lunedì 5 marzo 2012

De Petra, Fausto, Comunità, comunicazione, comune. Da Georges Bataille a Jean-Luc Nancy

Roma, DeriveApprodi, 2010, pp. 238, euro 20, ISBN 978-88-6548-007-6

Recensione di Marco Castagna – 11/9/2011

Accade, a volte, che la saggistica abbia una sua utilità anche al di fuori della cerchia degli “esperti” di una disciplina: mentre scrivo queste righe, nel silenzio di un dipartimento di filosofia che le ferie d’agosto hanno reso desertico, Londra brucia. 
Voglia di sicurezza o desiderio di riconoscimento? Immunitas o Communitas?
L’evento londinese restituisce l’urgenza di un dibattito in cui la molteplicità e la diversità delle voci che convergono o si scontrano, 


si sovrappongono o si allontanano, sono indicative dello spaesamento e dell’inquietudine del vivere contemporaneo. Nella prospettiva aperta dal testo di De Petra, comunità, comunicazione e comune segnano le tre tappe di un articolato percorso che, partendo dal “fallimento” del discorso comunitario, giunge al fondo della critica del Soggetto, per iniziare a costruire l’a-venire di un’ontologia politica. Così, quando il tema della comunità rischia di essere ridotto al tanto rassicurante quanto immobile contenuto di un Discorso (politico, giornalistico, accademico, dottrinario), porre la questione del cum, come nodo in cui l’antiumanismo di Bataille (attraverso la fantasmatica presenza di Blanchot) si intreccia all’ontologia politica di Nancy, significa restituire alla riflessione di ognuno di noi l’esigenza esistenziale dell’essere-in-comune. 
Pensare fino in fondo la comunità, ovvero rendere conto del cum che ci lega gli uni agli altri, significa, innanzitutto, pensare la condivisione di un’assenza. È questo il punto cruciale che pone le riflessioni condotte da Bataille negli anni Trenta all’inizio di un dibattito che, a partire da Nancy, coinvolge, negli anni Ottanta, alcuni dei maggiori protagonisti del panorama filosofico europeo. Ciò che è originariamente in comune tra gli essersi umani, eccede il mito, il racconto, gli strumenti narrativi che istituiscono i confini della società. Il cum cui perviene Bataille (nell’accadere ad altri della Morte come nell’ebbrezza comuniale della Festa) non segna l’appartenenza a un’Identità comune, esso è piuttosto il legame del pathos tragico attraverso cui l’individuo prende contatto con la propria finitudine (De Petra interpreta bene il rapporto tra il sacro di Bataille e il tragico di Nietzsche; d’altronde, il secondo numero della rivista Acéphale fu dedicato al pensiero del filosofo tedesco, proprio con l’intento di sottrarlo alla mistificazione del nazismo). In questo senso, la comunità, all’opposto del modello hobbesiano-rousseauiano di società, non nasce con un contratto; non si fonda sull’aggregazionismo democratico degli individui, né in una individuale mancanza originaria che spingerebbe a cercare nella comunità un momento di completezza. La comunità, secondo Bataille, è quanto di più lontano si possa immaginare da un progetto politico: essa appartiene, infatti, a uno stadio pre-sociale (e in questo senso, sacro, religioso, esistenziale) che precede e rende possibile la stessa socialità istituzionale dell’uomo. La comunità eccede, perciò, ogni comunitarismo: quello della “macchina burocratica” della democrazia – e della sua impossibile pretesa di concettualizzazione dell’“origine sacrale del potere”; come quello della “nostalgia della comunità”, della ricomposizione dei “valori sacri” (come avviene nel fascismo, recupero formale che conduce a un esito disastroso). L’essere-in-comune è, dunque, assente dall’istituzione sociale della comunità: “il paradigma  comunitario” riassume De Petra “si concreta sempre in quanto opposto logico del comune. In ogni comunità vi è sempre l’irriducibile affermazione di un proprio che non può fare a meno di un elemento antagonista, di un «altro» pronto a materializzarsi come il nemico, lo straniero che definisce l’omogeneità interna al circolo comunitario. (…) Da ciò discende la definitiva impossibilità di qualsiasi utilizzo politico del concetto di comunità – se non in chiave totalitaria – per ogni politica che voglia fondarsi sull’inclusione, sull’apertura e sul rifiuto di qualsiasi modello sociale basato su principi individualistici. (…) La comunità non può mai aspirare all’apertura, poiché verrebbero meno quei caratteri che la fanno esistere” [51]. In questo rifiuto della “grande narrazione” (o del mito della comunità) l’antiumanismo di Bataille si intreccia al re-tracement del politico di Nancy.
“Ri-tracciare il politico” – osserva De Petra – “significa sottrarlo a ogni supposto fondamento come a qualsiasi fondazione comune”. [67] Ciò che si “ritira” è l’esposizione di una sostanza immanente del politico come origine comune del rapporto sociale, così come emerge, ad esempio nel caso (ampiamente analizzato da Nancy) del mito della “comunità perduta”, nostalgia di un’originaria presenza della trascendenza nell’immanenza. Così, se è vero come afferma Nancy che non può esserci comunità al di fuori del mito, dunque, svelarne l’infondatezza, dichiarare la fine del mito, implica la fine della comunità. Cosa rimane, allora, alla fine di questa opera di decostruzione? In che modo è possibile ripensare il cum, dopo lo smascheramento della finzione della Storia? La critica alle certezze dell’identità collettiva, apre una necessaria revisione del concetto stesso di Soggettività, a cui sono dedicate le pagine centrali del lavoro di De Petra. 
