mercoledì 5 ottobre 2011

Gambardella, Fabiana, L'animale autopoietico. Antropologia e biologia alla luce del postumano

Milano, Mimesis, 2010, pp. 120, euro 14, ISBN 9788857500898

Recensione di Rossella Mascolo

Inizio dalle note il mio viaggio fra le pagine di un testo per me già accattivante sin dal titolo. L'“autopoietico”, che qui è dell'animale, per la sua stessa singolarità, non può non riportare immediatamente, come poi farà l’autrice, al pensiero di Humberto Maturana e Francisco Varela, ai quali si deve la coraggiosa proposta di uno stravolgimento del modo di guardare alla biologia, alla scienza e alla conoscenza, ma non solo. La loro, negli anni settanta del Novecento, è stata una proposta radicale secondo la quale il vivere, l'agire e il conoscere di un essere vivente si mostrano, costruendosi nell'evolversi del tempo di ognuno.

Dal sottotitolo, “Antropologia e biologia alla luce del postumano”, possiamo inferire che l’animale autopoietico sia qui lo stesso essere umano e che il discorso che l'autrice affronterà sarà quello di una antropologia rivisitata alla luce della teoria autopoietica. Il suo sarà, dunque, un tentativo di situare detta scienza in un orizzonte diverso da quello di una certa tradizione ruotante attorno alla centralità dell’uomo.
Per la sua etimologia, il termine, “antropologia” potrebbe condurre verso una prospettiva necessariamente antropocentrica. Gambardella, invece, riesce qui a mettere in luce un discorso sull'umano riproposto costruendolo ex novo, inserito nella grande rete della vita dei sistemi autopoietici in accoppiamento strutturale fra di loro e con l'‘ambiance’ nel quale si trovano; quel che ne risulta è un'antropologia non antropocentrica, solo un momento di riflessione più specifico sulla nostra umanità, costituita da ogni animale umano, quale organismo autopoietico.
Tornando alle note del nostro testo, correndogli attraverso per tutta la sua estensione attraverso i piè di pagina, esso comincia ad assumere una coloritura che lo mostra nel suo dialogare con opere appartenenti decisamente all'area del pensiero non-analitico, potremmo forse affermare, invece, passandoci una generalizzazione da usare solo a scopo orientativo, continentale, nel suo costruire incroci e ponti fra autori che una certa tradizione tradizionalista non avrebbe giammai ipotizzato di accostare. La scelta epistemologica dell'autrice è, pertanto, piuttosto chiara.
Prima di procedere con l'analisi del testo, desidero sottolineare subito la piacevolezza che si ricava dalla sua lettura. Il linguaggio che Gambardella utilizza è piano, agile e complesso, nello stesso tempo, rivestendo di profondità significante anche concetti la cui asciuttezza potrebbe talvolta lasciare in qualche modo interdetti, come nel caso delle lapidarie e intense affermazioni di Maturana e Varela.
Quest’opera appare svolgersi lungo tre assi conduttori, corrispondenti ai tre capitoli nei quali essa è suddivisa.
Attraverso il primo l’autrice disegna dapprima l’orizzonte della tradizionale concezione dell’antropologia filosofica. Ne tratteggia un percorso storico e teoretico, che porta in primo piano il pensiero di numerosi autori, ma facendo sin da subito emergere lo scopo di tale scienza particolarmente in armonia con l’enigmaticità dell’essere umano attuale. Ciò che ella intende perseguire è il superamento del “dualismo cartesiano e, avvalendosi dei coevi risultati nell’ambito di diverse scienze specialistiche, [l’emergenza di] una visione dell’uomo integrale” (p. 17). Coloro che la propongono, innovatori del pensiero contemporaneo, fra i quali Fabiana pone Plessner e Scheler, alla scoperta dei ‘misteri del bios’, tracciano, a suo avviso, un percorso che dall’esperienza filosofica “si ricongiunge circolarmente con gli esiti più innovativi della biologia contemporanea, che, […] attraverso un itinerario inverso e speculare, procedono dalle logiche di quel bios, verso un logos tutto immanente alla vita” (Ibidem). Eppure questo ancora non si compie nei vari autori protagonisti del primo asse portante dell’opera di Gambardella, quali Plessner, Scheler, Gehlen e lo stesso Heidegger, che fanno comparire l’umanità dell’uomo “solo nell’attimo in cui [questi] tenta di superare la vita” in un estremo tentativo di trascendenza (p. 39).
Come descrive l’autrice prospettando il secondo asse del suo lavoro, che ci guida verso la filosofia della complessità, la possibilità del superamento di questa condizione di impasse nasce, nella seconda metà del Novecento, quando dalle scienze, ella dice, proviene “un tentativo di percorso dal logos al bios” (p. 41). Ecco qui comparire come protagonisti Humberto Maturana e Francisco Varela, al cui pensiero sembravano preludere tutte le precedenti argomentazioni di Fabiana, decostruttive di un’antropologia antropocentrica. Ora ella esamina puntualmente la loro famosa opera, Autopoiesi e cognizione (1980), mettendone in risalto la rivoluzionaria portata. Così Fabiana si esprime in proposito: “scorrendo le pagine del testo il lettore resta spiazzato, umiliato: più che un saggio di biologia l’opera gli appare come un libello satirico, che con estrema freddezza procede a detronizzare il signore della