lunedì 13 febbraio 2012

Kittay, Eva Feder, La cura dell’amore. Donne, uguaglianza, dipendenza

Milano, Vita e Pensiero, 2010, pp. 358, euro 19,80, ISBN 9788834318621 

Recensione di Maria Giulia Bernardini - 27/12/2011  

È stato finalmente tradotto anche in italiano il libro più celebre di Eva Feder Kittay, Love’s Labor – Essays on Women, Equality, and Dependency, disponibile nella sua versione italiana da ottobre 2010. Il pensiero di Kittay è difficilmente classificabile: la sua riflessione, che si muove nell’ambito dell’etica della cura, si compone di registri linguistici assai differenti, che spaziano dal racconto personale (l’Autrice è madre di una donna con gravi disabilità cognitive) alla critica alle teorie della giustizia di stampo liberale 

(in particolar modo al pensiero di John Rawls, uno dei più influenti degli ultimi trent’anni), e costituisce un importante punto di riferimento anche per il dibattito sviluppatosi in seno ai Disability Studies.  Kittay non manca poi di proporre un originale angolo prospettico da cui guardare le questioni di giustizia ed eguaglianza. L’autrice assume, infatti, come categoria in grado di dare voce alle esigenze di giustizia da lei sottolineate quella del figlio, archetipo della vulnerabilità e della dipendenza umana, nonché simbolo di chi si prende cura degli altri. In tal modo la Kittay si propone di mettere in discussione e riconfigurare alcune acquisizioni cardine della riflessione filosofica contemporanea, ed in particolar modo il fatto che gli elementi costitutivi essenziali dell’individuo siano la razionalità e l’autonomia. Per Kittay, al contrario, ciò che accomuna ogni essere umano sono la fragilità e vulnerabilità umane, espresse in quella dipendenza che ognuno di noi sperimenta almeno in una fase della propria esistenza, l’infanzia. Si registrano qui importanti punti di convergenza con Martha Nussbaum (cfr. M. Nussbaum, Le nuove frontiere della giustizia: disabilità, nazionalità, appartenenza di specie, Bologna, Il Mulino, 2007) e con gran parte della riflessione femminista, che già da alcuni decenni riflette sulla questione dell’autonomia, introducendo, ad esempio, la categoria dell’autonomia relazionale (cfr. C. MacKenzie, N. Stolijiar, Relational Autonomy: feminist perspectives on Autonomy, Agency and the Social Self, New York, Oxford University Press 2000).  La stessa Kittay, del resto, afferma che la sua critica della dipendenza sia una critica femminista dell’eguaglianza, basata sulla constatazione che la concezione della società costituita da eguali occulti dipendenze inique, legate ad infanzia, malattia, vecchiaia, disabilità: finché siamo dipendenti non siamo in condizione di entrare in competizione per i beni della cooperazione sociale in termini di eguaglianza (p. XXXII). Anche il suo «io trasparente», inteso come individuo attraverso il quale vengono percepite le esigenze altrui - che vede i bisogni degli altri prima dei propri e che viene impersonificato dal dependency worker -, può essere inserito all’interno delle riflessioni in tema di «io-in-relazione», «io solubile» o «io-che-si-dona» già sviluppate, tra gli altri, da Chodorow, Keller, Gilligan, Irigaray. Si tratta, chiaramente, di un soggetto che si pone in netto contrasto con l’io della tradizione liberale dei diritti e dei vantaggi.  Il volume si compone di tre parti: elemento comune è il requisito della dipendenza, che viene in primo luogo declinata con riguardo all’uguaglianza, alle relazioni umane ed alla figura del dependency worker (cui l’Autrice rivolge sempre un’attenzione particolare, per farla uscire dall’ombra in cui è stata tradizionalmente relegata), poi usata come chiave di critica delle teorie egualitarie di stampo liberale (dove Rawls viene preso a modello), infine impiegata per analizzare alcune delle politiche statunitensi riguardanti la dipendenza e per rendere nota la propria esperienza personale di madre di una persona con disabilità, ed avanzare alcune riflessioni sul rapporto tra cura della disabilità e giustizia sociale.   Un accento così massiccio sulle relazioni di dipendenza è dovuto al fatto che per l’Autrice risulta urgente, non solo superare il modello antropologico liberale riconoscendo l’interdipendenza umana, ma soprattutto constatare come, almeno in alcuni momenti della nostra vita, siamo necessariamente dipendenti: “[finché] non accettiamo e addirittura comprendiamo questa dipendenza come origine dei nostri legami più profondi e come radice di ogni organizzazione sociale umana, non troveremo mai la strada verso una società pienamente giusta e assistenziale in cui si realizzi l’uguaglianza […]” (pp. XIX-XX).  