Il fallimento dell’esperienza comuniale diventa il punto di partenza per una riflessione sul soggetto, una critica all’ipse e al suo modo di porsi come misura dell’universo. Per Bataille, alla base dell’esperienza umana esiste un “principio d’insufficienza”, una dinamica che espropria l’uomo della possibilità di percepirsi in quanto soggetto della propria esperienza proiettandolo sempre al di là di sé; l’insufficienza decreta l’impossibilità stessa di una completa individuazione. È ormai chiaro, tuttavia, come tale insufficienza individuale non possa più trovare alcuna garanzia di completezza nella partecipazione a un’Identità omnicomprensiva. Tale incompiutezza rende la soggettivazione un processo sempre aperto allo scambio comunicativo. Non v’è, dunque, unità della coscienza, poiché essa è il campo relazionale delle forme che la compongono, e non c’è singolarità senza altra singolarità, esposizione al bordo, al limite che ci tiene in-comune; il Cogito stesso, “va concepito nella forma di un «lien d’unité» tra vari esseri che pensano, scrivono o condividono delle esperienze” [110]. Il cum, dunque, andrà inteso come relazione ontologica, apertura à autrui. Riemerge qui, secondo Nancy, il conatus spinoziano, di un desiderio di comunicare la propria esistenza. In questa prospettiva va letto il partage di cui parla Nancy: uno spaziamento comune di singolarità, la disposizione delle singolarità ad un’apertura comune. In questa spaziatura, la comunicazione diviene produzione incessante e discontinua (ovvero inattesa) di senso, mettendo in atto quella perdita di sé che Bataille aveva ritrovato nell’aspetto dionisiaco della festa: “La condivisione è ciò che informa l’articolazione della comunicazione; in questione non è tanto un messaggio, quanto una dinamica che ha luogo sul limite stesso, su questo bordo del possibile che si dà all’uomo senza riserve esponendolo all’evento cairotico dell’essere. È in quest’ottica che l’uomo ha da pronunciare il suo sì senza appello all’esistenza, all’apertura stessa del senso” [114]. Nell’atto linguistico, l’individuo mette in gioco la propria singolarità, che non è mai la stessa: la singolarità diviene evento ogni volta unico (chance) dell’emergere del senso. Nella comunicazione, le singole esistenze entrano in gioco ancor prima che il regime del Discorso ponga la propria legge: “l’uomo si trova dislocato in un’annodatura plurale di tracciati che rimbalzano dall’uno all’altro senza risoluzione della continuità” [139]. Alla Storia (genealogica o teleologica), la comunicazione sostituisce la storicità con cui ogni individuo rimette costantemente in gioco la narrazione collettiva: “La comunicazione” dice De Petra “assume così il potere di nominare il comune, inteso come ciò che si sottrae a qualsiasi appropriazione privata di senso, come luogo senza luogo, non-luogo del «tra», nel quale è sempre data la possibilità di un’esistenza singolare.” [129]. Il politico diviene, perciò, questa “annodatura” inesauribile di senso.
Si tratta di un momento decisivo per la filosofia: distinguere la comunicazione dalla trasmissione di un messaggio compiuto, farne un luogo plurale di esistenze co-esposte alla responsabilità della decisione (etico-) politica, significa richiamare la riflessione filosofica alla responsabilità di pensare il senso di ciò che costituisce l’agire in quanto tale; al Sapere come “agire del senso”, cioè come ciò che mette in posizione di dover scegliere, scoprire o creare delle norme o dei valori. 
Il cum, in cui si ritrova il soggetto partecipante della comunicazione non è, dunque, un modo dell’essere, ma ciò che lo costituisce in quanto tale: l’esistenza non può “appresentarsi” in modo autonomo, essa si presenta sempre come “mediata”, come “caso obliquo” (fin dal rapporto di estraneità che intratteniamo con il nostro corpo). Nella riflessione di Nancy (nutrita dall’Heidegger del Mit-sein oltre che dalle riflessioni di Bataille), il con- assume definitivamente il valore ontologico del dato coesistenziale: pensare l’essere-in-comune rimanda alla questione decisiva del darsi in-comune dell’esistenza, questa “circolazione di senso che passa dall’uno alll’altro, comunicazione spartita tra singolari, transito che articola costitutivamente l’essere-in-comune delle singole esistenze inaugurando ogni volta inediti eventi di senso (…) come una trama discontinua su cui le singolarità si giocano, si toccano, e si scontrano ma sempre le une accanto alle altre, nell’immenso frattale della pluralità umana” [211]. 
Qui è l’essenza del comune, del “politico”, non nel ritrovare una comunione perduta o a venire, ma ciò che garantisce l’infinito passaggio tra individuo e collettivo, tra la finitezza singolare e l’infinita compagnia umana, la condivisione dell’esperienza come comunicazione. Solo in questo modo, la communitas può configurarsi come polo opposto dell’immunitas. 


