lunedì 10 ottobre 2011

Tursi, Antonio, Politica 2.0. Blog, Facebook, Wikileaks: ripensare la sfera pubblica

Milano-Udine, Mimesis, 2011, pp. 199, euro 16, ISBN 9788857504988

Recensione di Maria Giulia Bernardini - 22/07/2011

Quello di Antonio Tursi è, nello scenario filosofico-politico odierno, un importante contributo al ripensamento del rapporto tra la sfera pubblica e quella privata, una riflessione su chi sia oggi il reale autore della conoscenza e su come questa venga prodotta, uno strumento di indagine sul ruolo dei nuovi media nell’emersione dei corpi un tempo esclusi, nonché un’ulteriore occasione di incontro con la biopolitica. Non va dimenticato, inoltre, che tra la molteplicità dei temi – trattati in modo talvolta rapido ma non per questo superficialmente - Politica 2.0 mette a fuoco anche il complicato fenomeno della globalizzazione, alla cui base troviamo il conflitto radicale tra mercato e diritti, e che comporta una ridefinizione ed una riarticolazione del potere statale su nuove basi, fino a configurare, per taluni, il ritorno di istituzioni formalmente neo-medievali (pp. 157-178).



Il testo non appare immediatamente di agile lettura, forse anche in ragione del fatto che i piani di indagine offerti al lettore da Tursi sono molteplici e le tematiche presentate sono particolarmente articolate al proprio interno, come si può evincere anche dall’indice. Una volta immersi nel viaggio dell’autore, tuttavia, l’itinerario diviene più chiaro – anche grazie alle utili coordinate che vengono offerte per l’orientamento – e la comprensione delle tesi proposte più facile.
Riportare in modo sintetico, chiaro ed esaustivo tutti i temi proposti sarebbe impresa vana; non rimane altro, allora, che indicare alcuni dei percorsi più suggestivi.
Tra questi, quelli che riguardano il ruolo giocato dai media nel superamento della dicotomia pubblico/privato, nonché la loro valenza inclusiva/esclusiva circa l’emersione dei corpi esclusi dallo spazio pubblico appaiono come alcuni tra i più coinvolgenti. Non sembra così comune, infatti, riflettere sul ruolo giocato dal binomio alfabeto/stampa riguardo all’esclusione dalla sfera pubblica di ciò che non rientrava nel dominio della vista. Al riguardo Tursi ci ricorda che l’esclusione colpiva «[i] contatti e le sensazioni acustiche, i problemi materiali della vita quotidiana di chi non ce la fa, le figure deboli come i lavoratori, le donne, i migranti, i selvaggi, i diversamente abili […]» (p. 19). È con l’avvento della televisione e delle reti digitali che i corpi sono riemersi prepotentemente, anche se ciò è avvenuto forse con troppa forza (p. 22).

Ma quali sono i corpi dei media? Tursi ne individua alcuni: quello globale, quello genoma, quello codice, quello connesso, quello elettronico. L’enucleazione di questi paradigmi consente all’autore di problematizzare un ampio spettro di questioni oggi ineludibili quando si riflette sulla presenza dei corpi nella sfera pubblica.

Il corpo globale rimanda infatti alla globalizzazione, da intendersi qui con particolare riferimento al processo di nuova visibilità sia dei corpi vincitori, sia di quelli vinti: oggi non sono presenti solo i corpi alla moda, ma anche quelli mutilati e massacrati dalle guerre. A ragione Tursi dà conto di come stia riemergendo quell’inumano che, per motivi psicoanalitici e politici, viene spesso rigettato nella categoria dell’abietto, situato ai confini dell’umanità, relegato al mondo dell’inumano, e che oggi pretende visibilità con una forza tale da non poter essere più soffocato e nascosto (cfr. al riguardo anche J. Kristeva, Poteri dell’orrore. Saggio sull’abiezione; J. Butler, Corpi che contano. I limiti discorsivi del sesso; Y. M. Young, Le politiche della differenza). È quanto accade, ad esempio, nel caso degli immigrati (pp. 27-28).
Il corpo-codice ci costringe invece a fare i conti con la classica ambivalenza sottolineata su più fronti della riflessione filosofica, ad esempio anche da Michela Marzano: l’avere e contemporaneamente l’essere un corpo. Il codice di cui si parla è quello genetico, che ha reso possibile l’abbandono del corpo-natura a vantaggio del corpo-codice (p. 28).
Tursi usa l’espressione corpo connesso per sottolineare l’importanza dei computer come «scatole contenenti altre persone» (p. 29), ossia come strumenti che costruiscono primariamente reti sociali, in cui ciò che si cerca è uno scambio di emozioni. Emerge pertanto «il corpo connesso di un’emotività connettiva» (p. 29), dove i media si presentano sempre più come estensori dei nostri sensi e della nostra emotività.
Il corpo elettronico è costituito invece dalle informazioni e dai discorsi che ci riguardano, cioè dai nostri dati personali. A ciò si ricollegano le complicate questioni riguardanti le informazioni che ci garantiscono come cittadini, automobilisti, consumatori, utenti di telefonia mobile, etc. Si tratta, allora, di un importante snodo della nostra identità, che appare sempre meno vincolata al solo corpo fisico, e radicata anche nel suo doppio elettronico.

