venerdì 4 novembre 2011

Jervis, Giovanni, Il mito dell’interiorità, tra psicologia e filosofia

Torino, Bollati Boringhieri, 2011, pp. 239, euro 18, ISBN 978-88-339-2213-3

Recensione di Mario Tanga – 23/7/2011

Questa raccolta di scritti di Jervis rende sicuramente un grande servizio al panorama antropologico contemporaneo. Come tutte le raccolte presenta il rischio dell’eterogeneità, rischio che è scongiurato sia dal filo rosso che lega tutti gli scritti di un autore dello spessore di Jervis, sia dall’ottimo lavoro dei curatori, non solo per la selezione e disposizione delle singole parti (disposizione che contempera criteri cronologici e di contenuto), ma anche per le valide chiavi di lettura e riflessione offerte in premessa, introduzione e postfazione, 

utili soprattutto per chi si avvicina per la prima volta a questo autore. 
Quell’interiorità, a cui il titolo fa riferimento, ha un campo semantico molto esteso, funzionando come indicazione di una costellazione di concetti e termini ad essa legati: in primis l’io (e l’Io) e il sé (anzi il “self”), ma anche l’identità, la soggettività e il soggettivismo, l’oggettività e l’oggettivazione, la coscienza e l’autocoscienza, l’inconscio, la mente, la cognitività e le emozioni e, allargandosi a macchia d’olio, la cultura, la comunicazione, le relazioni, la natura biologica dell’uomo e via dicendo. Un orizzonte davvero ampio, che Jervis abbraccia nella doppia ottica storica ed epistemologica. Questa dialettica di prospettive rimane attiva e feconda in tutto il libro.
Ad una visione panoramica l’insieme degli scritti che compongono quest’opera si mostra articolata intorno ad un asse bipolare fondamentale, quello della soggettività/oggettività. L’interiorità è tanto una dimensione esistenziale che viviamo in prima persona quanto una realtà che può –e deve– essere approcciata dallo studio psicologico-scientifico. 
A ciascun polo ineriscono rischi e tentazioni opposti, una sorta di Scilla e Cariddi.
Da una parte la tendenza a reificare e dare consistenza effettiva a tutto quanto cade nel nostro dominio di esistenza o conoscenza. Questo processo nel vissuto soggettivo sposta il nostro centro fuori da noi, un peccato di ingenuità che mette in stallo le dinamiche dell’autocoscienza, e nello studio oggettivo ci fa cadere nella tentazione di assegnare uno statuto ontologico alle dimensioni dell’interiorità, mistificandone pericolosamente la natura.
Dall’altra parte il dissolvimento e la decostruzione frustrano e vanificano l’insopprimibile esigenza di “consistere” soggettivamente, mentre nello studio scientifico della psiche rischiano di indirizzare verso un relativismo improduttivo ogni modello di interiorità. Jervis proclama il valore di un io forte (i suoi toni polemici più “vivaci” sono proprio contro le posizioni “deboliste” e relativistiche), saluta con favore la sostituzione (negli anni trenta del Novecento), su cui ritorna più volte come fosse un caso paradigmatico, della ottocentesca e romantica volontà con la più scientifico-psicologica motivazione (su cui si dilunga ben più che su un’altra analoga e parallela sostituzione: quella del legame con l’attaccamento), non trascurando come ciò finisca con il disinnescare il carico di responsabilità e moralità che il vecchio termine, oneri e onori, portava con sé.
La coerenza dell’autore con questi nuclei concettuali non significa “mono-tonia” e piattezza: il registro cambia e le tematiche anche: dal resoconto di una ricerca sul campo con De Martino sul tarantismo in Puglia (si veda il capitolo “Psicopatologia della crisi di possessione”) a riletture disparate (attinge da numerosissimi autori sparsi in tutto l’arco della modernità, senza limiti specialistici o preconcetti ideologici), Jervis converge senza forzature sui suoi nuclei fondamentali, primo fra tutti l’equilibrio sottile che lo porta ad essere antiessenzialista (quando si tratta di definire lo statuto dell’io, della coscienza e di tutto quanto le attiene) senza