mercoledì 23 maggio 2012

Rapone, Leonardo, Cinque anni che paiono secoli. Antonio Gramsci dal socialismo al comunismo (1914-1919)

Roma, Carocci, 2011, pp. 421, euro 28, ISBN 978-88-430-6090-0

Recensione di Lucia Mancini - 27/03/2012

Il testo di Leonardo Rapone ricostruisce l’itinerario biografico e intellettuale di Antonio Gramsci negli anni compresi tra il 1914 e il 1919. Cinque anni che avevano comportato un cambiamento radicale nelle condizioni di vita associata e nella mentalità di masse sterminate di popolazione da sempre rimaste ai margini della storia e con le quali la politica italiana si trovava costretta a fare i conti. Cinque anni che avevano provocato un’insanabile frattura storica tra un passato (ormai remoto) e un presente caratterizzato da nuovi rapporti di forza mondiali e che

rendeva ineliminabile il confronto con la rivoluzione russa e il neonato stato sovietico. Pochi anni ma che a Gramsci sembravano pesare come secoli.
Rapone instaura così un confronto serrato tra la ricostruzione storica di quegli anni e la sterminata produzione giornalistica del giovane Gramsci, mostrando come l’esperienza della guerra (che un altro giovane intellettuale torinese, Gobetti, avrebbe detto, a pochi anni di distanza, che veniva respirata anche da coloro che non l’avevano combattuta) e la riflessione su di essa e sugli avvenimenti ad essa riconducibili (la nascita della Società delle Nazioni e l’Internazionale comunista) avessero operato una trasformazione progressiva nella personalità politica e intellettuale del giovane socialista. Non è un caso che il primo articolo analizzato, cui Rapone dedica una lunga disamina critica nel Prologo dell’opera, sia Neutralità attiva ed operante nel quale Gramsci problematizzava la formula, fatta propria dalla corrente riformista del partito socialista, guidata da Claudio Treves e Filippo Turati, della «neutralità assoluta». Articolo che, frainteso, gli sarebbe valso un anno di ostracismo politico da parte del suo partito e che, negli anni, avrebbe dato vita a un dibattito critico volto a individuare, faziosamente, una fase mussoliniana nell’iter politico del giovane Gramsci.
Il testo permette di ricostruire prospetticamente il farsi del pensiero gramsciano consentendo di comprenderne i tratti di continuità e di discontinuità rispetto alla riflessione affidata, a poco più di dieci anni di distanza, alle pagine dei Quaderni del carcere. Un’attenzione particolare è offerta alla formazione culturale gramsciana; nello specifico, l’opera permette di cogliere la profonda originalità del pensiero del giovane socialista che attinge, cambiandone contesto e formulazione, a tematiche e motivi di ispirazione a correnti e ad autori eccentici o estranei all’orizzonte culturale marxista, come l’idealismo vociano, Croce, Sorel, Bergson e l’attualismo gentiliano. Queste suggestioni rispondono in Gramsci a un fine preciso: correggere l’interpretazione meccanicistica ed evoluzionista, dominante nel panorama teorico del socialismo italiano tra la fine dell’Ottocento e i primi anni Venti del Novecento, dello sviluppo storico e valorizzare così il ruolo non secondario della volontà umana. Da questa ricognizione emerge che «fino alla rivoluzione bolscevica, il socialismo di Gramsci deriva da premesse culturali ed è intessuto di motivazioni teoriche da cui […] non emerge una particolare e distintiva presenza di Marx» (p. 49).
Un confronto più approfondito e sistematico con il pensiero marxiano ha inizio nella seconda metà del 1917 quando Gramsci, di fronte alla negazione dell’identità marxiana della rivoluzione russa operata dalla corrente riformista del partito socialista, sente l’urgenza di «giustificare e razionalizzare l’operato» bolscevico «entro il perimetro teorico del marxismo» (p. 272). Infatti, «quanto più gli avversari socialisti del bolscevismo agitavano l’argomento del materialismo, tanto più Gramsci sente l’esigenza di dover provare che la concezione storica di Marx non può essere racchiusa negli spazi del determinismo economico» (p. 272). Ecco quindi che nel dicembre del 1917 Gramsci affida le sue considerazioni a un articolo profondamente provocatorio (destinato anche questo a suscitare polemiche e malumori nel seno del suo partito): Rivoluzione contro il «Capitale», nel quale i bolscevichi, che vivono il pensiero di Marx, vengono contrapposti a coloro che (con chiaro accenno a Treves e Turati), misconoscendo il peso dell’iniziativa umana, avevano trasformato le opere marxiane in un’ipoteca sul presente e sul futuro.