I processi legati alle nuove tecnologie di comunicazione riguardano la digitalizzazione dei messaggi, e quindi dei nostri corpi. Attorno a questo dato di fatto si gioca la battaglia tra angeli e demoni (pp. 43-46): con tale metafora Tursi ci presenta lo stato dell’arte circa la riflessione sul rapporto tra navigazioni virtuali e corporeità. Se la maggioranza (gli angeologi) vede nella navigazione virtuale una smaterializzazione, e quindi l’abbandono definitivo del corpo che concretizzerebbe l’ideale platoniano di liberazione dell’anima dal corpo, una minoranza – alla quale appartiene anche Donna Haraway – considera i media degli strumenti tramite i quali noi partecipiamo ad una sorta di «orgia liberatoria» (p. 42).
Aderire alla proposta degli angeli o a quella dei demoni ha, chiaramente, conseguenze politiche: per entrambe le interpretazioni è dirimente il ruolo del nostro corpo, sul quale si giocano costruzione (e decostruzione), soppressione e liberazione. «La trasformazione in angeli può essere compresa in una visione negativa, oppressiva del concetto foucaultiano di biopolitica. Lo scatenamento orgiastico della carne, viceversa, rientra in una versione positiva, affermativa dello stesso concetto» (p. 46). Tursi, oltre a rilevare che la versione oppressiva del regime biopolitico oggi viene utilizzata assai copiosamente, dà conto della lettura positiva del concetto di biopolitica che si è affermata nel mondo contemporaneo e che è fatta propria, ad esempio, da Roberto Esposito. Egli non manca, tuttavia, di problematizzare questo slittamento di significato, rilevando come la concezione positiva di biopolitica in realtà finisca indebitamente per spostare il proprio oggetto di riflessione: dal corpo si passa, infatti, alla carne, occultando così le marcature sociali cui sono soggetti i corpi.

Nel capitolo La fine delle quattro mura l’autore ripercorre i rapporti che si sono avuti storicamente tra la sfera pubblica e quella privata. Durante la modernità le due sfere si sono via via differenziate fino a contrapporsi, ma non sempre è stato così. Tursi parte dall’antica Atene per cogliere i rispettivi ambiti di azione evidenziando assai suggestivamente il ruolo rivestito dai diversi corpi nelle varie sfere, passa poi alle metropoli illuministe in cui contavano solo le maschere dell’uomo e del cittadino – qualora, tra l’altro, fossero state indossate dal borghese – ed approda infine alla tarda modernità. Nella nostra contemporaneità si possono cogliere due fenomeni convergenti: la pubblicizzazione del privato e la privatizzazione del pubblico, cui contribuiscono in modo determinante Facebook, MySpace, hi5, LinkedIn, Badoo etc.
Si determina così una confusione tra le due sfere; un ruolo importante viene svolto in questo senso anche dalla televisione, che ha contribuito ad abbattere i muri che separavano tali ambiti, e a ridefinire il concetto di “casa”, «alterando il modello del flusso informativo che ha luogo al suo interno, confondendo i livelli di esposizione alle informazioni di bambini e adulti» (p. 74). Secondo Tursi, in questo mutato scenario globale non ha più senso riferirsi ad una sfera privata intesa in senso tradizionale. Casa e famiglia vanno piuttosto riconosciute come costruzioni storiche legate a determinati assetti sociali, cosicché il diritto alla privacy va rapportato non più ai diritti naturali, ma alla costruzione sociale del diritto, e quindi si presenta il problema del suo inquadramento e della sua garanzia nel tempo delle reti digitali. La protezione dei dati personali si trova infatti al crocevia tra quattro spinte: della società, del mercato, della tecnologia, del diritto (p. 84). Quest’ultimo, in particolare, dovrebbe accogliere, per Tursi, la sfida ad una maggiore flessibilità: presentandosi come diritto di principi, potrebbe fare propria una visione più sfumata della privacy, declinando le tutele in relazione alla complessità delle esigenze esistenziali.