essere però decostruzionista o relativista. La sua penna si fa vivace e polemica, persino divertente, quando si accalora contro posizioni che troppo spesso per comodità, per superficialità o, semplicemente, per moda sono state date per scontate. Non basta che la psicoanalisi ci abbia condotto a scoprire un intero mondo interiore oltre la coscienza, occorre che quest’ultima non sia più presa come punto di partenza e di riferimento per esplorare il territorio fuori dai suoi confini, ma divenga un punto di arrivo che si lascia spiegare a partire dall’inconscio e dai gradi più bassi della “scala zoologica”. 
Ciò porta indirettamente, se vogliamo, acqua al mulino dell’antispecismo (anche questo contribuisce a iscriverlo nell’orizzonte di un pensiero laico e libero), esprimendo con forza una visione continuista che non concede all’uomo alcun privilegio qualitativo, tantomeno soprannaturale nei confronti degli altri viventi. Il vettore che direziona la ricerca sull’uomo, compresa quella sulla sua interiorità (anzi, a fortiori quella sulla sua interiorità), deve essere orientato, lo dice esplicitamente, “bottom-up” (l’inverso del “top-down” che ancora guida la psicoanalisi). E il “bottom” è la nostra natura biologica di appartenenza al grande regno dei viventi, di tutti i viventi (sebbene questo comporti un non sempre avvertito rischio di istituire un modello a scala della natura, che può lasciare un po’ perplessi). Questo è il miglior antidoto per non cadere in quella complessa ed enorme rete di inganni ed espedienti che è la (cosiddetta) coscienza: non ce ne affrancheremo finché partiremo da essa per studiarla. La coscienza non è ciò che spiega, ma ciò che deve essere spiegato: ecco il senso della rivoluzione copernicana nello studio dell’interiorità, che identifica Jervis e nel quale egli si riconosce.
Interessante l’analisi sulla funzione del corpo nelle dinamiche dell’autocoscienza, nel senso che la capacità di percepirlo come corpo proprio non è prerogativa dell’uomo, dato che ciò accade anche nei primati superiori, come lo scimpanzé. Anche questo nostro parente stretto, cioè, si guarda allo specchio e riconosce quell’immagine come immagine di sé, capacità ormai provata dalla scienza.
Jervis a volte pare sfiorare l’argine di un nominalismo e un convenzionalismo che giustificano l’assenza di ogni solido riferimento nello studio dell’interiorità umana, rischio che tuttavia sa sempre stemperare. La consistenza della sua proposta viene fuori a posteriori: il suo lungo itinerario concettuale si snoda tra il dualismo cartesiano e l’empirismo lockiano e baconiano, tra l’idealismo romantico e il riduttivismo positivista, tra comportamentismo e fenomenologia, tra psicoanalisi freudiana (ma anche jungiana, lacaniana…) e psicologia scientifica, tra prospettive piagetiane e lewiniana teoria del campo, tra evoluzionismo e spiritualismo, per non citare che alcuni punti. Scivola a volte un po’ su tentazioni scientiste, a cui la sua formazione medica non è estranea. Sull’onda delle epocali trasformazioni prodotte dalle scienze nell’antropologia di base (prima con Galileo, poi con Darwin e, ancora successivamente con la biologia e la genetica molecolare, nonché con l’intelligenza artificiale) non è facile sottrarsi all’idea della necessità del rovesciamento di vecchie gerarchie umanistiche e idealiste. Jervis, pur riconoscendo la pluralità di fattori in gioco nelle dinamiche umane, non arriva al pieno riconoscimento della circolarità tra fattori genetico-biologici da una parte e culturali-relazionali dall’altra, posizione sulla quale troviamo attestati molti autorevoli evoluzionisti. E gli sfuggono anche le dinamiche emergentiste dei sistemi complessi. Ma tutto questo si evidenzia di più che altro sbirciando “tra le righe”; e i suoi riferimenti a Brentano e l’apprezzamento che esprime per questo autore stemperano una visione isolazionista del soggetto che talvolta sembra prevalere. La interessante lezione che Jervis esplicitamente ricava dall’adozione di un impianto scientifico è quella del necessario approdo a posizioni democratiche. Solo attraverso un approccio scientifico si evidenziano infatti incertezze e problematicità dell’uomo, mentre un certo idealismo e soggettivismo di radice romantica potrebbe (potrebbe soltanto…) offrire il fianco a giustificazioni di regimi autoritari e alla necessità di aderirvi.