Riferirsi, come si fa tradizionalmente, all’interdipendenza, risulta pertanto insufficiente, sia perché questa comincia e termina con la dipendenza (quantomeno con quella del neonato e dell’anziano), sia e soprattutto perché si rivela anch’essa escludente nei confronti di alcune categorie di individui, in particolar modo riguardo a coloro che hanno dipendenze estreme (si pensi ad esempio a chi presenta gravi disabilità, soprattutto cognitive). Escludere la dipendenza dai contesti sociali e politici rafforza la pretesa di indipendenza, cosicché l’interdipendenza per Kittay altro non sarebbe che una cooperazione reciproca tra persone essenzialmente indipendenti, e quindi strumento di esclusione per chi indipendente non potrà mai essere.  Si tratta di una questione cruciale in ambito filosofico, poiché per secoli nella riflessione filosofica autonomia, indipendenza e razionalità sono state le cifre caratterizzanti l’individuo: con il contrattualismo di Locke, Hobbes e Rousseau prima, per giungere, attraverso Kant, a Dworkin e Rawls, il modello antropologico di riferimento è stato un individuo razionale ed indipendente, pienamente cooperativo nella società per almeno buona parte della propria esistenza. Nonostante, ad esempio, Rawls sia considerato un punto di riferimento imprescindibile di ogni teoria della giustizia contemporanea, nei riguardi della disabilità egli ha scritto: «Anche se ci piacerebbe poter arrivare a rispondere a tutte queste domande, dubito molto che la cosa sia fattibile all’interno della giustizia come equità, in quanto concezione politica» (Liberalismo Politico), mentre in Una teoria della giustizia afferma: «Dovremmo ricordare i limiti di una teoria della giustizia», notando che quest’ultima non offre una spiegazione della giusta condotta nei confronti degli esseri privi della capacità di esercitare il senso di giustizia, tra cui possono essere ricompresi gli esseri umani con gravi disabilità mentali.  Nella sua critica al concetto di indipendenza Kittay non si oppone solo al modello antropologico liberale ancora oggi in gran parte egemone, ma contesta anche le posizioni proprie dei Disability Studies improntati al modello sociale, soprattutto di stampo inglese. Questi ultimi, infatti, sono critici circa il ruolo svolto dalla cura, in quanto quest’ultima storicamente è stata spesso uno strumento di gestione paternalistica delle esistenze delle persone con disabilità, e propongono, di contro, l’Indipendent Living, ossia la promozione di misure che consentano alle persone con disabilità di stabilire relazioni simmetriche con i prestatori di cura (mentre tradizionalmente le relazioni sono state connotate da asimmetria) e di svolgere una vita il più indipendente ed autosufficiente possibile. Se Kittay non contesta l’importanza che riveste per ognuno il fatto di raggiungere almeno un certo grado di autosufficienza, tuttavia riflette sul fatto che insistere sull’indipendenza può in realtà significare cadere nuovamente nel modello liberale, che di fatto esclude comunque dalla propria riflessione quegli individui che non potranno mai raggiungere l’indipendenza, come ad esempio le persone con gravi disabilità cognitive.  Kittay giunge poi ad alcune conclusioni simili a quelle dei Disability Studies nel settimo ed ultimo capitolo, in cui analizza alcuni dilemmi legati alla percezione socio-culturale della questione-disabilità. Ne emerge l’importanza della socializzazione del figlio con disabilità (e della persona con disabilità in genere), accompagnata tuttavia dal rischio connesso alla normalizzazione. L’ansia di «normalizzare» e rendere il proprio figlio il più possibile simile agli altri, infatti, è un modo – spesso anche inconsapevole – per riaffermare quella che Morris ha definito come «tirannia della perfezione», ossia è comunque espressione della generale paura e diffidenza nei confronti della disabilità, cui è associato un pesante stigma sociale. Risulta pertanto necessario un profondo impegno volto ad un cambiamento socio-culturale che consenta l’accettazione del bambino (e della persona) con disabilità. La normalizzazione, infatti, viene spesso vissuta come tentativo di cambiamento della persona con disabilità, e quindi come azzeramento e cancellazione della sua identità. Spesso la normalizzazione è, pertanto, la negazione della diversità umana: non è un’accettazione della differenza e di fronte alla differenza, ma un’accettazione malgrado la differenza.  Di contro, ciò che Kittay auspica, è una risignificazione di concetti come «vulnerabilità umana», «reciprocità» ed «uguaglianza», che consentano di recuperare le relazioni interpersonali prima degli individui, e di configurare le stesse come costituite da una rete di dipendenze, nella consapevolezza che porre l’enfasi sulla reciprocità non è la chiave per ottenere una reale inclusione degli individui – e specialmente delle persone con gravi disabilità – e consentire loro di vivere una vita decente.   