Indice

Prefazione di Augusto Illuminati 5

Introduzione 13

1. Comunità, sacro e politica
1. Prodromi della comunità. Dalla politica al sacro 23
2. Mito, politica e «esigenza di comunità». Nietzsche e Dioniso 29
3. Acéphale dalla festa alla «comunità della morte» 39
4. Bataille e la comunità assente 48

2. «Essere-in-comune», partrage e «esperienza interiore»
1. Jean-Luc Nancy tra «retrait» e «retracement» del politico 63
2. Dal mito della comunità all’interruzione del mito 69
3. Partage, «essere-in-comune» e «critica dell’opera» 80
4. Esperienza interiore e «principio d’insufficienza» 91

3.Teoria della comunicazione
1. «Critica dell’ipse», soggetto e incompiutezza 106
2. Comunicazione, linguaggio e con-loquium 114
3. La nudità della chance, tra non-sapere e «dérobement» 126
4. Essere, nulla e comunicazione 134

4. Ontologia politica e «essere-con»
1. Ego cum. Ergo sum 149
2. Ontologia del Mit-sein 156
3. Il mondo dei corpi (o la creazione del mondo) 163
4. Corpi in libertà. L’esposto 176

5. L’a-venire di un nome: il comune
1. L’«in-comune» tra ethos e praxis 192
2. Comunità, comunismo e comparution 202
3. Annodatura, senso e comune 211
4. Ai con-fini del mondo: mondialità e co-esistenza 223

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