Il suo assenso, sebbene condizionato, a Freud è soprattutto legato al fatto che svela la natura autoapologetica della coscienza. Questa è la vera grande eredità di Freud, eredità che nel frattempo ha superato gli assunti iniziali. Ma Jervis smorza la conseguenza che si potrebbe essere tentati di trarre: l’uomo si copre di una facciata falsa ossia da condannare. Questa natura inautentica della coscienza (dell’Io, per dirla con Freud stesso) è necessaria e non necessariamente negativa, l’importante è prenderne atto e non mistificarla come un’istanza vera e affidabile incondizionatamente; questo fa la differenza. L’Io si istituisce in modi e forme che possono essere (sono) ingannatori anche per il soggetto, ingenuo, che crede, intuitivamente, che basti autoindagarsi per aver garanzie di verità. Non è un errore in cui incorrono solo i sempliciotti, è anche il fondamento del pensiero di Descartes… Tanto è necessario “consistere” (esistenzialmente) soggettivamente in modo forte e unitario quanto occorre demistificare e relativizzare (epistemologicamente) l’oggettivazione scientifica dell’Io, della coscienza e via dicendo, fino non certo a decostruirli, ma a ricondurli alla loro natura a-ontologica, ovvero di espediente epistemico ed euristico per indagarli e narrarli. E rifacendosi alla “vecchia” distinzione russelliana tra una conoscenza di familiarità (acquaintance) e una distaccata, di oggettivazione (description), propone molto apprezzabilmente un modello di uomo che sappia integrare le due dimensioni.
Le implicazioni politiche non sono evitate né disdegnate da Jervis, anche se ci risparmia apologie palesi o striscianti, così come profluvi di luoghi comuni (così abbondanti in molta letteratura di oggi): solo pochi cenni, poche osservazioni acute e originali, un innesco di riflessione critica, funzionale al suo discorso, davvero apprezzabile.
Jervis non cade mai in ossequio o accettazione passiva, ma nemmeno sottovaluta o manca di rispetto. Della psicoanalisi così come della psicologia scientifica, di cui visita a più riprese i fondamenti storici ed epistemologici, coglie l’importanza del contributo alla temperie culturale a cavallo tra Otto e Novecento, così come ne mostra impietosamente limiti e criticità, a riprova della sua grande onestà culturale di studioso, verrebbe da dire, “vergin di servo encomio/ e di codardo oltraggio…”.
In tutti questi scritti, Jervis non abbassa mai la guardia, ovvero non abbandona quel profondo e originale spirito critico che lo contraddistingue e che dà all’opera un respiro decisamente filosofico (una vocazione che tuttavia non coincide con la sua formazione): nulla è dato per scontato, nemmeno gli autori classici, che spesso rilegge e confronta in modo originale. Jervis è sempre molto circostanziato e mai banale. È un autore vigile, attento, onesto, acuto, talvolta pungente, originale e fecondo. Offre contenuti ricchi e importanti spunti di riflessione soprattutto a chi si occupa di psicologia, antropologia, sociologia, filosofia, ma non solo.


INDICE:
Premessa dei curatori
Introduzione. Giovanni Jervis e la genealogia nascosta della coscienza umana
1. La rivincita dell’inconscio
2. Il “sé” e la nascita della coscienza introspettiva
3. Ripetizione e identità nel pensiero di Ernesto de Martino
4. Psicopatologia della crisi di possessione
5. La costruzione dell’identità
6. Persona, soggetto, società
7. Evanescenza e riabilitazione dell’io
8. Il mito dell’io debole
9. Retoriche dell’interiorità
Postfazione. Una difesa non scontata della modernità

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