terra, svilendone le gesta. […] La parola uomo non compare quasi mai all’interno del testo, essa è sostituita dal termine ‘osservatore’, declinazione che racchiude in sé uno stravolgimento epistemologico” (pp. 51-52). Dalla prospettiva dell’osservatore, emblematica figura nell’epistemologia di Maturana, Fabiana porta il lettore a seguirla sul terreno vischioso del linguaggio nell’accezione di Maturana e Varela, a cercare di comprenderli nel loro tentativo di “inventare una lingua nuova, dimentica di tutte le distinzioni attraverso le quali il discorso della prassi quotidiana, ma anche di quella scientifica, tende a modularsi, [dove] polarità interno-esterno, organismo-ambiente, input-output, soggetto-oggetto vengono abolite” (p. 52). In tal modo, ci ricorda l’autrice, ci si offre la possibilità di costruire un mondo nuovo, ove è di per sé assente l’“originario salto ontologico animale-uomo” (p. 67), ben lungi da quel ‘triste mutismo’ in cui “l’umanesimo, metafisico e non, fa sprofondare la natura, di cui solo l’uomo può parlare” (p. 73). Disegnando convergenze di pensiero, forse da taluni impensabili, come quella fra “la Circolarità descritta da Maturana e Varela e la decostruzione” di Derrida (p. 78), viaggiando anche lontano attraverso la storia delle idee, come quando viene chiamato in causa Aristotele, e spostandosi agilmente fra diversi generi espressivi, fra i quali spicca il linguaggio poetico, Fabiana ci accompagna verso il post-umanesimo, ove appare collocarsi la teoria dell’autopoiesi, là dove essa “apre verso la differenza”, potendo essere “il ‘Multiverso’ che gli autori ci presentano […] un punto di partenza decisivo per ripensare l’umano e i suoi modi di abitare” (p. 91).
Nel terzo capitolo del suo libro, appare il terzo asse, dialetticamente conclusivo del discorso di Fabiana Gambardella. Qui si affrontano tematiche tristemente care all’uomo contemporaneo, come il rapporto fra bios e téchnê, ancora una volta interpretate attraverso la chiave di lettura dell’autopoiesi, che è quella della complessità, per la quale l’uomo non è riducibile alle sue componenti (p. 105). Di estremo interesse è anche la trattazione di quella che l’autrice chiama ibridazione, del rapporto fra bios ed ethos. Dopo l’iniziale citazione della straordinaria affermazione di Maturana e Varela, “la conoscenza della conoscenza obbliga alla responsabilità”, l’autrice presenta un cambiamento di rotta e fa entrare in scena, per esprimersi riguardo al delicato tema della responsabilità nei confronti dell’Altro, autori distanti dal sapere ‘scientifico’, come ad es. Lévinas. Forse per la sensibilità dell’autrice, tali autori rispondono maggiormente alla sua esigenza di mostrare lo sporgersi dell’uomo verso l’altro uomo, nella reciproca assunzione di responsabilità. In queste pagine, ella prende, per me in modo non condivisibile, le distanze dalla prospettiva epistemologica e quindi etica di Humberto Maturana, poiché questa, a suo avviso, sarebbe caratterizzata da una certa ‘torsione naturalizzante’. Per quanto detto dall’autrice, potremmo quasi pensare che Maturana ricada nella cosiddetta ‘fallacia naturalistica’, ben nota a coloro che si occupano di bioetica. Dello stesso tono è la concezione dell’amore che ella deduce dal pensiero dello stesso autore e che lei riduce entro una asettica cornice, che a mio avviso appare riduttiva di quello che è il ben più ampio orizzonte entro il quale si muove Maturana, in cui la Biologia è la nostra stessa condizione di esistenza e l’amore si declina in modo multiforme.
Nel finale della sua opera, invece, nonostante queste note vagamente stridenti con la filosofia di Maturana e Varela, cui Gamberdella intendeva ispirarsi e verso cui ha quasi costantemente guidato il lettore, riguadagna spazio e valore la loro teoria della conoscenza, fino ad assurgere addirittura al ruolo di ‘cura’. Così, infatti, conclude Fabiana Gambardella, a supporto della nuova visione del soggetto umano, protagonista del suo agire, che lei in fin dei conti propone: “la terapia autopoietica, che è anche sempre mitopoietica, dà vita a un’altra narrazione, ci presenta di nuovo Prometeo, liberato dal peso della propria solitudine ontologica e del proprio potere assoluto, e tuttavia irrimediabilmente incatenato all’imperativo di un’autocritica incessante” (p. 139).

INDICE

Prefazione
  1. Capitolo
Dal Logos al Bios: l’antropologia filosofica e la ricerca dell’uomo integrale
L’umano tra esistenza e vita
Per un’antropologia filosofica
Il bios nei Concetti fondamentali della metafisica
Una vecchia suggestione: l’animale carente
L’Umanesimo e il mondo diviso
  1. Capitolo
Dal Bios al Logos: la biologia scopre la complessità
Dal bios al logos: Autopoiesi e cognizione
L’animale uomo: linguaggio e autocoscienza
Tra decostruzione e ricostruzione: percorsi incrociati
Ulisse e il male del ritorno
Autopoiesi: verso il post-umanesimo
  1. Capitolo
Bios, Logos, Ethos: un’epistemologia alla prova dei fatti
Lo smisurato e il mostruoso
Bios e téchnê
Biotecnologie: apocalittici e integrati. Uno sfondo comune
Dal bios all’ethos: ibridazioni
Verso una nuova soggettività: l’osservatore
Indice analitico

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