La rivoluzione bolscevica non porta Gramsci solo ad approfondire i testi di Marx, ha anche altre conseguenze. In primo luogo porta a una riconsiderazione delle sue categorie interpretative (ne è una prova la ridefinizione del concetto di giacobinismo, prima usato con valenza esclusivamente negativa), secondariamente lo sollecita a interrogarsi sulla possibilità di una traduzione italiana dell’esperienza sovietica. Se i soviet erano sembrati a Gramsci un ordine statale alternativo rispetto ai «quadri della democrazia occidentale» (p. 373), si rendeva necessario, in Italia, dare vita a un nuovo nesso «tra le forme di organizzazione della classe lavoratrice in lotta contro l’ordinamento capitalistico e l’assetto dello Stato postrivoluzionario» (p. 399). Nasce così in Gramsci la convinzione che «l’istituzione di organismi di rappresentanza diretta del proletariato industriale non [sia] un obiettivo da porsi all’indomani di una rivoluzione vittoriosa» (p. 399), ma da «perseguire nel presente, nella prospettiva di un continuum che vede quegli organismi trasformarsi, lungo il corso del processo rivoluzionario, da soggetti di contropotere […] in cellule del nuovo potere statale» (pp. 400). È su questo sfondo concettuale che Gramsci promuove (e guida) l’esperimento torinese dei Consigli di fabbrica, il «punto culminante» della sua «maturazione teorica e politica […] nell’età giovanile» e il «prodotto più tipico della sua adesione al comunismo e della sua interpretazione del significato storico della rivoluzione russa» (p. 99).
Ciò che colpisce, e che emerge chiaramente dalla ricostruzione di Rapone, è la stretta interconnessione che Gramsci instaura tra le diverse problematiche affrontate nei suoi articoli: l’analisi dei problemi politici attuali risulta inscindibile dall’analisi storica e da considerazioni di psicologia sociale. Tale modus operandi porta Gramsci a mettere l’accento sul «problema morale» (p. 109), oltre che economico, della società italiana: un problema reso ulteriormente complesso, oltre che dalle modalità dell’unificazione nazionale, da altri due fattori (che ad anni di distanza saranno trattati nel saggio, rimasto incompiuto, Note sul problema meridionale e nei Quaderni del carcere): la quistione meridionale e la quistione vaticana.
Con queste premesse si spiegano la polarità istituita tra Machiavello e Stenterelli che esemplificano stadi opposti di maturità intellettuale e serietà politica (la declinazione al singolare di Machiavelli è funzionale a delineare l’«unicità e l’isolamento del genio» [p. 133] da contrapporre alla faciloneria politica e alla bassezza morale di tanti Stenterello); la riflessione sul carattere, concepito come «chiarezza dello scopo» e «volontà di conseguirlo» (p. 111); l’accentuazione della differenza tra intransigenza e intolleranza; la critica al trasformismo, concepito come «una corrente di fondo, un vero e proprio fondamento scrutturale della vita politica italiana» (p. 176). Rapone evidenzia come questa serie di considerazioni costituisca e consolidi in Gramsci la convinzione che il socialismo abbia anche il compito «di agire in profondità nella coscienza della nazione, di promuovere un rinnovamento culturale e una trasformazione morale» (p. 109). Le tematiche affrontate da Gramsci nei suoi articoli, conclude Rapone, «sono una finestra aperta sulle premesse ideali e culturali del suo socialismo, sulla sua lettura del processo storico di costruzione della nazione italiana, sull’analisi delle correnti intellettuali e dello spirito pubblico» (p. 63), un socialismo «non riducibile ad alcuna delle diverse fonti di influenza» (p. 343) alle quali il giovane Gramsci si era avvicinato.


Indice

Abbreviazioni degli scritti di Gramsci
Prologo
1. Dal garzonato universitario ai consigli di fabbrica. Lineamenti di biografia
La sprovincializzazione di un giovane sardo
L’apprendistato socialista
1917. Historia facit saltus
Verso l’ordine nuovo
1. L’Italia, gli italiani, Giolitti
Un paese disgraziato
Il socialismo e il carattere degli italiani
Machiavello e Stenterelli
L’Italia non è l’Inghilterra
Miseria della borghesia italiana
Il trasformismo
Antigiolittismo
1. La guerra
Carattere versus sentimento
La guerra delle idee
La guerra non è inevitabile
Oltre lo Stato-nazione
Dalla Società delle Nazioni all’Internazionale comunista
1. Il socialismo
L’uomo e la storia
Cultura e organizzazione
Contro il riformismo: intransigenza, distinzione, liberismo
Ordine, armonia, individuo collettivo
Miti negativi: democrazia, giacobinismo, massoneria
1. La rivoluzione
La rivoluzione in atto: la Russia
La rivoluzione in fieri: l’Italia
Le rivoluzioni del 1919
Lo Stato nuovo
Indice dei nomi

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