Attraversando la tematizzazione della mixed-reality, l’autore passa poi a parlare delle nuove dinamiche delle reti di potere, collegando il principio di trasparenza alla vicenda Wikileaks, che ha posto in luce come il potere globale, dal basso, orizzontale dei media possa combattere l’ordine mondiale del potere, realizzando una «sorveglianza inversa» tramite la quale tenere d’occhio i potenti (p. 153). Risulta essenziale, pertanto, riflettere sui densi intrecci che il potere realizza nelle nostre società, dove le tecnologie dell’informazione e della comunicazione costituiscono il campo in cui si giocano trasparenza, controllo e resistenza.
E la consapevolezza di come sia mutato il quadro in cui opera il potere fa parlare a Tursi di «istituzioni neo-medievali» (p. 157). Il nuovo medioevo istituzionale – da intendersi in senso formale – è caratterizzato da cinque tendenze: a) degli Stati-nazione ad integrarsi in unità più ampie di tipo regionale; b) degli Stati-nazione a disgregarsi in unità subnazionali; c) la fine del monopolio dell’uso legittimo della forza da parte dello Stato; d) l’emergere di altri attori sullo scenario politico mondiale; e) l’integrazione tecnologica del mondo, la formazione del villaggio globale.
Proprio il nesso tra globalizzazione e tecnologia rappresenta lo sfondo dello Stato a rete, all’interno del quale secondo l’autore le tecnologie sono destinate a svolgere un ruolo di primo piano, ad esempio in riferimento alla partecipazione alla deliberazione politica. Le reti digitali, che sono i media che caratterizzano il tempo presente, anziché isolarci costituiscono allora un nuovo ambiente per i nostri corpi, e conseguentemente consentono di dare spazio a temi fino ad oggi spesso negletti.
Ciò che Tursi propone, al contrario, è (condivisibilmente) una sfera pubblica in cui hanno libero accesso tutti i corpi, le emozioni ed anche i temi biopolitici (oltre e soprattutto alle soggettività che concretamente ne sono portatrici). Ed è proprio grazie alle reti digitali che si modificano i temi e le geografie della sfera pubblica contemporanea, e quindi le spaziature della sfera pubblica e le soggettività che agiscono al suo interno. Lo sviluppo tecnologico rappresenta pertanto un’importante risorsa per decentrare l’uomo e scardinarlo dalle sue certezze. Oggi l’uomo sa di essere costitutivamente legato alle alterità, siano esse umane, animali o tecnologiche. La sfera pubblica, allora, non può essere concepita come luogo al cui interno sviluppare solo discorsi razionali ed argomentativi, ma risulta necessario anche l’accoglimento della sfera emotiva e dei soggetti che sono concretamente portatori di tali emozioni.

Indice

Prefazione di Stefano Rodotà

Introduzione

Incorporazione e istituzionalizzazione
1. Considerazioni preliminari
2. Incorporazione della sfera pubblica politica
3. Necessità di una istituzionalizzazione

I. Il corpo dei media
1. Alcuni corpi
2. Alzare la barra
3. Messaggi o massaggi?
4. L’occhio e la mano
5. Sensibilità elettronica
6. Angeli e demoni
7. Politica della carne o politica dei corpi?

II. Il teatro e la festa
1. Funzioni manifeste e funzioni latenti
2. Un confronto tra sistemi
3. La penna dello studioso e il cuore del barbaro
4. I due modelli
5. Dalla morale alla politica

III. La fine delle quattro mura
1. Distinzione e opposizione
2. Farsi vedere o della pubblicizzazione del privato
3. Bolle nello spazio comune o della privatizzazione del pubblico
4. Androginia situazionale
5. Ciò che resta del privato tra opportunità e rischi
6. Partecipazione o cyberbalcanizzazione?
7. Un campo di forze
8. un punto di stato

IV. La mixed reality
1. Spazio liscio e spazio increspato
2. In-between
3. Blob e sprawl
4. Una sfera pubblica multimediale

V. Barbari e pirati
1. Banlieue: uno statuto di comunicazione
2. Conquistare lo spazio, agire con i media
3. Devenir-banlieue
4. Conividire digital goods
5. I valori dei nuovi eroi
6. Dal conflitto di classe al riconoscimento dei diritti

VI. Il principio di trasparenza
1. Un sogno antico
2. Una semplice idea architettonica
3. Il sistema nervoso esteriorizzato
4. Governance without government
5. L’e-government ovvero dell’onnivisione
6. La veglia contemporanea
7. Due ambiti densi e complessi

VII. Istituzioni neo-medievali?
1. Dal medioevo al neo-medioevo
2. Lo Stato a rete ovvero governare senza governo
3. La ciberdemocrazia ovvero la città ideale
4. Un’altra epoca di mezzo

Conclusione

Una funzione politica
1. In sintesi
2. Una sfera di emozioni
3. Un rapporto inscindibile

Ringraziamenti

Bibliografia

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