Indice 

Presentazione di Adriano Pessina 
Prefazione all’edizione italiana
Nota del traduttore  
Prefazione  
Introduzione  

Parte Prima: La cura dell’amore: i requisiti della dipendenza 
I. Le relazioni di dipendenza e l’uguaglianza 
Riflessioni sull’essere figli 
La dipendenza nella condizione umana 

II. La vulnerabilità e la natura morale delle relazioni di dipendenza 
L’io trasparente del dependency worker 
Gli obblighi morali del dependency worker e l’etica della cura 
Gli obblighi morali verso il dependency worker  

Parte Seconda: il liberalismo politico e la dipendenza umana 
La dipendenza come criterio di adeguatezza 
Il ruolo dell’uguaglianza e i suoi presupposti 
Le linee essenziali dell’argomento  

III. I presupposti dell’uguaglianza 
Le circostanze di giustizia per una società ben ordinata 
L’idealizzazione che ‘tutti i cittadini sono membri pienamente cooperanti della società’ 
Le persone libere sono ‘fonti auto-originanti di richieste valide’  

IV. I benefici e gli oneri della cooperazione sociale 
I due poteri della persona morale e l’indice dei beni primari 
La concezione pubblica della cooperazione sociale 

Conclusione: i principi di giustizia e gli interessi della dipendenza  

Parte Terza: siamo tutti figli 
V. Le politiche e l’etica pubblica della cura 
De-formazione del welfare Le giustificazioni del welfare 
Il «Family and Medical Leave Act» 
La riforma del welfare: una visione del welfare basato sulla doulia  

VI. «Non a modo ‘mio’, Sesha. A modo ‘tuo’, lentamente». 
Un racconto personale 
È nato un bambino 
Il ritratto di Sesha a ventisette anni 
La possibilità reale delle cure materne e la sfida di un figlio gravemente disabile 
La ripartizione delle cure materne: il lavoro di prendersi cura della dipendenza Strade alternative, strade non intraprese  

VII. Il pensiero materno con una differenza 
L’amore protettivo 
La socializzazione per essere accettati 
Promuovere lo sviluppo 
La cura della disabilità e la giustizia sociale 
Lezioni per i teorici  

Postfazione  
Bibliografia

3 commenti:

MAURO PASTORE ha detto...

Quali casi, precisamente, sono riferiti nel libro recensito? Evidentemente quelli della figliolanza che non pratica la orfanità avventurosa né l'adozione teriomorfa, né l'abbandono drammatico dei genitori o adottatori anziani né l'astensione familiare per i genitori o adottatori anziani. Dunque di quale America si tratta, precisamente e non casualmente? Non del mondo indiano, che prospetta nella non radicale trasformazione etnica e nella fuoriuscita naturale dalla comunità umana naturale un rimedio pratico, immediato; non della cultura europea, che trova o troverebbe nel vivere primigenio una abolizione del sussistere stesso del problema; non della civiltà americana le cui forme sono fatte per evitare stesso accadere del problema; perciò si tratta di realtà etnicamente non radicata ed etnologicamente non integrata. Nel considerare Occidente europeo non si può dunque trovare applicazione del messaggio di questa pubblicazione di Eva Feder Kittay né si potrebbe accogliere, così come fatta dal recensore, menzione di Kant, ingiustamente compreso in recensione entro il novero della filosofia disinteressata alle difficoltà individuali insormontabili: infatti per la fattispecie il kantismo americano va distinto dal kantismo europeo ed anche da stessi pragmatismo e neopragmatismo americani ed inoltre resta oramai insufficiente considerare di Kant e kantismo solo Critica della ragion pura ed esiti e succesioni relative. Difatti Kant si era interessato ai casi di insoddisfazione sessuale individualmente rilevanti, consistenti in coatta non realizzazione di eteorosessualità, insoddisfazione che egli definiva quale reazione di omosessualità naturale ma in evenienze sfavorevoli, descrivendone condizionalità di occasioni mancanti e soprattutto circostanzialità impedente l'eros singolo eterosessuale volto al desiderio stesso eterosessuale, entrambe quali correlati di sopravvalutazioni intellettuali e sociali di funzioni civili e culturali quali stessi usi di sole nozioni scientifiche e ripetizioni non intuitive di verbi ovvero linguaggi filosofici. Entro sola critica della ragion pura ciò risultando vano ma non entro critica della ragion pratica e critica del giudizio.
...

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

MAURO PASTORE :
...

