino permette anche di puntare l’attenzione sull’atteggiamento della società nei confronti degli individui che, anche magari per un solo elemento di differenza, non corrispondono allo standard della cultura dominante e, conseguentemente, sul ruolo alienante esercitato dallo stigma sociale. L’autrice, inoltre, ben evidenzia come il problema principale delle società contemporanee sia dato dal loro essere modellate sul parametro del successo sociale, nonché su bisogni, tempi, fini, gusti tipici della cultura dominante, con un conseguente atteggiamento che, de facto quando non anche di diritto, si rivela come assimilazionista. Dopo aver vagliato i casi di complementarietà e conflitto tra redistribuzione e riconoscimento, è riportata la proposta di Fraser circa l’adozione di un approccio trasformativo delle questioni di giustizia e delle rivendicazioni in termini di riconoscimento, ma ne viene criticata la difficile attuazione sul piano pratico, in quanto la destabilizzazione delle identità rischia di mettere a rischio l’idea stessa di politiche di riconoscimento, a favore di una concezione neutralista di riconoscimento, che finisce per cancellare quelle differenze che si vorrebbero al contrario valorizzare. L’eguale rispetto va piuttosto diretto nei confronti dell’individuo, che vede nella propria identità culturale un’opzione dotata di significato e valore. È questa la chiave di risoluzione del dilemma: il riconoscimento dell’identità consente di affermare contemporaneamente eguaglianza e differenza. Il terzo dilemma affronta la questione della giustificazione della democrazia come sistema di governo e decisione collettiva. La democrazia è stata giustificata sia perché è considerata il sistema di governo che ha la maggiore probabilità di ottenere decisioni corrette, sia perché è il governo della discussione, dell’argomentazione razionale, del ragionamento pubblico. Ma è davvero così? La maggioranza ha maggiori probabilità di avere ragione, soprattutto quanto più sia numeroso il gruppo considerato (teorema di Condorcet)? È meglio essere in molti che essere in pochi saggi? Ed è possibile, per una qualunque scelta presa con criteri minimi di democraticità, portare a ordinamenti di preferenze insensati (teorema di Arrow)? Quest’ultimo caso risulta di particolare interesse in quanto, soprattutto grazie all’esempio del caso giudiziario Ariziona vs Fulminante, si può evidenziare come il gruppo possa trarre conclusioni non adeguate dalle premesse del proprio ragionamento nonostante i singoli ragionino correttamente, e come tali “giudizi irrazionali” possano avere impatti massimamente negativi anche sulla vita degli individui: “Ragionare bene e decidere bene sono due cose diverse, che non sempre vanno d’accordo” (p. 94). L’ultimo dilemma varca i confini nazionali, esaminando la contrapposizione tra nazionalismo e cosmopolitismo, prospettive che sembrano incompatibili ed appaiono trascurare l’una i doveri di giustizia verso i paesi poveri, l’altra il valore del fatto che sono proprio i membri di una comunità a formare e sostenere le istituzioni attraverso cui vengono posti e risolti i problemi di giustizia. Biale, evidenziando efficacemente pregi e difetti di entrambi gli orientamenti, ritiene che il cosmopolitismo moderato, espresso soprattutto nel pensiero di Pogge, meglio risponda alle istanze di giustizia internazionale senza tuttavia trascurare la centralità delle istituzioni e senza negare che esista anche un sistema istituzionale a carattere globale (es. FMI, WTO) che di fatto danneggia i paesi più poveri.

Indice

Prefazione
Introduzione
Libertà o eguaglianza?
Redistribuzione o riconoscimento?
Buone decisioni democratiche o buon ragionamento pubblico?
Giustizia globale o nazionalismo?

Gli autori

Enrico Biale è assegnista di ricerca presso il Dipartimento degli SSStudi Umanistici del Piemonte Orientale di Vercelli. Ha conseguito il dottorato di ricerca in filosofia presso l’Università di Genova e si occupa di teorie egualitarie della giustizia, concentrandosi in particolare sul profilo della giustificazione pubblica delle ineguaglianze economiche e sul rapporto tra ethos egualitario e principi di giustizia. Tra le sue pubblicazioni si possono segnalare Incentivi ed ethos egualitario, “Fenomenologia e società” (2009), e con A. Besussi (a cura di), Fatti e principi. Una disputa sulla giustizia, Aracne (2010).

Valeria Ottonelli è ricercatrice di filosofia politica presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Genova. Dopo essersi occupata di pensiero liberale classico (L’ordine senza volontà, Torino, Giappichelli 1995), e di tradizione anarco-individualista e libertaria americana (Introduzione e cura L. Spooner, La costituzione senza autorità, Genova, Il Melangolo 1997), negli ultimi anni ha rivolto la sua attenzione a temi legati al dibattito contemporaneo, con particolare riferimento all’uso della “giustizia procedurale pura” nella teoria contemporanea ed alla questione del diritto di immigrazione e alla libertà di movimento tra Stato e Stato. Tra gli ultimi lavori, Leggere Rawls, Bologna, Il Mulino 2010.

Chiara Testino è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università del Piemonte Orientale di Vercelli. Ha conseguito il titolo di Dottore di ricerca in filosofia a Genova. Si occupa di filosofia politica e filosofia morale (L’etica di House, in La filosofia del Dr. House, Milano, Ponte alle Grazie 2007) ed attualmente sta lavorando sulle reagioni pubbliche (Ragioni esterne e moralismo: l’internalismo di Bernard Williams, “Ragion Pratica” 2010) e sui diritti delle minoranze (Definire le minoranze: il caso Rom, “Politeia 2009).

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