Dipendenza naturale, interdipendenza, indipendenza ed anche naturale; autosufficienza, normalizzazione; differenza: tutto ciò di una condizione di disabilità rappresenta necessaria intellettualizzazione che è propria di stessa condizionalità, anche se non restasse ed anche se non resta solo interna a questa; e tali intellettualizzazioni sono disponibili a spiegazioni esaustive, pur non consistendone, perché la disabilità quale frequenza-ricorrenza accade nella situazione, non soltanto sociale ma pure delle semplici presenze, di non-accettazione della differenza individuale nella convivenza, che pone alcuni individui, per errore, oppure torto, solo proprio od altrui od anche altrui, senza tutte le principali abilità naturali. Ciò accade alle persone quali individui, essendo la disabilità distinta da infermità anche se uguale in molti effetti; infatti la infermità è delle capacità comuni umane, la disabilità è delle capacità delle umane singolarità. Tali singolarità in condizioni negative pervasive a causa di violenza indifferenziante, quale per esempio può essere fatica non adatta a tutti, trovano solamente nella originale propria normalizzazione un modo per ritornare alle abilità o per evitare che inabilità si ampli o aggravi; dunque l'assistenza sociale che favorisce la restante autosufficienza è un valido aiuto o vantaggiosa convivenza per tali casi, ma non sempre accade che essa sia possibile, tali disabilità potendo avere forti concause anche sociali e di fatto avendone sempre anche se non sempre di forti, dunque restando sempre possibile organizzare convivenza od anche aiuto considerando la limitazione determinante e non indifferente in tali stessi casi della naturale indipendenza e la assoluta negatività delle dipendenze non naturali cioè sempre eccessive, restando indipendenza ed interdipendenza non naturali la duale quindi non esigua possibilità di rimedio o finanche soluzione del problema di codeste disabilità, le quali accadono in eventi dove la naturale interdipendenza umana non è attiva per potere qualcosa. In tal senso l'attenzione alla naturalità del dipendere è valido inizio per affrontare la questione in quanto essa verte su una naturalità non attuata e dovendosene maggiormente attivare altra, individuale, però ciò potendosi mediante azione extraindividuale, sia pur anche singolarmente e da chi stesso disabile e sia pure senza tramite di aiuto esterno, ma sia pure collettivamente oppure tramite aiuto esterno.
...

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

MAURO PASTORE :

...
Per le ragioni che ho esposto già, nell'affrontare tale determinata questione l'organizzazione liberale dello Stato non sa offrir nulla da se stessa, però se questa organizzazione non ha istituzione specificamente sociale, ed è proprio così nella America liberale ed in particolare negli Stati Uniti d'America, non ha essa bisogno di modificare sua organizzazione per rimuovere concause sociali né organizzazione socialista potrebbe esser di vantaggio anzi ne risulterebbe di svantaggio tranne che non fosse liberal socialista cioè in grado di mutazioni interne continue per rimuover concause sociali di disabilità, ma appunto restando concezione politica liberale non in grado di contribuire con successo pieno a risolvere le difficoltà individuali pervasive e gravi. Dal dissidio politico liberalismo/socialismo, planetariamente sussistente tra Cina e Stati Uniti d'America, politicamente non se ne otterrebbe a riguardo nulla neppure prendendo le mosse da una sola parte politica in dissidio, qualcosa se ne otterrebbe negandone degenerazioni liberiste/associazioniste ma senza trovarne con ciò alcunché di sufficiente per un provvedere politico umanitario. Allora stante ambienti di riferimento principali, americani, resta soltanto la prospettiva sovrapolitica quella giusta.
Dunque evidentemente con giustezza l'Autrice E. F. Kittay inoltra a logica ulteriore, con terminologia della spiritualità, psicologicamente transpersonalità cioè a prescindere da umanità personali senza però escluderne, che riferisce della compartecipazione al senso della unità, di piacere oltre il dolore, della vita stessa senza evitare il confronto col limite di essa nella morte. Questo riferimento è nell'indice stesso del libro posto a fine recensione, il quale si presenta anche quale elencazione; da ciò se ne può dedurre particolare significanza della terminologia transpersonale introdotta, che nel considerare appunto la Mente quale universalità e la umanità quale forma vivente tra forme viventi considera della natura i destini entro cui se ne manifestano Regolarità e Leggi. La prospettiva assunta è di per sé rivelativa anche se non tanto esplicita fosse, cioè definisce possibilità di scampi oltre la conoscenza frammentaria della natura, anche umana, talché considerazioni sulla natura non siano negate e senza però che la molteplicità naturale non sia riconsiderata anche dopo la riflessione sui destini non solo naturali. Questo significa che la soluzione di tali casi di disabilità è nella meditazione della Autrice individuata negli eventi della stessa vita non in naturalità per se stessa soltanto, mentre la irresolubilità di essi è eventualità individuata e identificata nella incauta antropologizzazione delle relazioni o nel massiccio antropologizzare i casi stessi di tale disabilità.

MAURO PASTORE